Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea
«Quando rifiutiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non esiste mai una sola storia su un luogo qualsiasi, riconquistiamo una sorta di paradiso» – Chimamanda Ngozi Adichie, The Danger of a Single Story, TED Talk, 2009
Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea
Come può l’arte
aiutarci a raccontare storie polifoniche? Quali
storie sono nascoste nelle fotografie storiche? E in
che modo gli artisti contemporanei le hanno portate
alla luce? Con Quasi un paradiso, il Museo Rietberg
presenta una mostra collettiva che, per la prima
volta, esplora in modo completo questo fenomeno
nell’arte contemporanea globale. Artisti di fama
internazionale provenienti – o appartenenti alle
diaspore – di Africa, Americhe, Asia, Australia e
Oceania lavorano con materiale visivo dell’era
coloniale. Le loro opere – poetiche, critiche,
visionarie – indagano come tali immagini definiscano
identità, storia, senso di appartenenza e come
possano essere reinterpretate. Queste opere rivelano
un potere di guarigione che trascende i contesti
storici specifici e che può toccare ciascuno di noi.
Un gruppo di venti artisti rinomati esplora lo stato
attuale di questo patrimonio fotografico attraverso
quattro sezioni tematiche, agendo come archivisti,
come contro-sguardo al punto di vista coloniale,
come forze protettive e come potenti narratori che
danno spazio a storie nascoste. Composte da
fotografie, tessuti, film e sculture, le loro opere
espandono i confini del medium fotografico e
intrecciano domande legate alla propria identità e
alle memorie collettive.
Ciò che le accomuna è un atteggiamento di speranza:
la memoria rimane fluida e capace di resistere.
Emerge così un cosmo visionario di immagini che
sovverte le narrazioni familiari e mette in luce
storie non raccontate. Cosa accadrebbe se questi
mondi visivi diventassero reali? Possiamo ritrovare
un tipo di paradiso quando la storia viene
raccontata in polifonia? E quale potere esercitano
le immagini che vediamo ogni giorno, prima ancora
che iniziamo a interrogarle?
La mostra è accompagnata da un catalogo dettagliato,
pubblicato in tedesco e inglese da Spector Books. Il
catalogo è disponibile nel negozio del museo.
QUASI UN PARADISO -
FOTOGRAFIA DELL’ERA COLONIALE NELL’ARTE
CONTEMPORANEA
16 aprile 2026 – 6 settembre 2026
Museo Rietberg, Zurigo
Kunst der Welt in Zürich
Galblerstrasse 15 - 8002 Zürich, Svizzera
rietberg.ch | @museumrietberg
Orari
Aperto dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle
17.00, il giovedì aperto fino alle 20.00.
Lunedì chiuso
Costo del biglietto
CHF 18 intero / CHF 14 ridotto / gratuito <16 anni
Come arrivare: Tram 7 in direzione Wollishofen fino
alla fermata "Museum Rietberg" (quattro fermate dopo
Paradeplatz). Sono disponibili solo parcheggi per
disabili
Ufficio stampa Italia My Com Factory + Studio
Battage
Luana Solla | +39 334 336 9695 | luana.solla@mycomfactory.com
Margherita Baleni | +39 347 445 2374 |
margherita.baleni@battage.net
Rosa Valsecchi | +39 39 375 831 96 | rosa.valsecchi@fastwebnet.it
Artisti selezionati
Dinh Q. Lê (1968–2024, Vietnam). Cercando nei mercatini di Ho Chi Minh City le fotografie perdute della propria famiglia, ha scoperto migliaia di immagini appartenute a famiglie costrette alla fuga. In Crossing the Farther Shore, intreccia queste fotografie in grandi strutture cubiche che restituiscono un volto alle storie raramente raccontate della vita quotidiana nel Vietnam del Sud prima della guerra.
Rosana Paulino (nata 1967, Brasile) denuncia la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana. La sua opera monumentale Parede da Memória (Muro della Memoria) ripete gli stessi undici ritratti 750 volte, rendendo impossibile ignorare le lacune della memoria collettiva.
Cédric Kouamé (nato 1992, Costa d’Avorio). Con The Gifted Mold Archive, esplora la materialità della fotografia. La mancanza di misure di conservazione in Costa d’Avorio ha fatto sì che molte fotografie si deteriorassero: questa decomposizione genera nuove composizioni e spazi inattesi per l’interpretazione.
La colonizzazione si è sviluppata parallelamente
alla diffusione della fotografia in tutto il mondo. La macchina fotografica ha
agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come
“altri”, come diversi. Queste immagini furono riprodotte in massa in riviste e
cartoline, diventando parte integrante della nostra memoria visiva collettiva.
Ma le immagini non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo:
stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella
seconda sezione della mostra traggono forza e resistenza proprio da questi
stereotipi coloniali. Cercano fotografie del passato, le decostruiscono e danno
loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità
visiva.
Artisti selezionati
Wendy Red Star (1981, USA). Nella serie Four Seasons, prende di mira con
ironia e precisione le fotografie storiche dei nativi nordamericani. I suoi
autoritratti messi in scena deridono l’idea romantica secondo cui gli indigeni
vivessero in perfetta armonia con la natura: lo fa utilizzando paesaggi
artificiali, fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili.
Omar Victor Diop (1980, Senegal). Nel progetto Being There (in
collaborazione con Lee Shulman, 1973, Regno Unito), si inserisce
retroattivamente in scene della vita quotidiana della popolazione bianca degli
Stati Uniti degli anni ’50 e ’60. Con naturale sicurezza, appare in situazioni
da cui, come uomo nero, sarebbe stato escluso a causa della segregazione
razziale.
Yuki Kihara (1975, Samoa). Nel video First Impressions: Paul Gauguin,
crea una satira in stile talk show. I partecipanti discutono in modo irriverente
i dipinti tahitiani di Paul Gauguin, affrontando le sue rappresentazioni
stereotipate del genere e sviluppando letture queer che ribaltano l’iconografia
del pittore.
Artisti selezionati
Sasha Huber (1975, Svizzera). Mostra come le fotografie storiche possano essere “rammendate” nella serie Tailoring Freedom. Con un gesto di cura furiosa, utilizza una graffettatrice per intervenire sulle immagini realizzate dal naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che nel 1850 fece fotografare persone schiavizzate nude nel tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, creando un’armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista.
Nel 1882, il pittore e fotografo statunitense Thomas Eakins realizzò fotografie di una bambina nera nuda. Oggi, queste immagini rivelano quanto i corpi dei bambini neri fossero sessualizzati e oggettificati. Mary Enoch Elizabeth Baxter (1981, USA). Interviene in quel momento fotografico, utilizzando il proprio corpo come uno scudo protettivo per la bambina.
Zenaéca Singh (2000, Sudafrica). I suoi antenati furono condotti dall’India alla colonia di Natal (attuale Sudafrica) come lavoratori a contratto nelle piantagioni di zucchero. Per Singh, lo zucchero non è solo un soggetto artistico: è una materia viva della memoria familiare. Incorpora le fotografie della sua famiglia nel vetro di zucchero, creando immagini fragili e luminose che invitano a uno sguardo intimo sulla propria storia.
Le lacune nella storia scritta, le fratture nella
propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate
costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, gli
artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati da Saidiya
Hartman, in cui i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità
immaginative. Gli artisti si dedicano a questa pratica visiva speculativa, che
si costruisce a partire da frammenti storici, dando origine a scene in cui
memoria e fantasia si intrecciano. Le figure rappresentate assumono nuovi ruoli,
voci e identità. Gli artisti riescono così a liberare tali figure e a condurle
in uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano
e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.
Artisti selezionati
Raphaël Barontini (1984, Francia). La sua arte è popolata da eroine che
la storia ha ignorato. La sua ultima opera è basata su Nobosudru, una donna
proveniente dall’attuale Repubblica Democratica del Congo, il cui ritratto fu
scattato durante un viaggio in Africa organizzato da Citroën nel 1924–25. In
Europa, la sua immagine divenne un simbolo della figura della “donna africana”.
Barontini immagina quell’incontro dal punto di vista di Nobosudru, invertendo lo
sguardo coloniale. Non più soggetto passivo della rappresentazione, ma autrice
della propria storia.
Andrea Chung (1978, USA). Rielabora il mito afrofuturista di Drexciya,
secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere,
avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini
avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco, dove il trauma della
schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza, resistenza e futurismo
nero. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere
compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione
del Museo Rietberg, restituendo loro nuova visibilità.
Il Museum Rietberg custodisce una vasta
collezione di fotografie scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e
l’inizio del XX secolo. Tra queste vi sono documentazioni visive etnografiche e
coloniali, nonché fotografie di studio realizzate da fotografi africani e
asiatici. Queste fotografie costituiscono un sottile filo conduttore che
attraversa tutte le sezioni della mostra e, nelle loro nuove opere, gli artisti
vi hanno attinto per rendere visibili i messaggi nascosti in queste immagini.
Un film prodotto per una parte della mostra presenta le domande sollevate, le
prospettive aperte e le interpretazioni offerte da questa collezione. Cattura
momenti chiave di un workshop tenutosi presso il Museum Rietberg alla fine di
marzo 2025, durante il quale artisti, ricercatori e curatori hanno studiato e
lavorato insieme sulla collezione fotografica del museo.
In questo spazio, i visitatori sono inoltre invitati a riflettere sulle proprie
fotografie. Che cosa possono dirci le immagini sulla nostra storia e sui nostri
ricordi? In che modo la nostra capacità di ricordare è influenzata
dall’osservazione delle fotografie? Cittadini di Zurigo ci hanno permesso di
dare uno sguardo ai loro album fotografici personali, condividendo con noi le
loro storie. Questi archivi visivi personali crescono nel corso della mostra,
creando un nuovo spazio di polifonia visiva.
Il Museo Rietberg di Zurigo è uno dei più grandi
musei d'arte della Svizzera. È dedicato all'arte delle culture tradizionali e
contemporanee di Asia, Africa, America e Oceania. Le collezioni del museo
comprendono 32.600 oggetti e 49.000 fotografie. Gli oggetti sono in gran parte
accessibili nelle sale del museo e nel deposito aperto al pubblico. Le attività
del Museo Rietberg sono caratterizzate da un alto livello di professionalità,
inclusione e diversità e si rivolgono a un pubblico locale e internazionale. Il
museo testimonia il legame della città di Zurigo con le culture del mondo e
sensibilizza i singoli risultati artistici e la diversità religiosa e sociale.
In questo modo, svolge un'importante missione culturale in un mondo sempre più
globalizzato.
Le collezioni di fama internazionale costituiscono la base di tutte le attività
del museo e ne determinano la reputazione. Le opere richiedono una ricerca
scientifica continua, compresa la ricerca sulla provenienza, rispetto alla quale
il museo mantiene un approccio trasparente: i risultati della ricerca, sono
ampiamente accessibili online e i curatori a disposizione per ogni domanda o
chiarimento. Il Museo Rietberg è connesso a una rete di esperti nei vari settori
culturali e a istituzioni culturali e collezionisti, sia a livello locale che
internazionale. Nel dialogo con i Paesi d'origine, si concentra su
collaborazioni a lungo termine, ad esempio, in Camerun, Perù, India e Pakistan.
Il museo organizza due o tre grandi mostre temporanee all'anno, integrate da tre
o quattro mostre più piccole che attingono alle sue collezioni interne. Le
mostre temporanee sono prodotte talvolta all’interno del Museo e in altre
occasioni sono il frutto di collaborazioni internazionali con musei e
istituzioni dei Paesi d'origine e vogliono promuovere le culture extraeuropee e
l'idea di tolleranza, dando così un esempio del cosmopolitismo della città di
Zurigo.
Il programma di edutainment del museo offre un'ampia gamma di attività ludiche
ed educative con visite guidate, conferenze e laboratori, per il pubblico in
generale, per i più piccoli come pure per gruppi, per professionisti, studenti o
insegnanti. Uno dei compiti del museo è la conservazione e la manutenzione del
complesso storico del Rietberg - una combinazione unica di arte extraeuropea
(mostre e attività museali), storia locale (Villa Wesendonck, Park-Villa Rieter,
Villa Schönberg), architettura contemporanea (lo Smaragd degli architetti
Krischanitz/Grazioli e il padiglione estivo di Shigeru Ban) e la natura del
parco da preservare.
