COLORINCOLOR

Campiture, aloni, sfumature, turbolenze e equilibri cromatici animano gli spazi espositivi di YURTA in provincia di Siena dal 23 aprile al 15 giugno 2019. Tutti i colori sono gli “amici dei loro vicini e gli amanti dei loro opposti ” amava dire Marc Chagall e noi siamo costantemente influenzati dai colori.

La mostra a cura di Maria Mancini con la collaborazione di Wang Yao indaga attraverso l’opera di quindici artisti il colore inteso sia come gestualità istintiva sia come definizione di una progettualità linguistica ben definita. Un’enunciazione visiva, come sottolinea la curatrice, talvolta chiassosa con movimenti di luce e energia si alterna a opere costruite su velature cromatiche e pigmentazioni calibrate alla continua e indomita ricerca di nuove prospettive. Ogni colore modifica il suo aspetto in base alla materia che lo costituisce e lo accoglie. Senza voler tacere sulle abilità tecniche e sui materiali il campo percettivo della mostra si coniuga con elementi plastici e esperienze tattili condivise.

ENZO BERSEZIO – SAURO CARDINALI – MARCO CARDINI – SEOK WON KANG – HAN CHANG KYU – GABRIELE – LANDI – JAILDO MARIHNO – LUCIANO MASSARI – MICHELE D’AGOSTINO – MATTHIAS MILHAUD – DANIELA NOVELLO – PATRIZIA NOVELLO – MARIA ISABEL SALAZAR – TIZIANA TACCONI – WANG YU

INFO:
23 APRILE – 15 GIUGNO 2019 su appuntamento
YURTA via dei manufatti n 1, loc. Sentino, Rapolano Terme, Siena, Italia
e-mail yurta.r.c@outlook.it

Brescia Photo Festival – Donne

La terza edizione del Brescia Photo FestivalDonne (www.bresciaphotofestival.it), in programma dal 2 al 5 maggio, promossa da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. – Centro della fotografia italiana, esplorerà il complesso universo femminile. Quattro giornate dedicate alla fotografia con mostre, visite guidate, laboratori, proiezioni cinematografiche, musica e incontri con grandi firme della fotografia.

Giosetta Fioroni fotografa Talitha Getty nel suo studio, Roma, 1967

La rassegna internazionale di fotografia, da quest’anno con un format completamente rinnovato, propone 19 esposizioni tra mostre tematiche, monografiche e one-off, in gran parte produzioni originali, che valicheranno i confini temporali del festival e proseguiranno fino all’estate.

Al Museo di Santa Giulia, antico monastero femminile di origine longobarda, 9 mostre tra cui un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico:

Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan, racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J. Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Man Ray, Joel Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Dietrol’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, con 100 immagini di 70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti espressivi diversi, tra cui: Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero, Adelita Husni-Bey, Allegra Martin, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari. Attraverso le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali – affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.

Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

 

di Annalisa Fattori e Paola Nobile

via San Simpliciano 6, 20121 Milano

Tel 02.8052151 – www.delosrp.it

Ricognizioni In Contemporanea

A Reggio Emilia, dal 4 maggio al 1 giugno 2019, un focus sull’arte contemporanea e le nuove generazioni. Nasce dalla collaborazione tra l’Associazione Culturale Arteam di Albissola Marina (SV) e le gallerie d’arte reggiane aderenti alla rete di In Contemporanea, il “Focus Reggio Emilia”, premio assegnato nell’ambito di Arteam Cup 2018 per promuovere e sostenere la ricerca artistica contemporanea.

Cinque artisti (Evita Andújar, Patrizia Novello, Serena Piccinini, Gianluca Patti, Alice Faloretti) per cinque gallerie (Galleria de’ Bonis, Vicolo Folletto Art Factories, Galleria 8,75 Artecontemporanea, Bonioni Arte, 1.1_ZENONEcontemporanea) che, come di consueto, hanno scelto di fare rete, lavorando insieme al progetto “Ricognizioni In Contemporanea”, a cura di Chiara Serri.

Organizzata dall’Associazione Culturale Arteam in collaborazione con In Contemporanea, con il patrocinio del Comune di Reggio Emilia, la manifestazione sarà presentata al pubblico sabato 4 maggio, alle ore 16.00, presso la Galleria de’ Bonis, con la partecipazione di Arteam, degli artisti, dei galleristi e della curatrice. A seguire, sarà possibile visitare in anteprima le mostre di Evita Andújar (Galleria de’ Bonis), Patrizia Novello (Vicolo Folletto Art Factories), Serena Piccinini (Galleria 8,75 Artecontemporanea), Gianluca Patti (Bonioni Arte) ed Alice Faloretti (1.1_ZENONEcontemporanea).

L’inaugurazione ufficiale si terrà dalle 17.30 alle 20.00.

«Sebbene differenti per esperienza e linguaggio, le cinque ricerche – spiega Chiara Serri – presentano alcuni interessanti punti di tangenza: in primo luogo il recupero della memoria, intesa come terreno fertile per processi immaginativi che consentono ampie aperture oniriche; in secondo luogo la riflessione sul binomio realtà/finzione, punto di partenza per una riflessione che coinvolge la società contemporanea, dalle dinamiche identitarie al tempo dei social media alla riconsiderazione del rapporto uomo/natura in relazione al progressivo depauperamento del capitale naturale; in terzo luogo la particolare attenzione rivolta alla parte tecnica, sia che essa attinga alle esperienze del passato per sviluppare un linguaggio personale, sia che nasca dalla sperimentazione di nuovi processi e materiali, elementi portanti di un percorso in divenire».

«Arteam Cup – scrive Diego Santamaria, presidente dell’Associazione Culturale Arteam – nasce del 2015 con l’intento di dare visibilità agli artisti meritevoli, contribuendo alla loro crescita professionale. La scelta organizzativa è stata quella di assegnare premi tecnici piuttosto che premi in denaro, garantendo ai vincitori mostre personali in gallerie d’arte che operano sul territorio nazionale, progetti curatoriali e residenze artistiche presso aziende partner, nell’ottica di rafforzare il rapporto arte/impresa. L’Associazione si è impegnata e si impegna per “far vincere il futuro”, predisponendo le condizioni per un ingresso dei più giovani nel circuito delle gallerie e per offrire nuove occasioni di visibilità e confronto con il mercato ad artisti mid-career meritevoli di attenzione e/o riscoperta».

«In Contemporanea – dichiara la coordinatrice Margherita Fontanesi – nasce nel 2014 per offrire una visione d’insieme di ciò che le gallerie di Reggio Emilia propongono in relazione al percorso odierno dell’arte, con l’intento di salvaguardare le gallerie come ambienti espositivi, di conoscenza, di diffusione della cultura e come spazi di incontro, non solo come luoghi commerciali. In Contemporanea è una formazione variabile che, nel tempo e in base ai progetti proposti, ha coinvolto diverse gallerie, sempre in dialogo con le Istituzioni, come i Musei Civici di Reggio Emilia e la Fondazione Palazzo Magnani, e riconosciuti operatori di settore, come nel caso di Arteam».

Le mostre, realizzate con il supporto di Miselli accessori per componenti oleodinamici e Zuliani Impresa Edile, saranno visitabili fino al 1 giugno 2019, negli orari di apertura delle singole gallerie riportati nei siti www.arteam.eu e www.incontemporanea.eu.

Ingresso libero.
Catalogo Vanillaedizioni.

ARTEAM CUP FOCUS REGGIO EMILIA
Ricognizioni In Contemporanea
A cura di Chiara Serri
Reggio Emilia, 4 maggio – 1 giugno 2019

Premio assegnato nell’ambito di Arteam Cup 2018
In collaborazione con In Contemporanea

UFFICIO STAMPA:
CSArt – Comunicazione per l’Arte
Via Emilia Santo Stefano 54, Reggio Emilia
Tel. +39 0522 1715142, info@csart.it, www.csart.it

Come in un sogno…

In occasione di Photofestival 2019, lo spazio MADE4ART di Milano presenta ” Come in un sogno…“, mostra personale dell’artista fotografo Bruno Samorì (Faenza, 1943) a cura di Gigliola Foschi.

L’esposizione presenta una selezione di opere di Bruno Samorì comprendente composizioni fotografiche nelle quali elementi pittorici, architettonici o musivi vengono accostati a paesaggi connotati da una decisa tendenza all’astrazione. Questi montaggi visivi creano atmosfere magiche e di onirico silenzio intrecciando il presente con il passato, realtà e finzione, geometrie e bidimensionalità. Bruno Samorì, ispirato dalle riflessioni dell’artista David Hockney contenute nel volume “Secret Knowledge”, compie una riflessione sul rapporto tra pittura e fotografia con un linguaggio personale e ricco di originalità.

Come suggerisce la Curatrice Gigliola Foschi nel suo testo critico, Bruno Samorì definisce “un mondo iconico e antiprospettico, dove convivono magicamente dettagli di mosaici bizantini e di icone russe, campi arati simili a tavolozze colorate e solitarie case rurali. Egli raccoglie con amore frammenti dell’arte antica per farli rivivere grazie a complesse tecniche di photo-collage digitale che sembrano paradossalmente obbedire ai canoni della ‘prospettiva rovesciata’ delineata dal grande teologo russo Pavel Florenskij. Con un tocco fiabesco e immaginifico, Samorì compone infatti un universo costituito da figure ‘ritagliate’ che emergono da un fondo nero, luminoso e senza tempo, proprio come in un sogno…”.

La personale di Bruno Samorì, con data di inaugurazione mercoledì 17 aprile 2019 alle ore 18, rimarrà aperta al pubblico fino al 7 maggio; media partner della mostra Image in Progress.

Bruno Samorì. Come in un sogno…
a cura di Gigliola Foschi
17 aprile – 7 maggio 2019
Inaugurazione mercoledì 17 aprile, ore 18
Lunedì ore 15.00 – 18.30, martedì – venerdì ore 09.30 – 13.00 / 15.00 – 18.30
La mostra resterà chiusa al pubblico dal 25 aprile al 1 maggio compresi

MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
di Elena Amodeo, Vittorio Schieroni
Via Voghera 14, 20144 Milano

www.made4art.it, info@made4art.it
t. +39.02.39813872

Jean (Hans) Arp

Cittadino tedesco, nato a Strasburgo, capitale dell’Alsazia, Jean (Hans) Arp (1886–1966) studia arte nella città natale e poi a Weimar e a Parigi prima dello scoppio della I guerra mondiale. Negli anni del conflitto si rifugia a Zurigo, dov’è tra i fondatori del movimento d’avanguardia Dada, internazionale, multi-e interdisciplinare, fondato come reazione alla carneficina della guerra. Il contributo di Arp al Dada comprende poesie, tessuti, collage astratti, disegni, illustrazioni per libri e rilievi dipinti, ottenuti con pezzi di legno spesso ritagliati a suggerire forme naturali. A Zurigo incontra Sophie Taeuber, che sposerà nel 1922.

Al termine della guerra l’Alsazia ritorna sotto la Francia e per alcuni anni la nazionalità di Arp rimane sospesa come in un limbo. Nel 1926 ottiene la cittadinanza francese e si trasferisce, con Taeuber-Arp, a Parigi. Nella casa di Clamart, progettata dalla moglie, Arp prosegue a lavorare ai rilievi, ai collage e ai disegni, e inizia a creare sculture a tutto tondo. Continua inoltre a comporre poesie, che scrive in tedesco e in francese, lingua che adotta soprattutto con l’ascesa del nazismo. Durante tutti gli anni ’20 e ’30 frequenta artisti e scrittori internazionali di ambiti diversi, all’inizio i costruttivisti e i dadaisti, poi i surrealisti e gli artisti astratti del gruppo Cercle et Carré e poi di Abstraction-Création. Le opere di alcuni di questi artisti appartenenti alla Collezione Peggy Guggenheim sono esposte nelle sale della mostra dedicate ad Arp e gli amici.

Nel 1940, con l’inizio della II guerra mondiale e la caduta della Francia Arp e Taeuber-Arp lasciano Parigi per dirigersi nella Francia meridionale, con la speranza di poter emigrare negli Stati Uniti. Non riuscendo in questo intento si recano in Svizzera, dove Taeuber-Arp muore nel 1943. Arp ne rimane profondamente colpito e inizia a sostenere l’opera della moglie, a cui continuerà a riferirsi negli anni sia nelle opere sia nelle poesie. Verso la fine del decennio Marguerite Hagenbach, amica e collezionista dei due artisti da prima della guerra, diventa la compagna di Arp; i due si sposeranno nel 1959.

A guerra ultimata Arp incontra il successo, grazie soprattutto alle sculture. Nel 1954 gli viene assegnato il Gran premio per la Scultura alla Biennale di Venezia, nel 1958 il Museum of Modern Art di New York gli dedica una retrospettiva, e un’ulteriore rassegna organizzata nel 1962 dal Musée National d’Art Moderne di Parigi viene esposta a Basilea, Stoccolma, Copenaghen e Londra. Arp muore il 7 giugno 1966 a Basilea.

Giuliano Vangi

Dal catalogo di Bottegantica edizioni, a proposito della mostra ” Dalla matita allo scalpello” di Giuliano Vangi: [..] Tra i meriti di Vangi c’è quello di aver rinnovato il concetto di scultura, allargandolo oltre il confine dell’architettura e della dimensione spaziale, giungendo a creare un linguaggio personale e di estrema originalità. A lui il merito di essere, per primo, riuscito a realizzare compiutamente una ‘saldatura’ tra l’uomo e il suo significato; espandendo il suo concetto estetico dalla pietra alla terracotta, dalla resina all’avorio, dal design all’architettura.

Tra il 1959 e il 1962 Vangi si trasferisce in Brasile dove si dedica a studi astratti, lavorando cristalli e metalli quali ferro e acciaio. Le sue opere iniziano ad attirare l’attenzione pubblica: vince il Primo Premio al Salone di Curitiba, espone al Museo di San Paolo e partecipa ad una mostra itinerante negli Stati Uniti. Al suo ritorno in Italia recupera la figurazione, ricorrendo alle doti plastiche per imprimere la forza e lo spirito del Tempo: l’uomo, maschio o donna che sia, diventa esempio e riflesso della società contemporanea.

Uomo che cammina (1967), opera con cui la mostra prende avvio, esprime pienamente la centralità dell’arte di Vangi e la sua innata curiosità verso le culture del passato. Interesse che lo ha portato nel tempo a dialogare con la tradizione assiro-babilonese (Beatrice del 1997), con quella egizia (Donna e poesia del 2002) e del primo rinascimento, a cui l’artista rivolge sempre un occhio di riguardo, specie all’opera dell’amato Donatello. Parallelamente Vangi si pone in continuità con i grandi maestri della Scultura italiana del XIX e XX secolo: da Medardo Rosso a Adolfo Wildt, da Arturo Martini a Marino Marini.

Dopo la prima grande esposizione italiana, tenutasi nel 1967 presso Palazzo Strozzi di Firenze, Vangi attraversa un periodo di lunga e introversa sperimentazione di nuovi stilemi e contenuti avanguardisti. “Egli innalza la sua espressione artistica ad un livello esasperato e tragico, con implicazioni di una quasi insuperabile coscienza di solitudine”, scrive Enrico Crispolti. Nel percorso espositivo ci si imbatte in statue solitarie colte in attitudini riflessive, come Ragazzo con le mani in tasca (1986), esposto alla Promotrice di Torino del 1989 e a Castel Sant’Elmo a Napoli nel 1991, in cui la compattezza della materiale dialoga con l’evocazione spirituale del personaggio: aspetti che invitano a riflettere sul tema dell’impersonificazione, tipica dei nostri tempi.

Diverse poi le opere dedicate alla complessa relazione uomo-natura, osservata nei suoi aspetti più eclatanti e contraddittori, con una particolare attenzione alla carica drammatica di quei fenomeni del mondo che sfuggono al dominio dell’uomo: la potenza distruttrice appare infatti deflagrante in opere come Katrina (2014), dedicata all’uragano che nel 2005 si è abbattuto sugli Stati Uniti. [..]

GIULIANO VANGI – Dalla matita allo scalpello

Galleria Bottegantica, Milano

12 aprile – 12 maggio 2019

Orari: da martedì al sabato 10-13; 15-19

Ingresso libero

Visite guidate: su prenotazione, € 5 cad. Gruppi compresi tra le 10 e le 20 persone

Info: 02 35953308 – www.bottegantica.com

Stories

Scrive Marina Guida a proposito della mostra ‘Stories e del duo artistico J&Peg: “Corpi che diventano sculture; sogni ed incubi che strutturano la trama della realtà; visioni che diventano proiezioni; la vita che diventa un palcoscenico e la finzione scenica che s’insinua nelle pieghe della vita reale; verità, verosimiglianza, simulazione e finzione; la fotografia che incontra la scultura, la pittura, la computer grafica, la scenografia, l’installazione, l’azione.

Partendo da questi elementi Antonio Managò e Simone Zecubi, in arte J&PEG, riproducono il mondo, consegnandoci un inquieto universo popolato di fantasmi e allegorie, assemblando modelli iconografici desunti dalla storia dell’arte, dalla mitologia, dalle religioni, da antichi e nuovi miti e riti; fondendo pezzi di mondo, frammenti di visioni, fatti di cronaca, stati dell’essere, in un grande atemporale puzzle, disseminato di incongruenze visive e sorprendenti fantasmagorie.

Imbattersi nelle loro fotografie è come entrare in una dimensione parallela, sospesa tra sogno e realtà. Può capitare di essere catturati ora della nitidezza dei dettagli delle composizioni fiamminghe, ora dallo splendore cromatico delle serigrafie wharoliane; o smarrirsi in talune opere che sembrano concepite a cavallo tra gli incubi lucidi del “Giudizio Universale” di Hieronymus Bosch e set fantasy di derivazione cinematografica; o ancora di essere risucchiati dal buio di certe visioni caravaggesche, o dall’ipercolore acido e squillante di alcune opere di Rosso Fiorentino. I due artisti scompongono e rimescolano gli elementi dell’atto creativo nelle loro opere, fondendo la materia, la forma, la finalità ed il fare manuale; anticamente le quattro cause del concetto aristotelico di téchne, cioè la capacità dell’uomo di creare e di produrre opere.

La materia è presente nella veste di una realtà ripresa e riprodotta; la forma è data all’opera attraverso l’uso combinato di tecniche e molteplici linguaggi; la finalità consiste nel mettere criticamente in evidenza le moderne modalità della fruizione dell’arte e delle immagini ai tempi dei social media e del web, ma anche i modelli sociali che questo utilizzo determina, e, più in generale, i comportamenti dell’uomo contemporaneo in quanto tali; e in fine, non manca certo la mano e soprattutto la mente degli artisti, una vera e propria causa efficiens, in cui sono messe insieme, prima con il pensiero e l’idea e poi con l’opera stessa nella sua realizzazione, le altre tre cause o elementi della creazione della fotografia, pensandola previamente ed elaborandone i concetti, le strutture e i componenti, in un vero e proprio atto di astrazione.

E’ tuttavia nel rimescolamento di questi elementi dell’opera d’arte, e di quelli che concorrono alla sua realizzazione, che il processo creativo dei J&Peg si allontana decisamente dal modello di fotografia classica e palesa non solo di avere i piedi saldamente piantati nella modernità, o meglio nella contemporaneità del nostro vivere ed agire, ma di essere un valido strumento di indagine della realtà stessa, e del medium fotografico, per approdare ad un tipo di ricerca che non esiteremmo a definire: metafotografica. Questo si scorge fin dalla prassi con cui sono realizzate le opere, che è diversificata e complessa. Guardandole, siamo di fronte a realtà dissimulate, scomposte e ricomposte, identità apparenti, celate ed evidenziate, diverse a seconda del punto di vista e della prospettiva che l’osservatore sceglie di assumere.

C’è una materia manifesta: gesti quotidiani di persone, figure perturbanti in posa, che ci parlano di potere, dominio, incomunicabilità, alienazione, come nelle opere “ LD 03-943” oppure “LD 01-955”; oppure di stati dell’essere, come la metamorfosi della creatura in trasformazione di “R02” del 2010; o di spinta verso l’evoluzione come nelle opere, “Smell Out” del 2010, e “Freedom Ride” del 2010; oppure prendono spunto da fatti di cronaca accaduti in passato, come il terremoto che devastò Haiti nel 2010, nelle opere “Caso 02-010” e “Caso 010” entrambe del 2011. I soggetti sono scelti in parte tra i modelli della cultura iconografica occidentale, in parte da immagini mentali ideate per la loro posa plastica, al fine di dare vita a nuove, atemporali, icone. Nelle opere del ciclo realizzato per la mostra “J&Peg/G8” del 2012, le figure apparivano da sole o in gruppi, parzialmente celate da veli, i quali come dei diaframmi frapposti tra l’opera e l’osservatore, ne trasfiguravano i dettagli ed i contorni, senza tuttavia impedirne la visione completa; nel ciclo più recente, a colori, realizzato tra il 2018 e 2019, appaiono collocate dietro un elemento trasfigurante, parziale, che ne lascia intravedere le forme.

In virtù del modo di essere trasfigurate dai vari strati di veli frapposti, rispetto alla loro piena e completa percezione, queste figure risultano essere vere e proprie allegorie di una realtà “altra”. In entrambi i casi, in questi due cicli fotografici, il piano della realtà ripresa e raffigurata, e quindi della materia, risulta essere più d’uno, si tratta in buona sostanza della rappresentazione di una realtà in cui noi fruitori dell’immagine, ci rispecchiamo, perché siamo chiamati a leggere, dietro i veli, le storie che le figure nascondono e al tempo stesso rivelano. In tutti i cicli fotografici ora in mostra, quello che il visitatore osserva, non è la mera fotografia di un istante colto e fissato una volta per tutte, e non è nemmeno il rimaneggiamento dello scatto fotografico in un atto successivo di postproduzione, ma è la molteplice rielaborazione e ripresa di figure messe in scena, su cui gli artisti sono intervenuti in qualche caso con la pittura e il cui risultato è stato ulteriormente ripreso e successivamente riprodotto in fotografia, fino a diventare un tutt’uno, come un’opera quasi totale per la laboriosità e la sovrapposizione di interventi ormai diventati indistricabili tra di loro. Chi può dire ormai a quale categoria quest’opera unica e d’insieme appartiene?

Nel loro risultato, nello scatto finale, queste opere sono riproducibili, come le immagini consumate fugacemente nel web e nei social media, con tutte le distorsioni che ciò comporta. Questo contrasta però, paradossalmente, con il fatto che appare, invece, quasi del tutto irripetibile la loro stessa riproduzione, se non fosse altro che per la loro complessa realizzazione materiale e formale. Ai tempi della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte ciò è, tuttavia, un fenomeno che contraddistingue profondamente la fruizione dell’arte ed è ancor più evidente se si considera l’uso dei social e delle tecniche digitali, e l’infinita diffusione di immagini e parole nella profondità del web. Il web, da questo punto di vista, è come la notte in cui tutte le mucche sono nere – come descriveva Hegel nel suo “Prefazione alla fenomenologia dello spirito” – che tutto accoglie e in cui nulla sembra perdersi o potersi cancellare, ma in cui nulla si distingue più e nulla dura più dell’istante in cui si consuma, pur rimanendo nello spazio buio di un’eternità che appare persino più eterna dell’eterno divino e religioso.

Non è dunque un caso che i J&Peg si chiamino J&Peg – che a partire dal loro nome d’arte, dimostrano l’attitudine alla riflessione per quel che concerne la strutturazione e diffusione delle immagini – e che la loro personale porti il titolo “Stories”, dal momento che le opere di questa mostra sono concepite in relazione alle dinamiche delle stories di Instagram, si riferiscono alla modalità di approccio alla realtà, all’opera d’arte e al mondo, fortemente condizionata e segnata dal nostro, ormai comune, uso dei social media.

Nell’intervento creativo ed artistico dei J&Peg e quindi nella concettualizzazione e realizzazione della causa efficiens, si rimescolano ulteriormente le carte per quanto riguarda la finalità delle opere. Partendo da un pensiero non ancora trasformato in immagine, i J&Peg concepiscono la loro opera come un’insieme di complesse stratificazioni di linguaggi diversi, poi fusi insieme. Ma perché? Qual è il loro intento? Non si tratta certo di uno scopo legato ad una mera contemplatio di una realtà estetica, bensì, come dicevamo, di una critica del contemporaneo, della modalità di fruizione e di consumo delle immagini e non solo, ma anche delle modalità di comunicazione e delle implicazioni a queste legate, che tutto condizionano e tutto determinano. Nella dimensione dei social media, per dirla con Jorge Luis Borges nel suo “Finzioni”, è come se ci trovassimo in un “labirinto ordito dagli uomini”. Qui conta apparire, si è perché si appare, non conta la sostanza, la sostanza è la forma che si vede, senza più una verità.

La sostanza è impostata in una gestualità rituale, per essere poi celata, tanto la fruizione fugace del web ne trasfigura comunque e in ogni caso l’essenza a proprio uso e consumo, in un tempo eternamente provvisorio. In questo contesto, l’identità, mediata da rappresentazione e percezione, non è ciò che è, ma ciò per cui la si vuole far passare, e nei lavori recenti che chiudono il percorso espositivo, risulta ben evidente il meccanismo che gli artisti affrontano di questa “messa in finzione della realtà”, come lo definì Marc Augè nel suo memorabile, “La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction”, nel quale, spiegava che “non è più la finzione che imita la realtà, ma la realtà che riproduce la finzione” in un’eterna farsa dell’apparire, che tutto trasfigura e nel breve tempo di un giorno, fa consumare.

Stories
J&Peg
A cura di Marina Guida
Dal 20 aprile al 11 maggio 2019
Inaugurazione sabato 20 aprile 2019, ore 12
Sale espositive di Castel dell’Ovo, via Eldorado 3, Napoli

Orari feriali ore 10.30 – 18; domenica e festivi ore 10.30 – 13
Ingresso libero
Catalogo edito dalla Galleria Poggiali, con testo di Marina Guida
Organizzazione Galleria Poggiali Firenze
info@galleriapoggiali.com
www.galleriapoggiali.com

In collaborazione con Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Ufficio media: Marco Ferri – mob.+39-335-7259518; @mail: press@marcoferri.info

La pittura come il mare

Prima retrospettiva post mortem per l’artista Piero Guccione, dal 06/04 al 30/06/2019. A dedicargliela è il Museo d’arte Mendrisio che intende ripercorrere il viaggio attorno al mare di Guccione attraverso l’esposizione di 56 capolavori (scelti in collaborazione con l’Archivio Piero Guccione) tra oli e pastelli, a partire dal 1970 fino alla conclusione del suo percorso. Un catalogo di 120 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenta con fotografie e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e seguite da apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni.

Non c’è mai stato un artista che sia riuscito a dare la dimensione della luce e della relazione tra l’azzurro, il mare e il cielo come Piero Guccione. Egli è stato tra i maggiori protagonisti della pittura italiana del secondo Novecento. Nato nel 1935 a Scicli, ultima propaggine meridionale della Sicilia, e recentemente scomparso, per oltre quaranta anni ogni mattina Guccione ha guardato il mare cercando di coglierne le variazioni, non per semplice descrittivismo, ma per trovarci sempre l’anima dell’uomo.

«Mi attira l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento.» È questa la grande impresa che quotidianamente ha affrontato: guardare il mare con il desiderio di fissare qualcosa in continuo movimento.

Guccione ha portato la sua ricerca ai limiti dell’astrazione, restando tuttavia ben ancorato alla realtà. Persino nelle ultime opere dove la rarefazione è condotta all’estremo e il senso di vuoto diventa qualità principale, egli vuole e sa rimanere pittore di un’antica tradizione radicata nel dato realistico, figurativo.

Nel dipingere il mare e il cielo, egli è stato attratto dalla forza e dal colore di quell’impercettibile linea che divide la parte superiore dei suoi dipinti, il cielo, dalla parte inferiore, il mare.

È questa impercettibilità che ha sempre cercato di riportare sulla tela.
«La mia pittura oggi va verso un’idea di piattezza che contenga l’assoluto, tra il mare e il cielo, dove quasi il colore è abolito, lo spazio pure. Insomma, una sorta di piattezza, che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza, di una cosa che assomiglia a niente e che assomiglia a tutto.»

Già lo scrittore Alberto Moravia ne colse bene l’essenza: «Guccione non illustra figure e situazioni, ma cerca anzi di ridurre il più possibile il riferimento illustrativo…si è messo fuori dalla storia, si è tenuto alla passione che è di tutti i tempi e di tutti i luoghi e a quella soltanto

Questo “mettersi fuori dalla storia” ha portato l’artista a prediligere, oltre all’olio, l’uso del pastello, mezzo che scopre tra il 1973 e il 1974 come tecnica “veloce”, in alternativa, o meglio in sostegno al lento procedere dell’olio. Da quel momento in avanti il pastello assume sempre più importanza nella sua opera, dandogli modo di esprimere un’emozione più immediata e diretta, animando la natura e trasferendo alla natura i sentimenti e le passioni umane, dalla gioia al dolore, dalla malinconia all’indignazione.

Amici d’arte

Organizzata e realizzata dall’Associazione Nazionale Culturale Emilio Notte in collaborazione coll’Amministrazione Beni Comuni Villa Riccio, la mostra “Amici d’arte”, dal 6 al 14 aprile presso Villa Riccio a Roma, riunisce una selezione delle opere di Carmine Cecola, Vincenzo Gaetaniello, Goffredo Godi e Vanda Valente: personalità accomunate oltre che da una salda amicizia anche da quella particolare affinità che deriva dalle origini della propria formazione, che si realizzò all’Accademia di Belle Arti e all’Istituto d’Arte di Napoli.

Emilio Notte, Autoritratto in tuta da operaio – particolare, 1955

In quegli ambienti, l’intervallo tra gli anni ’30 ai ’50 del secolo scorso fu infatti particolarmente ricco di personalitá di alto profilo culturale e didattico. La presenza di vari docenti provenienti dalla fucina delle avanguardie storiche del primo Novecento aveva infatti saputo, voluto e potuto fortemente rinnovare una didattica attestata fino a quel momento sugli epigoni del morellismo di maniera, stancamente imperanti da decenni in una cittá che in quel tempo costituiva, dal punto di vista culturale, per così dire il “centro gravitazionale” dell’intero Sud.

Dunque, non a caso, in quel trentennio le scuole di pittura e scultura partenopee furono fucine inesauribili di talenti, che poi trovarono, ciascuno secondo i propri personali orientamenti, degna collocazione nella storia dell’arte nazionale ed europea; i quattro artisti presenti in questa mostra ne appunto sono un esempio.

Da quella molteplice e varia esperienza formativa, aperta alle avanguardie storiche, curiosa delle nascenti neoavanguardie, ma anche sempre connessa al grande patrimonio storico-artistico della regione, emersero dunque le quattro spiccate personalitá in mostra a Villa Riccio: figure che seppero e sanno intessere un dialogo tra i linguaggi contemporanei e la profonda e varia tradizione plurisecolare, anzi, plurimillenaria della nostra terra.

L’evento è anche l’occasione per un felice incontro culturale, che coglie l’obiettivo di diffondere, attraverso una selezione dei lavori di due scultori e due pittori, la conoscenza di una rilevante espressione dell’arte contemporanea in questa prima edizione romana del premio Emilio Notte, che fu maestro di due dei quattro artisti presenti.

I EDIZIONE PREMIO “EMILIO NOTTE” – ROMA

AMICI D’ARTE
Cecola – Gaetaniello – Godi – Valente

VILLA RICCIO
Sabato 06 Aprile 2019
Viale del Vignola n° 61 – ROMA

esposizione dal 6 al 14 aprile 2019 dalle 17.30 alle 19.30

La Ceramica Parallela

Sabato 6 aprile 2019, in occasione della Milano Art Week, l’ISIA Faenza Design & Comunicazione inaugura negli spazi della Galleria Fatto ad Arte di Milano la mostra La Ceramica Parallela, a cura dell’artista Salvatore Arancio e di Marinella Paderni, direttrice dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche faentino.

La mostra – risultato del workshop condotto da Salvatore Arancio con otto studenti del Biennio Specialistico di Design del Prodotto di ISIA Faenza – si concluderà il 14 aprile, al termine della Milano Design Week 2019.

Il titolo della mostra è ispirato a La botanica parallela, volume del 1976 concepito dal pittore, scrittore e illustratore Leo Lionni come un trattato di una scienza inesistente, un viaggio nell’immaginario, che esponeva un materiale interamente inventato nella forma di un plausibile manuale scientifico.

La natura “parallela” dell’esposizione si rivela negli elementi dai lineamenti biomorfi costitutivi delle colonne che dominano lo spazio: gambi di tavolini da caffè, stampati in ceramica 3D e poi smaltati con colori pastello che, impilati l’uno sull’altro, danno origine a sculture totemiche di ispirazione metareale. Un paesaggio fantastico, composto da forme organiche che sembrano uscite dall’ingannevole trattato di botanica di Lionni, ma che invece sono frutto della fantasia e della creatività degli otto studenti del Biennio Specialistico di Design del Prodotto di ISIA Faenza, che hanno partecipato al workshop condotto e curato da Salvatore Arancio.

Rispecchiando il modello didattico universitario dell’ISIA, il progetto espositivo spinge gli studenti a operare oltre la propria “comfort zone”, combinando il mondo dell’arte con quello del design, e progettando sculture che sono al tempo stesso degli elementi di arredo. “In questo modo” – sottolinea Salvatore Arancio – “si conferisce una funzione pratica alle sculture, che allo stesso tempo sono concepite come una specie di distopica mutazione di forme organiche”.

Accanto ai totem, saranno esposte le maquette originali in ceramica modellate a mano dagli studenti e smaltate con una texture di colori cangianti.

Su una delle pareti invece, una videoanimazione, creata estrapolando elementi dal processo progettuale 3D, riproduce un immaginario paesaggio naturale, inabitato da forme organiche che ci trasportano in mondi distanti e distopici.

Il 2019 è un anno importante per l’ISIA di Faenza, punta di diamante nell’ambito delle istituzioni universitarie che formano i designer del futuro – commenta Giovanna Cassese, Presidente di ISIA Faenza– un anno in cui, tra l’altro, l’ISIA inaugura la sua nuova Biblioteca di design “Bruno Munari” ed è invitato al Salone Satellite di Milano. Il workshop con Salvatore Arancio, artista sulla scena internazionale dell’arte, riporta l’attenzione sulle grandi possibilità della ceramica quale materiale privilegiato delle arti e del design e segna la nuova politica culturale dell’istituzione nel recupero del suo genius loci. Il lavoro ha rappresentato per gli allievi del biennio la possibilità di riaprire il dibattito sugli statuti fondativi della disciplina del design in tutta la sua affascinante complessità, ripensando alla centralità del laboratorio come luogo eminente del pensiero e della ricerca. E così è scaturita una produzione di grande originalità, frutto di sperimentazione e di un dialogo sempre nuovo tra arti e tecnologia, tra creatività e riproducibilità anche grazie alle nuove tecnologie del 3D, ed è nata La Ceramica Parallela, un progetto innovativo che si fa mostra e che avrà esiti fecondi”.

Il lavoro di un artista di notevole valore dentro l’ISIA, quale Salvatore Arancio, ha permesso ai nostri studenti di praticare quel modello di formazione che, proprio cent’anni fa, fondò il Bauhaus e che ancora oggi si dimostra essere il più illuminante ed efficace nello sviluppo dei futuri designer e delle Industrie Culturali Creative.” – aggiunge Marinella Paderni, Direttrice di ISIA Faenza – “La ceramica è tornata all’attenzione dei creativi di tutto il mondo per la sua capacità di unire un sapere antichissimo con la ricerca tecnologica più nuova e questo progetto ne mostra le possibilità presenti e future. La ceramica 3D è tra le tecniche più esplorate oggi all’interno del nostro istituto”.

Accompagna il progetto espositivo, un catalogo in italiano e inglese con testi di Salvatore Arancio, Giovanna Cassese, Daniela Lotta, Marinella Paderni, Marco Tonelli.

La mostra è promossa in collaborazione con WASP, sponsor tecnico e azienda leader nel settore della stampa 3D, con le istituzioni Ente Ceramica Faenza, Fondazione Banca del Monte e Cassa di Risparmio Faenza e il Contamination Lab di Faenza.

Janus_duality for new era, new design

Janus

In occasione del Fuorisalone del Mobile di MilanoMilan Design Week, uno degli eventi più importanti e prestigiosi a livello internazionale dedicati al design e all’arredamento, l’azienda giapponese YASUTA Veneered Surfaces & Design presenta per la prima volta in Italia un progetto nel quale le creazioni YASUTA Veneered Surfaces & Design dialogano con l’arte di Shuhei Matsuyama.

 
In esposizione alcuni dipinti di grande formato realizzati appositamente per l’evento dal Maestro Shuhei Matsuyama sono presentati accanto alle creazioni prodotte da YASUTA Veneered Surfaces & Design esaltandole e sottolineando la qualità e la bellezza delle impiallacciature del legno naturale impiegato e lavorato dall’azienda.
 
Vivendo in un tanto mondo polarizzato, ci troviamo in una fase di transizione irrequieta. Si tratta anche di un passaggio attraverso la coscienza, dentro e fuori di essa, ed è così anche per il tempo e lo spazio. Conosciuta per la lavorazione artigianale del rivestimento in legno, YASUTA Veneered Surfaces & Design ha condiviso un’esperienza creativa con l’artista Shuhei Matsuyama, esprimendo la bellezza dell’approccio interiore per il design nella nuova era.
 
Giano, una delle più antiche e importanti divinità della religione romana, è il dio degli inizi ed è solitamente rappresentato con due facce, in quanto può guardare al futuro e al passato. Forse Giano ci suggerisce la necessità della preghiera umana o dell’illuminazione per abbracciare contemporaneamente e seriamente la dualità, come il passato e il futuro, il cielo e la terra, la natura e l’arte e i contrasti di emozioni, come la gioia e il dolore, l’amore e l’odio.
 
L’esposizione è aperta dall’8 al 14 aprile con Opening party lunedì 8 aprile dalle ore 18 alle 20.30;
Breakfast reception venerdì 12 aprile dalle ore 9.30 alle 11.
 
Janusduality for new era, new design MILAN DESIGN WEEK8 – 14 aprile 2019
D Studio, Via della Spiga 7 – 20121 MilanoOpening party: lunedì 8 aprile, ore 18 – 20.30
 
Breakfast reception: venerdì 12 aprile, ore 9.30 – 11
Orari di apertura 9 – 13 aprile: ore 10 – 20
Orari di apertura 14 aprile : ore 10 – 17
YASUTA Veneered Surfaces & Design
7-163 Otashinmachi Yao-city Osaka Giappone
www.veneer.co.jp
info@yasuta.com
 
 
 
Segnalato da:MADE4ARTMilanopress@made4art.it

Jan Fabre

Jan Fabre (Anversa, 1958) è considerato una delle figure più innovative nel panorama dell’arte contemporanea internazionale.

Artista visivo, creatore teatrale e autore, già da giovanissimo è affascinato dal mondo degli insetti. Alla fine degli anni settanta inizia a esplorare la possibilità di introdurre il corpo umano nelle sue ricerche.

Performance e azioni sceniche, dal 1976 a oggi, hanno segnato le tappe del suo percorso artistico. Fabre è stato il primo artista contemporaneo a realizzare una mostra personale presso il Museo Louvre di Parigi (2008). Ha presentato numerose installazioni in spazi pubblici fra cui il Castello di Tivoli (1990), il Palais Royal di Bruxelles (2002), il Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles (2013), la cattedrale di Anversa (2015) e mostre nei più noti musei del mondo: Palazzo Benzon, Venezia (2007), Kunsthaus Bregenz (2008), Arsenale Novissimo, Venezia (2009), Kunsthistorisches Museum, Vienna (2011), Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia (2011), MAXXI, Roma (2013).

Nel 2016, per la mostra Jan Fabre. Spiritual Guards , sono state esposte a Firenze, tra Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio e Forte di Belvedere, più di ottanta opere. La mostra all’Hermitage di San Pietroburgo conclusasi il 30 aprile 2017 è stata visitata da 1.160.000 spettatori.

Nel giugno dello stesso anno ha esposto allo Studio Trisorio i suoi lavori dedicati al cervello, che definisce “la parte più sexy del corpo”, con la mostra My Only Nation is Imagination .