Maria Enrica Ciceri

Scrive Ambrogio Sozzi a proposito dell’opera di Maria Enrica Ciceri : ” La pittura di Maria Enrica Ciceri è diventata nel tempo un mezzo di lettura di ciò che, fattosi segno, rappresenta l’elogio del capace.

Seguendo la traccia che l’ha portata ad ampliare la propria scelta stilistica, concentrandosi su temi che parlano il linguaggio del contemporaneo, cercando nell’antropologia urbana il respiro del metropolitano fatto di un incedere nevrotico, la sua pittura risponde di rimando, con squarci e lacerazioni d’humus coloristico, rifrangendone le immagini, dilatandone gli spazi.

Espressione pittorica, la sua, che risente dello stato di cattività entro cui l’uomo contemporaneo si dibatte.
Così le sue tele si fanno spazi fisici, ampliati a supportare le tensioni dinamiche che le animano.
Talvolta lo spazio è costruito partendo da un centro, da una silenziosa luce, frammento bianco della tela sfuggito volutamente al racconto che gli sta accanto, arrivando ad essere un punto di fuga, l’inizio di un dialogo con lo spettatore. Le sue figure, spesso singole, vengono calate in algide metropoli, universi di cemento e asfalto, emblemi di città dove l’uomo dimora, confinato in continue connessioni che non garantiscono l’anonimato, ma ne esasperano l’opposto lato, l’abissale solitudine.

Così nell’opera di Maria Enrica Ciceri il rapporto tra singolo e metropoli viene indagato, talvolta supportato da immissioni di materiali fotografici, estrapolati da riviste patinate o da giornali di cronaca, che servono da spunto, da canovaccio per arrivare a creare uno spazio proprio, sospeso tra esistente ed evocato. In questo modo le foto si fondono con la pittura e diventano il riflesso di una forma mutabile, nella fissità di un fotogramma che viene assorbito dalla materia pittorica, generando lucide visioni che non si assoggettano a facili sentimentalismi o a razionali antagonismi. Così nelle sue tele la città immagina sé stessa, tra periferie cresciute sregolatamente, perdendo d’identità.

I nuclei abitativi s’assommano, stratificandosi in un dedalo di vie. Lingue e dialetti nuovi risuonano su lucidi asfalti bagnati dalla pioggia. Città confinate in solitudini, in assenza di passanti che, mossi da frettolose frenesie, svaniscono soli dietro angoli bui. Tutt’intorno, sui muri, manifesti laceri smorzano sorrisi, interrompono frasi. Le guglie di un duomo si riflettono, sciogliendosi, mischiandosi ai neon in umide pozze d’acqua dai riflessi vividi, metallici. Le forme imprigionate nell’acqua si spezzano ogni volta che un moto le sfiora, cedono e cadono ad ogni fruscio per tornare a ricomporsi nel solco dell’onda. L’unico momento umano in questa dimensione è una presenza femminile, forse personificazione della stessa artista.

Le rotaie dei tram si intrecciano come il destino sul palmo di una mano. Metrò che scendono fin dentro le viscere della terra, tra cunicoli e gallerie, traversandola e colmandone le distanze riemergono sfrecciando tra vertigini verticali, fra scatole di cemento e vetro, specularità che imprigionando il cielo e la terra lo restituiscono riflesso e ripetuto in palazzi lucenti, in grigie vetrate, in luci evanescenti nella notte, abbacinanti e spietate nel crudo giorno.
Periferie fattesi città troppo in fretta, divenute loculi per dormienti. Un graffito ininterrotto come un urlo le segna, scalfisce la caverna ove il primitivo tecnologico dimora. Quel segno, quell’impronta è lì a parlarci di ciò che siamo, ancora ci mostra quell’ombra sulla parete della caverna, racconto della vita intorno al fuoco.”

Maria Enrica Ciceri. Il visibile e l’invisibile
San Pietro in Atrio, via Odescalchi, 3 – 22100 Como (CO)
Dal 7 al 22 dicembre 2019

Vernissage: sabato 7 dicembre 2019, ore 17.30

Orari: da mercoledì a venerdì 16.00-19.00
sabato e domenica 10.30-12.30 / 15.00-19.00

Biglietto: ingresso libero