Collezione Maramotti 2019

La Collezione Maramotti annuncia i progetti in programma per il 2019:

Phoebe Unwin
fino al 10 marzo 2019
Field, prima mostra personale in Italia dell’artista inglese Phoebe Unwin, costituita da una serie di nuovi disegni e dipinti realizzati appositamente per la Pattern Room della Collezione.

Rehang
dal 3 marzo 2019 – permanente
Per la prima volta dall’apertura al pubblico della Collezione Maramotti nell’ottobre del 2007 dieci sale del secondo piano dell’esposizione permanente saranno riallestite per accogliere alcuni dei progetti presentati nei primi dieci anni di apertura: Enoc Perez (2008), Gert & Uwe Tobias (2009), Jacob Kassay (2010), Krištof Kintera (2017), Jules de Balincourt (2012), Alessandro Pessoli (2011), Evgeny Antufiev (2013), Thomas Scheibitz (2011), Chantal Joffe (2014), Alessandra Ariatti (2014). Questa serie di esposizioni personali offre una panoramica, seppur parziale, sul work in progress portato avanti dalla Collezione attraverso l’invito ad artisti italiani e internazionali – in un momento particolare nello sviluppo della loro ricerca – a realizzare un nuovo corpus di opere da presentare al pubblico e che, successivamente, sono entrate a far parte del patrimonio. Questo riallestimento è accompagnato da una piccola mostra temporanea, a piano terra, di documenti, libri e opere dai nostri archivi e dalla nostra biblioteca.

Mostra in corso di definizione
14 aprile – 28 luglio 2019
in occasione del Festival di Fotografia Europea

Helen Cammock
13 ottobre 2019 – febbraio 2020
Helen Cammock è la vincitrice della settima edizione del Max Mara Art Prize for Women, in collaborazione con Whitechapel Gallery. La sua proposta per il premio si concentra sull’espressione del lamento. Riflettendo su un aspetto centrale del suo lavoro, Cammock si focalizzerà sull’espressione delle emozioni nella cultura italiana. L’artista esplorerà voci femminili nascoste nelle storie raccolte durante la residenza in Italia, con l’obiettivo di creare un lamento collettivo che rifletta il nostro tempo. La mostra includerà video, performance, fotografie, incisioni e un libro d’artista.

Mona Osman
13 ottobre 2019 – febbraio 2020
Mona Osman è una giovane pittrice che vive e lavora nel Regno Unito. I suoi dipinti entrano in dialogo l’uno con l’altro, ogni opera risponde a un’altra nello stesso modo in cui si relazionano le figure al loro interno. Con riferimenti a Klimt, Mondrian ed Ensor e con un vocabolario visivo i cui simboli sono strettamente correlati, Osman mira a una verità universale attraverso la quale la connessione degli elementi o la loro comprensione diventi possibile, sviluppando allo stesso tempo una logica interiore potenzialmente condivisa. L’artista produrrà un nuovo progetto per la Collezione, prendendo ispirazione dai filosofi esistenzialisti e dalla Bibbia.

Performance site specific
autunno 2019
in collaborazione con I Teatri di Reggio Emilia – Aperto Festival

Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia
Tel. +39 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
collezionemaramotti.org

BROKEN NATURE SYMPOSIUM

Lunedì 14 gennaio 2019, dalle 14.00 alle 19.30, un mese e mezzo prima dell’apertura della XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival, il Museum of Modern Art ospiterà il secondo simposio dedicato a Broken Nature, che analizzerà il concetto di design ricostituente.

Relatori: Maurice Cox, Teddy Cruz, Heather Davis, Karthik Dinakar, Susannah Drake, Fonna Forman, Ursula K. Heise, Antonia Juhasz, Neri Oxman, Cara Smyth e Dori Tunstall.

Attingendo ad architettura, urbanistica, geopolitica, linguistica e ad altri campi di ricerca interconnessi, il simposio mostrerà la potenzialità del design di riparare i legami interrotti tra gli esseri umani e la natura e offrirà uno scambio dinamico di opinioni attraverso presentazioni, tavole rotonde, un dibattito e contributi video.

Al termine del simposio, la serata si concluderà con la proiezione del film Winged Migration (2001) di Jacques Perrin, dalle 20.30 alle 22.15.

Il simposio sarà trasmesso in live streaming sulla pagina youtube.com/triennalevideo e su facebook.com/latriennale.

Scopri qui il programma dettagliato.

XXII Triennale di Milano
Broken Nature: Design Takes on Human Survival
1 marzo – 1 settembre 2019

Lodovico De Pietri

Lodovico De Pietri nasce a Quattro Castella il 7 aprile 1932. Inizia a dipingere nel 1946 sotto la guida del pittore A. Bottazzi. Tre anni dopo vince a Reggio Emilia il Concorso riservato ai “Giovani Emiliani”.

La pittura del silenzio

Nel 1950 si iscrive al Corso di disegno diretto dal Prof. Carlo Destri, presso la Scuola d’Arte G. Chierici. Nel 1951, tiene la prima personale presso la Biblioteca Comunale di Reggio, negli anni successivi espone in diverse città italiane: Modena, Bologna, Torino, Roma. Nel 1965, dopo una personale a Marsiglia, si aprono le porte della Francia. Espone a Carcassonne e poi a Parigi dove gli viene conferito un Diploma d’Onore e in seguito una medaglia di bronzo e una d’argento.

Nella sua vita artistica riceverà altri premi e riconoscimenti. Nel 1972 espone a Nizza, Biarritz, Dauville, nel 1975 a Firenze e a Reggio Emilia. Nel 1979 espone a Pescara con la pittrice L.G. Jvanchic, con la quale in seguito collaborerà. Nel 1985 espone nella Rocca di San Polo d’Enza, tre anni dopo al Centro Culturale di Quattro Castella. Nel maggio del 1989 partecipa ad una collettiva alla Galleria Delpha e in luglio al Salon “Pentre ed Sculptures du Cercle des Arts de Paris” a Parigi. Lo stesso mese tiene una personale organizzata dal Comune di Pelizzano di Trento.

Partecipa, poi, a diverse esposizioni in Francia: Salon d’Hiver e Salon degli Artisti Francesi al Grand Palais des Champs Elysées, al 38° Salon de Charenton –Unione Nazionale Artisti Francesi di Parigi. Dal 1990 è Socio Onorario al Salon Indipendent Grand Palais Parigi. Nel 1991 tiene una mostra presso la Rocca di San Polo d’Enza. Sue opere sono presenti nella Sede del Credito Emiliano, dell’Unicredit, ed in altri luoghi e Chiese del reggiano. Lodovico De Pietri vive e lavora a S. Polo d’Enza in località Madonna della Battaglia.

La Galleria Comunale d’Arte contemporanea L’Ottagono di Bibbiano (RE) ospita, da quest’oggi al 27 gennaio , la mostra “Lodovico De Pietri: la pittura del silenzio” a cura di Silvio Panini, prima mostra del nuovo ciclio annuale di mostre alla Galleria.

Inverno in quota

Lo spazio MADE4ART di Milano inaugura il nuovo anno espositivo con Inverno in quota, mostra personale dell’artista fotografo Guido Alimento (Macerata, 1950) a cura di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo. In esposizione una selezione di scatti realizzati tra il 2011 e il 2018 sulle Alpi al confine tra Italia – Val di Susa (Bardonecchia) e Francia – Valle della Clarée.

Le cime delle montagne innevate seminascoste da nubi e foschia, i riflessi e le trasparenze che caratterizzano la trasformazione dell’acqua in ghiaccio, le macchie di colore lasciate dalle foglie cadute sul candore della neve: le immagini catturate dall’obiettivo di Guido Alimento si rivelano essere un vero e proprio omaggio all’inverno, nel rigore delle forme e delle geometrie create dalla natura, nella purezza assoluta degli elementi naturali e nel silenzio che sembra scaturire da uno scenario ricco di poesia e incanto. L’inverno, stagione di una morte apparente che cela in realtà riposo e rigenerazione, diviene con le fotografie di Guido Alimento simbolo del ciclico rinnovarsi della vita e della prossima rinascita della natura.

Inverno in quota, con data di inaugurazione mercoledì 9 gennaio 2019, rimarrà aperta al pubblico fino al 31 dello stesso mese; media partner della mostra Image in Progress.

Guido Alimento. Inverno in quota
a cura di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo
9 – 31 gennaio 2019
Inaugurazione mercoledì 9 gennaio, ore 18
Lunedì ore 15.00 – 18.30, martedì – venerdì ore 09.30 – 13.00 / 15.00 – 18.30
MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
Via Voghera 14, 20144 Milano
www.made4art.it, info@made4art.it, t. +39.02.39813872
Media Partner Image in Progress

Scopri le opere di Guido Alimento sul sito Internet MADE4EXPO
www.made4expo.it
la nuova galleria d’arte online di MADE4ART
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SELFIE – Searching for Identity

Scrive Sandro Bongiani a proposito della mostra “SELFIE / Searching for Identity” : “Mai prima d’oggi l’uomo si era trovato di fronte a una situazione di “s-naturazione totale” come ai nostri giorni.

La civiltà tecnologica ha sconvolto il normale rapporto uomo-natura, frantumato il consueto concetto di spazio/tempo e consolidato il senso della perdita. La rapidità e l’accelerazione della nostra esistenza ha condizionato negativamente tutta la civiltà moderna. L’isolamento del nostro tempo da quello della natura, il movimento continuo e nomade dei nostri spostamenti è diventato un elemento essenzialmente “artificiale” non più legato ai normali ritmi.

La dimensione spazio-tempo della terra e dell’universo si è contratta a tal punto da cedere il passo alla velocità della trasmissione televisiva in tempo reale in una dimensione essenzialmente “immateriale” e inoggettiva. Una società capitalistica che ha perso i consueti punti di riferimento e ha creato la costrizione e il grande vuoto dell‘uomo contemporaneo; ormai nulla è misurabile, non esistono più neanche modelli stabili. Viviamo in una situazione molto precaria dove gli spostamenti, le comunicazioni in tempo reale, la televisione, l’uso distorto dei social come Facebook, Instagram, il paranoico e maniacale selfie fotografico, assieme ad altri fattori contingenti hanno modificato e cancellato l’identità di ognuno di noi.

Spesso cambiamo l’identità di ciò che siano a seconda, del contesto in cui ci troviamo utilizzando gli stessi gesti e lo stesso linguaggio, forse per paura di essere emarginati; abbiamo paura di apparire “diversi” dagli altri e quindi guardiamo l’altro” nel tentativo di essere la stessa persona. In questo confronto vi è l’urgenza di ridisegnare i contorni dell’io, l’io e l’altro sono continuamente coinvolti e condizionati in un processo trascorrente e indeterminato di definizione e rimodulazione. L’alterità significa confronto tra l’io e l’altro e ci suggerisce somiglianza, differenza e modo di stabilizzare un’identità. Inoltre, è anche la capacità di cambiare, di attraversare i confini certi e diventare “altro”.

Con l’alterità si creano nuovi confini, ma anche nuovi limiti. Con l’assimilazione e la simulazione si tende a eliminare la distinzione e la diversità in un processo in base al quale l’alterità dell’altro (o la nostra), viene chiamata ad uniformarsi. Per certi versi, l’uomo contemporaneo perpetua i concetti di assimilazione, di somiglianza e di diversità. Tuttavia, “essere” significa non uniformarsi a nessuno; non desiderare di raggiungere la somiglianza in alcuna cosa.

La perdita dell’identità dell’uomo contemporaneo ormai assuefatto a modi precostituiti e imposti dal sistema sociale genera confusione e dissociazione in questa società carica di profondi cambiamenti culturali, sociali e politici, segnata dall’alterità e dai nuovi e possibili modi nella costruzione dell’io, smantellando i consueti concetti tradizionali sostituiti da nuove e provvisorie percezioni e dal nuovo modo di relazionarsi; non più l’immagine di come siamo, ma come possiamo “essere” sostituendo all’immagine di se stesso quella riflessa e appetibile dell’altro. Tutto ciò fa apparire l’uomo complicatamente inespressivo e inutile. Solo l’artista, da bravo e curioso analista, mette a nudo l’uomo di fronte a se stesso, al suo specchio culturale e sociale, facendo intendere come la tecnologia odierna abbia sconvolto definitivamente in nostro vivere.

Con ciò non desidera affatto costruire l’io come registrazione del bello, bensì come possibilità per accedere ad un livello più profondo di coscienza nella realtà, definendo un modello molto più concreto rispetto alla convinzione di un modello stereotipato e anonimo dell’attuale presente, imposto e condizionato attraverso la pubblicità e gli strumenti di persuasione occulta. Viviamo in un’epoca uniformata con esseri profondamente omologati e scissi, caratterizzati da una profonda dissociazione dalla realtà che condiziona pesantemente il nostro vivere. L’uomo potrà tentare di superare i suoi limiti e le sue certezze ma, non dovrà perdere la coscienza di sé, del suo “io personale” e la differenza “dell’altro”.

L’essere ridotto a una dimensione evidenzia in modo problematico la propria fragilità condividendo la similitudine, la ripetitività, la somiglianza dell’altro e negando la conoscenza di un io che non riesce e non desidera definirsi e consolidarsi in forme più stabili. Di certo, questi condizionamenti accettati ormai per consueti e normali smantellano la costruzione di un io personale accettando passivamente i luoghi comuni e preferendo un falso modo di essere nel tentativo estremo di appropriazione di una pseudo unità per trovare se stesso. Non è un caso, se abbiamo utilizzato volutamente, per la prima volta in una nostra mostra virtuale, una ricercata cornice di grande fattura e bellezza, ciò vuol far riflettere sulla precaria condizione del singolo individuo che demanda supinamente all’apparenza dell’altro, in questo caso la cornice, il ruolo prioritario di gestire e dare corpo alla propria visibilità.

Un’individualità del tutto lacerata che non riesce a ritrovare una sua dimensione logica. Nel sentirci smarriti e indifesi siamo tutti costretti a scrutarci allo specchio del nostro “io impersonale” alla ricerca di una qualsiasi identità anonima e sterilizzata, ma perfettamente aderente alla precarietà del nostro esistere e di come siamo diventati.”

 

SELFIE / Searching for Identity

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY
Inaugurazione: venerdì 28 dicembre 2018,ore 18.00

Via S. Calenda, 105/D – Salerno, Tel/Fax 089 5648159
e-mail: bongianimuseum@gmail.com

Web Gallery: http://www.collezionebongianiartmuseum.it
Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00

Fruit Indie Publishing 2019

Fruit Exhibition, il festival dell’editoria d’arte indipendente di Bologna, in collaborazione con Favini, storica cartiera italiana, è lieto di annunciare la prima edizione del premio FIP – Fruit Indie Publishing rivolto ai migliori prototipi di libro artistico, progetti editoriali indipendenti e zines da stampare su carta Favini.

Il concorso è gratuito e rivolto a tutti gli artisti e editori che presenteranno entro il 15 marzo 2019 un progetto editoriale inedito che indaghi lo humor e che si distingua per la ricerca tecnica e formale in relazione ai contenuti.

Lo “humor” che sarà il tema guida della settima edizione di Fruit Exhibition, è l’arte di far sorridere, di far vedere le cose da un punto di vista insolito e spiazzante, con intelligenza, originalità e al contempo con leggerezza.

Si può partecipare al bando presentando entro e non oltre le ore 12.00 del 15 marzo 2019 una o più proposte editoriali in formato digitale utilizzando qualsiasi tecnica.

Scopo del concorso è far emergere la diversità e la vivacità espressiva del settore editoriale indipendente, per incoraggiare e omaggiare tutti gli artisti e creativi che hanno scelto il libro o la rivista come forma d’espressione, in quanto media e oggetto d’arte tradizionale e al contempo d’avanguardia.

Il premio FIP, offerto dall’azienda Favini srl, consiste nel supporto alla pubblicazione per un valore di 1.000 euro. La pubblicazione vincitrice avrà inoltre la possibilità di entrare a far parte del bookshop itinerante di Fruit Exhibition.

Sarà premura dell’organizzazione promuovere e divulgare il progetto vincitore e gli eventuali altri progetti segnalati dalla giuria con i relativi autori, attraverso la rete di comunicazione del festival e dei partners e media partners che hanno aderito all’iniziativa.

Per ulteriori informazioni visita www.fruitexhibition.com e scrivi a segreteria@fruitexhibition.com

Ufficio stampa: press@fruitexhibition.com | +39 349 1250956

Programma espositivo 2019 del MASI di Lugano

Dalle luminose cromie di Hodler e Segantini al poliedrico geometrismo di Giacometti, passando per Gertsch, Gauguin e Munch: nell’arco del 2019, il Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI), Lugano, getta luce sugli ultimi due secoli di arte svizzera, con un occhio di riguardo alla scena artistica emergente elvetica, presentando il lavoro del giovane artista Julian Charrière, e anche alla grande fotografia internazionale rappresentata dallo statunitense William Wegman.
 
 Surrealismo Svizzera  
dal 10 febbraio al 16 giugno 2019
 
Organizzata in collaborazione con l’Aargauer Kunsthaus, la mostra indaga, in un’ampia retrospettiva sul Surrealismo svizzero, sia l’influenza che il movimento ha avuto sulla produzione artistica elvetica, sia il contributo degli artisti svizzeri nel definire il Surrealismo in modo globale. Alcuni artisti in mostra: Hans Arp, Alberto Giacometti, Paul Klee, Meret Oppenheim.
 
 
 Hodler – Segantini – Giacometti : Capolavori della Fondazione Gottfried Keller 
dal 24 marzo al 28 luglio 2019
 
In collaborazione con il Museo nazionale svizzero di Zurigo e l’Ufficio federale della cultura, il MASI riunisce dopo oltre 60 anni i principali capolavori della prestigiosa collezione d’arte della Fondazione Gottfried Keller, normalmente dislocati nei musei svizzeri. Il percorso espositivo ripercorre le tappe salienti della storia dell’arte svizzera degli ultimi due secoli, con opere di Ferdinand Hodler, Alberto Giacometti e il maestoso Trittico delle Alpi di Giovanni Segantini.
Quest’ultimo, ceduto in prestito una sola volta negli ultimi cent’anni, rimarrà in seguito al centro di uno allestimento dedicato.
 
 
 Gertsch – Gauguin – Munch : Cut in Wood 
dal 12 maggio al 22 settembre 2019
 
In occasione dell’imminente 90esimo compleanno di Franz Gertsch, il MASI invita l’artista a concepire una mostra dedicata alla sua stessa opera. Ne nasce un sorprendente incontro tra le monumentali xilografie di Gertsch e le incisioni su legno di due artisti, che sono stati per lui molto più che dei precoci rivoluzionari della tecnica xilografica, Paul Gauguin e Edvard Munch.
Nonostante la distanza storica e le differenze stilistiche, i tre artisti rivelano profonde e inaspettate affinità, che oltrepassano ampiamente la sola condivisione della tecnica. 
 
 
 Sublime : Luce e paesaggio intorno a Giovanni Segantini 
dal 25 agosto al 10 novembre 2019
 
Il celebre Trittico delle Alpi di Giovanni Segantini, dopo essere stato esposto nella precedente mostra Hodler – Segantini – Giacometti. Capolavori della Fondazione Gottfried Keller, viene ora messo in dialogo con opere della collezione del MASI, in un allestimento che ripercorre la pittura di paesaggio e la sua evoluzione fino ai giorni nostri.
 
 
 William Wegman: Being Human 
dall’8 settembre 2019 al 6 gennaio 2020
 
Il MASI, in collaborazione con la Fondation for the Exhibition of Photography, presenta William Wegman: Being Human, una grande mostra dedicata al celebre fotografo americano. Wegman, che occupa una posizione particolare nell’arte contemporanea, ha sviluppato il suo linguaggio fotografico sul rapporto con i suoi cani Weimaraner, abbinando allo sguardo documentaristico un’attenta scenografia e un sottile senso umoristico. La mostra Being Human conta un centinaio di opere che evidenziano l’abilità del fotografo a creare immagini allo stesso tempo divertenti, impressionanti e surrealiste.
 
 
 Julian Charrière : Towards No Earthly Pole 
dal 27 ottobre 2019 al 14 marzo 2020
 
Il MASI presenta uno dei più innovativi artisti svizzeri della sua generazione: Julian Charrière. Attraverso una serie di nuovi lavori, tra video, fotografie ed installazioni, toccando la storia della scienza, lo sviluppo della cultura dei media, il romanticismo dell’esplorazione e la crisi ecologica contemporanea, la mostra indurrà ad una meditazione visiva e concettuale sull’immaginario geografico contemporaneo.
 
 
 Riapertura di Palazzo Reali 
dal 6 ottobre 2019
 
In autunno, il MASI vedrà nuovamente aperta la sede storica di Palazzo Reali, in precedenza sede del Museo Cantonale d’Arte, che ospiterà mostre temporanee e allestimenti della collezione, , in parallelo alla sede del LAC. La riapertura, prevista per il 6 ottobre, vedrà allestita una mostra dedicata ai capolavori della Collezione del Museo.
 
 
 Collezione Giancarlo e Danna Olgiati 
Parte del circuito museale del MASI Lugano, la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati apre periodicamente al pubblico per mostrare allestimenti e installazioni temporanee volti ad approfondire le linee guida della raccolta. Due saranno gli appuntamenti del 2019.
 
 
 
 A Collection in Progress 
dal 31 marzo al 16 giugno 2019
 
La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati presenta un nuovo e inedito allestimento di A Collection in Progress con nuove acquisizioni, tra cui importanti opere di Günther Förg, Pino Pascali, Ugo Rondinone, Harold Ancart, Christopher Wool e Markus Raetz
 
 
 
 Marisa Merz 
dal 22 settembre 2019 al 12 gennaio 2020
 
La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati inaugura la stagione autunnale con una prestigiosa mostra monografica dedicata ad un’importante esponente dell’arte contemporanea italiana, Marisa Merz, prodotta e curata in collaborazione con la Fondazione Merz, in parallelo a un nuovo e inedito allestimento di A Collection in Progress.
 
 
 
Contatti stampa
LAC Lugano Arte e Cultura
Ufficio comunicazione
+41 (0)58 866 4214
lac.comunicazione@lugano.ch
 
Per l’Italia:
ddl+battage
 
Alessandra de Antonellis
+39 339 3637388
alessandra.deantonellis@ddlstudio.net
 
Margherita Baleni
+39 347 4452374
margherita.baleni@battage.net 
 
 

Le Rouge et le Noir

MADE4ART di Milano presenta dal 17 dicembre 2018 all’ 8 gennaio 2019 Le Rouge et le Noir, speciale progetto artistico che riunisce sei artisti caratterizzati da differenti sensibilità artistiche e specificità tecniche esponendo una selezione di opere pittoriche ispirate al rapporto tra il rosso e il nero.

Protagonisti della mostra Giusella Brenno, Martino Brivio, Josine Dupont, Sara Montani, Francesco Sandrelli, Roberto Tomba: la mostra è un vero e proprio omaggio a un colore, il rosso, da sempre legato a concetti quali “emozione”, “amore”, “passione”, “calore”, impiegato dagli artisti sin dai tempi più antichi per rappresentare sentimenti profondi e intensi legami affettivi; accanto al rosso, il nero, che incarna l’antitesi, il mistero, il silenzio, gli aspetti più intimi e nascosti della nostra interiorità. Il rosso e il nero sorprendono e coinvolgono l’osservatore, rappresentando con il loro accostamento, la loro inevitabile contrapposizione e l’incontro con gli altri colori le infinite sfumature delle emozioni umane.

Le Rouge et le Noir, con data di inaugurazione lunedì 17 dicembre, sarà aperta al pubblico con gli orari di apertura dello spazio dal 18 al 21 dicembre e il 7 e l’8 gennaio; su appuntamento durante il periodo delle Festività natalizie.

Le Rouge et le Noir
Giusella Brenno, Martino Brivio, Josine Dupont,
Sara Montani, Francesco Sandrelli, Roberto Tomba
17 dicembre 2018 – 8 gennaio 2019

Inaugurazione lunedì 17 dicembre, ore 18.30
Orario apertura: 18 – 21 dicembre e 7 – 8 gennaio ore 10 – 13 e 15 – 19
Durante il periodo delle Festività la mostra sarà aperta al pubblico su appuntamento

MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo
Via Voghera 14, 20144 Milano
www.made4art.it, info@made4art.it, t. +39.02.39813872

Apologia del nudo

Scrive Gaetano Mongelli a proposito del Maestro, pittore Amedeo Del Giudice e della sua mostra personale allo Spazio START di Giovinazzo (BA) : ” La lunga stagione del Novecento si è esaurita trascinando con sé, tra ascese inebrianti e precipitose cadute, i miseri avanzi delle sue utopie. Azzerando, di conseguenza, ogni possibile sospetto di omologazione e di appiattimento della coscienza creativa che, suffragata da un massimalismo ideologico di dubbia vocazione democratica (per aver imposto, a destra a manca, le ragioni dei più a scapito delle istanze della creatività individuale), rendeva difficile o addirittura negava alla radice la sacrosanta ricerca della propria identità.

Uno status inaccettabile, tanto penalizzante da impedire ai singoli l’affermazione del proprio punto di vista: secondo un bisogno di autonomia imprescindibile per chiunque voglia camminare con le proprie gambe e pensare con il proprio cervello. Un’autonomia che sdoganata dalla gabbia dei pregiudizi (all’insegna di affondi semanticamente penetrabili, benché carichi di una straordinaria forza emblematica), caratterizza – per vocazione naturale – la pittura di Amedeo Del Giudice: protagonista silenzioso, attivo da oltre cinquant’anni tra quegli operatori dell’immagine spesso emarginati dalla cosiddetta «critica elitaria»; ma solitamente coniugata in,majestate,da «Soloni di turno» – di volta in volta intruppati e faziosi – che,poi, di elitario in sostanza hanno ben poco.

Dal momento che, con sempre più insistita frequenza e per varie ragioni, disertano il più rischioso dei loro compiti. Ché, tutto sommato, è quello di aiutare a comprendere ad angolo giro, senza preclusioni mentali o vizi di forma, il mondo della visione scandagliandone i più nascosti ed enigmatici recessi. Un mondo che, da pittore nato, Del Giudice ha puntualmente messo al riparo dalle sopraffazioni, dai conflitti e dalle macerie del secolo scorso. Riscattando allo scoperto il desiderio «di navigare sulle rotte dell’antico», in veste di nocchiero mai sazio di cultura figurativa: una sapientia «tam antiqua et tam nova» che, pur secolarizzata, non solo dà risposte all’Edipo di turno, ma continua a porgli domande.

Difendendo scrupolosamente, lo vedremo nel prosieguo, la rappresentazione del reale e del simbolico, dell’immaginario e del mondo degli impulsi. E anteponendo, perciò, le alchimie del Passato alla sperimentazione di nuove impuntature lessicali.Quelle che, alla resa dei conti, nulla o quasi avevano da spartire con la vertiginosa, e solo di rado «alternativa», parabola del modernismo.Un periodo controverso come pochi per aver privilegiato sulla sua strada il momento progettuale all’operazione estetica. Ché, muovendosi a senso unico in questa direzione di marcia, attribuiva a ciò«il merito esclusivo dell’invenire».

Vi sono, infatti, modi e modi d’essere moderni. Ma il più rodato, certo il più clamoroso – in virtù della sua congenita, e sovente preconcetta, iconoclastia – è e rimane quello che fa tabula rasa di miraculae mirabilia, rinvenienti – appunto – dal Passato. Sia profanando alla luce del sole il senso più autentico e ancestrale della tradizione, sia negando a spada tratta e senza mezze misure la centralità dell’uomo e, con essa, la natura e la realtà che ci circonda. È l’avventura, va da sé, delle avanguardie che, pur stimolanti ed impulsive, sanno suscitare – nel proprio alveo –«piani inclinati dove anche chi non ha fiato per correre può scivolare», portato via dai flussi spumeggianti e incontrollabili della corrente.

Eppoi, questo Del Giudice lo sa bene, c’è un modo più autentico e coerente di vivere le inquietudini, le contraddizioni e le rare estasi del nostro tempo. Di ascoltare interrogativi che, consapevoli del mistero che ci avvolge, non possono restituirci risposte certe. Perché, già dagli esordi, la strada intrapresa dal pittore campano(cercando di trarre per osmosi dal passato la rilettura del presente), non ammetteva improvvisazioni per così dire «presuntuose» o tali da legittimare un facile e superficiale epigonismo.

Optando, in primo luogo, per la costruzione sontuosa dell’«imposto»da rendersi persuasivo e convincente dal punto di vista connotativo. Si vedano, ad esempio,i suoi Nudi muliebriconcepitia mo’ di sirene tentatrici che finiscono per ammaliarci, incidendo – psicologicamente – sulla durata e sulla persistenza del «rimembrare»: come fossero parole, non solo icone, capaci di imprimersi nella nostra mente senza doppismi o arbitrarie forzature. Parole immediatamente comunicanti la realtà di cui sono portatrici.

Una realtà che, d’altro canto, traguarda la mera prospettiva del Nudo per il Nudo, approdando metaforicamente in una dimensione «altra» del racconto: in un territorio privilegiato della memoria che restituisce fotogrammi surreali o interni di ambienti dalla configurazione essenziale ed onirica. Ambienti dove fugaci ed improvvise accensioni di luce, nella penombra di ammutoliti proscenî, compongono – sulla preziosa texturedei dipinti – presenze e «apparizioni» di donne:seducenti creature, ripescate dal mare magnum di archetipi ormai trascorsi, sebbene ancora palpitanti.

Avvolte in un’aura che non conosce la mortificante tirannia del tempo, mentre tesse allegorie che – trafitte dai dardi di Eros – parlano di «grazia», accanto alla complice voluttà che spinge i Figli di Adamo verso l’«eterno femminino», traduzione di dasEwig – Weibliche: la locuzione goethiana che esprime la femminilità nella sua immutabile essenza. Lo si desume, in particolare, da un’opera in cui la figura muliebre si sporge in avanti, schermando con una mano – per una sorta di malcelato pudore – la propria nudità: imago emblematicamente ispirata all’Eden della contemporaneità, non senza supporti concettuali derivati dai testi sacri della nostra storia. Dalla Cacciata dei progenitori che Masaccio affrescò non oltre il 1427 nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze (Genesi, 3, 8-24), alla borghesiana Veritas filiaTemporis.Un marmo, immaginato per un progetto più sofisticato ed articolato, che Gianlorenzo Bernini – caduto in disgrazia presso la corte papale per i fatti del Campanile di San Pietro (di cui, in seguito, fu deciso l’abbattimento) – scolpì dopo il febbraio 1646 «per autodifesa» contro i suoi detrattori negli anni del pontificato di Innocenzo X Doria – Pamphilj.

A dimostrazione del fatto, ove occorresse ribadirlo, che il passato si riassapora, non si rimastica. Perché fa parte a tutti gli effetti di un continuum storico che non può mai dirsi compiutamente esperito: e che, pertanto, non è né antico né moderno, ma assolutamente presente. Una precisazione che estenderei pure al Nudo sdraiato di spalle, evocato sotto traccia dalla Venere allo Specchio (Londra, National Gallery), che Velázquez dipinse presumibilmente nel 1651, dopo il secondo viaggio in Italia. L’unico nudo che ci sia rimasto della sua produzione: forse da identificare con quello della pittrice Flaminia Trivia, amante – come si sa – del maestro spagnolo, da cui ebbe un figlio.

Ma questa è un’altra storia. In grado, però, di far luce sulle tangenze culturali di Del Giudice, sul suo lirismo intriso di attese e di silenzi pensosissimi; di rassegnate contemplazioni; di corpi denudati da una Vanitas perennemente giovane e verginale; di rifugi scavati nelle cortine di un tempo che è al di fuori del tempo. E, per finire, di allusioni desumibili dalla straordinaria potenzialità dell’aliquid pro aliquo, racchiuso nella carrellata simbolica che Amedeo destina ai suoi personaggi per differenziarli – uno per uno – sullo schermo dell’apparenza.

Dal momento che l’indeterminatezza dei simboli, adottati a tal fine da Del Giudice, assume un significato di più ampio spettro. Poiché, al contrario dell’allegoria, il simbolo si interpreta e reinterpreta pure inconsciamente, realizzando così «la fusione dei contrari» e «comunicandoci perfino l’indicibile».Anche lanciando, in chiave criptica, segnali che vanno colti per quel che sono.A metà strada tra la rivelazione e l’«inespresso», tra il sogno che attende il risveglio, tra il «definibile» e il «definitivo»: segnali riscontrabili per analogia nelle opere esposte a Giovinazzo che, tra le altre cose, attingono nuove sostanze iconografiche ed ulteriori spunti ideativi dal pozzo senza fondo della simbolica classica.

Cominciando dal rosso che «insanguina» un racemo di amorini neorinascimentali di vaga ascendenza raffaellesca, posti vis-a-viscon la carcassa putrescente di un pesce verde, bavoso e deliscato: una sorta di illustrazione, sciolta negli acidi del dissenso, in cartapecorita come può esserlo la copertina di una cinquecentina intrisa di umidità;un’affiche dal fondo cremisi, come il colore della stagnola che avvolge un torroncino da scartare a Natale; un «manifesto» che, in definitiva, esplicitandosi con cadenze argute e spiazzanti si trasforma in un messaggio subliminale: in una vera e propria «manifestazione» di sé.

Un messaggio che, a dar retta all’economia complessiva del discorso, include altri «accidenti» figurativi, non meno intriganti e fascinosi. Al pari della colonia di Meduse che invade il paesaggio visivo di un’adolescente: transfert simbolico,e non terribilistico, che dalle mostruose Gorgoni (Medusa, Eurialo, Steno) giunge ai giorni nostri solcando le acque insulari della Grecia; simulando le deformazioni della psiche, «dovute alle forze pervertite di tre pulsioni: socievolezza, sessualità, spiritualità».

La Medusa,della «stagnazione vanitosa», della colpevolezza che si alimenta e prende forza «dalla vana gloriosa esaltazione dei desideri». La Medusa che va combattuta sforzandosi di realizzare sulla Terra «la giusta misura, l’armonia»: un auspicio ben indicato dal fatto che, a mo’ di rifugio, il Tempio di Apollo, dio dell’Armonia, fosse aperto ai perseguitati dalle Gorgonie dalle Erinni. La stessa Medusa dallo sguardo pietrificante, la cui testa – secondo la narratio ovidiana – fu mozzata da Perseo, eroe protetto da Pallade Atena (Metamorfosi, IV, 769-803).

Un «accidente» iconografico, quindi, uno fra tanti che trova il suo pendantideale nella Melancholia I. Ovvero nella Malinconia,di saturnina derivazione, che Amedeo Del Giudice riprende dal Dürer: un’incisione a bulino (mm 289 x 239), che il maestro tedesco monogrammò e datò al 1514, densa di riferimenti esoterici provenienti dall’«immaginario alchemico», tra cui il «quadrato magico». Ennesima e dirompente manifestazione di uno stato d’animo inquieto, sempre in bilico tra pensiero e azione,mentre popola una lastra di simboli che attendono il risveglio dall’ oscurità. La rinascita di un’umanità che «deve ritrovare le proprie ali per giungere ad una condizione angelica nella quale tutto è luce e alba. E comprensione del mondo».”

APOLOGIA DEL NUDO AD OGNI COSTO
Note su Amedeo Del Giudice, pittore.
A cura di Massimo Nardi
Presentazione critica di Gaetano Mongelli
Art director Franco Cortese
Presso la galleria d’Arte Contemporanea Spazio START
Via Cattedrale 14 Giovinazzo (Ba)
Vernissage il 18 dicembre 2018 alle ore 19:00
Info 389 1911159

Tra Cielo e Terra

In occasione dei festeggiamenti del Natale molfettese 2018: “Il Natale tra saperi e sapori” l’associazione AS.SO art in collaborazione con il comune di Molfetta ospita nella chiesa Santa Maria del principe anche detta Chiesa della Morte una personale dell’artista Maria Bonaduce intitolata : “ Tra Cielo e Terra”.

In esposizione ci saranno installazioni con opere sulla natività di Cristo in parallelo con acquerelli che rappresentano la città di Molfetta. L’artista, nota paesaggista, da diversi anni si dedica all’Arte Sacra con numerose opere pubbliche in varie città italiane ed estere.
Infatti possiamo ammirare alcuni suoi dipinti e vetrate istoriate nelle chiese molfettesi di S. Domenico, S. Bernardino e Immacolata, nel Seminario Vescovile e nella biblioteca del Seminario Regionale .

“Una frase di Giovanni Damasceno sembra guidare la mano della pittrice: “riproduci la sua forma su di un quadro, ed esponi alla vista Colui che ha accettato di essere visto. Di Lui riproduci l’inesprimibile condiscendenza…”.
Osservando le opere esposte vi è una costante “ la Luce” intesa come presenza del Divino nelle cose del mondo. Ci piace, a tal proposito riportare uno stupendo passaggio di Basilio il Grande (329-379) tratto dal suo Hexaemeron in cui viene dipinto un ritratto incantato del cosmo chiamato all’esistenza dalla Parola: “Luce” fu la prima parola di Dio, il primo suono creatore di evento: con essa “dissipò” le tenebre, allontanò la tristezza, illuminò il cosmo, rivestì ogni cosa di un aspetto gradevole e giocondo. L’aria stessa brillava, o meglio tratteneva in sé tutta la luce inviandone grandiose inondazioni per tutta la sua estensione. Dopo l’apparizione della luce anche il cielo divenne più giocondo e le acque più limpide, non soltanto accogliendo la luce, ma anche riflettendo in ogni punto con innumerevoli scintillii…

“Sia Luce” (Gen 1,3), e il comando era subito attuato, così fu creato qualcosa di cui la mente umana non può immaginare nulla di più giocondo e di più bello…”. E Dio vide che la luce era bella” (Gen 1,4)” (Hexaemeron, 2,7)”. (S.E. Mons. Felice Di Molfetta).

 

TRA CIELO E TERRA
Mostra personale di MARIA BONADUCE
a cura dell’associazione AS.SO art

Vernissage 21 dicembre 2018 ore 18,00

Presso:
CHIESA SANTA MARIA DEL PRINCIPE detta anche “CHIESA DELLA MORTE” – centro storico di MOLFETTA (Nelle vicinanze di Piazza Municipio)

visitabile dal 21 al 27 dicembre 2018

orari: tutti i giorni 10:00 – 13:00 / 18:00 – 21:00

Email; morgese.bonaduce.art@libero.it
Tel 3494368197; www.retearte.it/bonaduce-maria
Opere in permanenza presso ADSUM studio
https://www.facebook.com/Adsum-Arte-1629823950603730/

Mitologia Omerica

Scrive Piero Longo a proposito di Bruno Caruso e della mostra ‘Mitologia Omerica‘ : Nella sua lunga e affascinante avventura nel mondo dell’Arte , Bruno Caruso, ha sempre avuto un continuo e creativo rapporto con la classicità.

A prescindere dalle sue più antiche prove, già nel 1977 con il pamphlet. “Mitologia dell’Arte Moderna” egli, come pittore e intellettuale tra i più rappresentativi della nostra cultura, aveva assunto,infatti, una posizione critica nei confronti dell’Astrattismo più velleitario e delle avanguardie più pretestuose, riaffermando il valore specifico del disegno e della pittura che -come ha scritto nel recente saggio La memoria del pittore (Il Girasole Edizioni ,Catania 2004 ) – restituiscono alla vita, al mondo e alla natura,quel patrimonio di pensieri ed emozioni trasfigurati come opere d’arte nelle quali, attraverso la memoria e l’intelligenza creativa, il pittore può raffigurare il passato e anticipare il futuro, grazie alla sua intuizione e alla sua coscienza estetica che dovrebbe superare i limiti di ogni convenzionalità. “ Non dovrebbe sfuggirgli nulla perché, a regola d’arte, il pittore deve conoscere tutto quel che in pittura è stato fatto prima di lui,se non altro per non rifarlo; deve scartare gli altri per non ripeterli mai.”

Sul piano critico, possiamo dunque considerare la grande mostra allestita a Siracusa nel Museo Regionale di Palazzo Bellomo nel 1989 come il manifesto del classicismo carusiano e certamente la prima e organica sintesi pittorica del suo specifico rapporto con il mondo della classicità .

Di questo suo agire consapevole di artista e intellettuale che non ha mai rinunciato alla dialettica tra innovazione e tradizione ,mettendosi in gioco e sfidando l’acquiescente banalità delle mode culturali, quella mostra, non a caso intitolata Mitologia, registrava una dichiarazione di poetica e una scelta ponderata. Si trattava infatti di una significativa chiarificazione operativa ed estetica nei confronti del mondo dei miti della grecità e della romanità che è stato sempre presente nella cultura europea anche quando veniva rigettato e accusato di obsolescenza da parte di quegli artisti e intellettuali, falsamente rivoluzionari, che dall’Età dei Lumi alle Avanguardie storiche e oltre, si sono arrogati il diritto di cancellare il passato in nome di una pretesa libertà morale che imponeva, a sua volta, nuovi canoni estetici. Il bisogno di scardinare i vacui canoni classicistici è stato giustamente avvertito molte volte nel corso della storia della cultura italiana ed europea ma il tentare nuove vie di rinnovamento non passa necessariamente dalla negazione dei valori della classicità poiché si è dimostrato che con quel passato, radice della nostra civiltà , bisogna inevitabilmente fare i conti perché possa parlarsi veramente di rinascita morale e culturale della società e degli artisti che la rappresentano.
La dialettica tra classicismo e modernità ha sempre prodotto gli esiti più pregnanti e innovativi proprio tra quegli intellettuali e artisti che hanno vagliato criticamente l’imprescindibile rapporto che esiste tra passato e presente attraverso il quale si persegue la via delle invenzioni e delle mutazioni che preconizzano il futuro: basti pensare alla grande stagione del Rinascimento italiano. Del resto, non a caso, il tema della classicità e della modernità si è ripresentato quasi ad ogni scadere di secolo e ad ogni esaurirsi delle pretese rivoluzioni culturali; anzi dal Neoclassicismo settecentesco, al post-romanticismo e nella stessa epoca del decadentismo e del Novecento delle avanguardie fino alle trans -avanguardie dell’età postmoderna , il ricorso alla classicità ha consentito gli esiti più significativi proprio a quegli artisti che hanno veramente rinnovato la cultura. Per restare nel campo della pittura basterebbe citare lo stesso Picasso, apparentemente così lontano dai canoni classici.

Bruno Caruso proprio in quella mostra dell’89 ribadiva perciò a chiare lettere e con le forme della pittura questa necessità dell’antico in un mondo tutto proteso all’innovazione tecnologica disumanizzante dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, della bomba atomica, del VietNam e dei misfatti che ancora oggi continuano ad insanguinare la terra. Egli riproponeva tutto il peso dell’eterna giovinezza dei miti con la dolorosa consapevolezza della loro attualità e con la forza di quel suo segno che, nutrito da una cultura aperta agli orizzonti più innovativi della contemporaneità , non aveva mai smesso di rapportarsi alle opere dei maestri della pittura amati e appassionatamente studiati sin dall’apprendistato.
La lingua dei classici si è rivelata infatti strumento critico per la sua autonoma rilettura della storia antica e recente e fonte inesauribile della rappresentazione pittorica, condizione di partenza per il suo slanciarsi verso la vita sempre nuova che la sua arte sa cogliere indipendentemente dai pregiudizi accademici e ideologici. Caruso ha sempre guardato la classicità per vivere il suo presente di artista e intervenire nel dibattito delle idee con i suoi strali e la sua ironia,le sue emozioni e passioni, il suo gusto raffinato e spregiudicato, senza mai tradire la pittura intesa come disegno, forma e colore che creano i nuovi spazi dell’utopia e della denuncia e affermano, con disperata gioia, l’ineluttabile sequenza della vita che corrode la bellezza e supera la stessa morte. Gesualdo Bufalino che presentava il catalogo di quella mostra citava tra gli altri Durkheim ,Lévy -Strauss e Mircea Eliade per sottolineare le implicazioni di ordine simbolico , religioso e sentimentale connesse ai miti e accostava Savinio e Clerici alla esperienza di Caruso senza però ricordare le sue frequentazioni con De Chirico ,Mario Praz , Santo Mazzarino e Federico Zeri, amici più volte ritratti nei suoi quadri e che costituivano il sodalizio intellettuale del pittore che con essi approfondiva e verificava la sua riscoperta estetica del mondo antico, come un “puer che se ne lascia ingenuamente sedurre, mentre ,come maturo esegeta, lo indaga con passionale rigore.” Aggiungeva inoltre una notazione che sembra preconizzare la grande produzione che oggi, con più di cento opere, costituisce questa nuova mostra allestita nella sala Montalto del Palazzo reale di Palermo e ispirata ancora una volta dai miti “depositari dei più antichi stupori e terrori dell’uomo di fronte agli arcani del cosmo e scaturigine di ogni commercio con l’invisibile sottomondo dei morti e con l’altrettanto invisibile sopramondo degli immortali. Sicché, con la stessa prodigalità con cui egli dispensa alla nostra attenzione favole che sono anche apologhi sacri e morali,altrettanto ci alletta con due semi di diverso e uguale incantesimo:un turbamento del cuore e un’arguzia del raziocinio.”

L’autore di Argo il cieco non dimenticava perciò il sodalizio con il comune amico Sciascia che rappresentava per Bruno il versante di quella ironia politica e filosofica presente nel suo mondo intellettuale, intendendo alludere, forse, all’allegria creativa dei disegni e dei pamphets che amplificano il significato della sua pittura anche quando essa possa apparire estranea ai conflitti del mondo come nei famosi “ Canestri con fiori ,frutti e farfalle” , nelle” Vedute romane con marmi antichi e resti monumentali” e nelle singolari “ Composizioni” nelle quali gli elementi fitomorfi e zoomorfi alludono sempre alla Vanitas .

“Turbamento e arguzia ” sono dunque i due semi che hanno fruttificato e nutrono questa “Mitologia Omerica” attraverso la quale Bruno Caruso intende mostrarci il fascino e l’ approfondimento dei temi mitologici tante volte affrontati ma oggi rivisitati attraverso le due opere attribuite ad Omero e tenendo a mente le traduzioni di Monti e del Pindemonte che risuonano di quella musica perenne della classicità nella loro libera e creativa aderenza allo spirito dei testi. Questo assunto consente al nostro pittore un nuovo viaggio epico ed avventuroso e soprattutto di utilizzare a suo modo le varianti dei miti narrati ,scegliendo, e talvolta reinventando, quelle più congruentemente consone alla sua sensibilità e alla cultura del nostro tempo di cui egli è protagonista e attento osservatore. La novità consiste dunque nella fluidità di una narrazione per immagini che, con coerenza di linguaggio, affidato alle tecniche più diverse che vanno dal semplice disegno a matita, alle chine, all’acquarello, alle gouaches, alle tecniche miste, alle tempere, agli oli, inseguono le sequenze del mito secondo una ratio esegetica che non esclude, appunto, l’invenzione e non esaurisce mai l’argomento riprendendone aspetti rivelatori che riferiscono fatti e avvenimenti in analogie e metafore trasferibili alla realtà contemporanea certamente più violenta e meno rispettosa del sacro e della natura. Secondo i più noti studiosi dell’antropologia culturale e delle altre scienze affini,il mito fu la prima parola dell’uomo, è la vita che sta prima delle parole perché , rispetto al lògos che razionalizza , mythos è l’intuizione immaginativa, è metafora, porta fuori.

I miti,infatti, non significano ma operano, sono ,come afferma Hillman ,il flusso della mente che tenta di spiegare l’universo e in essi coincidono simboli e significati che contengono gli elementi perturbanti che la ragione elimina attraverso la rimozione e la conoscenza scientifica. I simboli, spiega Galimberti ricorrendo all’etimologia greca del termine, mettono insieme la magia della vita rinviando all’infinito conoscenze che il sapere circoscrive, esprimono cioè una assolutezza metaforica che porta alle realtà più diverse che essi rappresentano prima della razionalizzazione poiché “ la parola espressa è il cadavere della parola mitica”. Il simbolo sta al di qua della parola, è visione conoscitiva aperta all’infinito e non si circoscrive come parola, non é segno ma disegno, creativa invenzione della vita ,spazio dell’immaginazione. In questo senso dobbiamo perciò intendere l’opera di approfondimento di Bruno Caruso nei confronti della mitologia omerica rivissuta attraverso l’immaginario dell’Iliade e dell’Odissea e l’intuizione creativa della sua arte di disegnatore e pittore. Se con l’abbandono degli dei e degli eroi il mondo ha perso il suo incanto,ecco che,nel suo disincanto,l’uomo Caruso tenta di ricrearlo ponendosi con occhi più curiosi e sagaci, a riguardare La Grecia dell’Olimpo, come nell’ autoritratto posto all’inizio della sequenza espositiva, emblematico richiamo di una umanità che tenta di riaffermare la vita ricercando i suoi archetipi.

“ Se la mente è l’Olimpo – dice ancora Hillman – ciascuna figura che lo ha abitato è archetipo, riferimento e spiegazione della vita e del conflitto che porta alla malattia e alla ricerca di una terapia”. Si potrebbe dunque affermare che in questa sua visionaria immersione in quel mondo, l’io mediterraneo e solare di Bruno torna ad accostarsi alla natura che accetta e resiste agli ostacoli, rischiando di smarrirsi e di smarrirci nei labirinti di “ genealogie, parentele, filiazioni asimmetriche e amori illeciti” di dei, semidei, eroi, uomini e mostri . Tralasciando la Teogonia esiodea e resatando fedele alla tradizione omerica,egli comincia ,infatti,col presentarci, per dirla rispettivamente con i Del Corno e Malerba, “il Panteon più dissoluto dell’antichità e la società più turbolenta e libertina di dei e semidei” i comportamenti trasgressivi e gli eroici furori degli uomini, le colpe, le vendette,le purificazioni, le virtù e i vizi che da Achille a Odisseo, da Clitennestra a Elena da Agamennone a Ettore , a Circe a Penelope nell’avvincente sviluppo dell’Iliade e dell’Odissea si fanno ,appunto, simboli della condizione umana che ancora si dibatte nella ricerca della verità e del suo “ubi consistam”.

“Sul palcoscenico dell’Olimpo sfila una banda di mascalzoni emeriti, vanno in scena incesti, adulteri, latrocini, seduzioni,uxoricidi, parricidi, amplessi con animali, pedofilie e cannibalismi, guerre e festini”, tutta la vasta gamma di perversioni ,sogni, aspirazioni e ideali che si rispecchiano nelle divinità archetipiche di una umanità che sembra uscire dalle cronache dei nostri giorni ma che dipanandosi nei singoli miti offre una panica concezione del mondo che ha ancora fiducia nella giustizia e nella epifania del divino. Pittore del nostro tempo, Bruno Caruso coglie con ironica consapevolezza il divario che corre tra quel mondo che credeva nella catarsi e la nostra condizione di contemporanei che viviamo la fine dell’antica tragedia, con la lucida e raffinata riflessione di una ratio e di un assolutizzante relativismo che bloccano la vita nell’assurdità del pirandelliano vedersi vivere e nell’impossibilità di mutare quel già compiuto nel quale scorrono disperatamente esseri e desideri : il dramma bloccato di una cultura giunta all’apice di una attesa senza palingenesi.

Lo spettacolo mitologico che ci offre Caruso consiste, come direbbe Adorno, “ nell’incanto disincantato della contemplazione, cioè nel grande gioco della sua arte, poiché veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi e l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”.

Così nelle figure degli dei ,da Zeus ad Hera, da Atena a Poseidone, da Apollo ad Artemide, l’immaginario scorre e si sofferma su Dioniso e la sua corte di Baccanti quasi a sottolineare l’ebbrezza tutta terrestre di una immortalita a misura umana ,mentre al bagno di Hera tra due ninfe fanno da contrappunto Ganimede ed Europa che Zeus, come aquila e toro ,rapisce ai suoi amori trasgressivi ,ormai sicuro del suo regno dopo avere vinto i giganti tra i quali spicca Encelado ucciso dalla lancia della vergine Pallade-Atena . E gli altri miti legati agli amori di Zeus vanno via via intrecciandosi con le vicende degli altri dei attraverso la storia di Pèrseo e di Medusa ,di Leda e dei Dioscuri, di Téseo e di Heracle,di Pan e delle Ninfe ,di Mostri e di Sibille che muoveranno, in sintonia col Fato, le fila dell’epopea troiana e del lungo errare di Odisseo.

Ecco allora che ai due incipitari con le immagini del Vate e della musa Calliope, seguono i personaggi considerati come responsabili di quello scontro tra due civiltà rivali di cui Paride ed Elena sono esemplari rappresentanti e pretestuosi strumenti di quella volontà di dominio che il potere adombra ricorrendo alla volontà del Fato. Si presentano ai nostri occhi le tre dee e il pomo della discordia che il giovane Paride consegna ad Afrodite conquistato dalla sua promessa dell’amore della bella tindaride; Briseide che sarà oggetto di contesa tra Achille e Agamennone; Cassandra che profetizza il disastro .La lunga sequenza dedicata ad Achille, reso invulnerabile dalla madre Teti alla presenza dal centauro Chirone, scorre con l’episodio di Tersite, l’assenza dell’eroe dal campo di battaglia fino alla morte dell’amico Patroclo, si concentra poi su Efesto e la sua fucina, con ben sette immagini dedicate alle nuove armi che il Pelide indosserà per vendicare l’amico, e si conclude, dopo l’uccisione e lo strazio del corpo di Ettore, con la sua morte provocata dalla freccia scagliata da Paride. E poi l’inganno del cavallo, le Erinni assetate di sangue che presiedono alla distruzione, le figure di Anchise,di Clitennestra e della sorella che rinviano ad altre storie e tragedie adombrate nella malinconia di Elena. Il soffermarsi sulla fucina di Vulcano e l’avere scelto la testa di Medusa come emblema dello scudo di Achille, meritano un cenno perché sono carusianamente congeniali alla libertà creativa del pittore attento alle variazioni significanti che le sue opere ribadiscono sul piano del simbolo: il fuoco che rigenera , il sangue di Medusa che si fa corallo mentre il suo sguardo provoca la morte. E così Poseidone torna più volte nell’immaginario dell’Odissea quasi a scandire il respiro marino delle peregrinazioni ulissiache e ci sembra che, al di la della sua vendetta per l’accecamento del figlio Polifemo,il dio del mare sia ancora una volta simbolo della vita e della morte di cui l’uomo Odisseo vorrebbe conoscere il segreto. Non a caso nella sequenza a lui dedicata non manca la sua discesa nell’ Ade e ,non a caso, anche nella sua discesa all’Averno, l’Eracle di Caruso incontra il fantasma di Medusa. Dunque Poseidone e la crudelissima immagine dell’occhio di Polifemo accecato dal tronco incandescente, come racconta Odisseo nella reggia di Alcinoo. E poi le disavventure, le vicende e gli amori: Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi ,Calipso, Nausica ,l’arrivo ad Itaca sempre inseguito dall’ira di Nettuno. L’incontro col cane Argo arresta la sequenza che si conclude con gli sguardi pensosi di Euridice, di Euriclea e di Penelope intenta ancora nella sua tela infinita.

E infinita si presenta questa immaginifica Mitologia omerica di Caruso che lascia spazi per nuove incursioni nelle quali il suo disincantato amore per la vita, troverà altre prove per la sua arte. Del resto la presenza dominante della donna e dell’eros in tutta la sua opera di disegnatore, pittore e incisore, riconduce alla vitalità di un artista che cerca nella bellezza femminile quel segreto della natura che è sempre viva ,come panica presenza, nella sua nella coscienza e nella sua indagine estetica di intellettuale e spregiudicato moralista.Ovidio racconta che anche Augusto teneva nella sua camera una tabella promemoria che ritraeva i vari tipi di accoppiamento graditi a Venere: le tabelle di Caruso hanno i loro prototipi nelle collezioni di arte antica conosciute in tutti i musei che egli conserva nella memoria del suo immaginario dove realtà e mito si fanno icone della verità che si cerca.

Nella famosa Epistola ai Pisoni sull’Arte poetica, Orazio ,parlando di Omero che cita ben quattro volte, dice che il vate “si avvia rapido al fatto e trasporta il lettore nel mezzo degli eventi come fossero noti e tralascia le parti che appesantirebbero il racconto; inventa, mescola vero e falso in maniera tale però che la parte centrale non discordi dall’inizio né il finale dal centro. Anche se talvolta sonnecchia, ha però mostrato il metro giusto per narrare imprese di re e di eroi e guerre tremende”. In un altro passo aggiunge poi: “ La poesia è come la pittura; c’è il quadro che si ammira da vicino e quello che vuole distanza, quello che ama la penombra e un altro che vuole essere visto in piena luce e non teme l’occhio esperto del critico; il quadro che piace una volta e quello che si adora ogni volta che si guarda. Se, come chiosava all’inizio di quella stessa epistola

“ I poeti e i pittori hanno sempre goduto della libertà di osare tutto” ci sembra che mai ,come nel nostro caso, le parole di Orazio si siano prestate al chiarimento del rapporto che intercorre tra l’opera del pittore e il grande modello che egli ha osato sfidare poiché quel giusto metro cui si riferisce il vate romano, sembrerebbe, con cognizione di causa, quello seguito da Caruso il quale anche lui talvolta sonnecchia, ma certamente ha fatto di questa sua fatica mitologica un grande poema visivo della sua adesione alla classicità.

Con il suo straordinario segno, nel quale l’esattezza fantastica e filologica giocano con le seduzioni cromatiche delle sue tavole, egli restituisce credibilità e consistenza alla metafora delle antiche favole e sa parlare, appunto,al bambino che è in noi e alla logica dell’adulto che indaga con ironico distacco i turbamenti della coscienza e i simboli nei quali la cultura umana nasconde i suoi disastri e le sue aspirazioni.

“Mitologia Omerica”

Autori: Bruno Caruso
Direzione: Sabrina Di Gesaro

Curatore dell’evento: Giuseppe Carli
Luogo: Centro d’arte Raffaello
Opening: sabato 15 dicembre 2018, ore 18:30

Progetto grafico: Tivitti

Special Thanks: Costantino Wines

Durata: 15 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019

Premio Marche 2018 Biennale d’Arte Contemporanea

AMIA – Associazione Marchigiana Iniziative Artistiche in collaborazione con Regione Marche e Comune di Ascoli Piceno con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presenta Premio Marche 2018 Biennale d’Arte Contemporanea.

A quasi vent’anni dall’ultima edizione, quella del 1999, torna alla ribalta del contesto espositivo italiano e all’attenzione della critica e del pubblico la prestigiosa rassegna d’arte contemporanea che prese il via nel 1956.

Una rassegna che assume oggi una formula itinerante, prendendo il via dal Comune di Ascoli Piceno che ospita fino al 31 gennaio presso il Forte Malatesta l’esposizione che dà il tema all’edizione 2018 L’interpretazione artistica come armonia. Una selezione di 134 artisti, tra nomi affermati del panorama italiano e internazionale invitati dal Comitato Scientifico ed altri artisti, anche giovani, che hanno aderito alla selezione prevista dal Bando di concorso, tutti accomunati dal fatto di essere marchigiani o di aver lavorato e gravitato nella regione delle Marche.

Dalla sua prima edizione per tutti gli anni Sessanta e poi fino agli anni Novanta, il Premio Marche si è posto come l’appuntamento più significativo del centro Italia nel dialogo con il dibattito artistico contemporaneo nazionale del quale proponeva contesti e situazioni per la loro divulgazione scientifica e per una riflessione critica.

Ha registrato nel corso delle passate edizioni la partecipazione dei maggiori artisti marchigiani e nazionali affermati o che, anche attraverso la rassegna, diventeranno protagonisti di un riconosciuto percorso professionale e il coinvolgimento dei maggiori critici d’arte come Mariano Apa, Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Luciano Caramel, Enrico Crispolti, Fabrizio D’Amico, Gillo Dorflese e molti altri.

Per l’edizione 2018, nell’ambito di una rinnovata e aggiornata veste rappresentativa, la manifestazione, riprende le caratteristiche storiche della rassegna con la partecipazione degli artisti marchigiani viventi invitati dal Comitato Scientifico e con artisti marchigiani selezionati attraverso una partecipazione a concorso.

Sede d’eccezione per la mostra il Forte Malatesta di Ascoli Piceno, una fortezza che svetta sulla gola del fiume Castellano e sul Ponte Cecco, un tempo edificio termale romano, deve il suo aspetto odierno a Antonio da San Gallo il Giovane e oggi ospita il Museo dell’Alto Medioevo ed esposizioni di arte contemporanea.

Cuore dell’esposizione la sala ottagona della Chiesa di Santa Maria del Lago, adiacente al Forte, che accoglie la terracotta di Paolo Annibali, l’incisione di Enzo Cucchi, il bozzetto di Dante Ferretti, Omar Galliani che fa il verso a Elio Marchigiani e ancora la scultura di Pino Masca, l’olio di Tullio Pericoli, i bronzi di Valeriano Trubbiani e Giuliano Vangi, la tecnica mista di Walter Valentini e ancora le fotografie di Lorenzo Cicconi Massi e di Giorgio Cutini, le installazioni di Valerio Valeri, Paolo Soro e Terenzio Eusebi e il celebre manierista Bruno D’Arcevia, senza dimenticare Ubaldo Bartolini, Luigi Carboni, Carlo Cecchi, Leonardo Cemak, gli ascolani Giuliano Giuliani e Arnaldo Marcolini, e ancora Franco Giuli, Rocco Natale, Oscar Piattella, Nino Ricci, Mario Sasso, Roberto Stelluti e infine Eliseo Mattiacci, protagonista quest’ultimo di una mostra antologica al Premio Marche del 1993.

Una pluralità di mezzi espressivi, esperienze e sentire che si fondono e si snodano all’interno del Forte Malatesta dialogando con artisti, più o meno giovani, che hanno partecipato al Bando di Concorso e sono stati selezionati dalla Giuria. L’interpretazione artistica come armonia è stato scelto proprio come tema della mostra per mettere in rapporto generazioni e medium diversi, dimostrando la vitalità del dibattito artistico marchigiano, dimostrando come la regione delle Marche possa tornare ad essere punto di riferimento per artisti, critici e studiosi per una concreta e credibile ricognizione artistica sul territorio.

Da menzionare il Premio della critica “Alfredo Trifogli”, istituito da questa edizione e intitolato alla figura dello storico Presidente, ideatore e fondatore del Premio Marche, che per il 2018 è stato assegnato a Sandro Ciriscioli, pittore e incisore del Montefeltro, docente all’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Il rinnovato Premio Marche e la mostra in corso L’interpretazione artistica come armonia, rappresentano una sintesi tra il rispetto e l’equilibrio degli obiettivi propositivi originari, la valorizzazione dell’affermazione raggiunta nel tempo dalla manifestazione e quel suo ruolo di strumento didascalico e di riflessione, oltreché anche di vera e propria proposta di valorizzazione e valutazione critica della pratica artistica e della valenza espositiva, che si pone all’interno del dibattito sull’arte contemporanea italiana e internazionale.