Ri-tratti

Scrive Paola Facchina a proposito di Vaclav Pisvejc e della mostra “Ri-tratti” in esposizione alla Galleria ZetaEffe a Firenze da sabato 21 aprile al 19 maggio : “I sessanta ritratti di Vaclav Pisvejc in mostra sono in realtà solo una parte dell’intera serie che conta più di cinquecento volti degli artisti contemporanei, da Cézanne fino ai giorni nostri.

L’atto di ritrarre serve a perpetuare la memoria, dal latino trahere, tirare fuori dal modello e riprodurlo, ma i ri-tratti di Vaclav sono “tratti due volte”, escono dai manuali e dai cataloghi d’arte contemporanea, per essere ricreati dalla sua vivida tavolozza espressionista. Sono stati dipinti nel triennio che va dal 2015 al 2018 quasi a voler catalogare un universo di artisti che fanno parte della nostra cultura.

Imprimendo sulla tela colori e segni, al limite dello spazio, Vaclav sembra voler far emergere l’espressività delle personalità ritratte, sviluppando un suo personale modo per entrare in contatto con artisti e personaggi famosi di ieri e di oggi, attraverso il tentativo di compenetrare quasi le loro “carni”. Una sorta di esplorazione del mistero che aleggia intorno alla figura dell’artista che Vaclav vuole ironicamente rivelare, trasmettendo l’espressività e la forza del carattere del modello. La faccia universalmente conosciuta di Pablo Picasso, o quella di Alberto Giacometti, cosi come l’espressione di alcuni artisti informali, pensiamo ad esempio ad Alberto Burri, De Kooning o Franz Kline, vengono dipinti mostrando la stessa agitazione che fa parte del loro lavoro e del loro temperamento.

“L’arte di sentire” è l’esperienza che fa Vaclav tutte le volte che il pennello cerca nervosamente il colore sulla sua tavolozza, immedesimandosi nello stesso gesto che avrà sicuramente ripetuto, migliaia di volte, anche l’artista che sta ritraendo e che in questo modo assorbe inevitabilmente in se stesso, in una sorta di autoritratto continuo.

La sua capacità di riflettere il carattere dei soggetti scelti trascende la bellezza formale, per cercare sotto la maschera un’umana e più sfuggente ‘animalità’, provocando in questo modo emozioni molto intense ed immediate; “Non c’è tensione in un quadro se non c’è lotta con l’oggetto”, scriveva Francis Bacon nel 1955. E Bacon è certamente un riferimento molto evidente per noi, mentre per Vaclav è stata la scoperta di un artista che come lui voleva far emergere nelle sue opere ‘l’ammasso della carne e dei nervi’ che sottendono la vita. In realtà Vaclav non conosceva Bacon, ma il suo animo vi ha sbattuto contro come qualcuno che ha percorso le stesse tortuose strade e che, senza saperlo, è partito dalla sua nativa Praga ed ha vagato per il mondo portando con sé l’unica ragione della sua vita, la pittura.”

Galleria ZetaEffe
Via Maggio 47 Rosso
50125 Firenze
www.GALLERIAZETAEFFE.COM

Franca Ghitti

Scrive Elena Pontiggia a proposito di Franca Ghitti : “Questa mostra inizia idealmente con una serie di Mappe che Franca Ghitti realizza negli anni Sessanta e che poi riprende, in declinazioni diverse, anche nei decenni successivi. Sono lavori che, come il nastro luminoso della Cascata che ci accoglie nel chiostro, rivelano il suo concetto di scultura, che cancella il volume, la tridimensionalità, e diventa una pagina di segni. Per lei, come per molta parte del moderno, la scultura è un “disegno nell’aria”, per dirla con Gonzales. O, meglio, è una parete che, anche quando diventa scatola o involucro, non si discosta concettualmente dalla bidimensionalità.

Lei stessa individuava nelle sue opere una “voluta assenza del tridimensionale”, un “senso plastico che si affida allo spazio piano e scarta il tutto tondo” .

Può sembrare, questa, un’indicazione formale, ma in arte la forma non è mai una questione di forma. La bidimensionalità è incompatibile con quell’idea di pienezza, di solidità, di grandiosità, con quell’essere un monumentum aere perennius cui la statuaria sembrava destinata. E Franca Ghitti ha prediletto la scultura bidimensionale non solo perché, come si potrebbe pensare, “viene dalla pittura”, cioè ha coltivato agli esordi una ricerca pittorica e ha praticato a lungo anche l’incisione, ma soprattutto perché la sua opera ha, sotterraneamente, un accento esistenziale.

Bisogna muovere appunto da quell’accento per cogliere tutta la ricchezza di significato della sua arte, che non è mai un esercizio stilistico e, per contro, non cade mai in una tragicità di maniera, in quel “teatro dell’angoscia” che Longhi deprecava. La sua opera procede anzi verso una luce e una leggerezza crescenti, che però non cancellano una silenziosa cognizione del dolore. Dall’enigma delle Mappe al mondo povero delle Vicinie le sue sculture prendono corpo in un legno deperibile, vulnerabile, spesso sbrecciato. Ma anche nelle sue opere successive, dove al legno si accostano il ferro e l’acciaio, e dove si moltiplicano le evocazioni luminose della natura (Piogge, Cascate, Alberi-Vele), serpeggia una meditazione sul male di vivere. Pensiamo ai Libri fasciati; all’Ultima Cena, realizzata poco prima di morire, che evoca la durezza del lavoro (un’interpretazione inedita nella millenaria rappresentazione del tema). Oppure – per concentrarci sul percorso di questa mostra – pensiamo ai Tondi tempestati di chiodi che sembrano cicatrici, alle Meridiane che segnano inesorabilmente lo scorrere del tempo. Del resto il suo uso degli sfridi (cioè degli inesorabilmente lo scorrere del tempo. Del resto il suo uso degli sfridi (cioè degli scarti del ferro, dei frammenti di metallo che cadono inutilizzati dall’incudine); l’uso dunque dei residui, che è uno dei tratti più emblematici della sua scultura, è una metafora della sua attenzione a tutto ciò che di solito è eliminato perché non serve, e invece ha un valore profondo.

Anche quando il suo lavoro esprime temi meno problematici (il mondo dei segni naturali, l’archivio della memoria, i linguaggi che non passano attraverso il sapere ufficiale, la creazione di boschi e città, nuovi libri e nuovi alfabeti) una dimensione drammatica riaffiora costantemente, dando voce a quella precarietà che ci riguarda tutti, e che la forza morale può coraggiosamente affrontare e accettare. Non sconfiggere.

L’opera in legno. Dalle Mappe alle Vicinie, dalle Edicole ai Libri
Quando Franca Ghitti realizza le prime Mappe, negli anni Sessanta, è il periodo in cui frequenta assiduamente Emmanuel Anati, uno dei maggiori studiosi delle incisioni rupestri, e sua moglie Ariela Fridkin, collaborando con loro alla fondazione del Centro Camuno di Studi preistorici. Franca è tra i primi, anzi, ad avvertire il bisogno di analizzare sistematicamente, ma anche di ricoverare e proteggere, quella geografia di figure che giace nascosta da millenni sulle arenarie levigate dai ghiacciai, sui massi disseminati nella Val Camonica. E qualcosa dei ritmi di quella narrazione preistorica (dove si susseguono forme elementari di animali e uomini armati, edifici e scene di caccia, labirinti e telai a pesi) rimane nelle sue Mappe.

La Val Camonica, dunque. Si possono commettere due errori nel considerare il lavoro dell’artista bresciana. Il primo è legarlo troppo alla valle dove è nata, riconducendolo deterministicamente alle suggestioni della preistoria, della storia e della vita quotidiana di quei luoghi, dalle incisioni camune ai reperti medioevali, dalle madie nelle case alle santelle per le strade, dai rilievi dei santuari romanici alle fonderie del ferro, fino agli affreschi e ai teleri delle chiese.

Il secondo errore, però, è non legarlo abbastanza a quei luoghi, dimenticando che quello sterminato repertorio di segni, di forme e di esperienze è stato per lei una continua fonte di ispirazione, e riaffiora nel suo lavoro anche al di là delle reminiscenze più evidenti. Franca Ghitti è stata un’artista della Scuola Bresciana, almeno quanto è stata un’artista europea.
Ma veniamo alle Mappe. Nella Mappa di Niardo, per esempio (Niardo è un paese della Val Camonica, non lontano da Erbanno dove l’artista era nata, e da Darfo dove allora aveva lo studio), non ci sono figure ma geometrie imperfette, punteggiate di chiodi. Sono quadrati e rettangoli approssimativi, tracciati su legni usurati come su un paravento preistorico, che rivelano anche un interesse per Klee.

Non siamo di fronte a una cartografia scientifica, particellare, disegnata con assonometrie e proiezioni al computer. Le mappe, anzi, ci riportano a un tempo senza tempo quando si misurava a occhio e croce, senza calcoli e algoritmi. Guardandole sembra ancora di sentire indicazioni di itinerari remoti, come nelle fiabe o nelle culture soltanto orali: cammina cammina, vai avanti fino a dove finisce il campo, poi troverai una cavità, un masso caduto, una vena d’acqua, una picca conficcata nel terreno…

Del resto le mappe prendono il nome dalle mappae, i tovaglioli di lino usati nella Roma antica, e un tempo erano tracciate sulla tela. Ghitti ci fa ritornare dunque a una misurazione non della scienza ma della vita, a un repertorio di rilevamenti arcaici, quando l’unità di grandezza non era l’asettico metro, illuminista e napoleonico, ma l’incavo della mano, il piede, il pollice, il passo della gamba.

Non solo. Le sue sono mappe misteriose, che non si sa dove portino; mappe mute, di luoghi che non esistono o non si possono raggiungere; diari di viaggio senza destinazione. Sono carte geografiche che non ci indicano una meta, ma ci rivelano che non sappiamo dove andare. Nella loro geografia, allora, riaffiora quel senso di precarietà, quel pensiero esistenziale, che ispira tanta parte dell’opera dell’artista.

Alle Mappe si accostano, sempre negli anni Sessanta, le Vicinie. “Vicinia” è un termine di cui parla anche Dante nel Convivio e nel De Monarchia ma risale a quasi un millennio prima, probabilmente all’epoca delle invasioni barbariche, e indica una comunità legata da vincoli di aiuto reciproco. Franca crea, in questo ciclo di opere, un insieme di case virtuali, di finestre aperte sul vuoto, di Edicole sacre, abitate da un popolo senza nome. Possono essere componenti di clan e corporazioni; Lari e Penati; figure di eremiti e apparizioni dell’oltretomba, oranti che biascicano Litanie e suppliche di intercessione . Crea così un piccolo teatro contadino, con i suoi riti e le sue memorie, le sue povere cose custodite gelosamente nelle Madie, i rudimentali strumenti di lavoro (ruote, mole, secchi, aratri) riposti nelle quadrettature degli armadi, nella modesta centuriazione del legno.

A quelle case, cuspidi o soglie, vegliate da figure misteriose a metà fra lemuri, idoli e fantasmi, l’artista stessa dà il nome di Vicinie, ispirandosi a un manoscritto anonimo, Scartafasso di vicinie et incanti, 1765. L’aveva segnalato anche ad Argan, che nel 1980 intitola così la sua monografia sull’artista .

Ghitti muove dall’idea della scatola plastica: più che dalla scatola magica, cara alla tradizione surrealista da Duchamp a Cornell, guarda all’involucro intorno alla figura, caro ad Arturo Martini e a Melotti. Muove anche dalle sagome indistinte dell’ultimo Sironi, uno degli artisti che aveva maggiormente amato durante la giovinezza, quando studiava all’accademia di Brera col pittore Gino Moro (osservando però anche Marino Marini), prima di frequentare l’Académie de la Grande Chaumière a Parigi e i corsi di incisione con Kokoschka a Salisburgo. Guarda, poi, ai santi e alle figure dei rilievi romanici, all’arte delle pievi, ai portali medioevali che scopre in questi stessi anni, quando percorre avanti e indietro la valle bresciana per raggiungere le scuole dove insegna.

Nelle sue Vicinie scandisce gli spazi secondo una sequenza ordinata (la composizione a segni ripetuti era diffusa negli anni Sessanta, in contrasto con l’informale che aveva dominato il decennio precedente e che amava esprimere invece l’unicità del gesto).

La magia di quelle opere nasce, anche, dal silenzio in cui sono immerse: una processione di sagome immobili, allucinate e insieme concretissime perché, senza parlare, raccontano di legni marci e madie vuote, di solitudini e consorterie, di riti e religiosità arcaiche, di duro lavoro e nera miseria, pur sopportata con dignità. Raccontano insomma di una esistenza stentata, dove la solidarietà (intesa non idealisticamente e psicologicamente come trama di affetti, ma come patto concreto, baratto, sostegno nella grama economia quotidiana) garantisce l’unica possibilità di sopravvivenza. Stare vicini è l’unico modo di non soccombere.

Alle Vicinie si riallacciano idealmente (ma il lavoro di Franca Ghitti è così articolato e insieme consequenziale che le suddivisioni in stagioni o momenti temporali sono sempre un po’ arbitrarie) anche i Libri chiusi, che l’artista realizza dal 1979 e che, per certi aspetti, sembrano Vicinie disabitate.

Coerenza stilistica, abbiamo detto. In effetti il visitatore che vedrà questa mostra potrebbe pensare che il percorso di Franca si sia svolto senza interruzioni dagli anni Sessanta ai decenni successivi. Invece nel 1969 l’artista parte per l’Africa, dove realizza le vetrate per una chiesa di Nairobi in Kenya progettata da Cappa Bava e si ferma fino al 1971, approfondendo la conoscenza della lingua e della cultura del luogo, ma spingendosi fino alle zone ancora selvagge del paese.
L’esperienza africana lascia una traccia nel suo lavoro dei primi anni Settanta, sia in una serie di incisioni e di libri d’artista, sia in alcune sculture in cemento, vetro e ferro di intensa colorazione e luminosità. Quella parentesi, fra primitivismo ed espressionismo, influenza paradossalmente anche i suoi lavori degli anni successivi che, in un privatissimo Ritorno all’ordine, perseguono invece una sorta di minimalismo plastico. La figura, da questo momento, non compare nelle sue sculture se non episodicamente, come una ripresa di iconografie precedenti, e alle accensioni di colore, alle forme visionarie di ascendenza africana, subentrano ritmi più regolari.

Il Libro chiuso è un libro non verbale, un liber mutus che nessuno potrà leggere. Racchiude in sé tutto quello che gli abitatori delle Vicinie non potevano rivelare. Del resto l’idea che le parole non sappiano dire, la denuncia dei linguaggi ufficiali, l’allusione al mutismo come condizione universale percorre molta parte della ricerca di Ghitti e affonda le radici anche in una sua esperienza d’infanzia, quando ancora bambina era stata affidata a una governante sordomuta e anche lei aveva parlato con ritardo.

Dai Libri chiusi e accanto ad essi si sviluppano gli Alberi e Il bosco, di cui vediamo in mostra un’installazione. Sono Alberi, quelli di Franca, che danno l’idea di una tensione verso l’infinito: non un infinito smemorante come quello leopardiano e nemmeno mistico, ma perseguito segmento dopo segmento, tacca dopo tacca, in una numerazione che non ha, appunto, fine. Franca si ispira qui a un altro ricordo: quando trascorreva lunghe ore nella segheria paterna, un’enorme officina che occupava addirittura settecento operai. “Il primo albero-scultura che ho realizzato è nato quando un giorno nella segheria di mio padre ho visto gli alberi che venivano scartati, giudicati inadatti dopo un taglio verticale. Tra il taglio verticale e quello orizzontale ho cominciato a fare delle tacche, in un ritmo di positivo e negativo: una tacca sì e una tacca no” .

Tuttavia quel ricordo si mescola con la meditazione su Brancusi e sulla sua Colonna infinita. Ghitti aveva conosciuto le opere del grande scultore rumeno a Parigi, ma era tornata a riflettere sulla sua arte nei primi anni Settanta grazie ad alcune letture . Meditazione però non significa copia. C’è negli Alberi di Ghitti qualcosa di più aspro e ungulato rispetto all’opera brancusiana. La sua salita o scalata verso l’alto, passo dopo passo, non conosce il ritmo georgico e lirico, il moto di diastole e sistole, della Colonna infinita, ma contiene un accento più dimesso e faticoso. I suoi Alberi, del resto, non hanno chiome verdeggianti e frondose, non sono “ornamenti della natura” e nemmeno alberi della vita: sono, col loro legno angoloso, emblemi della difficoltà di ogni ascesa, anche la più modesta.

L’opera in ferro. Lo “spazio storico”
Nel 1978 Franca Ghitti pubblica nelle edizioni Scheiwiller La valle dei magli. Prosegue con quel libro la sua ricerca sulla civiltà della Val Camonica, che non si esaurisce con la preistoria e le incisioni rupestri, ma si esprime anche, fin dal Seicento, nella lavorazione del ferro tra fucine e fonderie.

Il libro va alla ricerca degli antichi attrezzi delle fucine (ruote, secchi, badili, vanghe, incudini) col loro corredo di segni, ma il suo effetto non è solo storico e filologico. Riflettendo su quelli oggetti e quelle memorie, l’artista rimane affascinata dal ferro. Fino a quel momento aveva lavorato soprattutto il legno, un materiale “caldo”, vegetale, che le era familiare fin dall’infanzia. Il metallo l’aveva usato più raramente, anche se in Mappe, Vicinie e altre opere comparivano i chiodi, una punteggiatura metallica che era insieme scansione ritmica e simbolo aggressivo, oppure rame e ferro (Mappe di misurazione, 1976). Ora invece l’artista, anche se continua a lavorare il legno (Pagine dell’albero, 1979; Mappa dei campi arati, 1979; Mappa, 1980; Porta del silenzio, 1981), e anzi non abbandonerà mai quel materiale “inciso, sofferto, scarnificato” , allarga la sua ricerca più sistematicamente al mondo dei metalli.

La scoperta del ferro per lei è legata, come già accennato, all’uso degli sfridi, cioè ai residui che, oltre ad avere un significato metaforico di recupero, ne hanno uno stilistico di leggerezza e luce. Franca non utilizza mai blocchi compatti di ferro o acciaio, ma piccole unità ripetute in sequenze ritmiche. Ricorda lei stessa: “Quei pezzi tutti uguali sul pavimento della fucina, quasi sepolti nella loro polvere di ferro, mi sembravano tracce per un percorso ignoto e da seguire. Gli elementi per terra mi apparivano allora come lettere di un alfabeto che aspettava di essere ricomposto. Vi leggevo segni di confine, cancelli, staccionate, tracce di limite e di chiusure” .

Nascono in questo periodo, appunto, i Cancelli, pareti luminose che avvicinano più che recingere e rinchiudere, e che l’artista realizza anche in proporzioni monumentali (Ghitti Gate, Brunneburg). Subito dopo, per continuare a seguire il percorso espositivo, nascono opere impostate sullo stesso ritmo modulare come Pioggia, che riportano nella scultura valori pittorici di luminosità e cangiantismo.

Dalla fine degli anni Ottanta poi, Franca estende la sua ricerca allo spazio e all’ambiente, creando una serie di installazioni, tra cui la Grande mappa. Lunario del 1988, la serie delle Meridiane e delle Spirali, la scia argentea della Cascata, 1995. O, ancora, gli Alberi-Vele, che sembrano muoversi nella luce: alberi formati solo di foglie, come quelli in legno erano formati solo di tronchi, e che esprimono un senso di levità indifesa.

Le Meridiane, in particolare, sono grandi circonferenze metalliche realizzate con scarti di ferro, intrecci di segni appuntiti che hanno qualcosa di tribale, come collari di un totem. Possono, a un’occhiata rapida, sembrare vicine alla Land Art di Richard Long. Invece Ghitti, all’epoca, non si era mai interessata al lavoro dell’artista inglese, e non aveva nemmeno visto la sua mostra milanese del 1985, curata da Marco Meneguzzo al Padiglione d’Arte Contemporanea.
In realtà, ed è questo il dato più rilevante, il suo intento è diverso. Quello che ha in mente non è portare nell’educato spazio di una galleria d’arte la selvaggia vitalità della natura, ma riflettere sui segni antichi, senza tempo e senza storia.

I suoi orologi solari sono, in realtà, inservibili come strumenti di misura. Non potrebbero mai indicare il tempo, perché non hanno uno gnomone, o un’asta qualsiasi, che proietti la sua ombra sul quadrante orizzontale. Il titolo, allora, è solo una vaga metafora poetica, un nome senza rapporto con la fisionomia astratta dell’opera? Non del tutto. Le ore, che le meridiane in passato indicavano sui muri delle case o sui pavimenti delle piazze (suggerendo anche, con scritte eloquenti, che il tempo fuggiva), qui sono sostituite da forme che non filosofeggiano sul passato, ma richiamano il passato. Sembrano lame di antiche asce, segnali e perimetri di un fuoco sacro spento per sempre.

Aleggia anche qui, dunque, la consapevolezza che tutto passa, ma quello che l’artista vuole trattenere non è l’attimo fuggente. È, piuttosto, quella storia che non si tramanda attraverso i libri e la parola scritta, ma in un repertorio di segni. Lei stessa ha dichiarato che il suo lavoro voleva “trasformare uno spazio geometrico in uno spazio storico”, cioè in un deposito e una memoria di forme . La Meridiana evoca, e cerca di trattenere, epoche e riti che non ci sono più, e sta in questo il suo monito, la sua ragione d’essere.

Lo stesso andamento circolare delle Meridiane si ritrova in un altro ciclo di lavori che impegna l’artista negli stessi anni. Sono opere dalla fisionomia minimalista, che però trasformano anch’esse lo “spazio geometrico” in “spazio storico”. I Tondi in legno richiamano, con le loro sequenze di segni verticali, le presenze mute delle Vicinie, mentre i quadrati di latta colorata applicati sul compensato sembrano fogli di diario o di taccuino, incollati sul cerchio come appunti della memoria.

L’opera di Franca Ghitti si rivela così un dizionario del non detto, un vocabolario di forme e idiomi perduti. Se Arturo Martini aveva definito la scultura una lingua morta, per Franca la scultura riporta in vita la lingua morta. Custodisce cioè le forme scomparse, e diventa un archivio di linguaggi. La scultura, insomma, non è l’espressione dell’io, ma il ritrovamento di espressioni dimenticate. Perché, come diceva l’artista stessa, “non ho cercato la mia voce, ma tutte le voci” .”

Franca Ghitti scultrice
Museo d’arte Mendrisio
15 aprile – 15 luglio 2018

Conferenza stampa: venerdì 13 aprile 2018, ore 11.30

Vernice: sabato 14 aprile 2018, ore 17.00

Cinque100 – Il mito di una popcar

Miracolo di design italiano, è l’auto che ha migliorato la vita quotidiana di milioni di persone, ha accompagnato la ripresa economica, ha messo l’Italia su quattro ruote e poi l’ha esportata in tutto il mondo: la Fiat 500 è una vera e propria icona, entrata stabilmente nell’immaginario collettivo dei prodotti di massa con forte personalità. In occasione del suo sessantesimo compleanno, il 4 luglio del 2017, la 500 è stata riconosciuta addirittura come un’opera d’arte moderna ed è entrata a far parte della collezione permanente del MoMA di New York, un tributo straordinario al valore artistico e culturale di questo simbolo, democratico e distintivo, dello stile italiano nel mondo.

Proprio da un’interpretazione creativa di questo intramontabile modello parte la rassegna personale di Diego D. Testolin, curata da Roberta Di Chiara; la mostra allestita lo scorso ottobre presso la Mirafiori Galerie del Motor Village di Torino per celebrare il compleanno della mitica 500, viene riproposta, insieme a nuove opere che completano il ciclo, presso la Galleria d’Arte LICONI ARTE.

“Ho sempre guardato alla pop-art e ai grandi maestri americani indagando i temi della quotidianità, innalzandoli a simboli del mio tempo – spiega il pittore – La mostra Cinque100 nasce da qui: è un omaggio all’icona che ha motorizzato gli italiani rendendo onore al suo stile e al design che l’hanno resa celebre nel mondo”.

Privata volutamente della sua specificità d’uso, nelle opere di Testolin la 500 corre sulla tela e, divenuta opera d’arte, si trasforma nell’unica protagonista del momento, attraverso immagini che raccontano il suo appeal rimasto intatto nel tempo e che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’automobile.

I ritratti esposti, circa una ventina di oli su tela accompagnati da qualche opera a tecnica mista, la vedono indiscussa protagonista spesso immersa nella sacralità segreta dei paesaggi urbani, la indagano esaltandone il carattere come Testolin, artista esperto in fisiognomica, è abituato a fare. La mostra rievoca la serialità di wahroliana memoria, ma al contempo dà voce all’unicità di ogni esemplare in un’opera in cui il tutto è più della somma delle singole parti.

Fra le nuove opere che vanno a completare il ciclo anche la tela a tema “457 Stupinigi Experience”, il progetto targato Ruzza Torino e dedicato alla vera sede natia della FIAT 500, la cui nascita venne decisa presso quella Palazzina Reale dove la rassegna di Testolin verrà esposta il prossimo 1 Luglio. Ma prima, Sabato 9 Giugno, in concomitanza con Parco Valentino – Salone dell’Auto Torino, un lotto di FIAT 500 pre-selezionate farà passerella da Stupinigi al centro città, sino a giungere in espositiva in Piazza Bodoni, proprio a ridosso della galleria Liconi Arte.

Biografia
Diego D. Testolin nasce a Schio (VI) il 22 luglio 1968.
Frequenta l’Istituto d’arte Bartolomeo Montagna di Vicenza.
La sua produzione artistica inizia da giovane con varie sperimentazioni e dipinti ispirati alla pop art Americana e alla letteratura beat. Una ricerca che guarda ai grandi maestri statunitensi e strizza l’occhio alle tecniche pittoriche più all’avanguardia prendendo spunto dalla quotidianità.
È artista forense ed è referente sul Triveneto per la Polizia di Stato nella realizzazione a mano libera di identikit. È inoltre esperto di fisiognomica.
Nel 2005 con il ciclo di dipinti “crime scene” frutto della sua esperienza professionale, descrive un’umanità dolente vittima della violenza e della follia.
Nel 2011 inizia un ciclo di dipinti con i quali rilegge in chiave moderna, con il suo stile ormai definito, il neoclassicismo di Antonio Canova.
Le sue opere sono presenti in importanti collezioni italiane ed estere.
Vive e lavora a Padova.

Diego D. Testolin
CINQUE100 – IL MITO DI UNA POPCAR
a cura di Roberta Di Chiara
Opening 24 maggio 2018, dalle 18:30
In esposizione da venerdì 25 maggio a martedì 26 giugno 2018
Liconi Arte, Via della Rocca 28, Torino –

Calendario degli eventi collegati alla mostra:
• 24 maggio, opening dalle 18:30 presso la Galleria Liconi Arte di via della Rocca 28, Torino
• 1 luglio, finissage della mostra di Diego Testolin presso le scuderie della Palazzina di Caccia di Stupinigi nell’ambito della manifestazione “457 Stupinigi POP Experience” by Ruzza Torino.

La tela racconta Santo Spirito

L’ associazione Pro Loco di Bari-Santo Spirito indice ed organizza il I° concorso di pittura estemporanea “ La tela racconta Santo Spirito” , strutturato in un’unica sezione che si svolgerà nel quartiere omonimo Domenica 22 Aprile 2018.

L’iniziativa ha lo scopo di stimolare l’interesse e la valorizzazione dell’ameno borgo marinaro attraverso la libera interpretazione pittorica dei partecipanti.

Il concorso prevede la realizzazione di un’opera su tela, la cui tecnica rientri nel campo della pittura, che riporti scorci e vedute caratteristiche da realizzarsi all’aperto, in un luogo pubblico qualsiasi del borgo.

Al concorso possono partecipare tutti gli artisti, italiani e non, dilettanti e/o professionisti.

Gli interessati possono richiedere il regolamento e la scheda di iscrizione via mail a: proloco.santospirito@gmail.com o ritirarle personalmente presso la Sede della Pro Loco in Via Garibaldi 31/B a Santo Spirito dalle ore 18.00 alle 20.00 nei giorni feriali.

Info: 39 3358177933

Getulio Alviani

Scrive Claudio Cerritelli a proposito di Getulio Alviani : Le opere di Alviani trattano il movimento della luce intesa come un avvenimento visuale che si identifica attraverso le sue matrici metalliche, ognuna delle quali completamente autonoma: sono le sue celebri composizioni metalliche, di acciaio o alluminio, lavorate secondo un processo di fresatura (superfici a testura vibratile) o di tornitura meccanica (superfici tornite), queste ultime spesso concepite come moduli componibili e di dimensioni inferiori.

Con le superfici a testura vibratile, lo sviluppo delle ricerche visive di Getulio Alviani si tramuta in evento estetico, frutto di un lucidissimo processo inventivo che si può quasi considerare un incunabolo agli studi sui temi della percezione e della visione nelle realtà tecnologiche e artistico-digitali contemporanee.

“Geneticamente progettista”, Alviani è stato sempre sostenitore di una necessità di rigore e precisione, che lo ha portato a considerare design industriale e architettura come fondamentali alla risoluzione dei problemi legati all’esistenza dell’uomo. Allo stesso modo, l’arte va considerata come una necessità, e l’opera non è altro che il risultato di una ricerca, e quindi la risoluzione di un problema, nello specifico di un problema legato alla percezione visiva. “Nell’oggetto compare un problema, non tanto come problema particolare o di fisica, per esempio, o di geometria, ma soprattutto il concetto di problema; cioè si tratta della problematicità stessa che trova una sua forma espressiva”. E ancora “Quella delle mie superfici è una storia che avviene nel mondo del lavoro produttivo, non dell’arte”.

Le opere di Alviani riescono a riprodurre visivamente lo strettissimo rapporto che esiste fra spazio e tempo, attraverso una progettazione quasi maniacale che coinvolge lo spettatore, in quanto è proprio la percezione dell’osservatore dell’opera, ad attivarla e a realizzarla. Una “fruizione dinamica”, quindi, né sensoriale né emotiva, bensì psicologica, in cui l’opera si delinea attraverso i celebri fattori teorizzati dall’artista: riflessione, fonte luminosa, angolazione visiva, movimento, vibratilità dell’oggetto, comportamento del fruitore.

Da sempre interessato alla luce come fenomeno fisico, impiegando calcoli esatti ed estrema attenzione ad ogni dettaglio nel raggiungimento dell’eccellenza, Alviani ha sempre affermato che la sua arte è fatta per far pensare, e l’aspetto estetico non è da tenere in considerazione. La sua particolare poetica artistica, caratterizzata da una sintesi estrema della razionalità (che forse raggiunge il suo apice negli studi di grafica “Da 0 a 9” e “Da A a Z”) fa sì che l’opera non sia più un prodotto soggettivo della mano dell’artista, bensì risultato di un’indagine rivolta a problemi di ordine strutturale nel rapporto fra opera e spettatore, inaugurando così una nuova fase della grammatica dell’arte”.

GETULIO ALVIANI: IL MOVIMENTO DEL PENSIERO
19 aprile – 3 giugno 2018
Galleria Conceptual
Via Goffredo Mameli 46, Milano
19 Aprile, dalle ore 18.00

info@conceptual.it
www.conceptual.it

Damp Collective

Viviana Marchiò nasce nel 1990 a Napoli, città in cui ha la possibilità di studiare con Rosaria Matarese e diplomarsi presso la locale Accademia di Belle Arti. Dopo un periodo di studio di 6 mesi a Tartu, in Estonia, lavora come tirocinante presso la Kunstkraftwerk di Lipsia, in Germania. Partecipa a concorsi e mostre a livello nazionale, sia individualmente (Frase Got Talent Prize; Imago Mundi-Doni, MADRE, Napoli; Imago Mundi-Mediterranean Roots, ZAC, Palermo), che come duo Armento Marchiò (I edizione Premio Raffaele Pezzuti per l’Arte; Radicarsi, Bienno (BS); Delebile, Conco (VI)), che con il collettivo DAMP. Il suo interesse per la sfera politica la spinge, nel 2017, a pensare il progetto in progress Ipotetico, e dunque realizzare un’installazione presso Santa Fede Liberata, Napoli.

Adriano Ponte nasce a Larino (CB) nel 1989. Nel 2009 si iscrive al corso di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove conclude gli studi nel 2018 sotto la guida di Rosaria Iazzetta. Espone all’estero in svariate mostre collettive, tra cui: 44°0ʹ0ʺ NE 10°14ʹ0ʺ, a cura di Maria Claudia Farina e Ulrich Johannes Mueller, presso Hechingen; Vitosha presso la galleria Chervenata tochka di Sofia. Qui compie un periodo di studi presso la National Accademy of Art. Tra il 2014 e il 2015 risulta finalista al Premio Nocivelli e al Premio Creatività città di Marsciano. Nel 2015 ottiene un pubblicazione sulla rivista d’arte REUNION: The Dallas Review. È artista in residenza nel 2013 a Lemnos, in Grecia, per un progetto curato da Thomas Sfounis, e, nel 2015, in Norvegia, presso l’Atelier Austmarka. A settembre 2017 partecipa al workshop curato da Cesare Pietroiusti presso la Fondazione Lac o Le Mon.

Luisa de Donato nasce a Dnepropetrovsk nel 1991. I suoi interessi artistici la portano a frequentare il corso di decorazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove consegue il titolo accademico nel 2014 e si specializza nel 2018. Compie un periodo di studi di 6 mesi presso la National Academy of Arts di Sofia in Bulgaria. Il suo percorso artistico è iniziato dalla pittura, ma si è presto esteso ad altri linguaggi. Tutto questo processo di maturazione nasce dalla volontà dell’artista di esprimere al meglio e in molteplici forme il suo pensiero. Il suo modo di pensare è stato sviluppato durante tutta la sua carriera artistica ed è diventato multiforme e poliedrico, canalizzando le attività dell’artista in numerose direzioni contemporaneamente. Un’analisi sistematica di questa evoluzione non è semplice, ma alcuni dei suoi temi principali si esprimono sull’uomo e sul suo rapporto con l’esterno, che è analizzato da un punto di vista concettuale ma anche meramente spaziale.

Alessandro Armento nasce a Cava De’ Tirreni (SA) nel 1990 e si diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Negli anni di studio si avvicina alla scultura e all’installazione, per giungere all’utilizzo della parola. Prende parte a diverse esposizioni e concorsi artistici sul territorio nazionale: X edizione del Premio Nazionale delle Arti (2013); Premio Internazionale Lìmen Arte VI (2014); Premio Comel Vanna Migliorin; Premio Catel (2015); Osmos, a cura di Moscacieca (2015); II edizione del Premio ArtePollino (2015), dove risulta vincitore. Dal 2015 inizia a collaborare con Viviana Marchiò, con la quale dà vita al duo Armento Marchiò. Nel 2016, con la mostra Radicarsi, concludono il periodo di residenza artistica presso il Borgo degli Artisti di Bienno. Nel 2017 invitati a prendere parte al Progetto 021UP, presso Conco (VI), realizzano Delebile, a cura di Martina Campese. Nel 2017 lavora come tirocinante presso la Kunstkraftwerk di Lipsia.

 

giovedì 26 aprile alle ore 18,30 alla MAPILSGALLERY in via Monte Di Dio 14, nel cortile di Palazzo Serra di Cassano, inaugura la mostra “dove non fui mai” del DAMP Collective.

Visibile fino al 15 giugno, “dove non fui mai” è un’installazione site specific che intende investigare il concetto di “altrove” in una indagine che si sviluppa attraverso tre interventi di cui due di tipo installativo e uno bidimensionale.

Dove non fui mai

Giovedì 26 aprile alle ore 18,30 alla MAPILSGALLERY in via Monte Di Dio 14, nel cortile di Palazzo Serra di Cassano, inaugura la mostra “dove non fui mai” del DAMP Collective.

Visibile fino al 15 giugno, “dove non fui mai” è un’installazione site specific che intende investigare il concetto di “altrove” sia come discontinuità spazio-temporale sia come tensione-ambizione. “Uniti dalla ricerca artistica sulla singolarità dei luoghi – racconta Maria Pia De Chiara, curatrice – in questa prima personale alla MAPILSGALLERY il collettivo Damp intende esplorare alcuni dei possibili significati dell’altrove”.

L’indagine in “dove non fui mai” si sviluppa attraverso tre interventi di cui due di tipo installativo e uno bidimensionale.
L’intervento bidimensionale è realizzato sfruttando l’efficacia rappresentativa delle descrizioni di luoghi contenute nelle pagine dei libri. Cartoncino, legno e vetro lasceranno ai fruitori l’azione creativa e visionaria che produrranno le loro menti.

Il primo degli interventi installativi contiene in sé l’idea del luogo mai raggiunto, un punto astratto del mondo a cui si tende. Per rendere visibile questa proiezione mentale, vengono utilizzati materiali in pvc e immagini retroilluminate, sospensioni che rimandano a fughe o evasioni dall’altrove.

L’altra installazione rimanda invece ai luoghi di passaggio, come gli aeroporti, che sono attraversati da persone già proiettate nel viaggio che faranno. Viaggiatori, passeggeri, che intrattengono con il luogo una relazione di sfioramento, simile a quella che il luogo di passaggio ha con la città in cui è strutturato. Per questa installazione i materiali utilizzati sono il legno, audio installazioni, luci, new technologies, monitor.

L’essere umano – specifica Maria Pia De Chiara – trascorre dentro se stesso molto del suo tempo. In questo non luogo interiore crea immagini per occultare la sua vera destinazione: l’ignoto. Le arti, le scienze, le religioni ci aiutano a tollerare l’altrove“.

DAMP Collective nasce nel 2017 da scambi e interazioni vissuti durante il corso di laurea all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dai quattro allievi Alessandro Armento, Luisa de Donato, Viviana Marchiò e Adriano Ponte. I Damp sono risultati finalisti alla VI edizione di “Un’opera per il Castello”, premio indetto dal Polo museale della Campania e da Castel Sant’Elmo, promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, e hanno esposto “Segrete tracce di Memoria X – Peace Project” alla Torre Grimaldina del Palazzo Ducale di Genova.

MAPILSGALLERY è una galleria di Napoli aperta nel 2017 di cui, l’art director e curator Maria Pia De Chiara, è l’animatrice. Inaugurata a maggio 2017, trova terreno fertile e si orienta verso un’idea di arte originale, che apporti, dunque, novità di visioni e di progetti. Infatti la MAPILSGALLERY ha aperto la stagione 2017/2018 con l’esposizione “Tutto questo l’ho fatto solo per te” dell’artista Vittoria Piscitelli e ha lasciato spazio alle performance di giovani artisti di Napoli.
L’installazione “dove non fui mai” accompagnerà, invece, le attività della primavera estate 2018 ed è visitabile fino al 15 giugno.

Titolo Mostra Dove non fui mai
Inaugurazione giovedì 26 aprile alle ore 18,30
Autore DAMP Collective
Componenti Alessandro Armento, Luisa de Donato, Viviana Marchiò, Adriano Ponte
Periodo dal 26 aprile al 15 giugno 2018

Sede MAPILSGALLERY
via Monte di Dio 14
Palazzo Serra di Cassano – Napoli

http://www.mapilsarts.it/

a cura di Maria Pia De Chiara
testi critici di Federica De Rosa – Laura Basco

Orari e aperture dal lunedì al venerdì dalle ore 16,30 alle ore 19,30
e su appuntamento: tel. 081 7646948

Ufficio Stampa & Comunicazione Patrizia Varone
cell. +39 327 5807138
pat.varone@libero.it

Cola dell’Amatrice da Pinturicchio a Raffaello

La mostra “Cola dell’Amatrice da Pinturicchio a Raffaello”, in esposizione presso la Pinacoteca Civica e Sala Cola dell’Amatrice ad Ascoli Piceno, nella prima sezione intende affrontare il tema della formazione di Cola sulla base dei più recenti studi che hanno definitivamente riconosciuto l’importanza della conoscenza da parte dell’artista laziale delle opere di Perugino, Antoniazzo Romano e Pinturicchio: il confronto fra le prime tavole eseguite da Cola, come gli sportelli della Abbazia di Farfa che saranno esposti in mostra con un documento di recente identificato che li riferisce a lui, e lo stendardo di Perugino, le tavole di Pinturicchio e Antoniazzo Romano prestate dai musei di Rieti, di Perugia e di Siena permetteranno un efficace confronto visivo.

L’arrivo di Cola ad Ascoli Piceno nel 1508, per eseguire il polittico di Piagge, costituisce il nucleo della seconda sezione della mostra: la sua attività nell’ascolano apriva così nuove prospettive nell’ambito dell’arte locale, ancora dominata dallo stile di Carlo Crivelli e dei suoi epigoni.

Presente a Roma nel 1513 per collaborare alla decorazione della sede vescovile di Ostia commissionata dal cardinale Riario, Cola scopre gli affreschi di Filippino Lippi della cappella Carafa (del quale sarà esposto in mostra un disegno preparatorio del Museo degli Uffizi) e ne apprezza la sofisticata rievocazione del mondo classico, ma soprattutto si aggira incuriosito nella Stanza della Segnatura, realizzando rapidi schizzi degli affreschi di Raffaello raccolti nel taccuino di Cola, conservato a Fermo ed esposto alla mostra.

Il rientro ad Ascoli Piceno dopo la parentesi romana vede Cola impegnato in importanti progetti aggiornati sulla base di quanto aveva veduto nell’Urbe, come dimostrano la Istituzione dell’Eucarestia, il grande “retablo” un tempo nella chiesa di San Francesco o il trittico di Force, oggi nella Pinacoteca Vaticana.
Muovendosi fra Ascoli Piceno e L’Aquila per progettare la chiesa di San Bernardino, Cola dimostra ormai di essere un artista affermato anche nel campo dell’architettura e dispone di una bottega che lo supporta nella sua intensa attività, come attestano gli affreschi conservati nell’aula capitolare del complesso monumentale di San Francesco, dove sarà ospitata una sezione della mostra che include, accanto ad altri significativi disegni dell’artista, anche le sculture in terracotta dipinta dei suoi colleghi abruzzesi Saturnino Gatti e Silvestro dell’Aquila.

Molte delle tavole di Cola dell’Amatrice esposte in questa mostra, che fa seguito alla esposizione del 1991 tenutasi presso la Pinacoteca di Ascoli Piceno, provengono dai centri appenninici segnati dal recente terremoto, da quelle località comprese fra Lazio, Abruzzo, Marche ed Umbria dove nel Rinascimento ha avuto luogo una insospettabile fioritura artistica segnalata fin dagli anni cinquanta da Federico Zeri.

La mostra, grazie alla disponibilità della Biblioteca Comunale di Fermo, consentirà per la prima volta di ammirare anche vari fogli del Taccuino di Cola dell’Amatrice appartenuto all’eccentrico pittore e collezionista marchigiano Fortunato Duranti (Montefortino, 1787-1863): si tratta di una rara testimonianza giunta fino a noi che raccoglie studi dalle opere di altri autori, progetti, ricette per la fabbricazione di vernici e colori, indicazioni iconografiche che danno vita ad uno zibaldone indicativo della vasta cultura di Cola e del suo “modus operandi”.

Le tavole di Cola dell’Amatrice presenti nei Musei Civici di Ascoli Piceno, in vista della mostra, sono state oggetto di una ricognizione diagnostica effettuata dai tecnici dello spin off “A.R.T. and Co.”, attivato dall’Università degli Studi di Camerino nell’ambito del Corso in Tecnologia per la Conservazione dei Beni Culturali che ha sede nel capoluogo piceno: attraverso la riflettografia è stato possibile rilevare le profonde trasformazioni che l’artista stesso realizzò in corso d’opera e la tecnica disegnativa da lui utilizzata. Anche i pigmenti usati da Cola non sono più un mistero e possiamo finalmente conoscere con esattezza le sostanze da lui sfruttate per dipingere i suoi capolavori. I risultati di queste sofisticate indagini, certamente fondamentali per progettare interventi di restauro più consapevoli circa i materiali che caratterizzano i dipinti di Cola dell’Amatrice, si rivelano anche un importante strumento per accertare la autografia delle molte opere che compongono il suo vasto repertorio.

Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali

Quest’anno nell’ambito del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali (che si svolgerà dal 21 al 23 marzo 2018 nella storica sede di Ferrara, con il patrocinio del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ) prenderanno vita numerose iniziative che coinvolgono diverse realtà a livello nazionale e internazionale.

Alcuni dei focus accattivanti che il Salone propone sono: l’imperdibile presenza del celebre Opificio delle Pietre Dure di Firenze; il rinomato Premio Internazionale DOMUS Fassa Bortolo; le presentazioni dell’IBC (Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna) e della Regione Emilia-Romagna che illustreranno i restauri d’eccellenza sul territorio Emiliano; una mostra inedita sui Borghi Medioevali; il coinvolgimento delle Accademie di Belle Arti di tutta Italia;la mostra fotografica Summer Camp sulle colonie marine abbandonate della costa adriatica; la presenza della Cineteca di Bologna; il progetto di SMA (Sistema Museale di Ateneo) di Bologna che quest’anno si occupa dalla Camera Oscura di Adams, un oggetto databile fra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX; la partecipazione dei due clust-ER regionali ICC (Industrie culturali e creative) e EC (Edilizia e Costruzioni) che metteranno insieme le loro esperienze nel campo dei beni culturali; la conferenza di Letizia Caselli, Giulia Benati, Maria Pia Ricciardi e Daniela Di Martino sul restauro della Croce di Chiaravalle.

SALONE INTERNAZIONALE DEL RESTAURO DEI MUSEI E DELLE IMPRESE CULTURALI XXV EDIZIONE

– 21-23 marzo 2018, dalle 9.30 alle 18.00
– Ingresso con registrazione obbligatoria
– Quartiere Fieristico di Ferrara (Via della Fiera, 11)
www.ferrarafiere.it

Sarà previsto un servizio di navetta gratuito dalla stazione alla fiera.

Segreteria Organizzativa

ACROPOLI SRL
Capo Progetto
Carlo Amadori direzione@acropoli.com
Responsabile di Segreteria
Omar Marcacci omar.marcacci@salonedelrestauro.com
Ufficio Commerciale
Alessandra Filippini alessandra.filippini@salonedelrestauro.com
Segreteria
Francesca Bonsanto segreteria@salonedelrestauro.com
Ufficio Tecnico
Responsabile: Arch. Rossana Amadori rossana.amadori@salonedelrestauro.com
Arch. Ilaria Ierardi ilaria.ierardi@salonedelrestauro.com
Arch. Annalisa Giorgetti annalisa.giorgetti@salonedelrestauro.com
Catalogo
Alessandra Schiavi alessandra.schiavi@salonedelrestauro.com
Amministrazione
Deborah Amadori deborah.amadori@salonedelrestauro.com

Tel. +39 051 6646832 – 864310 – 8659338
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twitter: salonerestauro
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Il programma completo della manifestazione e l’elenco espositori saranno disponibili sul sito www.salonedelrestauro.com

Arte e Moda prendono forma

Sabato 17 marzo, dalle ore 19.30, si terrà la decima edizione di  “Arte e Moda prendono forma” alla Galleria Borbonica, l’happening ideato da Ludovico Lieto e organizzato da Visivo Comunicazione.

Performance artistiche si mescoleranno con la moda nelle profondità sotterranee di Napoli, lungo il percorso di “via delle Memorie” della Galleria Borbonica di via Morelli, gestita dall’Associazione Borbonica Sotterranea di Gianluca Minin. Una sposa contemporanea e attenta alle nuove tendenze quella che Atelier Nicola D’Errico mostrerà al pubblico, attraverso installazioni artistiche futuristiche dedicate alla collezione Bridal. Abiti preziosi e seducenti che esaltano la figura femminile, come opere d’arte affioreranno dalle viscere della terra per brillare nel sottosuolo napoletano. E ancora, “tableaux vivant” di modelle prenderanno corpo, lungo l’affascinate percorso sotterraneo, per mostrare le nuove preziose creazioni firmate Mello Gioielli. In programma per l’happening anche un abbinamento inconsueto: Arte e Motori.

L’artista “Weronique Art” realizzerà in estemporanea un bodypainting multiplo, ispirato al mondo dei motori e della auto, e più esattamente ai brand Alfa Romeo & Jeep, marchi di punta del Motor Village Napoli, partner dell’iniziativa.

In mostra una collettiva d’arte contemporanea sul tema “Galactica” a cura di Valeria Viscione e perfomance artistiche dal vivo, nuova tendenza dell’arte contemporanea che permetterà ai visitatori di entrare in contatto diretto con gli artisti e assistere al processo creativo di un’opera. Artisti in mostra: Bruia, Roberto Barberi, Nunzio Meo, Domenico Sepe, Gaetano Di Maiolo, Pietro Mingione, Stefania Sabatino, Viviana Di Leva, Sara Tonello, Mariella Ridda, Mario Cicalese, Mario Sepe, Gianpiero D’Alessandro, Grazia Famiglietti, Dario Bonifacio, ION, Petra Scognamiglio, Mauro Palumbo, Filomena Auzino, Vanna Veglia, Architettura Nuda di Francesco Scardaccione e fotografie di Mario Ferrara, Roberto Pierucci, Erica Settembre, Roberto Viccari.

Perfomance live di “Aerial Hoop” della compagnia Aerial District, performance/spettacolo di Fabulouskhate, “The Drone Experience” di Dario Di Franco, performance al trapezio del duo “Cloudy ropes” e ancora danza con “Imperfect Movement”, coreografato da Valeria Papale e la compagnia di danza contemporanea “Malaorcula” di Marcella Martusciello. Protagonista della serata anche “l’arte del gusto” con Alba catering, Vini Sorrentino, Olii Schinosa e la Pasticceria Capriccio di Raffaele Capparelli che stupiranno il pubblico con creazioni culinarie ispirate all’evento.

Partner dell’iniziativa: Atelier Nicola D’Errico, Motor Village Napoli, Mello Gioielli, Fineco Bank , Team Leo, Alba Catering, Sorrentino Vini, Accademia trucco Liliana Paduano, Olii Schinosa, CSF – Centro Servizi e Formazione, Pasticceria Capriccio.

Edizione “Galactica” per Arte e Moda alla Galleria Borbonica
Sabato 17 marzo 2018 – dalle 19.30 alle 22.30
Galleria Borbonica
Via D. Morelli c/o Garage Morelli, Napoli INFORMAZIONI

Pagina evento FB: http://bit.ly/2Fgcay4
Biglietti: http://bit.ly/2orXcxT
Sito web: www.visivocomunicazione.com

Mario Sironi e le illustrazioni per ‘Il Popolo d’Italia’ 1921-1940”

Dal 10 marzo al 3 giugno 2018 il Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art accende i riflettori sulla mostra “Mario Sironi e le illustrazioni per ‘Il Popolo d’Italia’ 1921-1940”, a cura di Fabio Benzi, organizzata in collaborazione con la Galleria Russo e MVIVA.

Una selezione di 100 opere scelte tra le quasi mille illustrazioni realizzate da uno dei più grandi esponenti dell’arte italiana del ‘900 per il quotidiano ufficiale del Partito Fascista. Un percorso di rilettura e riscoperta del talento artistico di Mario Sironi che mette in luce, in particolare, le sue doti di “disegnatore politico”. I suoi disegni ottennero un grande consenso tanto da essere considerati “una parte fondamentale della sua produzione artistica” senza la cui conoscenza risulta difficile comprendere appieno il corpus della sua produzione.

Le vignette di Sironi – vere e proprie opere d’arte realizzate perlopiù tra il 1921 e il 1927 usando tecniche come china, biacca, matita, tempera e collage su carta –, con la loro satira tagliente e la loro ironia pungente, hanno come bersaglio soggetti esclusivamente politici come i partiti avversari, a partire da quello socialista fino a quello popolare, senza dimenticare la vecchia classe governativa liberale, la stampa filodemocratica, le ricche democrazie dell’America, della Francia e dell’Inghilterra nonché il comunismo russo.

“Nelle illustrazioni per ‘Il Popolo d’Italia’ – scrive il curatore della mostra Fabio Benzi – colpisce la varietà infinita dei temi compositivi e iconografici, mai ripetuti ma invece reinventati quotidianamente, con una ricchezza di spessore visionario e simbolico, trasfigurante la realtà ma profondamente radicato in essa; così da costituire un unicum assolutamente straordinario nella storia dell’illustrazione”. Alcuni disegni originali sono colorati e per la gran parte accompagnati dai suoi commenti, “un sovrappiù tecnico ed espressivo, che è anche un’ansia di perfezionismo e una ricerca di assoluto”, un segno che “la passione politica è inscindibile da quella artistica ed estetica”.
La composizione grafica delle scene è sempre curata e calibrata: attraverso l’incrocio di sottili tratti di china o corposi segni di matita litografica costruisce forme e figure ben definite dando un effetto di maestosità, crudeltà, grottesco e caricatura – lasciando trapelare in questo caso l’ispirazione a maestri come Goya e a Galantara – o realismo a seconda delle necessità del tema trattato.
Con gli anni si nota un’evoluzione stilistica: le scene si semplificano e i soggetti, più spigolosi, acquistano una maggiore drammaticità, quasi scultorea, anche grazie all’uso calibrato della luce.

“La profonda partecipazione di Sironi alle idee fasciste – conclude Benzi – lo condusse a sublimarle in sintesi stilistiche monumentali, imperturbabili e inappellabili, contribuendo ad impostare un modello di propaganda utilizzato anche in modi assai banali e corrivi. Tuttavia in Sironi prevale sempre la meditazione sull’uomo, che egli rappresenta nei suoi sentimenti più aulici o comunque più totali: pensoso, ispirato, coinvolto dal dramma, magari disperato, ma sempre memore di una sua natura nobile, tendente all’assoluto”.

L’esposizione sarà arricchita da un documentario che aiuterà i visitatori a comprendere e contestualizzare al meglio le opere e il lavoro del Sironi “illustratore”.

La mostra ha ottenuto il patrocinio di Regione Toscana, Comune di Lucca, Opera delle Mura, Camera di Commercio di Lucca, Confindustria Lucca, Confcommercio Province di Lucca e Massa Carrara, Confesercenti Toscana Nord, Confartigianato Imprese Lucca con il supporto di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Gesam Gas+Luce.

Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art, Lucca
“Mario Sironi e le illustrazioni per ‘Il Popolo d’Italia’ 1921-1940”

a cura di Fabio Benzi
10 marzo – 3 giugno 2018

Organizzazione: Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art
In collaborazione con: Galleria Russo e MVIVA
Con il patrocinio di: Regione Toscana, Comune di Lucca, Opera delle Mura, Camera di Commercio di Lucca, Confindustria Lucca, Confcommercio Province di Lucca e Massa Carrara, Confesercenti Toscana Nord, Confartigianato Imprese Lucca
Con il supporto di: Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Gesam Gas+Luce

Per info:
Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art
Via della Fratta, 36 – 55100 Lucca tel. +39 0583 492180
www.luccamuseum.com info@luccamuseum.com

Orario mostra:
Da martedì a domenica ore 10-19
Chiuso il lunedì

Biglietti: intero 9 euro / ridotto 7 euro

Inaugurazione: 9 marzo ore 17.30

Ufficio Stampa
SPAINI & PARTNERS + 39 050 35639
www.spaini.it

Addetto Stampa Lu.C.C.A.
Michela Cicchinè +39 0583 492180 / + 39 339 2006519
m.cicchine@luccamuseum.com

Berlin Art Contest

Al via la prima edizione della mostra internazionale “Berlin Art Contest”, ideata e curata dal critico e storico dell’arte italiano Sabrina Falzone contro la violenza sulle donne con allestimenti e progetto grafico a cura dell’ingegnere Giuseppe Di Salvo.

L’esposizione sarà inaugurata l’8 marzo durante la Giornata Internazionale della Donna nel vivacissimo quartiere berlinese del Mitte con la partecipazione degli artisti Marjan Babaie Nasr, Claudio Barbugli, Agnese Cabano, Angela Cacciamani, Anna Castoro, Daniela De Candia, Luisa Finicelli, Frans Frengen, Claudia Marchi, Giulia Martino, Ninni Antonella Pecoraro e Massimo Savio.

Berlin Art Contest nasce dal desiderio di tutelare i diritti delle donne di ogni parte del mondo, contribuendo alla divulgazione di un diritto inalienabile: il rispetto. Questa mostra intende divulgare l’importanza di preservare il loro “diritto di respirare”, quello spazio vitale negato da chi considera ancora oggi la donna come un oggetto o una proprietà da maltrattare, usare, schiacciare o schernire.

La curatrice Sabrina Falzone asserisce che << se è vero che stiamo vivendo un’epoca quantomai moderna dove si auspicherebbe un elevato senso di civiltà, è altrettanto reale una radicata presenza della violenza nella nostra società che vede ancora scalfiti i diritti delle donne, decantati spesso dai media e dai social network. Le violenze sulle donne, soprattutto quelle psicologiche di cui si parla meno, proliferano dentro le mura domestiche, vengono nutrite dal silenzio e dalla paura. Non lasciano segni visibili ma lacerano il cuore, straziano fino a togliere la gioia di vivere e a volte persino la voglia di vivere, distruggono l’identità di una donna, la umiliano fino a toglierle la dignità. Chi è vittima di violenze psicologiche e vessazioni viene talmente distrutta interiormente al punto da non riuscire nemmeno a denunciarle. Le motivazioni del silenzio sono molteplici: dalla colpevolizzazione all’incredulità di subire violenza dal proprio uomo fino alla paura di ritorsioni.>>

Le opere in esposizione raccontano la violenza nelle sue terribili manifestazioni.
Parte del ricavato delle vendite sarà devoluto ai Centri Antiviolenza, che sostengono le donne di tutto il mondo.
Berlin Art Contest non è solo una mostra d’arte. È un progetto sociale, ancor prima che artistico, una voce scomoda per chi perpetra violenze sulle donne che mette in luce un problema di grande attualità: la fragilità e l’insicurezza maschili: uomini che per sentirsi “grandi” hanno bisogno di sminuire e maltrattare le donne.

Nella saletta interna dello spazio espositivo August 35 verrà allestita parallelamente la personale della pittrice attualmente in voga a Berlino, Veronika Ban, d’origine slovena ma d’adozione berlinese.
Visitabile fino al 13 marzo.

Info:
Vernissage: giovedì 8 marzo h.18.00/20:00
Indirizzo: August 35, Auguststr. 35, 10119, BERLINO
Orari di apertura dall’8 al 13 marzo: h.16.00/19.00; chiuso mercoledì
Ingresso libero

www.sabrinafalzone.info