Le Rouge et le Noir

MADE4ART di Milano presenta dal 17 dicembre 2018 all’ 8 gennaio 2019 Le Rouge et le Noir, speciale progetto artistico che riunisce sei artisti caratterizzati da differenti sensibilità artistiche e specificità tecniche esponendo una selezione di opere pittoriche ispirate al rapporto tra il rosso e il nero.

Protagonisti della mostra Giusella Brenno, Martino Brivio, Josine Dupont, Sara Montani, Francesco Sandrelli, Roberto Tomba: la mostra è un vero e proprio omaggio a un colore, il rosso, da sempre legato a concetti quali “emozione”, “amore”, “passione”, “calore”, impiegato dagli artisti sin dai tempi più antichi per rappresentare sentimenti profondi e intensi legami affettivi; accanto al rosso, il nero, che incarna l’antitesi, il mistero, il silenzio, gli aspetti più intimi e nascosti della nostra interiorità. Il rosso e il nero sorprendono e coinvolgono l’osservatore, rappresentando con il loro accostamento, la loro inevitabile contrapposizione e l’incontro con gli altri colori le infinite sfumature delle emozioni umane.

Le Rouge et le Noir, con data di inaugurazione lunedì 17 dicembre, sarà aperta al pubblico con gli orari di apertura dello spazio dal 18 al 21 dicembre e il 7 e l’8 gennaio; su appuntamento durante il periodo delle Festività natalizie.

Le Rouge et le Noir
Giusella Brenno, Martino Brivio, Josine Dupont,
Sara Montani, Francesco Sandrelli, Roberto Tomba
17 dicembre 2018 – 8 gennaio 2019

Inaugurazione lunedì 17 dicembre, ore 18.30
Orario apertura: 18 – 21 dicembre e 7 – 8 gennaio ore 10 – 13 e 15 – 19
Durante il periodo delle Festività la mostra sarà aperta al pubblico su appuntamento

MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo
Via Voghera 14, 20144 Milano
www.made4art.it, info@made4art.it, t. +39.02.39813872

Apologia del nudo

Scrive Gaetano Mongelli a proposito del Maestro, pittore Amedeo Del Giudice e della sua mostra personale allo Spazio START di Giovinazzo (BA) : ” La lunga stagione del Novecento si è esaurita trascinando con sé, tra ascese inebrianti e precipitose cadute, i miseri avanzi delle sue utopie. Azzerando, di conseguenza, ogni possibile sospetto di omologazione e di appiattimento della coscienza creativa che, suffragata da un massimalismo ideologico di dubbia vocazione democratica (per aver imposto, a destra a manca, le ragioni dei più a scapito delle istanze della creatività individuale), rendeva difficile o addirittura negava alla radice la sacrosanta ricerca della propria identità.

Uno status inaccettabile, tanto penalizzante da impedire ai singoli l’affermazione del proprio punto di vista: secondo un bisogno di autonomia imprescindibile per chiunque voglia camminare con le proprie gambe e pensare con il proprio cervello. Un’autonomia che sdoganata dalla gabbia dei pregiudizi (all’insegna di affondi semanticamente penetrabili, benché carichi di una straordinaria forza emblematica), caratterizza – per vocazione naturale – la pittura di Amedeo Del Giudice: protagonista silenzioso, attivo da oltre cinquant’anni tra quegli operatori dell’immagine spesso emarginati dalla cosiddetta «critica elitaria»; ma solitamente coniugata in,majestate,da «Soloni di turno» – di volta in volta intruppati e faziosi – che,poi, di elitario in sostanza hanno ben poco.

Dal momento che, con sempre più insistita frequenza e per varie ragioni, disertano il più rischioso dei loro compiti. Ché, tutto sommato, è quello di aiutare a comprendere ad angolo giro, senza preclusioni mentali o vizi di forma, il mondo della visione scandagliandone i più nascosti ed enigmatici recessi. Un mondo che, da pittore nato, Del Giudice ha puntualmente messo al riparo dalle sopraffazioni, dai conflitti e dalle macerie del secolo scorso. Riscattando allo scoperto il desiderio «di navigare sulle rotte dell’antico», in veste di nocchiero mai sazio di cultura figurativa: una sapientia «tam antiqua et tam nova» che, pur secolarizzata, non solo dà risposte all’Edipo di turno, ma continua a porgli domande.

Difendendo scrupolosamente, lo vedremo nel prosieguo, la rappresentazione del reale e del simbolico, dell’immaginario e del mondo degli impulsi. E anteponendo, perciò, le alchimie del Passato alla sperimentazione di nuove impuntature lessicali.Quelle che, alla resa dei conti, nulla o quasi avevano da spartire con la vertiginosa, e solo di rado «alternativa», parabola del modernismo.Un periodo controverso come pochi per aver privilegiato sulla sua strada il momento progettuale all’operazione estetica. Ché, muovendosi a senso unico in questa direzione di marcia, attribuiva a ciò«il merito esclusivo dell’invenire».

Vi sono, infatti, modi e modi d’essere moderni. Ma il più rodato, certo il più clamoroso – in virtù della sua congenita, e sovente preconcetta, iconoclastia – è e rimane quello che fa tabula rasa di miraculae mirabilia, rinvenienti – appunto – dal Passato. Sia profanando alla luce del sole il senso più autentico e ancestrale della tradizione, sia negando a spada tratta e senza mezze misure la centralità dell’uomo e, con essa, la natura e la realtà che ci circonda. È l’avventura, va da sé, delle avanguardie che, pur stimolanti ed impulsive, sanno suscitare – nel proprio alveo –«piani inclinati dove anche chi non ha fiato per correre può scivolare», portato via dai flussi spumeggianti e incontrollabili della corrente.

Eppoi, questo Del Giudice lo sa bene, c’è un modo più autentico e coerente di vivere le inquietudini, le contraddizioni e le rare estasi del nostro tempo. Di ascoltare interrogativi che, consapevoli del mistero che ci avvolge, non possono restituirci risposte certe. Perché, già dagli esordi, la strada intrapresa dal pittore campano(cercando di trarre per osmosi dal passato la rilettura del presente), non ammetteva improvvisazioni per così dire «presuntuose» o tali da legittimare un facile e superficiale epigonismo.

Optando, in primo luogo, per la costruzione sontuosa dell’«imposto»da rendersi persuasivo e convincente dal punto di vista connotativo. Si vedano, ad esempio,i suoi Nudi muliebriconcepitia mo’ di sirene tentatrici che finiscono per ammaliarci, incidendo – psicologicamente – sulla durata e sulla persistenza del «rimembrare»: come fossero parole, non solo icone, capaci di imprimersi nella nostra mente senza doppismi o arbitrarie forzature. Parole immediatamente comunicanti la realtà di cui sono portatrici.

Una realtà che, d’altro canto, traguarda la mera prospettiva del Nudo per il Nudo, approdando metaforicamente in una dimensione «altra» del racconto: in un territorio privilegiato della memoria che restituisce fotogrammi surreali o interni di ambienti dalla configurazione essenziale ed onirica. Ambienti dove fugaci ed improvvise accensioni di luce, nella penombra di ammutoliti proscenî, compongono – sulla preziosa texturedei dipinti – presenze e «apparizioni» di donne:seducenti creature, ripescate dal mare magnum di archetipi ormai trascorsi, sebbene ancora palpitanti.

Avvolte in un’aura che non conosce la mortificante tirannia del tempo, mentre tesse allegorie che – trafitte dai dardi di Eros – parlano di «grazia», accanto alla complice voluttà che spinge i Figli di Adamo verso l’«eterno femminino», traduzione di dasEwig – Weibliche: la locuzione goethiana che esprime la femminilità nella sua immutabile essenza. Lo si desume, in particolare, da un’opera in cui la figura muliebre si sporge in avanti, schermando con una mano – per una sorta di malcelato pudore – la propria nudità: imago emblematicamente ispirata all’Eden della contemporaneità, non senza supporti concettuali derivati dai testi sacri della nostra storia. Dalla Cacciata dei progenitori che Masaccio affrescò non oltre il 1427 nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze (Genesi, 3, 8-24), alla borghesiana Veritas filiaTemporis.Un marmo, immaginato per un progetto più sofisticato ed articolato, che Gianlorenzo Bernini – caduto in disgrazia presso la corte papale per i fatti del Campanile di San Pietro (di cui, in seguito, fu deciso l’abbattimento) – scolpì dopo il febbraio 1646 «per autodifesa» contro i suoi detrattori negli anni del pontificato di Innocenzo X Doria – Pamphilj.

A dimostrazione del fatto, ove occorresse ribadirlo, che il passato si riassapora, non si rimastica. Perché fa parte a tutti gli effetti di un continuum storico che non può mai dirsi compiutamente esperito: e che, pertanto, non è né antico né moderno, ma assolutamente presente. Una precisazione che estenderei pure al Nudo sdraiato di spalle, evocato sotto traccia dalla Venere allo Specchio (Londra, National Gallery), che Velázquez dipinse presumibilmente nel 1651, dopo il secondo viaggio in Italia. L’unico nudo che ci sia rimasto della sua produzione: forse da identificare con quello della pittrice Flaminia Trivia, amante – come si sa – del maestro spagnolo, da cui ebbe un figlio.

Ma questa è un’altra storia. In grado, però, di far luce sulle tangenze culturali di Del Giudice, sul suo lirismo intriso di attese e di silenzi pensosissimi; di rassegnate contemplazioni; di corpi denudati da una Vanitas perennemente giovane e verginale; di rifugi scavati nelle cortine di un tempo che è al di fuori del tempo. E, per finire, di allusioni desumibili dalla straordinaria potenzialità dell’aliquid pro aliquo, racchiuso nella carrellata simbolica che Amedeo destina ai suoi personaggi per differenziarli – uno per uno – sullo schermo dell’apparenza.

Dal momento che l’indeterminatezza dei simboli, adottati a tal fine da Del Giudice, assume un significato di più ampio spettro. Poiché, al contrario dell’allegoria, il simbolo si interpreta e reinterpreta pure inconsciamente, realizzando così «la fusione dei contrari» e «comunicandoci perfino l’indicibile».Anche lanciando, in chiave criptica, segnali che vanno colti per quel che sono.A metà strada tra la rivelazione e l’«inespresso», tra il sogno che attende il risveglio, tra il «definibile» e il «definitivo»: segnali riscontrabili per analogia nelle opere esposte a Giovinazzo che, tra le altre cose, attingono nuove sostanze iconografiche ed ulteriori spunti ideativi dal pozzo senza fondo della simbolica classica.

Cominciando dal rosso che «insanguina» un racemo di amorini neorinascimentali di vaga ascendenza raffaellesca, posti vis-a-viscon la carcassa putrescente di un pesce verde, bavoso e deliscato: una sorta di illustrazione, sciolta negli acidi del dissenso, in cartapecorita come può esserlo la copertina di una cinquecentina intrisa di umidità;un’affiche dal fondo cremisi, come il colore della stagnola che avvolge un torroncino da scartare a Natale; un «manifesto» che, in definitiva, esplicitandosi con cadenze argute e spiazzanti si trasforma in un messaggio subliminale: in una vera e propria «manifestazione» di sé.

Un messaggio che, a dar retta all’economia complessiva del discorso, include altri «accidenti» figurativi, non meno intriganti e fascinosi. Al pari della colonia di Meduse che invade il paesaggio visivo di un’adolescente: transfert simbolico,e non terribilistico, che dalle mostruose Gorgoni (Medusa, Eurialo, Steno) giunge ai giorni nostri solcando le acque insulari della Grecia; simulando le deformazioni della psiche, «dovute alle forze pervertite di tre pulsioni: socievolezza, sessualità, spiritualità».

La Medusa,della «stagnazione vanitosa», della colpevolezza che si alimenta e prende forza «dalla vana gloriosa esaltazione dei desideri». La Medusa che va combattuta sforzandosi di realizzare sulla Terra «la giusta misura, l’armonia»: un auspicio ben indicato dal fatto che, a mo’ di rifugio, il Tempio di Apollo, dio dell’Armonia, fosse aperto ai perseguitati dalle Gorgonie dalle Erinni. La stessa Medusa dallo sguardo pietrificante, la cui testa – secondo la narratio ovidiana – fu mozzata da Perseo, eroe protetto da Pallade Atena (Metamorfosi, IV, 769-803).

Un «accidente» iconografico, quindi, uno fra tanti che trova il suo pendantideale nella Melancholia I. Ovvero nella Malinconia,di saturnina derivazione, che Amedeo Del Giudice riprende dal Dürer: un’incisione a bulino (mm 289 x 239), che il maestro tedesco monogrammò e datò al 1514, densa di riferimenti esoterici provenienti dall’«immaginario alchemico», tra cui il «quadrato magico». Ennesima e dirompente manifestazione di uno stato d’animo inquieto, sempre in bilico tra pensiero e azione,mentre popola una lastra di simboli che attendono il risveglio dall’ oscurità. La rinascita di un’umanità che «deve ritrovare le proprie ali per giungere ad una condizione angelica nella quale tutto è luce e alba. E comprensione del mondo».”

APOLOGIA DEL NUDO AD OGNI COSTO
Note su Amedeo Del Giudice, pittore.
A cura di Massimo Nardi
Presentazione critica di Gaetano Mongelli
Art director Franco Cortese
Presso la galleria d’Arte Contemporanea Spazio START
Via Cattedrale 14 Giovinazzo (Ba)
Vernissage il 18 dicembre 2018 alle ore 19:00
Info 389 1911159

Tra Cielo e Terra

In occasione dei festeggiamenti del Natale molfettese 2018: “Il Natale tra saperi e sapori” l’associazione AS.SO art in collaborazione con il comune di Molfetta ospita nella chiesa Santa Maria del principe anche detta Chiesa della Morte una personale dell’artista Maria Bonaduce intitolata : “ Tra Cielo e Terra”.

In esposizione ci saranno installazioni con opere sulla natività di Cristo in parallelo con acquerelli che rappresentano la città di Molfetta. L’artista, nota paesaggista, da diversi anni si dedica all’Arte Sacra con numerose opere pubbliche in varie città italiane ed estere.
Infatti possiamo ammirare alcuni suoi dipinti e vetrate istoriate nelle chiese molfettesi di S. Domenico, S. Bernardino e Immacolata, nel Seminario Vescovile e nella biblioteca del Seminario Regionale .

“Una frase di Giovanni Damasceno sembra guidare la mano della pittrice: “riproduci la sua forma su di un quadro, ed esponi alla vista Colui che ha accettato di essere visto. Di Lui riproduci l’inesprimibile condiscendenza…”.
Osservando le opere esposte vi è una costante “ la Luce” intesa come presenza del Divino nelle cose del mondo. Ci piace, a tal proposito riportare uno stupendo passaggio di Basilio il Grande (329-379) tratto dal suo Hexaemeron in cui viene dipinto un ritratto incantato del cosmo chiamato all’esistenza dalla Parola: “Luce” fu la prima parola di Dio, il primo suono creatore di evento: con essa “dissipò” le tenebre, allontanò la tristezza, illuminò il cosmo, rivestì ogni cosa di un aspetto gradevole e giocondo. L’aria stessa brillava, o meglio tratteneva in sé tutta la luce inviandone grandiose inondazioni per tutta la sua estensione. Dopo l’apparizione della luce anche il cielo divenne più giocondo e le acque più limpide, non soltanto accogliendo la luce, ma anche riflettendo in ogni punto con innumerevoli scintillii…

“Sia Luce” (Gen 1,3), e il comando era subito attuato, così fu creato qualcosa di cui la mente umana non può immaginare nulla di più giocondo e di più bello…”. E Dio vide che la luce era bella” (Gen 1,4)” (Hexaemeron, 2,7)”. (S.E. Mons. Felice Di Molfetta).

 

TRA CIELO E TERRA
Mostra personale di MARIA BONADUCE
a cura dell’associazione AS.SO art

Vernissage 21 dicembre 2018 ore 18,00

Presso:
CHIESA SANTA MARIA DEL PRINCIPE detta anche “CHIESA DELLA MORTE” – centro storico di MOLFETTA (Nelle vicinanze di Piazza Municipio)

visitabile dal 21 al 27 dicembre 2018

orari: tutti i giorni 10:00 – 13:00 / 18:00 – 21:00

Email; morgese.bonaduce.art@libero.it
Tel 3494368197; www.retearte.it/bonaduce-maria
Opere in permanenza presso ADSUM studio
https://www.facebook.com/Adsum-Arte-1629823950603730/

Mitologia Omerica

Scrive Piero Longo a proposito di Bruno Caruso e della mostra ‘Mitologia Omerica‘ : Nella sua lunga e affascinante avventura nel mondo dell’Arte , Bruno Caruso, ha sempre avuto un continuo e creativo rapporto con la classicità.

A prescindere dalle sue più antiche prove, già nel 1977 con il pamphlet. “Mitologia dell’Arte Moderna” egli, come pittore e intellettuale tra i più rappresentativi della nostra cultura, aveva assunto,infatti, una posizione critica nei confronti dell’Astrattismo più velleitario e delle avanguardie più pretestuose, riaffermando il valore specifico del disegno e della pittura che -come ha scritto nel recente saggio La memoria del pittore (Il Girasole Edizioni ,Catania 2004 ) – restituiscono alla vita, al mondo e alla natura,quel patrimonio di pensieri ed emozioni trasfigurati come opere d’arte nelle quali, attraverso la memoria e l’intelligenza creativa, il pittore può raffigurare il passato e anticipare il futuro, grazie alla sua intuizione e alla sua coscienza estetica che dovrebbe superare i limiti di ogni convenzionalità. “ Non dovrebbe sfuggirgli nulla perché, a regola d’arte, il pittore deve conoscere tutto quel che in pittura è stato fatto prima di lui,se non altro per non rifarlo; deve scartare gli altri per non ripeterli mai.”

Sul piano critico, possiamo dunque considerare la grande mostra allestita a Siracusa nel Museo Regionale di Palazzo Bellomo nel 1989 come il manifesto del classicismo carusiano e certamente la prima e organica sintesi pittorica del suo specifico rapporto con il mondo della classicità .

Di questo suo agire consapevole di artista e intellettuale che non ha mai rinunciato alla dialettica tra innovazione e tradizione ,mettendosi in gioco e sfidando l’acquiescente banalità delle mode culturali, quella mostra, non a caso intitolata Mitologia, registrava una dichiarazione di poetica e una scelta ponderata. Si trattava infatti di una significativa chiarificazione operativa ed estetica nei confronti del mondo dei miti della grecità e della romanità che è stato sempre presente nella cultura europea anche quando veniva rigettato e accusato di obsolescenza da parte di quegli artisti e intellettuali, falsamente rivoluzionari, che dall’Età dei Lumi alle Avanguardie storiche e oltre, si sono arrogati il diritto di cancellare il passato in nome di una pretesa libertà morale che imponeva, a sua volta, nuovi canoni estetici. Il bisogno di scardinare i vacui canoni classicistici è stato giustamente avvertito molte volte nel corso della storia della cultura italiana ed europea ma il tentare nuove vie di rinnovamento non passa necessariamente dalla negazione dei valori della classicità poiché si è dimostrato che con quel passato, radice della nostra civiltà , bisogna inevitabilmente fare i conti perché possa parlarsi veramente di rinascita morale e culturale della società e degli artisti che la rappresentano.
La dialettica tra classicismo e modernità ha sempre prodotto gli esiti più pregnanti e innovativi proprio tra quegli intellettuali e artisti che hanno vagliato criticamente l’imprescindibile rapporto che esiste tra passato e presente attraverso il quale si persegue la via delle invenzioni e delle mutazioni che preconizzano il futuro: basti pensare alla grande stagione del Rinascimento italiano. Del resto, non a caso, il tema della classicità e della modernità si è ripresentato quasi ad ogni scadere di secolo e ad ogni esaurirsi delle pretese rivoluzioni culturali; anzi dal Neoclassicismo settecentesco, al post-romanticismo e nella stessa epoca del decadentismo e del Novecento delle avanguardie fino alle trans -avanguardie dell’età postmoderna , il ricorso alla classicità ha consentito gli esiti più significativi proprio a quegli artisti che hanno veramente rinnovato la cultura. Per restare nel campo della pittura basterebbe citare lo stesso Picasso, apparentemente così lontano dai canoni classici.

Bruno Caruso proprio in quella mostra dell’89 ribadiva perciò a chiare lettere e con le forme della pittura questa necessità dell’antico in un mondo tutto proteso all’innovazione tecnologica disumanizzante dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, della bomba atomica, del VietNam e dei misfatti che ancora oggi continuano ad insanguinare la terra. Egli riproponeva tutto il peso dell’eterna giovinezza dei miti con la dolorosa consapevolezza della loro attualità e con la forza di quel suo segno che, nutrito da una cultura aperta agli orizzonti più innovativi della contemporaneità , non aveva mai smesso di rapportarsi alle opere dei maestri della pittura amati e appassionatamente studiati sin dall’apprendistato.
La lingua dei classici si è rivelata infatti strumento critico per la sua autonoma rilettura della storia antica e recente e fonte inesauribile della rappresentazione pittorica, condizione di partenza per il suo slanciarsi verso la vita sempre nuova che la sua arte sa cogliere indipendentemente dai pregiudizi accademici e ideologici. Caruso ha sempre guardato la classicità per vivere il suo presente di artista e intervenire nel dibattito delle idee con i suoi strali e la sua ironia,le sue emozioni e passioni, il suo gusto raffinato e spregiudicato, senza mai tradire la pittura intesa come disegno, forma e colore che creano i nuovi spazi dell’utopia e della denuncia e affermano, con disperata gioia, l’ineluttabile sequenza della vita che corrode la bellezza e supera la stessa morte. Gesualdo Bufalino che presentava il catalogo di quella mostra citava tra gli altri Durkheim ,Lévy -Strauss e Mircea Eliade per sottolineare le implicazioni di ordine simbolico , religioso e sentimentale connesse ai miti e accostava Savinio e Clerici alla esperienza di Caruso senza però ricordare le sue frequentazioni con De Chirico ,Mario Praz , Santo Mazzarino e Federico Zeri, amici più volte ritratti nei suoi quadri e che costituivano il sodalizio intellettuale del pittore che con essi approfondiva e verificava la sua riscoperta estetica del mondo antico, come un “puer che se ne lascia ingenuamente sedurre, mentre ,come maturo esegeta, lo indaga con passionale rigore.” Aggiungeva inoltre una notazione che sembra preconizzare la grande produzione che oggi, con più di cento opere, costituisce questa nuova mostra allestita nella sala Montalto del Palazzo reale di Palermo e ispirata ancora una volta dai miti “depositari dei più antichi stupori e terrori dell’uomo di fronte agli arcani del cosmo e scaturigine di ogni commercio con l’invisibile sottomondo dei morti e con l’altrettanto invisibile sopramondo degli immortali. Sicché, con la stessa prodigalità con cui egli dispensa alla nostra attenzione favole che sono anche apologhi sacri e morali,altrettanto ci alletta con due semi di diverso e uguale incantesimo:un turbamento del cuore e un’arguzia del raziocinio.”

L’autore di Argo il cieco non dimenticava perciò il sodalizio con il comune amico Sciascia che rappresentava per Bruno il versante di quella ironia politica e filosofica presente nel suo mondo intellettuale, intendendo alludere, forse, all’allegria creativa dei disegni e dei pamphets che amplificano il significato della sua pittura anche quando essa possa apparire estranea ai conflitti del mondo come nei famosi “ Canestri con fiori ,frutti e farfalle” , nelle” Vedute romane con marmi antichi e resti monumentali” e nelle singolari “ Composizioni” nelle quali gli elementi fitomorfi e zoomorfi alludono sempre alla Vanitas .

“Turbamento e arguzia ” sono dunque i due semi che hanno fruttificato e nutrono questa “Mitologia Omerica” attraverso la quale Bruno Caruso intende mostrarci il fascino e l’ approfondimento dei temi mitologici tante volte affrontati ma oggi rivisitati attraverso le due opere attribuite ad Omero e tenendo a mente le traduzioni di Monti e del Pindemonte che risuonano di quella musica perenne della classicità nella loro libera e creativa aderenza allo spirito dei testi. Questo assunto consente al nostro pittore un nuovo viaggio epico ed avventuroso e soprattutto di utilizzare a suo modo le varianti dei miti narrati ,scegliendo, e talvolta reinventando, quelle più congruentemente consone alla sua sensibilità e alla cultura del nostro tempo di cui egli è protagonista e attento osservatore. La novità consiste dunque nella fluidità di una narrazione per immagini che, con coerenza di linguaggio, affidato alle tecniche più diverse che vanno dal semplice disegno a matita, alle chine, all’acquarello, alle gouaches, alle tecniche miste, alle tempere, agli oli, inseguono le sequenze del mito secondo una ratio esegetica che non esclude, appunto, l’invenzione e non esaurisce mai l’argomento riprendendone aspetti rivelatori che riferiscono fatti e avvenimenti in analogie e metafore trasferibili alla realtà contemporanea certamente più violenta e meno rispettosa del sacro e della natura. Secondo i più noti studiosi dell’antropologia culturale e delle altre scienze affini,il mito fu la prima parola dell’uomo, è la vita che sta prima delle parole perché , rispetto al lògos che razionalizza , mythos è l’intuizione immaginativa, è metafora, porta fuori.

I miti,infatti, non significano ma operano, sono ,come afferma Hillman ,il flusso della mente che tenta di spiegare l’universo e in essi coincidono simboli e significati che contengono gli elementi perturbanti che la ragione elimina attraverso la rimozione e la conoscenza scientifica. I simboli, spiega Galimberti ricorrendo all’etimologia greca del termine, mettono insieme la magia della vita rinviando all’infinito conoscenze che il sapere circoscrive, esprimono cioè una assolutezza metaforica che porta alle realtà più diverse che essi rappresentano prima della razionalizzazione poiché “ la parola espressa è il cadavere della parola mitica”. Il simbolo sta al di qua della parola, è visione conoscitiva aperta all’infinito e non si circoscrive come parola, non é segno ma disegno, creativa invenzione della vita ,spazio dell’immaginazione. In questo senso dobbiamo perciò intendere l’opera di approfondimento di Bruno Caruso nei confronti della mitologia omerica rivissuta attraverso l’immaginario dell’Iliade e dell’Odissea e l’intuizione creativa della sua arte di disegnatore e pittore. Se con l’abbandono degli dei e degli eroi il mondo ha perso il suo incanto,ecco che,nel suo disincanto,l’uomo Caruso tenta di ricrearlo ponendosi con occhi più curiosi e sagaci, a riguardare La Grecia dell’Olimpo, come nell’ autoritratto posto all’inizio della sequenza espositiva, emblematico richiamo di una umanità che tenta di riaffermare la vita ricercando i suoi archetipi.

“ Se la mente è l’Olimpo – dice ancora Hillman – ciascuna figura che lo ha abitato è archetipo, riferimento e spiegazione della vita e del conflitto che porta alla malattia e alla ricerca di una terapia”. Si potrebbe dunque affermare che in questa sua visionaria immersione in quel mondo, l’io mediterraneo e solare di Bruno torna ad accostarsi alla natura che accetta e resiste agli ostacoli, rischiando di smarrirsi e di smarrirci nei labirinti di “ genealogie, parentele, filiazioni asimmetriche e amori illeciti” di dei, semidei, eroi, uomini e mostri . Tralasciando la Teogonia esiodea e resatando fedele alla tradizione omerica,egli comincia ,infatti,col presentarci, per dirla rispettivamente con i Del Corno e Malerba, “il Panteon più dissoluto dell’antichità e la società più turbolenta e libertina di dei e semidei” i comportamenti trasgressivi e gli eroici furori degli uomini, le colpe, le vendette,le purificazioni, le virtù e i vizi che da Achille a Odisseo, da Clitennestra a Elena da Agamennone a Ettore , a Circe a Penelope nell’avvincente sviluppo dell’Iliade e dell’Odissea si fanno ,appunto, simboli della condizione umana che ancora si dibatte nella ricerca della verità e del suo “ubi consistam”.

“Sul palcoscenico dell’Olimpo sfila una banda di mascalzoni emeriti, vanno in scena incesti, adulteri, latrocini, seduzioni,uxoricidi, parricidi, amplessi con animali, pedofilie e cannibalismi, guerre e festini”, tutta la vasta gamma di perversioni ,sogni, aspirazioni e ideali che si rispecchiano nelle divinità archetipiche di una umanità che sembra uscire dalle cronache dei nostri giorni ma che dipanandosi nei singoli miti offre una panica concezione del mondo che ha ancora fiducia nella giustizia e nella epifania del divino. Pittore del nostro tempo, Bruno Caruso coglie con ironica consapevolezza il divario che corre tra quel mondo che credeva nella catarsi e la nostra condizione di contemporanei che viviamo la fine dell’antica tragedia, con la lucida e raffinata riflessione di una ratio e di un assolutizzante relativismo che bloccano la vita nell’assurdità del pirandelliano vedersi vivere e nell’impossibilità di mutare quel già compiuto nel quale scorrono disperatamente esseri e desideri : il dramma bloccato di una cultura giunta all’apice di una attesa senza palingenesi.

Lo spettacolo mitologico che ci offre Caruso consiste, come direbbe Adorno, “ nell’incanto disincantato della contemplazione, cioè nel grande gioco della sua arte, poiché veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi e l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”.

Così nelle figure degli dei ,da Zeus ad Hera, da Atena a Poseidone, da Apollo ad Artemide, l’immaginario scorre e si sofferma su Dioniso e la sua corte di Baccanti quasi a sottolineare l’ebbrezza tutta terrestre di una immortalita a misura umana ,mentre al bagno di Hera tra due ninfe fanno da contrappunto Ganimede ed Europa che Zeus, come aquila e toro ,rapisce ai suoi amori trasgressivi ,ormai sicuro del suo regno dopo avere vinto i giganti tra i quali spicca Encelado ucciso dalla lancia della vergine Pallade-Atena . E gli altri miti legati agli amori di Zeus vanno via via intrecciandosi con le vicende degli altri dei attraverso la storia di Pèrseo e di Medusa ,di Leda e dei Dioscuri, di Téseo e di Heracle,di Pan e delle Ninfe ,di Mostri e di Sibille che muoveranno, in sintonia col Fato, le fila dell’epopea troiana e del lungo errare di Odisseo.

Ecco allora che ai due incipitari con le immagini del Vate e della musa Calliope, seguono i personaggi considerati come responsabili di quello scontro tra due civiltà rivali di cui Paride ed Elena sono esemplari rappresentanti e pretestuosi strumenti di quella volontà di dominio che il potere adombra ricorrendo alla volontà del Fato. Si presentano ai nostri occhi le tre dee e il pomo della discordia che il giovane Paride consegna ad Afrodite conquistato dalla sua promessa dell’amore della bella tindaride; Briseide che sarà oggetto di contesa tra Achille e Agamennone; Cassandra che profetizza il disastro .La lunga sequenza dedicata ad Achille, reso invulnerabile dalla madre Teti alla presenza dal centauro Chirone, scorre con l’episodio di Tersite, l’assenza dell’eroe dal campo di battaglia fino alla morte dell’amico Patroclo, si concentra poi su Efesto e la sua fucina, con ben sette immagini dedicate alle nuove armi che il Pelide indosserà per vendicare l’amico, e si conclude, dopo l’uccisione e lo strazio del corpo di Ettore, con la sua morte provocata dalla freccia scagliata da Paride. E poi l’inganno del cavallo, le Erinni assetate di sangue che presiedono alla distruzione, le figure di Anchise,di Clitennestra e della sorella che rinviano ad altre storie e tragedie adombrate nella malinconia di Elena. Il soffermarsi sulla fucina di Vulcano e l’avere scelto la testa di Medusa come emblema dello scudo di Achille, meritano un cenno perché sono carusianamente congeniali alla libertà creativa del pittore attento alle variazioni significanti che le sue opere ribadiscono sul piano del simbolo: il fuoco che rigenera , il sangue di Medusa che si fa corallo mentre il suo sguardo provoca la morte. E così Poseidone torna più volte nell’immaginario dell’Odissea quasi a scandire il respiro marino delle peregrinazioni ulissiache e ci sembra che, al di la della sua vendetta per l’accecamento del figlio Polifemo,il dio del mare sia ancora una volta simbolo della vita e della morte di cui l’uomo Odisseo vorrebbe conoscere il segreto. Non a caso nella sequenza a lui dedicata non manca la sua discesa nell’ Ade e ,non a caso, anche nella sua discesa all’Averno, l’Eracle di Caruso incontra il fantasma di Medusa. Dunque Poseidone e la crudelissima immagine dell’occhio di Polifemo accecato dal tronco incandescente, come racconta Odisseo nella reggia di Alcinoo. E poi le disavventure, le vicende e gli amori: Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi ,Calipso, Nausica ,l’arrivo ad Itaca sempre inseguito dall’ira di Nettuno. L’incontro col cane Argo arresta la sequenza che si conclude con gli sguardi pensosi di Euridice, di Euriclea e di Penelope intenta ancora nella sua tela infinita.

E infinita si presenta questa immaginifica Mitologia omerica di Caruso che lascia spazi per nuove incursioni nelle quali il suo disincantato amore per la vita, troverà altre prove per la sua arte. Del resto la presenza dominante della donna e dell’eros in tutta la sua opera di disegnatore, pittore e incisore, riconduce alla vitalità di un artista che cerca nella bellezza femminile quel segreto della natura che è sempre viva ,come panica presenza, nella sua nella coscienza e nella sua indagine estetica di intellettuale e spregiudicato moralista.Ovidio racconta che anche Augusto teneva nella sua camera una tabella promemoria che ritraeva i vari tipi di accoppiamento graditi a Venere: le tabelle di Caruso hanno i loro prototipi nelle collezioni di arte antica conosciute in tutti i musei che egli conserva nella memoria del suo immaginario dove realtà e mito si fanno icone della verità che si cerca.

Nella famosa Epistola ai Pisoni sull’Arte poetica, Orazio ,parlando di Omero che cita ben quattro volte, dice che il vate “si avvia rapido al fatto e trasporta il lettore nel mezzo degli eventi come fossero noti e tralascia le parti che appesantirebbero il racconto; inventa, mescola vero e falso in maniera tale però che la parte centrale non discordi dall’inizio né il finale dal centro. Anche se talvolta sonnecchia, ha però mostrato il metro giusto per narrare imprese di re e di eroi e guerre tremende”. In un altro passo aggiunge poi: “ La poesia è come la pittura; c’è il quadro che si ammira da vicino e quello che vuole distanza, quello che ama la penombra e un altro che vuole essere visto in piena luce e non teme l’occhio esperto del critico; il quadro che piace una volta e quello che si adora ogni volta che si guarda. Se, come chiosava all’inizio di quella stessa epistola

“ I poeti e i pittori hanno sempre goduto della libertà di osare tutto” ci sembra che mai ,come nel nostro caso, le parole di Orazio si siano prestate al chiarimento del rapporto che intercorre tra l’opera del pittore e il grande modello che egli ha osato sfidare poiché quel giusto metro cui si riferisce il vate romano, sembrerebbe, con cognizione di causa, quello seguito da Caruso il quale anche lui talvolta sonnecchia, ma certamente ha fatto di questa sua fatica mitologica un grande poema visivo della sua adesione alla classicità.

Con il suo straordinario segno, nel quale l’esattezza fantastica e filologica giocano con le seduzioni cromatiche delle sue tavole, egli restituisce credibilità e consistenza alla metafora delle antiche favole e sa parlare, appunto,al bambino che è in noi e alla logica dell’adulto che indaga con ironico distacco i turbamenti della coscienza e i simboli nei quali la cultura umana nasconde i suoi disastri e le sue aspirazioni.

“Mitologia Omerica”

Autori: Bruno Caruso
Direzione: Sabrina Di Gesaro

Curatore dell’evento: Giuseppe Carli
Luogo: Centro d’arte Raffaello
Opening: sabato 15 dicembre 2018, ore 18:30

Progetto grafico: Tivitti

Special Thanks: Costantino Wines

Durata: 15 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019

Premio Marche 2018 Biennale d’Arte Contemporanea

AMIA – Associazione Marchigiana Iniziative Artistiche in collaborazione con Regione Marche e Comune di Ascoli Piceno con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presenta Premio Marche 2018 Biennale d’Arte Contemporanea.

A quasi vent’anni dall’ultima edizione, quella del 1999, torna alla ribalta del contesto espositivo italiano e all’attenzione della critica e del pubblico la prestigiosa rassegna d’arte contemporanea che prese il via nel 1956.

Una rassegna che assume oggi una formula itinerante, prendendo il via dal Comune di Ascoli Piceno che ospita fino al 31 gennaio presso il Forte Malatesta l’esposizione che dà il tema all’edizione 2018 L’interpretazione artistica come armonia. Una selezione di 134 artisti, tra nomi affermati del panorama italiano e internazionale invitati dal Comitato Scientifico ed altri artisti, anche giovani, che hanno aderito alla selezione prevista dal Bando di concorso, tutti accomunati dal fatto di essere marchigiani o di aver lavorato e gravitato nella regione delle Marche.

Dalla sua prima edizione per tutti gli anni Sessanta e poi fino agli anni Novanta, il Premio Marche si è posto come l’appuntamento più significativo del centro Italia nel dialogo con il dibattito artistico contemporaneo nazionale del quale proponeva contesti e situazioni per la loro divulgazione scientifica e per una riflessione critica.

Ha registrato nel corso delle passate edizioni la partecipazione dei maggiori artisti marchigiani e nazionali affermati o che, anche attraverso la rassegna, diventeranno protagonisti di un riconosciuto percorso professionale e il coinvolgimento dei maggiori critici d’arte come Mariano Apa, Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Luciano Caramel, Enrico Crispolti, Fabrizio D’Amico, Gillo Dorflese e molti altri.

Per l’edizione 2018, nell’ambito di una rinnovata e aggiornata veste rappresentativa, la manifestazione, riprende le caratteristiche storiche della rassegna con la partecipazione degli artisti marchigiani viventi invitati dal Comitato Scientifico e con artisti marchigiani selezionati attraverso una partecipazione a concorso.

Sede d’eccezione per la mostra il Forte Malatesta di Ascoli Piceno, una fortezza che svetta sulla gola del fiume Castellano e sul Ponte Cecco, un tempo edificio termale romano, deve il suo aspetto odierno a Antonio da San Gallo il Giovane e oggi ospita il Museo dell’Alto Medioevo ed esposizioni di arte contemporanea.

Cuore dell’esposizione la sala ottagona della Chiesa di Santa Maria del Lago, adiacente al Forte, che accoglie la terracotta di Paolo Annibali, l’incisione di Enzo Cucchi, il bozzetto di Dante Ferretti, Omar Galliani che fa il verso a Elio Marchigiani e ancora la scultura di Pino Masca, l’olio di Tullio Pericoli, i bronzi di Valeriano Trubbiani e Giuliano Vangi, la tecnica mista di Walter Valentini e ancora le fotografie di Lorenzo Cicconi Massi e di Giorgio Cutini, le installazioni di Valerio Valeri, Paolo Soro e Terenzio Eusebi e il celebre manierista Bruno D’Arcevia, senza dimenticare Ubaldo Bartolini, Luigi Carboni, Carlo Cecchi, Leonardo Cemak, gli ascolani Giuliano Giuliani e Arnaldo Marcolini, e ancora Franco Giuli, Rocco Natale, Oscar Piattella, Nino Ricci, Mario Sasso, Roberto Stelluti e infine Eliseo Mattiacci, protagonista quest’ultimo di una mostra antologica al Premio Marche del 1993.

Una pluralità di mezzi espressivi, esperienze e sentire che si fondono e si snodano all’interno del Forte Malatesta dialogando con artisti, più o meno giovani, che hanno partecipato al Bando di Concorso e sono stati selezionati dalla Giuria. L’interpretazione artistica come armonia è stato scelto proprio come tema della mostra per mettere in rapporto generazioni e medium diversi, dimostrando la vitalità del dibattito artistico marchigiano, dimostrando come la regione delle Marche possa tornare ad essere punto di riferimento per artisti, critici e studiosi per una concreta e credibile ricognizione artistica sul territorio.

Da menzionare il Premio della critica “Alfredo Trifogli”, istituito da questa edizione e intitolato alla figura dello storico Presidente, ideatore e fondatore del Premio Marche, che per il 2018 è stato assegnato a Sandro Ciriscioli, pittore e incisore del Montefeltro, docente all’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Il rinnovato Premio Marche e la mostra in corso L’interpretazione artistica come armonia, rappresentano una sintesi tra il rispetto e l’equilibrio degli obiettivi propositivi originari, la valorizzazione dell’affermazione raggiunta nel tempo dalla manifestazione e quel suo ruolo di strumento didascalico e di riflessione, oltreché anche di vera e propria proposta di valorizzazione e valutazione critica della pratica artistica e della valenza espositiva, che si pone all’interno del dibattito sull’arte contemporanea italiana e internazionale.

Pure Graphite

Sabato 15 dicembre, alle ore 18, si inaugura presso gli spazi del Tomav – Torre di Moresco Centro Arti Visive – la personale dell’artista Riccardo Angelini dal titolo ” Pure Graphite” con una serie di opere site specific e una ventina di lavori su carta. La mostra include una proiezione del videoartista Tibo Soyer.

Scrive Milena Becci :
«Via mistica, ovvero la contemplazione del mondo spirituale, e via razionale, la rappresentazione sintetica quindi dell’universo visibile, hanno da millenni ritratto un binomio dal quale è assai complicato prender le distanze.

Scienza e religione son divenute due potenze separate che sublimano l’esistenza e creano differenze e varietà, verso una verità che non è mai per sua natura assoluta. Per la scienza tutto ciò che non viene passato al vaglio dell’osservazione empirica non rappresenta la realtà e questo non è di certo il pensiero che descrive il credo delle religioni.

Ne L’Iniziazione, testo del 1904 che accoglie riuniti in un unico volume i saggi pubblicati da Rudolf Steiner, il Pensatore Veggente – così lo chiama Édouard Schuré – afferma che può succedere facilmente, per esempio, che taluno trovi che questa o quella notizia non si accordi con certi risultati scientifici dell’epoca presente; in realtà, non vi è nessun risultato scientifico in contraddizione con l’investigazione spirituale. In ogni uomo, secondo Steiner, esistono facoltà per accedere alla conoscenza dei mondi superiori e egli ne indica le modalità per avvicinarvisi. Un tentativo quindi di rendere tangibile e concreto questo processo di padronanza e consapevolezza di mondi altri che ogni uomo può raggiungere adoperandosi e sviluppando specifiche facoltà senza trascurare alcun dovere nella sua vita ordinaria.

Il mondo dei sentimenti, dei pensieri e dei desideri è spesso inafferrabile e crea caos all’interno di ognuno, rimanendo in gran parte incosciente. L’irruzione dell’inconscio nella coscienza è talmente perturbatrice – perché poco adatta alla vita sociale – che la coscienza si ingegna a reprimere quelle manifestazioni verso le quali nutre un sentimento di vergogna […] scrive Aïvanhov; da qui la naturale riflessione su cosa, con grande forza, elimini totalmente questa vergogna e conduca spontaneamente ad una stretta connessione tra spirito e materia, ad uno sposalizio tra i due materialmente testimoniato, se non l’arte? A questi pensatori si lega il lavoro di Riccardo Angelini che ha approfondito la sua ricerca artistica attraverso un’indagine teorica che viene concretizzata nella forma.

Dall’interno all’esterno, dalla sensazione alla realizzazione istintiva con l’uso della grafite fissata sul foglio. Ogni opera è un monotipo, è segno unico e irripetibile. Nella fase di produzione lo spazio è metaforicamente inserito nella rappresentazione segnica, influenza energetica di ciò che scaturisce dall’interno dell’Io. La grafite macchia il foglio con più forza in alcuni punti e con leggerezza ma caparbietà su altri, lontana da quella vergogna nata dai limiti sociali. Prevale il senso di libertà dell’artista che agisce con l’intenzione di trasportare lo spettatore in ascesa, all’interno di uno spazio che è più che idoneo a questo tipo di operazione.

Nei quattro livelli della torre eptagonale di Moresco, infatti, si ascende dal tangibile all’immateriale, vivendo l’ambiente, raccolto in metratura ma sviluppato verso il cielo stellato. Il percorso spontaneo è la salita, con brevi soste ma senza fermata se non all’apice. Un grande disegno al primo piano, materico e pesante nel tratto, ricorda la forma del planisfero, del mondo empirico che è scienza ed entità fisica; salendo al secondo livello tutto poi si riduce, dalle dimensioni del foglio, al suo peso specifico, fino all’utilizzo minore della grafite e del carboncino. La materia si sta disgregando e trasformando per giungere alla terza altezza in cui tutto è ancora più ristretto e si modifica elevandosi, quasi eterea, fino ad arrivare all’ultimo stadio del viaggio in cui scompare e diviene protagonista la luce, colei che crea l’immagine: i disegni di Riccardo Angelini si mostrano alle pareti attraverso due videoproiettori muovendosi a trecentosessanta gradi, operazione realizzata grazie alla collaborazione con il videoartista Tibo Soyer.

Una sorta di automatismo, quello di Riccardo Angelini, che lo porta a rendere la materia campo di proiezione visiva in cui riconoscere forme ed entità che compaiono sul foglio e vivono espandendosi e fluttuando anche fuori dalla superficie della carta che non limita l’immaginazione. Un carattere quasi iniziatico ed alchemico che prende avvio da uno dei più importanti movimenti letterari ed artistici d’avanguardia nato a Parigi – città in cui l’artista vive e lavora – dopo la prima guerra mondiale, il Surrealismo. Nel 1925 Max Ernst scopre la tecnica del frottage, un metodo che esclude qualsiasi scelta mentale cosciente sovrapponendo il foglio di carta a corde, foglie d’albero, tessuti e tanto altro e sfregandovi poi la matita e il carboncino in modo che la carta, per la pressione esercitata, acquisisca lo schema irregolare sottostante.

Pur con risultati diversi, Riccardo Angelini adopera la tecnica dello strofinamento che lo avvicina alle intenzioni principali del Surrealismo, automatismo psichico – così come viene definito nel Manifesto del 1924 di André Breton – libero da qualunque controllo di tipo morale, etico e culturale. Nascono così dalla mano di Angelini disegni totalmente spontanei che nel loro manifestarsi si avvicinano anche al lavoro di uno dei più grandi fotografi del Novecento, Mario Giacomelli, nato e vissuto nelle Marche – terra di origine di Angelini – e ai suoi lavori ricchi di contrasti esasperati in cui bianchi e neri sono portati agli estremi.

Senza alcuna volontà di resa del paesaggio, Angelini trasla sul foglio gli eccessi del buio e della luce in una costruzione automatica e materica di un’interiorità lasciata libera di rapportarsi con una visione del mondo che è personale ed universale allo stesso tempo, che dal momento in cui fuoriesce si unisce con lo spazio circostante e contemporaneamente ne viene influenzata prima dello svolgersi dell’azione segnica. La materia diviene così il mezzo, e non il fine, per svincolarsi dalla ragione e le macchie impresse permangono all’infinito.»

Pure Graphite – Riccardo Angelini
Torre di Moresco Centro Arti Visive

Comune di Moresco (FM)
tel. 0734 259983 – 327 2365681
www.comune.moresco.fm.it
tomav@libero.it
www.facebook.com/TorreMorescoCentroArtiVisive/

Visitabile nei giorni sabato e domenica, dalle 18 alle ore 20

Art Adoption New Generation

Scrive Andrea Baffoni a proposito della mostra Art Adoption New Generation : Art Adoption 2018 celebra la vitalità dell’arte. Stimola alla sperimentazione e ricerca nuove esperienze. Seleziona giovani nomi del panorama nazionale accostandoli a maestri già riconosciuti. Esprime la volontà di superare la sicurezza dei linguaggi consolidati e sfida le costanti temporali.

VIVI è l’imperativo! Interpretazione di una contemporaneità esasperata nei canali del post-umanesimo come abbattimento delle certezze. Vivere il flusso costante del cambiamento. Abbandonare la staticità e dissolversi nelle molteplici opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Operare una costante ricerca di innovazione diffondendosi dai luoghi deputati all’arte alle attività commerciali. La sfida è estendere il messaggio artistico ben oltre lo spazio espositivo tradizionale, vivere l’ambiente cittadino, confondersi con i colori, suoni e odori della vita quotidiana. Stimolare emozioni mentre in sottofondo aleggia l’aroma del caffè, o le fragranze esotiche di una profumeria, o ancora confondersi tra i tessuti di un negozio di abbigliamento, come pure azzardare lo stridente confronto artistico nell’ambiente inusuale di una macelleria.

Contaminazione come parola d’ordine. Arte vissuta in prima persona da chi con l’arte lavora, ma in totale condivisione a chiunque altro, senza timore dell’incontro e nella certezza di creare meraviglia. Arte diffusa, come riconquista di un valore sociale dimenticato.

A ciò concorrono i differenti linguaggi tra pittura, scultura, fotografia, video, installazioni site specific. Un grido che significa voglia di vivere, contrario all’angoscia esistenziale, ma aperto a scenari sempre nuovi. Vitalità che è anche rabbia, o felicità estrema, o dolore, o superficialità. VIVI è uno specchio della contemporaneità, capace di spaziare tra le idiozie diffuse dalla rete ai risultati più evoluti della fisica nucleare. Non si limita al mondo artistico, ma intercetta gli stimoli dell’epoca virtuale, di una società che sta affrontando una trasformazione radicale negli usi e costumi, nelle abitudini, nelle relazioni. In bilico tra essere umano e artificiale.

VIVI esplora le pieghe del nuovo, realizzare quella Gesamtkunstwerk che da Wagner in poi ha voluto dire, per tutti, Arte totale. Diffusione del pensiero creativo in ogni anfratto della vita. Una modernità che si alterna alla storia, capace di continuare su quella grande tradizione artistica che ha fatto delle città europee luoghi di continuità culturale. Cosa ancora più evidente per Cortona, che dagli etruschi ad oggi, passando per artisti come Beato Angelico e Gino Severini, ha sempre interpretato il proprio tempo con gli strumenti della conoscenza come trampolino per il nuovo e palestra di vita creativa.

ART ADOPTION NEW GENERATION 2018 – VIVI
A cura di Andrea Baffoni e Massimo Magurano

Cortona Centro Storico c/o Spazi pubblici e attività commerciali : Palazzo Magini, Auditorium Sant’Agostino, Enoteca Enotria, Dolce Vita, Bam Boutique, Beerbone, Touscher, Castellani Antiquari, La Nicchia, Eliana Boutique, Giolielli Caneschi, Pasticceria Banchelli, Ristorante il Cacciatore, Caffè Signorelli, Il Papiro, Nais Profumeria, Caffè Degli Artisti, La Saletta, Nocentini Libri, Terra Bruga, Karma, Jacente Store,Agenzia Alunno, Antonio Massarutto, Macelleria Cipollini, Bar da Massimo

Dal 16 dicembre 2018 al 10 gennaio 2019
Inaugurazione: domenica 16 dicembre 2018 ore 11:00

Direzione Artistica Art Adoption – Massimo Magurano

*8 dicembre 2017
Complesso di Sant’Agostino, via Guelfa 40 – Cortona
Auditorium: Personale di Paolo Mezzadri. Il Gioco è il Tempo
Chiostro: Personale di Andrea Clementi a cura di Francesca Bogliolo

Main Point Art Adoption
Palazzo Vagnucci, via Nazionale 42 – Cortona

Associazione Culturale Art Adoption
via Nazionale, 63
52044 – Cortona (Ar)

La ricerca di Angelo Iodice

La ricerca di Angelo Iodice si è sviluppata in questi anni nel segno dell’intervento scientifico su una stratificazione classicheggiante.

L’attrazione verso gli accadimenti, chimicamente perfetti, lo spinge a catalogarli, studiarli, e ad attendere il risultato dell’interazione fra gli stessi. Lo studio dell’archeologia, l’antica ritualità pagana, l’attrazione verso l’indeterminato e l’inafferrabile ologrammato attraverso formule chimico fisiche, gli serve per riuscire a far riemergere leggere sensazioni magmatiche e lontane ossessioni.

Concetti come l’inseparabilità particellare, i continui rimandi all’alchimia di gusto quasi Pisaniano, lo spazio eterotopico, la figura del doppelgänger sono alla base della poetica di Iodice che una volta anagrammate producono forme e visioni non comuni ma che incantano.

Praticare il riverbero – 2018

L’installazione mette in scena due forze opposte che si vincono e si attraggono continuamente in un inesauribile scontro. Il suono perenne e melodico che nasce dal ventre di un Nautilus, arriva da meandri lontani e inafferrabili di un ignoto, archetipo di una perfezione matematica e inafferrabile, di cui la sua struttura carbonatica è custode.

La melodia una volta a galla si annulla, scontrandosi con l’elemento asettico e afono della Lana di vetro. E’ una lotta impari di rimandi e di inseguimenti che sovrastano assenti un capitello romano, arenato sulla spiaggia della contemporaneità arrivato da chissà quale dimensione passata. L’indifferenza del richiamo, la mancata corrispondenza al fine di tessere speranze e incontri.

Come la polvere di trasformazione – 2018

Come sosteneva Mircea Eliade, l’uomo attraverso il processo alchemico della trasmutazione poteva prendere il posto del Tempo abolendolo. […] Antichi simulacri medici come opali di contenimento in dialogo con algidi utensili di laboratorio, al fine di rivelare l’indeterminato, l’impalpabile.

La dimensione risultante sfida le leggi temporali, sacrifica lo spazio ma preserva l’immaginazione. L’unica temporalità segnata è rappresentata dalla polvere con il suo ciclo, riuscendo così a sostenere la volontà di Anassimandro “L’uomo è polvere e in polvere ritornerà”.

Un continuum materiale e temporale che può essere invocato da indagini senza fine. L’accostamento di cumuli di polvere diventa una predella che rivela la dimensione interiore umana durante il processo alchemico di trasmutazione vista l’ossessione di Iodice di lavorare sul tempo e sul suo immagazzinamento.

La misura della distanza – 2017

Secondo Angelo Iodice la perdita del senso del luogo (genius loci fictionale) dipende dall’assenza di tre elementi fondamentali: la memoria, l’orientamento e l’identificazione analogica.

Ciò che si conserva richiede sempre un atto di interpretazione, dunque apre verso il futuro.

Il paesaggio è pensabile solo come sedimentazione di una memoria vivente e non oggettivata (nel qual caso si tratterebbe di un’operazione di storicizzazione), che racchiude in sè l’esigenza della memoria e dell’avvenire.

Testo di Gabriele Perretta

 

 

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AMBIVALENZE

Le differenti espressioni artistiche di GIOVANNI PALMIERI #artistfashionerd e ROBERTO SATERNO si congiungono per rappresentarsi, attraverso le loro opere, in un’unica inconsueta mostra AMBIVALENZE, a cura di Andrea Alessio Cavarretta, con la collaborazione di Elena Costa, Silvia Elisabetta Cangelosi, Raffaella Ceres e l’organizzazione di KIROLANDIA, dal 6 al 9 Dicembre 2018, al TEATROSOPHIA, direttore artistico Guido Lomoro.

Il partenopeo Palmieri ed il siciliano Saterno, entrambi d’adozione romana, forti delle loro potenti origini, riassumono in emblematici lavori, le loro singole esperienze. Una duplice composita esposizione con forti punti di convergenza ed altrettanti spazi divergenti, tanto ambivalenti da mostrare amplificate dimensioni estetiche ed emotive lungo percorsi, non solo visivi, che si pongono come attuazione il coinvolgimento completo dei visitatori.

Giovanni Palmieri, dopo le ripetute esposizioni degli ultimi anni, decide finalmente di rivivere parte della sua esperienza artistica, fissando, in un punto quasi fermo, il suo continuo divenire espressivo attraverso lavori non solo pittorici. Ripresenta, così, alcune importanti opere già esposte tra cui il suo emblematico “Vesuvium”, lo skateboard dipinto “Dreamyway” della famosa collettiva “Skate Heart Roma”, e l’opera a tasselli “Meraviglia” presentata al “Beu Beu art Festival”. Ridiscute le loro collocazioni espressive, giunge ad una nuova capacità descrittiva della profondità dell’animo attraverso opere singolari che esprimono una gamma di sentimenti reconditi sino alla “Totale Indifferenza”.

Roberto Saterno, torna finalmente ad esporre, dopo tante mostre ed un importante periodo di grande ricerca. Si riaffaccia evoluto al pubblico, con carica passionale, si distacca dall’ordine, perde pressoché completamente il senso d’unicità dell’opera, sino ad ora quasi esclusivamente rappresentato, e si apre al dialogo attraverso dinamiche seriali e di confronto. Migra la sua anima da stanze apparentemente vuote, scruta il suo passato e con uno sguardo al divenire, quasi travolto, si ripresenta sempre con marcate tele a tecnica composita in due linee conduttrici i “piani sensibili” e il “filo continuo”, segmenti che, partendo dal dipinto “Siamo nuvole che passano”, convergono il chiaro punto di vista in una significante “Ossidiana”.

Le identità di Giovanni Palmieri e Roberto Saterno, qui in AMBIVALENZE, si sfiorano, poi s’intrecciano nella stretta del tempo, dello spazio, che trabocca di energia magmatica spesso trattenuta ma spesso anche esplosa.

Tre gli incontri ideati per accompagnare i visitatori di tutte le età.
Il consueto VERNISSAGE, il 6 Dicembre alle 19.00, con una presentazione ideata dalla scrittrice Elena Costa in cui gli attori Junia Tomasetta e Roberto Caccioppoli si alternano, attraverso letture tratte da poeti e scrittori, per tracciare una linea di collegamento tra le opere dei due artisti, le loro emotività e la scelta espositiva.
A questo si aggiunge il TALK CON GLI ARTISTI, il 7 Dicembre alle 21.30, presentato dalla conduttrice Silvia Elisabetta Cangelosi, in cui Giovanni Palmieri e Roberto Saterno si confrontano, dialogando con il pubblico presente, per chiarire ogni punto della loro arte, discorrendo come in un salotto tra amici.
E poi, il LAB BAMBINI, con due appuntamenti, il 9 Dicembre alle 11.00 e alle 16.00, condotti dalla docente d’infanzia Raffaella Ceres (Adatto dai 3 ai 10 anni).
– L’obiettivo del percorso espositivo dedicato ai bambini e ragazzi, in merito alla mostra “Ambivalenze”, è quello di lasciare che le loro creatività leggano le opere di Giovanni Palmieri e Roberto Saterno. Le suggestioni dei piccoli fruitori divengono poi libere di esprimersi in maniera progettuale attraverso un laboratorio didattico a loro dedicato. Il laboratorio conduce i bambini ed i ragazzi alla realizzazione di una personale opera d’arte ispirata al pensiero creativo degli artisti in mostra al termine del percorso laboratoriale. Tutti insieme, adulti e giovanissimi, sono chiamati ad ascoltare l’esposizione dei “nuovi artisti” – . Raffaella Ceres

Il TEATROSOPHIA, la nuova struttura di Roma, nei pressi di Piazza Navona, attraverso la mostra AMBIVALENZE di Giovanni Palmieri e Roberto Saterno, a cura di Andrea Alessio Cavarretta, apre le porte al fluire di arti e idee generato dalla compresenza di due distinte forze, pronte a divenire con tutti gli spettatori molteplici emozioni.

Media partner della mostra è il magazine THE PARALLEL VISION direttore Paolo Gresta.
Il TALK CON GLI ARTISTI è seguito al livello mediatico da CULTURSOCIALART di Sissi Corrado.
Fotografa del VERNISSAGE: Marcella Cistola.
La grafica di presentazione della mostra è a cura di Maria Paola Canepa.

” Credo di non aver mai visto tanta forza emotiva in una mostra, tanto fluire di idee. Il percorso che abbiamo fatto insieme ai due artisti Giovanni Palmieri e Roberto Saterno ed a tutti i professionisti coinvolti mi fa credere sempre di più che l’arte è viva, è vita, che erompe dalle profondità dell’essere.” –  Andrea Alessio Cavarretta

Mostra pittorica
AMBIVALENZE – GIOVANNI PALMIERI e ROBERTO SATERNO

a cura di Andrea Alessio Cavarretta
collaborazione di Elena Costa, Silvia Elisabetta Cangelosi, Raffaella Ceres

TEATROSOPHIA
6-9 Dicembre 2018
– Via Della Vetrina, 7 Roma (Piazza Navona)

dal 6 al 9 Dicembre 2018
VERNISSAGE – 6 Dicembre ore 19.00

TEATROSOPHIA
6-9 Dicembre 2018
– Via Della Vetrina, 7 Roma (Piazza Navona) –
VERNISSAGE Giovedì 6 Dicembre, ore 19.00
TALK CON GLI ARTISTI Venerdì 7 Dicembre, ore 21.30
LAB BAMBINI (dai 3 ai 10 anni) Domenica 9 Dicembre, ore 11.00 e 16.00
Orari visita mostra: Ven. 16.00-22.30 ; Sab. 11.00-20.00 ; Dom. 11.00-18.00

Ingresso GRATUITO con tessera obbligatoria del Teatro 2 € – Bambini tessera gratuita.
Info e contatti TEATROSOPHIA: info@teatrosophia.it – tel: 06.68801089 ; 375.5488661
Prenotazione obbligatoria LAB BAMBINI (9 Dicembre 2018) – email: raffaella.ceres@tin.it ; kirolandia@gmail.com

Ufficio stampa Kirolandia
Andrea Alessio Cavarretta #scrittoremetropolitano
Tel. 3405248027 – kirolandia@gmail.com

Ufficio stampa Teatrosophia
Rocchina Ceglia
Tel. 3464783266 – rocchinaceglia@rocchinacegliacomunicazione.it

www.teatrosophia.com
www.kirolandia.com
www.theparallelvision.com
www.cultursocialart.it

ROBERTO SATERNO

Classe 1976, ROBERTO SATERNO creativo, si è diplomato in ARTE E MODA APPLICATA, e laureato all’ ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI dello Stretto di Reggio Calabria, ha studiato poi ARCHITETTURA D’INTERNI ED ALLESTIMENTO.
Vincitore di numerosi premi tra cui il premio della Provincia di Torino – III BIENNALE NAZIONALE DI PITTURA FELICE CASORATI nel 2002, e nel 2004 il PREMIO VIRGILIO “UNDER35” a Brindisi, con pubblicazione nel volume annuale dell’ Art Guide Book, Contemporary International Art 2005, edito da Virgilio edizioni. Ha partecipato a varie collettive tra cui 2001 BELLEZZA a cura della Fondazione Peano a Manta (Cuneo), nel 2002 L’ANIMA DELLE FORME, MEDITERRANEO A CONFRONTO personale a due, Palazzo dei Leoni della Provincia a Messina, a cura di Marilena Tocci e nel 2005 il VIII PREMIO KIWANIS VILLA SAN GIOVANNI – STRETTO PLURALE a cura di Lucio Barbera, a Villa San Giovanni (Reggio Calabria). Ha allestito negli anni alcune personali come TRACCE DI COLORE Next Messina a cura di Daniele De Joannon nel 2003, TERRA RAPITA a cura di Barbara Fiori Palermo nel 2004 e nel 2005 RILETTURE libreria Mondadori a cura di Ricercarte a Palermo.
Attualmente, oltre che occuparsi di no-profit, è promoter d’arte, costumista, stilista e modellista, arredatore e consulente d’arredo e di moda femminile e abiti da sposa. 

Mostra pittorica
AMBIVALENZE – GIOVANNI PALMIERI e ROBERTO SATERNO

a cura di Andrea Alessio Cavarretta
collaborazione di Elena Costa, Silvia Elisabetta Cangelosi, Raffaella Ceres

TEATROSOPHIA
6-9 Dicembre 2018
– Via Della Vetrina, 7 Roma (Piazza Navona)

dal 6 al 9 Dicembre 2018
VERNISSAGE – 6 Dicembre ore 19.00

GIOVANNI PALMIERI

Classe 1977, GIOVANNI PALMIERI pittore, disegnatore, illustratore, fumettista, si è diplomato in DISEGNO E TECNICA DEL FUMETTO (Scuola Romana del Fumetto).

Dopo un lungo percorso nell’arte e nella grafica, ha esordito nel 2013 a Roma con la sua prima personale pittorica COPPIE IMPERFETTE a cura di Annalisa Laghi e Lucia Paolantonio, e ha proseguito il suo percorso da pittore nel 2016 e nel 2017 tra Roma e Napoli con la seconda mostra personale [T]ESSERE a cura di Maria Rita Ursitti, e nel 2018 con #ARTISTFASHIONERD AL FOYER a cura di Elena Costa a Roma. Illustratore nel 2017 delle sale didattiche del CHIOSTRO DEL BRAMANTE di Roma con la cura di Maria Rita Ursitti e Raffaella Rinaldi (Ass. Culturale Artable) per la mostra su JEAN-MICHEL BASQUIAT. NEW YORK CITY, tra le varie esposizioni, ha partecipato ad alcune importanti collettive tra cui, nel 2017-2018 SKATE HEART ROMA a cura di Davide Orlando e Valentina Roccanova (Roma- Firenze ad altre tappe), nel 2018 BEU BEU ART FESTIVAL a cura di Rossana Calbi a Bucine (Arezzo). Impegnato in vari ambiti, sia nel mondo dell’arte e della cultura, che della comunicazione, del no-profit, l’#artistfashionerd, così oramai definito, vanta collaborazioni con numerosi artisti. E’ direttore organizzativo di KIROLANDIA, speaker di Radio Godot e social media manager .

Mostra pittorica
AMBIVALENZE – GIOVANNI PALMIERI e ROBERTO SATERNO

a cura di Andrea Alessio Cavarretta
collaborazione di Elena Costa, Silvia Elisabetta Cangelosi, Raffaella Ceres

TEATROSOPHIA
6-9 Dicembre 2018
– Via Della Vetrina, 7 Roma (Piazza Navona)

dal 6 al 9 Dicembre 2018
VERNISSAGE – 6 Dicembre ore 19.00

Giornata Regionale dei Musei di Calabria

Si è conclusa, presso il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, la prima Giornata Regionale dei Musei di Calabria che ha registrato una grande partecipazione (oltre 250 ingressi).

I bambini, dai 5 agli 11 anni, dopo aver visitato le cinque sale espositive che custodiscono i reperti provenienti dall’area urbana di Sybaris, Thurii e Copia e dai principali insediamenti che hanno occupato il territorio intorno alla città, hanno realizzato, con cartoncino e/o plastilina, il reperto archeologico che gli ha destato maggiore interesse. Pronto ad accogliere gli addobbi appena realizzati, un albero di Natale tutto da allestire.

Tra reperti archeologici da scoprire e ricreare, glitter, plastilina, nastrini da personalizzare e letterine improvvisate che l’elfo di Babbo Natale ha poi letto, con tutti i bimbi seduti vicino l’albero, il Natale al Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide è arrivato attraverso gli occhi brillanti dei bambini.

Anna Lucia Casolaro, responsabile Servizi Educativi del Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, con una breve presentazione, ha voluto salutare i bambini che hanno partecipato all’iniziativa, congratulandosi per l’interesse mostrato per la storia del territorio della Sibaritide, con l’augurio di poter accrescere sempre di più il senso di appartenenza al patrimonio culturale.

Il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, diretto da Adele Bonofiglio, afferisce al Polo Museale della Calabria diretto da Angela Acordon.

Giornata Regionale dei Musei di Calabria
Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide
Cassano allo Ionio (Cosenza)

Polo Museale della Calabria
Direttore: Angela Acordon
Ufficio stampa: Silvio Rubens Vivone (responsabile)
Tel.: 0984 795639 fax 0984 71246
pm-cal.ufficiostampa@beniculturali.it