Eva Hide

Scrive Ginevra Bria a proposito di Eva Hide in Dad is God: “L’innocenza ha due volti. Quando rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione ne rimaniamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere e rimanere nascosti, fuori dalla portata della consapevolezza, insabbiati nel non-sapere. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza, o tra natura e cultura, ma tra un approccio sistemico all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia inconscia di una figura dominante in declino: il padre, non più ambasciatore della realtà, ma normatore del categorico impulso a creare.

La vera questione è : a chi propriamente appartiene la norma del significato dell’arte ? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie del futuro ?

Nella pratica di Eva Hide, all’interno della personale che porta il titolo di un collage recente Dad is God, le tracce del passato, non essendo mai raggiungibili nella loro interezza, fanno sì che l’inevitabile moto verso di esse, un apparente volgersi all’indietro, generi un continuo ripensarle e costruirle, strutturando e inventando, in perpetua oscillazione, una vita, la propria vita, come costante progressione in avanti.

Il progetto Eva Hide, dichiarano Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia, ha avuto inizio nel 2013 ed è il frutto di un lungo ed estenuante percorso volto alla ricerca di una possibilità di dare forma e sostanza alle nostre proiezioni interiori. Opportunità che abbiamo trovato nella ceramica, materia che per un decennio abbiamo usato esclusivamente per dare continuità alla tradizione artigianale settecentesca della maiolica laertina e che solo successivamente, come durante un’illuminazione improvvisa, si è rivelata un mezzo artistico perfetto per mediare direttamente tra il mondo delle idee e quello tangibile, del Reale. Nel luogo in cui viviamo, per fortuna o per sfortuna, l’arte è una pratica estremamente solitaria, solipsistica, forse: non ci sono gallerie, critici, collezionisti o amici artisti. Non si è travolti dal fiume in piena di parole e azioni che spesso ne offuscano il significato. Amiamo con dedizione il lavoro di molti artisti del passato e di artisti contemporanei da cui traiamo spesso ispirazione, ma due dipinti in particolare: La crocifissione di Grünewald e i Sette vizi capitali di Otto Dix, visti alla Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, città in cui abbiamo vissuto per diverso tempo, sono stati per noi folgoranti, nel senso più mistico del termine. Questi due scenari hanno segnato profondamente, in modo irreversibile, il nostro sentire artistico e umano.

Per Eva Hide ogni risultante artistica si trasforma in protesi esterna, in estensione dell’apparato psichico, tale da permettere a quest’ultimo di inscrivere e così di delineare, reinventandole, le imprendibili tracce sensoriali-emotive di un passato composto da ferite in costante trasformazione. La deformazione, la devitalizzazione di Fontana (2017), ad esempio, si presenta divisa, come in un autoritratto, tra un sentimento di vuoto, di rinuncia, di mancanza di un’impronta nella propria identità sessuale, quasi costretta a farsi assente a se stessa e una capacità di evasione e di trascendenza, una sorta di tensione liberatoria verso uno spazioso universo di transustantazione e di immaginazione.

Nel trasporsi all’esterno, acquisendo una configurazione oggi abbordabile, avvicinabile da parte della consapevolezza e della riflessione, la ferita impressa dallo sguardo paterno diventa però anche materia da plasmare artisticamente, vale a dire da far evolvere sul suo stesso terreno, quello sensoriale ed emotivo (Dad is God collage, 2016). Lì, nell’interiorità esteriorizzatasi in opera d’arte, divenuta l’oggetto sensoriale ed emotivo che è il prodotto artistico sotto forma di presente ricordato, accade che il mancato riconoscimento dell’identità del figlio da parte del padre. Un mancato riconoscimento che è come un sole nero o una pupilla bianca e cieca (Hero, video, 2016), e che rende futile ogni cosa come un circo di melanconia, all’interno della quale si ritrova anche un nuovo sguardo, quello che il dominio sulla devastazione rende appunto possibile.

L’opera stessa infatti (come il collage Giuditta vittoriosa, 2017), grazie al contatto che offre con l’ambiente artistico, con i suoi esponenti, ma anche con un’intera tradizione di stili, di linguaggi, di persone, e grazie poi all’interiorità sensoriale ed emotiva che in essa si delinea e che si rende persino modificabile, è adesso un nuovo padre: un potente strumento di riflessione. Ovviamente, qui per riflessione bisogna intendere non solo una capacità di pensare e di ripensarsi, ma anche la possibilità di ricevere un nuovo riflesso, una nuova immagine di sé, da parte di uno schermo, di una lama o di uno specchio. O da parte, appunto, di uno sguardo che seziona e attraversa il tempo.

La ricerca dell’evento passato, ma non ancora sperimentato, si presenta in Dad is God sotto forma di ricerca di tale evento nel futuro (Wedding, 2017). Questo accade perché l’esperienza originale non può essere collocata nel passato finché lo sguardo di Eva Hide non riesca a inserirla oggi nella sua formulazione presente e nel controllo onnipotente. La coscienza primaria, infatti, come nella serie di Why Children Steal (2016), nasce dall’interazione dinamica tra memoria e percezione in atto. Questa interazione dinamica permette di ricategorizzare il presente alla luce del passato e di costruire in questo modo una scena percettiva coerente. Isole di divertita, delicata, leziosissima indecenza, lo sguardo individuale equivale in ogni suo istante a un paradossale presente ricordato: un passato infantilizzato che può esistere e definirsi soltanto nella reinvenzione che si plasma all’interno dell’attimo presente.

In questa mostra personale, cercando all’indietro quel che proprio lì sempre sfugge, perché costituito da tracce magmatiche, come ricorda la superficie esondata della maiolica, da vissuti essenzialmente corporei di natura sensoriale ed emotiva, lo spettatore assimila e ricategorizza alcuni vissuti alla luce e nella forma dell’esperienza presente, ricostruendo ogni volta il passato come realtà antica e tuttavia inevitabilmente nuova.

Ma quale duttilità, quale capacità plastica concede, ed è insita nella maiolica rispetto altri materiali scultorei? La ceramica materia primordiale, rispondono Eva Hide, per eccellenza, imperitura e fragile allo stesso tempo, nella sua dimensione umanista di arte fatta con la terra ha nella sua lavorazione qualcosa di magico e di alchemico. L’argilla, offre una morbidezza e immediatezza plastica difficile da riscontrare in altri materiali. La lavorazione della maiolica, uguale da secoli, nei suoi passaggi fondamentali ha in sé un aspetto che ci intriga, ed è l’impossibilità di avere ripensamenti nelle fasi successive alla modellazione. La creazione di una scultura in maiolica ha molto in comune con una messa in scena di una rappresentazione teatrale, deve essere buona la prima, senza possibilità di appello, altrimenti tutto il lavoro è compromesso. Un aspetto che ci piace sottolineare del nostro lavoro è la lucida volontà di non perdersi mai nei meandri dei tecnicismi virtuosistici praticabili nell’ambito ceramico e rimanere fedeli alla dimensione umana sopra citata.

La maiolica, un tempo considerata decorativa e leziosa, ben si adatta a conferire una tridimensionalità sardonica al faceto, alla lucidità dell’osceno, attraendo lo sguardo. La maiolica dipinta ci consente, inoltre, di perpetrare l’inganno dato dai colori rassicuranti e dalla familiarità del materiale, rispetto alla tragicità dei temi usati.

Il passato non può quindi essere concepito come memoria statica, come fotografia riposta in un archivio e lì esistente, bensì come creazione di un senso assente, vera invenzione di un senso rimasto, come si usa dire, in sofferenza.

L’identità umana rappresentata da Eva Hide rifugge la percezione della mancanza e del vuoto, condizioni immanenti all’esistenza. Perciò solitamente, e in maniera difensiva, l’identità rifugge i vissuti di mancanza e compone una propria posizione di stabilità: una statica coerenza di se stessi e degli oggetti esterni. Tuttavia un’identità più autentica si fonda sul contatto consapevole con la mancanza, con il vuoto interno. Ogni artista, attraverso la propria pratica può ripudiare la falsa identità di provenienza paterna, difensivamente rigida e stabile, per lanciarsi alla ricerca di una nuova identità, di per sé sempre mancante e in fondo sofferente, ma per questo motivo anche feconda e propulsiva.

Inoltre, la poetica dell’anonimato, di Eva Hide ribalta la ferita nel suo contrario, vale a dire in una recuperata autoaffermatività: in una sorta di aggressività mediata, non piena e diretta ma pur sempre vivibile, parzialmente conquistata. Lo pseudonimo assimila l’accettazione creativa del vuoto e della depressione, e di una fondamentale carenza nella sfera pulsionale paterno-virile. Grazie a questa accettazione la passività e l’immobilità, anzi la loro spinta a esprimere solo per vie traverse l’identità, diventano l’unica possibile fonte di un’identità più vera, in costante e mai conclusa costruzione. Un’identità che si dipana perciò nel presente sempre nuovo di un passato che ricrea e che trasforma le sue tracce più ferite e dolenti.

Attraversando Dad is God, necessitiamo della banalità che troviamo nel momento iniziale dello svelamento, perché essa si radica e ci rinsalda alla realtà. La contingenza promettendoci il familiare, il proverbiale meccanismo del sesso, offre allo stesso tempo, la possibilità della soggettività condivisa del sesso. La perdita di mistero avviene nello stesso momento in cui ci vengono offerti i mezzi per dar vita ad un mistero condiviso. A questo punto si può comprendere la difficoltà di creare un’immagine statica del denudamento sessuale (Veronica, 2017). Nell’esperienza sessuale vissuta, il denudamento è un processo, piuttosto che uno stato. Se si isola un istante di questo movimento, la sua immagine apparirà banale, invece di fare da ponte tra due intensi stati dell’immaginazione, e potrebbe risultare fredda. Questa è una delle ragioni per cui, i corpi nudi di Eva Hide contengono tempo ed esperienza del tempo. Il loro corpo restituito alla molteplicità ci sfida non come una visione improvvisa, ma come esperienza, l’esperienza degli artisti. Ogni immagine viene rimodellata dalla personalità dei due artisti. La coerenza di quel che i corpi permettono di vedere non è più intrinsecamente connessa ai corpi, al loro cortocircuitare, ma segue lo sguardo delle mani che li hanno disposti. Questo sguardo consente alla metà inferiore e alla metà superiore dei corpi di vivere separatamente, talvolta in direzioni opposte, attorno al fulcro sessuale che è celato: il torso verso destra e le gambe verso sinistra, oppure il contrario. A parte la necessità di trascendere il singolo istante e di ammettere la soggettività, vi è un altro elemento essenziale: ad ogni grande rappresentazione sessuale della nudità. L’elemento della banalità deve essere manifesto ma non freddo, questo l’elemento che distingue il voyeur dall’amante. Qui tale banalità andrà rinvenuta nella coazione di Eva Hide a comporre la grassa pastosità della carne che di continuo rompe ogni ideale convenzione di forma e di continuo offre la promessa della sua straordinaria particolarità.

Il genere deframmentato dei corpi che in Eva Hide viene ricostruito all’estremo, con eccesso di scrupolo, in realtà sottolinea l’incapacità di codificare un gender. Le definizioni di genere sono solo un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità, ma la grande accumulazione di teorie che si sono avvicendate sulla questione è la prova che la realtà non è ferma, si sposta continuamente cambiando i suoi scenari e rendendo praticamente nulle molte certezze in merito. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti relativi e dinamici. Dato che pensare con certezza è impossibile, potremmo quindi provare a pensare insieme all’errore invece che escluderlo, consapevoli che possiamo sbagliare. In assenza di riscontri oggettivi, possiamo affidarci al criterio delle probabilità, evitando di bloccare la realtà in un pensiero. Affidandoci allo scorrere delle cose e generando momenti di finzione, possiamo trovare la libertà di far fluire la realtà verso l’esplorazione della mente e accogliere nuove definizioni.

Il corpo non è mai incluso interamente nella vostra pratica compositiva, ma si trova ridistribuito per parti essenziali, per parti narrative. Che cosa significa incarnare, lavorare e poi disincantare l’uomo attraverso la sua fisicità ? Noi non possiamo prescindere dal pesante fardello iconografico dell’arte italiana antica onnipresente in chiese e musei, dai fiumi straripanti di corpi nudi e di madonne che allattano, di molteplici Susanna che si mostrano, di tanti Adamo, Eva, santi con atteggiamenti erotici e martiri dilaniati. Tutto questo, mescolato al costante flusso di immagini della realtà quotidiana, da origine alle nostre narrazioni. Il nostro è un regno di morti e di fantasmi, di allucinazioni impregnate di polvere e di un tempo che non si muove mai; è un inno trionfale alla condizione miserabile dell’ uomo. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Tutto viene distrutto e tutto viene ricostruito.

Quindi il prodotto artistico di Eva Hide, insieme al processo che ripetutamente lo lavora (come in Kiss me, 2017) e lo compone, agisce elettivamente, quale organizzatore esterno: un vero contenitore che per effetto di una materializzazione proiettiva, e grazie alla natura sensoriale ed emotiva di quest’ultima, accoglie elementi psichici non integrati, spesso di natura enfatica e prevalentemente anch’essi di natura sensoriale ed emotiva.

Infatti il processo creativo, in qualunque modo si compia, in veste di collage, di pittura, di video e di scultura è costituito da tre componenti: gli elementi riversati all’esterno, il processo insieme gestuale e intellettivo che opera questa materializzazione, e infine il risultato, il prodotto artistico. E poiché le tre componenti, nel percorso di Dad is God, possiedono tutte una qualità eminentemente sensoriale ed emotiva, questa rende il processo un tutto unico, uno snodo nel quale il passato più sfuggente, inscritto nell’originariamente inconscio in forma corporeo-affettiva, ottiene una riformulazione presente, la sola possibile e realmente esistente, incarnata nella malizia di My Dad Loves Me (2017).
Questo gruppo scultoreo può mostrarsi nella reiterazione di uno scenario bloccato, pur sempre poco definito e informe, soffocato e contratto, costituendosi anche come semplice riformulazione di un sintomo preesistente, di un peccato commesso a scapito dell’innocenza, sebbene adesso collocato e distanziato, nella sua interpretazione, all’esterno; oppure potrà essere riletto come uno scenario in costante e dolorosa evoluzione, sempre lo stesso e tuttavia ogni volta diverso, strutturalmente lontano dall’informità bloccata di una colpa.

In Dad is God, l’unione delle due componenti, attiva e passiva, terrena e celeste, orizzontale e verticale è il frutto dell’arte di Eva Hide, riduttore di frattura esterno, luogo di inscrizione di un sogno che è sembrato vero, che permette alle sfuggenti tracce sensoriali-affettive, soprattutto alle più pungenti, le più nascoste, non solo di delinearsi ma di reinventarsi in modo trasformativo. Il supporto esterno offerto dai materiali sensoriali e affettivi come la ceramica e la carta agisce come vero e proprio prolungamento dell’apparato psichico di Eva Hide, sovvertitore di ogni norma imposta, patriarcale perché manipolabile, da un lato, con consapevolezza e riflessione, e dall’altro lato con la più intima partecipazione corporeo-affettiva. Inoltre tale supporto, pur di per sé solipsistico perché auto-gestito, consente tuttavia un rinnovato contatto con la realtà esterna, anzi un fermo inserimento in essa, e quindi in parallelo il già detto fecondo legame con corrispondenti metamorfosi psicologiche interne.” – Testo Critico di Ginevra Bria

Eva Hide. Dad is God
dall’8 aprile al 24 giugno 2017

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882
info@trafficgallery.org
www.trafficgallery.org

Mia E Göransson

Scrive Antonio Grulli : “Gli organismi che popolano i paesaggi di Mia E Göransson possono ricordare le forme della natura frammentata e ricomposta, una New Nature che svela e nasconde allo stesso tempo le strutture geometriche sottese alle leggi naturali, quelle linee, vortici, traiettorie che le piante seguono nel loro sviluppo, nelle fasi della crescita, secondo rapporti armonici invisibili ed eterni.

Mia E Göransson, Next to Nature, still life 2016, porcellana, alluminioL’uso del colore e l’applicazione di geometrie più o meno irregolari porta all’astrazione, interesse sempre più manifesto nei lavori dell’artista. Alcuni dei suoi oggetti potrebbero essere caduti fuori da un quadro di Kandinsky, si potrebbe ricondurre alla semplicità del cerchio, del triangolo e del quadrato, ma qualcosa li complica, li arricchisce, si intromette nella banalità del normale e scopre un divertito gusto nel creare, nel liberare le forme e dar vita a oggetti inconsueti.

Nelle installazioni più complesse, disposte su piani diversi e sotto teche trasparenti, compaiono oggetti così insoliti da sorprendere e incuriosire a ogni nuovo sguardo. Mia E Göransson è in questo senso una visionaria, una sognatrice, che ammicca a un design ludico, le sue opere potrebbero essere giochi per bambini o modellini di enigmatiche città del futuro. Compiendo un lavoro di astrazione della natura circostante, l’artista arriva a realizzare una nuova natura decostruita, concreta, solida, oggettuale.

La mostra che da martedì 28 marzo Officine Saffi inaugura (la prima in Italia) offre un viaggio negli affascinanti ecosistemi dell’artista – rocce, piante grasse, piccoli pianeti, architetture metafisiche dai colori curiosi. Dallo scontro tra la morbida organicità della vita e il rigore della geometria nascono dei piccoli teatri aperti sul mondo.”

Mia E Göransson
OFFICINE SAFFI
Milano – dal 28 marzo al 10 maggio 2017
Via Aurelio Saffi 7 (20123)
info@officinesaffi.com
www.officinesaffi.com

Officine Saffi è un centro specializzato nella ceramica contemporanea. Il progetto comprende la Galleria dedicata all’arte ceramica con mostre di artisti contemporanei e maestri del passato. Il Laboratorio dove sono organizzati corsi e workshop, oltre a produzioni di artisti e designer, le Residenze d’artista e la Casa Editrice che pubblica la rivista trimestrale specializzata La Ceramica in Italia e nel mondo (www.laceramicainitalia.com) e cataloghi d’arte. Infine, completa il progetto, il concorso internazionale Open to Art, dedicato alla Ceramica contemporanea d’Arte e di Design.

Zino Citelli – La Luce nella terra

La luce nella terraScrive Serena Messina: “Zino Citelli non è semplicemente un fotografo: è un uomo curioso. Dietro al suo obiettivo, c’è un animo sensibile ai particolari, ai colori, alla gente, alle cose che lo circondano. Un obiettivo mai falso, pronto ad accettare e riconsegnare ad altri occhi la realtà così com’è, senza filtri. Quello di Zino con la fotografia è un legame atavico di pura passione, strumento e mezzo per raccontare e raccontarsi, per vivere e far rivivere ad altri intime emozioni.

E’ un rapporto umile e sincero, scevro da qualsiasi formalità o presunzione, libero da futili vincoli o imposizioni di natura tecnologica: “Chi ha cuore, occhio e sensibilità, è in grado di scattare una fotografia carica di emozioni. Nel corso degli anni, Zino ha partecipato a diversi concorsi fotografici, ottenendo riconoscimenti e pubblicazioni su autorevoli riviste, anche on line. Ha collaborato inoltre con alcune testate giornalistiche nazionali per l’ideazione e lo sviluppo di progetti fotografici. “La luce nella terra” è la sua prima mostra personale. Luce che svela e rivela.

Luce che il sole dona alla terra, grazie a quel viaggio di milioni di chilometri che si esaurisce in appena otto minuti. Otto, il numero che racchiude in sé il simbolo dell’infinito. Infinito, come l’amore nei confronti della propria terra, del mare e della natura, racchiuso nell’immagine “Lo spicchio di Sicilia”. Osservandola, vi verrà voglia di toccarla e, perdendovi in quei colori, riuscirete a sentirne anche gli odori.”

Zino Citelli – La Luce nella terra
Progetto fotografico promosso da Bobez Arte Contemporanea
Inaugurazione sabato 18 marzo 2017 ore 19.00
Direzione Monica Schiera
Segreteria Organizzativa e comunicazione Francesca Del Grosso
Promozione Milvia Averna
Sponsor Barrel 44, Marcella Milano,Feudo Arancio
Ringraziamenti Marilena Mureddu, Print and go, Chiara Citelli, Monica Schiera
Laura Boscia, Jerry Cannatella, Francesca Pagliaro

Bobez Arte Contemporanea
via Isidoro La Lumia 22, Palermo
www.bobezarte.com
martedì- sabato 10.00-12.00/17.00-19.30
lunedì si riceve su appuntamento
domenica chiuso
contatti: info.bobez@libero.it
3393634206-3272819564

Altezze d’artista

Scrive Ilaria Teofilo : ‘Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento.

Sembra esserci questo assunto darwiniano alla base della fervida stagione di evoluzione e sperimentalismo che l’artista Michele Agostinelli sta vivendo aprendosi al concettuale e all’astrattismo informale dopo oltre quarant’anni di figurativo e accademismo.

La mostra “Altezze d’artista – panoramiche sulla materia tra cielo e terra” è il risultato di un faticoso percorso intimistico nel quale Agostinelli ha scelto di avventurarsi liberandosi dalle sovrastrutture. E’ tangibile il bisogno di superare il pesante fardello del passatismo e della memoria non per dimenticare ma per rielaborare, rivivere, comprendere e giungere ad una vera e propria agnizione di un sé più vero.

Panoramiche dall’alto, dunque, sono i soggetti preferiti di Agostinelli, che decide di rappresentare i luoghi fisici e “luoghi dell’anima”, ma anche uno sguardo verso l’alto come testimoniano le opere serigrafiche che hanno come soggetto i fuochi d’artificio, trait d’unione tra la passione fotografica e l’avanguardia . Inner life ed esterno si ricongiungono nella necessità di elevarsi ed astrarsi. L’atto creativo diventa gestualità orgasmica, un sincretismo artistico che parte dalle immagini impresse nella mente per poi esplodere nell’espressionismo e nell’action painting. L’arte si fa materica, tridimensionale. Concrezioni di materiali organici( culmi di graminacee, rametti secchi, gusci di molluschi) ed elementi inusuali (brandelli di zerbini, rondelle, bulloni , pezzi di juta, frammenti di specchi) disegnano marine chiarie e apriche, campagne silenziose e assolate, città in movimento. Il senso del rappresentato prende forma attraverso un’innata capacità di visione. Un’arte polisemica che permette la risemantizzazione degli oggetti: la catena di una bicicletta diventa un muretto a secco, la scheda madre di un pc architettura metropolitana.

Altezza intesa, non solo geometricamente come distanza da un piano, ma come profondità, una profondità necessaria per scandagliare il vissuto emotivo. Le passioni e ricordi si fondono alle proiezioni sul futuro, i paesaggi, soprattutto pugliesi, respirati, conosciuti e vissuti vengono rappresentati come incontaminate waste land dove non c’è spazio per le figure antropomorfe anche se in realtà parlano un linguaggio fortemente umano, quello dell’anima. Il bisogno di comunicazione, di una ritrovata empatia si manifesta nei dettagli come la cassette delle lettere in “Regie Poste”, nell’utilizzo di alluminio fuso reperito direttamente dalle zone incendiarie del Gargano per rappresentare la distruzione di Hiroshima e Nagasaki in “Fiore di Fuoco”, nell’emblematica “Cassaforte delle emozioni” che si apre al mondo. Un’arte apparentemente povera che si impreziosisce con le riflessioni dell’artista.

Le opere spesso di dimensioni molto grandi, non hanno cornice o strabordano su di essa. La materia, decisiva anche per il cromatismo, viene smembrata, fusa, assemblata con il furor di demiurgo in grado di forgiarla e donarle valenza testimoniale. Agostinelli si reinventa, giunge alla consapevolezza, alla libertà espressiva. Gioca, si diverte. Segue i voli pindarici della fantasia. La sua è un’arte leggera ma densa che fa tesoro dell’insegnamento di Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

La mostra “Altezze d’artista”, curata da Alessandra Savino, si inaugurerà il 23 febbraio 2017 alle ore 19.00 a Bitonto presso il Torrione Angioino e sarà visitabile fino al 9 marzo tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 18.00 alle 21.00 con ingresso libero.

Migrations

Mostra personale di Vincenzo Pennacchi dal 18 febbraio al 26 marzo 2017 presso ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA di Latina, a cura di Italo Bergantini e Gaia Conti.

Migration_invitoScrive Gaia Conti : “Per caso è difficile che qualcosa si realizzi. Un’occhiata alla personale di Vincenzo Pennacchi alla Romberg di Latina per rendersene conto. Le pareti della galleria raccolgono la summa di molti anni di lavoro in cui carne, spirito, ironia, colore, passione, materia si sono avvicendati a creare un percorso artistico unico nel suo genere. Opere già adulte si sposano felicemente con nasciture creazioni realizzate ad hoc in un allestimento che predilige il caos senza essere inerme confusione. “Migrations” è un’antologia visiva che racconta di piccoli e grandi spostamenti e di un flusso inesausto di pensieri.

Ironico, ma capace di permeare nel profondo lo spirito umano, Pennacchi coglie nel segno con questi suoi vagabondaggi suddivisi fisicamente in quattro momenti apparenti. Alla sinistra compare in tutta la sua imponenza l’opera che più di tutte racchiude ogni aspetto della sua espressione pittorica e installativa. Tridimensionalmente drammatica è un corpo animale, una bestia fiera, intrisa della carne lacerata dal tessuto dei tempi. Freatica, come una falda di acqua sotterranea che attraversa la superficie terrestre. Inerme, come creatura condannata al macello. Migra, lei. Si sposta. Altèra. Migra lui, il viandante, l’artista in viaggio costante con il suo universo.

L’impatto centrale è con una costellazione di piccoli mondi incorniciati. Vincenzo è anche questo, un gran narratore di miti e leggende, di argonauti, avventure, di favole che spesso non hanno né capo né coda. “C’era una volta..” si legge all’avvio delle fiabe. Forse no, non c’era, una volta, non c’è mai stata e non ci sarà. Colori di una realtà vissuta in una surreale destinazione si diluiscono, materici e lievi e pesanti come le nostre esperienze. La vertigine è lo stordimento, la sfida.
Riparte, mai si ferma perché non può, il percorso è la sua droga. Imbocca la strada dell’universo sconosciuto, verso le stelle luminose consigliere.

E un tuffo immersivo nella parete alla destra dove s’invola in alto nello spirito tra corpi celesti e celestiali. “Immortal forma venne angel di pietà [..] sol questo m’arde e questo m’innamora [..] c’amor in cui virtù (dimora)” – vergate in nero sul bianco del muro, parole dello scultore Michelangelo Buonarroti lo riportano a trovar un posto sicuro dove sostare, l’amata domus che come nave veleggiante è feticcio ricorrente. Il movimento è un guizzo di follia stratificato, come sono molto spesso i ricordi: pallide chiazze di vivida verità. E siamo già qui, al quarto rintocco, quando sullo schermo si rincorrono immagini di sentieri battuti. Migrare è pur sempre un atto di coraggio, è andare, tornare chissà, è ripensare il significato delle cose. È un atto contemporaneo e attuale, un valore umano e un istinto animale.

Il viandante ha svuotato una valigia piena di ciò che possiede – un’arte in grado di raccontare di sé stessa e degli altri senza troppi tecnicismi, di incuriosire, emozionare, di far riflettere, un’arte primitiva e contemporanea, un’arte di questo e di altri mondi ancora da scoprire. Un racconto magico e misterioso, da ascoltare e osservare senza preconcetti nello spazio della galleria. Tutti abbiamo cuore, gambe e testa, e se, incuriositi, vi trovate nelle vicinanze, passate di qui, per caso.” (Testo di Gaia Conti)

Vincenzo Pennacchi – Migrations
ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA
Latina – dal 18 febbraio al 26 marzo 2017
Viale Le Corbusier (04100)
+39 0773604788 , +39 0773690053
artecontemporanea@romberg.it
www.romberg.it

Ermanno Bartoli

Scrive Monica Ferrarini : “Affascinato dal mondo matematico, dalla metafisica e dal surrealismo Ermanno Bartoli dà vita ad una produzione pittorica dalla connotazione estremamente personale che lo ha portato nel corso degli anni alla realizzazione di tele di grande ricerca in termini di concetto e di stile.

Dipinto di Ermanno BartoliPur prediligendo l’astrattismo, Bartoli ha creato opere dove la figurazione è ridotta a schematismi essenziali che si rifanno alle logiche e al rigore indiscusso della matematica.
Le figure geometriche combinate sapientemente tra loro generano forme e paesaggi di grande linearità dove si creano ampie prospettive dal sapore metafisico nelle quali lo sguardo dell’osservatore sembra abbandonarsi in una dimensione che ha perso i connotati del tempo e dello spazio.

Sono luoghi che richiamano alla mente sensazioni di malinconia quelli rappresentati in opere come “La piazza”, “Vicolo andaluso”, “Il borgo silente” o “L’attesa”: luoghi di desolazione e vuoto non soltanto fisico ma anche emotivo e che ci portano a riflessioni profonde dove l’Io viene messo in discussione.

Le sue tele diventano campi matematici da scomporre, dividere e scandagliare con accuratezza e precisione e spesso si arricchiscono di dettagli surreali che captano la curiosità di chi le osserva lasciandolo incuriosito come nel caso di “Intersezioni n.1”, “Intersezioni n.2” o ad esempio “Sovrapposizione di spazi n.1”.

Linee e forme giocano con il colore generando spazi cromatici che sembrano prodursi naturalmente sulla tela e che connotano la produzione pittorica degli ultimi anni rivelatrice di un fascino artisticamente maturo come si evince dai vari dipinti “Senza titolo” degli anni 2000/2007 nei quali l’artista dimostra forte consapevolezza e padronanza di tecnica e ricerca.” – Dr.ssa Monica Ferrarini

 

Dall’ 11 al 23 Febbraio 2017
Arte Borgo Gallery
Borgo Vittorio, 25
00193 – Roma
info@arteborgo.it
www.arteborgo.it

Carlo Giusto e la voglia di raccontar(si)

Scrive Silvia Campese : “Oggi come ieri, Carlo Giusto trova la sua profonda dimensione ontologica nella pittura. Alla ricerca del “varco montaliano” che chiuda il cerchio, che sveli il segreto di una ricerca continua, dove Giusto ha percorso le strade della sperimentazione restando sempre fedele a se stesso.

Locandina web della mostraDifficile individuare una sintesi, capace di raccontare una vita dedicata all’impegno civile e all’arte. Per questo la mostra, ospitata nella prestigiosa e storica sede del Circolo degli Artisti, a Pozzo Garitta, racconta due momenti precisi dell’esperienza pittorica che, secondo l’artista, “chiudono il cerchio. Ma l’anello vacilla”.

I due momenti raccontati a Pozzo Garitta, la pittura degli anni Cinquanta e quella dal Duemila all’oggi, sono il file rouge di una lunga riflessione artistica che si incontra e scontra ritrovandosi, a distanza di mezzo secolo, nella radice del proprio significato. Cambiano i colori, il tratto si evolve, ma la ricerca del senso della vita resta il concetto alla base dell’opera. L’anello si chiude nel legame tra la pittura degli anni Cinquanta e l’oggi, ma qualcosa vacilla e le certezze saltano ancora una volta. La risposta cercata non è stata raggiunta e l’opera continua, in un lavoro costante, nel proprio laboratorio, tra tele, che profumano di storia, pennelli di ogni misura e colori.

«Ho iniziato a dipingere nel 1954 – racconta Giusto -. Prima ho dedicato alcuni anni alla lettura e allo studio della storia dell’arte. Non ho frequentato l’Accademia: volevo essere allievo di me stesso. Un uomo libero. Libertà che conobbi fin dai quattordici anni, quando salii in montagna a combattere coi Partigiani».

Un bagaglio di esperienze che rifugge il figurativo. Se si esclude una prima fase, dedicata al paesaggio, dove una eco impressionista, ma ancor più divisionista nelle scaglie delle pennellate, richiama il figurativo, la via scelta è quella dell’astrattismo. Le figure ritornano attraverso il collage e nelle tele vicine alla Pop Art, dove sagome di corpi fluttuano in una danza. Il tratto pittorico, già negli anni Cinquanta, proprio come oggi, guarda alla libertà delle idee, in un linguaggio informale, dove rigore e caos si rincorrono. È lo stesso artista a parlare, a proposito delle tele del 1950, di «spontaneità, libertà suggerita dalla geometria dei prati, dai campi delle langhe, dalla verticalità dei marmi di Carrara».

Il paesaggio viene interiorizzato e trasformato in un susseguirsi di linee e campiture coloristiche in cui la forma è rinnovata dal pensiero. Proprio qui, però, sta il passaggio compiuto tra i quadri del ’50 e quelli odierni: se allora esisteva una rielaborazione del figurativo, oggi non esistono un riferimento, un’immagine di partenza. L’esercizio è puramente mentale, in una ricerca tra i ricordi, ma soprattutto scavando nel mare magnum dell’inconscio e del non detto.

«Quando inizio a dipingere – dice Giusto – non ho un bozzetto o un’idea precisa. Lascio alla mano la libertà di cominciare velocemente a macchiare la tela. Poi mi fermo: ho davanti agli occhi una trama intricata e aggrovigliata. In ogni macchia cerco qualcosa che non conosco, qualcosa di nuovo».

Solo a questo punto subentra il raziocinio e la sapiente mano mossa dall’esperienza. La ricerca tra volontà e libertà trova un equilibrio narrativo che emana una vis attrattiva per lo spettatore: la stessa di cui parlava Stelio Rescio, nel suo testo dedicato a Giusto dal titolo “La cultura savonese liberata dall’autarchia del regime”.

La voglia di comunicare, ma soprattutto la fiducia nel mezzo pittorico come strumento di dialogo e comunicazione sono la nuova via della libertà, la nuova strada per non arrendersi al momento storico, dove l’incomunicabilità tra uomini sembra prevalere. “Voglia di raccontare” è un titolo ricorrente, assegnato alle opere più recenti. L’arte resta l’unica strada: da qui la dedizione, mentale e fisica, con cui l’artista si dedica al lavoro, per ore e ore, nel suo studio.

Lo spettatore resta l’interlocutore ideale con cui Giusto, alla soglia degli 88 anni, vuole instaurare un rapporto. Con cui continua a dialogare, spesso a distanza, per interrogarsi, insieme, sul senso dell’esistenza.” – Silvia Campese

Continuità – Dipinti di Carlo Giusto
Circolo degli Artisti
Pozzo Garitta, 32 17012 Albissola Marina (SV)
Dall’11 al 26 febbraio 2017

www.circoloartistialbisola.it
circ.artistialbisola@libero.it

Cleto Munari: elogio all’arte quale invenzione della verità

Scrive Cristina Ossato : “Molto è stato scritto sulla produzione artistica di Cleto Munari. Troppo poco è stato detto sul rapporto sinergico tra quest’uomo colto spesso con le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto mentre respira “il cuore delle cose”, e l’artista che nel fulgore della propria creatività tramuta quel “cuore” in veri e propri oggetti d’arte, siano essi gioielli, orologi, oggetti d’arredo domestico o urbano.
Pochi infatti sanno che dietro a questa postura e a questo sguardo è racchiuso tutto il segreto della sua arte.E’ un distacco, il suo, un benevolo, talvolta anche beffardo ma quanto mal necessario distacco dal mondo circostante.
Come è possibile infatti far parlare “il cuore delle cose” se non allontanandosene leggermente, in atteggiamento di ricezione ed ascolto, interrogazione e riflessione?“La tenerezza / dirà quello che non sa il desiderio”. Come quel poeta portoghese Eugenio de Andrade, così Cleto Munari osserva la vita amorevolmente, affinché essa gli riveli – liberamente – quella “figura”, quella forma, che traduce in segno visibile e tangibile l’enigma dell’animo umano: “la figura delle cose”.

Se il desiderio privilegia il tatto mentre la tenerezza favorisce la vista, allora qui non si tratta di stabilire la supremazia di un senso rispetto ad un altro. Come Cleto spesso afferma: “ogni senso dischiude una porta al mistero della vita e come una mano contiene cinque dita, ognuna con una propria funzione, così i cinque sensi hanno il compito di far gustare, vedere, sentire, udire, toccare il labirinto terreno”.

Si tratta semmai – sempre per citare Eugenio de Andrade – di “mantenere il cuore vulnerabile” e pertanto, attraverso lo sguardo sul mondo si tratta di intuire emotivamente e ri-costruire pragmaticamente quell’armonia primordiale dell’uomo con la molteplicità, quell’ Idea di Suprema Bellezza e Bontà di cui Platone tanto parla nella Repubblica e che da millenni costituisce il motore di ricerca per ogni viandante, e molto spesso, mendicante, di verità.

La ricerca della “figura delle cose” è dunque il perno su cui poggia il genio creativo di Cleto Munari.
Si ricordi in tal senso la mostra La figura delle cose: Cleto Munari in Castel Sant’ Angelo tenutasi a Roma dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Questa ricerca a sua volta si basa su una filosofia di sintesi, dove non solo vengono utilizzati e sperimentati assieme materiali diversissimi tra loro, quali l’oro e l’argento, il vetro Murano, ed alcune pietre preziose (si pensi agli oggetti ad uso decorativo domestico ed alla collezione gioielli, ad esempio) ma dove vengono coinvolti prestlgiosi architetti e designers internazionali allo scopo di organizzare manifestazioni culturali quali luogo di incontro e dibattito di idee e progetti, come esemplifica l’imminente mostra a Palazzo Ducale a Venezia che raccoglie per la prima volta in assoluto ben 72 calici in vetro Murano per la Electrolux, i quali verranno esposti al Metropolitan Museum di New York, già sede permanente della collezione di gioielli Cleto Munari.

Altrettanto importante è il recentissimo progetto relativo alla creazione di alcune penne stilografiche che verranno anch’esse esposte a fine anno in anteprima al Metropolitan di New York. Ed è proprio questo progetto che ha permesso al designer vicentino di unire alla propria ispirazione quella di Hans Hollein, Oscar Tusquets, Alessandro Mendini, Toyo Ito e di coinvolgere anche cinque scrittori premi Nobel per la letteratura, ovvero Saul Bellow, Toni Morrison, Naguib Mahfouz, Wole Soyinka e Josè Saramago.

Anche in quest’ultimo caso, l’uomo ‘Cleto’ è riuscito a cogliere sapientemente “il cuore” di uno dei capolavori di M.C. Escher (1898- 1972) Drawing Hands (1948) mentre l’artista ‘Munari’ è riuscito a tradurre la linfa di quella tela in “figura” di penna stilografica.

Se nel quadro di M.C. Escher vi è una circolarità perfetta tra la realtà e la finzione, la vita e l’arte, dove le mani dell’artista colte nell’atto di impugnare una matita ed abbozzare un disegno diventano esse stesse l’opera creata, ebbene Cleto Munari ha voluto plasmare un elogio alla fluidità delle arti (in questo caso, letteratura e design), proprio con queste cinque penne stilografiche. Si tratta dunque di un elogio all’invenzione della verità intesa come unica risposta monolitica agli interrogativi umani. Cinque penne stilografiche rappresentano simbolicamente cinque modi tra tutte le infinite possibilità di apprendere il “cuore delle cose” e trasformarle, riscriverle in “figura”.

L’intreccio delle arti dunque, e la circolarità dell’esperienza umana sembrano rappresentare quella frontiera dove il corpo si fa anima, o l’anima si fa corpo senza più sapere dove inizia l’uno e dove termina l’altra.

La ricchezza della produzione artistica di Cleto Munari nasce dunque dalla scoperta dell’indeterminatezza di ogni confine e dal conseguente bisogno di creare una “collezione di sillabe”, ovvero una “collezione di figure” che proprio per la loro incompletezza suggeriscano luminosamente l’irrefrenabile ricerca dell’ingegno umano di trasfigurare il mondo in base alla propria visione.

E’ questa perfetta complicità tra il sussurro del “cuore della cose” e l’urlo della loro “figura” che fa di Cleto Munari il poeta delle forme.”

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

Angelo Accardi

“Parlare contemporaneo è una via difficile, voler sfidare nel gioco stili, epoche e storie diverse sembra un’alchimia impossibile.

Angelo Accardi – scrive Giuseppe Marrone, Critico d’arte, Società Filosofica Italiana – ha trovato la via, la chimica che relaziona materiali, tecniche e vita. Lo scherzo, l’ironico fare che materializza struzzi e elementi destabilizzanti è rincorrere e rincorrersi nei significati. Misplaced e poi Blend, Accardi complica apparentemente la vita ad uno spettatore offrendogli stupore, non quella sensazione che spinge a volgere altrove lo sguardo, ma la materia viva della chiamata dell’opera che pretende di essere guardata alla ricerca del senso. Staccare gli occhi da questo gioco serissimo dove cose, fatti e persone si intrecciano spinge alla soluzione non della mancanza di un contatto delle opere tra loro e degli elementi all’interno delle composizioni, ma della verità di una materia vivente che connette come fibra ottica temi e motivi lontanissimi in apparenza se non calati nell’artista. Particelle impazzite? Assolutamente no, lucidità ipnotica del ricorrere, scherzando seriamente, alla tradizione. Ipnosi collettiva o sfuggente raffinata ricerca, cosa resta di questo gioco dell’arte se non un’estasi, un peccato mortale dei sensi, una vista colma di simboli che trabocca lussuria a formare quello che indicavamo con lo stupore, stupisce l’opera che trafigge come il dio greco di un tempo e cristallizza in un attimo infinito che sa di sogno il piacere. Scoprire Accardi è l’attesa di sapere, l’anticamera del piacere del significato.

Esperienza irripetibile è poter trovare al centro di una grande metropoli o di una architettura classica uno struzzo o un altro elemento alieno. Questo struzzo, imponente animale, alter-ego non cercato, ma voluto dall’artista è la somma di una sospensione temporanea di senso lucidissima, pronta a viaggiare oltre il confine sconosciuto ai più dell’arte. Ecco, ora possiamo dirlo ancora, si parla contemporaneo.
Lo struzzo cosa possa essere non possiamo dirlo con l’esattezza matematica, ma riluce il tema portante del dissenso, della forte protesta all’intero dei simboli che la storia ci consegna, con una dote inesauribile di voler osare, giocare ancora, perché il serio, la forma, la compostezza è vuota apparenza e inutile affanno. Gioca Accardi con la verità dei sensi perché vedo cose che non potrei o dovrei vedere, non osiamo immaginare uno struzzo, per noi la mimica di chi alza la testa da sotto la terra contro tutto e tutti, o un rinoceronte, il custode dei simboli, cromaticamente vario, plasticamente massiccio, incredibile sotto la fredda logica della vista. Sporcare la storia la depura come ci depura una tisana dalla pesantezza dell’autorità metafisica della storia dell’arte e ci permette di parlare. Torniamo a questo dialogo, Accardi fa questo, mescola prima in Misplaced e poi in Blend elementi, schegge folli come frame di pellicole famose che hanno colpito il suo immaginario, la scultura di Giacometti che sosta sulla testa di un Ercole Farnese, mentre un Homer Simpson fa capolino assieme ai Minions. Non è follia della licenza poetica, non è un delirio del gusto, ma la materia di un inconscio che galleggia e vuole vivere nonostante tutto e che si emoziona stupendosi, origine dello stupore del fruitore. Vivere come un fanciullo che alla prima esperienza vede il mondo e sa di poterlo modificare perché ancora non gli hanno insegnato a stare fermo, immobile mentre il tempo scorre perché scomodo per una società fredda e immobile.

Un mondo in cui la solitudine e il freddo dello spirito convergono a minare le basi della solidità sociale, della spontaneità e della gratuità della relazione, del bello dello stare insieme, un mondo liquido, spento, un posto dove la luce filtra e che Accardi trasforma nell’angoscia, meglio, nell’attesa di un qualcosa di imminente che poi accade. Cosa accade? Uno struzzo non è una figura ingenua e non è un animale e basta, ma la sconvolgente verità della deriva, della frammentazione e dell’assenza. Una mancanza, potrebbe essere l’elemento di disturbo in una società addormentata, anestetizzata, alla deriva concettuale e spirituale. Accardi, gioca, lo fa con serietà, lo fa sapientemente e giocando mette in luce, coi cromatismi, coi simboli, coi riferimenti storici, con la faccia familiare di Homer Simpson e con la brillante trovata dell’arte che guarda se stessa, che si giudica oggi di fronte alla storia e a un presente non più attuale perché attualità è vita di significato. Questa stessa vita, questa realtà Accardi la pone cruda come l’odore della pioggia prima che il cielo rovesci. Si percepisce nell’aria un profumo nuovo, nelle opere questo profumo di pioggia imminente cavalca i simboli dell’arte entrando come attesa di qualcosa nell’animo umano.

Accardi non è solo questa tensione che pure c’è, ma è anche la forma familiare e fanciullesca della scoperta, l’unica cosa in grado di trasmettere il brivido del vivere contro i neri cieli di questo mondo dal significato precotto e decadente. Lo struzzo che alza la testa dalla terra correndo non so dove è come un eroe di un romanzo, un Peter Pan che contro il vecchio capitano vanta freschezza e la capacità di volare. Peter Pan volava da Wendy avendo in sé un pensiero felice, chi guarda un’opera di Accardi vola oltre l’orizzonte di un senso già dato, di là del freddo esistere. Non teme Accardi di accostare i Simpsons o i Minions alla grande tradizione perché c’è il piacere estetico di una ricerca di nuovo, ancora, di una tensione che lo spettatore avverte forte come lussuria nella testa che da razionale e fredda vorrebbe solo spiccare il volo oltre il muro dei significati già dati. L’esperienza sensoriale delle opere di Accardi è uno stimolo fortissimo ad andare oltre e a non aver paura di elaborare i contenuti del passato perché vivere è raccontare qualcosa di noi a chi è altro da noi. Riuscitissimo viaggio cerebrale della materia dell’arte.”
Dottor Giuseppe Marrone – Critico d’arte – Società Filosofica Italiana

Uomo, eterno pellegrino

Nota curatoriale della dott.ssa Giuliana Schiavone per il concorso d’arte contemporanea indetto dalla Fondazione Monsignor Sante Montanaro, denominato “Premio nazionale don Sante

“Uomo, eterno pellegrino. L’espressione utilizzata da Mons. Sante Montanaro in un suo scritto si rivela quanto mai attuale, potremmo dire, eterna e sempre valida. E se un termine come pellegrino, così denso di implicazioni semantiche, di stratificazioni storiche e culturali, potrebbe forse apparire anacronistico agli occhi dell’uomo contemporaneo, parlare di pellegrinaggio, soprattutto in ambito artistico e culturale è invece uno degli aspetti più interessanti di questa riflessione.

Peregrinus è un termine che si afferma a partire dal medioevo, affonda le sue radici etimologiche nella locuzione per agros, rimandandoci così a una dimensione liminare, di estraneità allo spazio della città strictu sensu. Il pellegrino è colui che percorre un cammino, colui che viaggia e attraversa di volta in volta i territori più differenti per raggiungere la sua meta. Si tratta di una pratica lontana, le cui radici affondano in età classica e si consolidano per tutto il periodo alto medievale, legata a un sentimento di religiosità e devozione.

Se l’uomo ha sempre viaggiato sin dagli albori della sua storia, e quello di migrazione è un concetto fondamentale all’interno dei processi storici ed evolutivi della specie, la pratica del pellegrinaggio si inscrive all’interno di un fenomeno che è allo stesso tempo religioso e culturale. Proprio perché il pellegrinaggio riveste un’enorme importanza per la storia della cultura e la storia dell’arte in generale, non è un caso se negli ultimi anni, siano molte le iniziative volte alla valorizzazione dei suoi itinerari storici.

La tematica scelta per la prima edizione di questo concorso nazionale dedicato alla figura di Don Sante Montanaro ci porta così a elaborare una riflessione di più ampio respiro sul nostro progredire collettivo come esseri umani ed esseri culturali e a riformulare proprio il nostro concetto di cultura, rendendolo dinamico, attivo, frutto di scambi e di percorsi, di cammini sempre in fieri. Quella del pellegrino è una condizione peculiare che diventa così emblematica della ricerca dell’artista. In costante cammino, soggetto anche a smarrirsi, offrendo però una chiave di lettura al mondo e una possibilità di interpretazione alla collettività, l’artista è homo viator che si fa carico del bagaglio emotivo, dei pensieri, del presente e del passato dell’universo, in altre parole della sua storia, viaggiando nel mondo e per il mondo.

Il viaggio è una componente della storia dell’umanità così intrinseca ai suoi processi evolutivi, vitale per i processi storici e di formazione delle culture del mondo. Si viaggia perché è necessario farlo e si viaggia perché l’esistenza è dinamica. Ma il pellegrino non è mai colui che viaggia per caso: se è vero che il percorso può apparire incerto, costellato di difficoltà, luoghi angusti e varchi di luce inaspettati, la meta è invece perfetta, sacra, e ne pregusta l’avvicinamento giorno dopo giorno, con uno spirito di sacrificio innato, perché la osserva magicamente con gli occhi dell’intuito, e con la ragione che diventa alleata esattamente come fa l’artista nei confronti della sua meta creativa. E l’arte non teme il pensiero ma lo rende partecipe dello stesso processo creativo, inglobandolo nei suoi meccanismi.

L’artista pellegrino è tutto questo. Egli è nel mondo, ma sa anche restare all’esterno, nutrendosi di quel poco di distanza che occorre per dare all’arte una forma che parli di quel mondo e sia funzionale e utile anche al suo contemporaneo. L’artista è l’alchimista pellegrino che viaggia attraverso il mondo veicolando la sua essenza eterna. È grazie al suo prezioso andare che punti lontanissimi tra loro possono entrare in contatto nello stesso segmento perfetto: qui è la sopravvivenza dell’universo. E non è forse vero che in questo costante progredire, portiamo con noi come preziosi veicoli idee, sensazioni, conoscenze, memorie dei nostri luoghi di origine? Non importa per quanto tempo camminiamo, e quanto la meta sarà lontana, l’andare dell’umanità è sempre sacro perché è questione di meravigliosa sopravvivenza.

Sta qui il significato del concorso nazionale nel ricordo di una figura che tanto ha creduto nel valore della cultura e delle arti. Perché la collettività possa accedere al futuro è necessario viaggiare e contemporaneamente ricordare il punto esatto da cui si è partiti. Perché non c’è viaggio senza memoria. E non c’è nessun viaggio che non abbia implicazioni culturali, che non porti con sé, all’interno delle sue rotte fattori artistici, parole, e frammenti di vita per ricordarci che l’uomo è un essere culturale.

Preservare la memoria è importante quanto costruire la strada di domani. E quando questo viaggio somiglia più a un errare incerto, ecco che l’artista può offrire il suo istinto per orientare la rotta perché, come affermava Don Sante, l’arte ingentilisce l’anima.”

Giuliana Schiavone

Philippe Daverio scrive di Marc Didou

Pars oculi. L’occhio vuole la sua parte. Questo lo sanno tutti ma Marc Didou lo sa più degli altri, il suo occhio non serve solo a guardare ma serve ad utilizzare l’intelligenza per vedere. Ed è così diventato pacifico per lui riscoprire quella tecnica curiosa che generò la curiosità dei curiosi: l’anamorfico.

Ne andavano ghiotti gli umanisti cinquecenteschi che avevano deciso di superare la prospettiva puntuale del Brunelleschi e il bifocalismo intuitivo di Leonardo, era nata allora la passione per i corpi ottici trasparenti o riflettenti che consentivano di ricomporre con il senso fisico della terza dimensione l’immagine piatta.

Una rivoluzione. Hans Holbein ne diede un esempio straordinario con il suo dipinto degli ambasciatori del 1533 dove questi uomini coltissimi s’appoggiano ad uno scaffale che raccoglie strumenti tecnici geofisici e musicali, secondo la miglior tradizione scolastica del quadrivio cioè l’aritmetica la geometria l’astronomia e la musica.

Marc Didou ripercorre oggi una strada analoga e la rinnova. Corre all’opposto di Holbein: all’aritmetica sostituisce il computer, alla geometria la restituzione plastica dell’immagine che si fa oggetto. Il tutto porta in un’armonia musicale che sembra aprire la mente alle dimensioni del cosmo. E l’artifizio diventa opera. E il guardare diventa vedere. E il vedere diventa sorpresa. E la sorpresa apre la mente alle magie della fantasia”.

Ivan Piano visto da Sabrina Raffaghello

“Come un traghettatore di anime le opere conturbanti e assolute di Ivan Piano, spirito libero che attraverso un lungo viaggio anche tra le persone a lui care, la letteratura, la musica e la natura, arrivano al perigeo di se stesso con la deframmentazione e la deformazione della propria immagine per rivelarci un’anima poetica e geniale.
 
Ciò che interessa all’artista sia come fotografo che come video artista è l’essere umano con le sue interazioni, interazioni viscerali che dialogano solo e soltanto con il corpo. Un corpo puro, privo di barriere che svela l’intimità della sua vita reale, senza confini e senza paletti, questo corpo ci svela il suo essere integro al mondo.
 
Deframmentato si ricompone come uno spartito musicale senza fine, l’artista crea immagini che esplorano sul filo del rasoio i suoi sogni e le sue realtà, la sua vita privata, il suo essere uomo e soprattutto il suo corpo che talvolta si duplica solo e soltanto nel femminino sacro del suo quotidiano.
 
Le fotografie sono fortemente caratterizzate dalla sanguigna personalità sempre espressa contemporaneamente con un pugno nello stomaco e un gioioso inno alla vita, un gioco d’amor sacro e d’amor profano che si stagliano e si fondono nell’alchimia della camera oscura. Gli scatti completamente analogici, attraverso la manipolazione del negativo anche con graffi, bruciature, polvere, scotch, smalti, colla e contaminazioni chimiche acide hanno il potere di trasformazione del mondo reale che scava nell’animo umano, questi “mostri” sono il valore raggiunto da un uso consapevole dell’utilizzo anche del corpo, sono performance antropologiche talvolta crude e talvolta erotiche, ritmi silenti che respirano, labirinti completamente liberi che sfociano nell’aldilà del principio del piacere.
 
Egli crea delle fantasie teatralizzate per dire la sua di verità e per renderla fuori dal tempo, con una tecnica ruvida e barocca sia nella forma che nel contenuto, egli instaura una visione caratterizzata tanto dal suo fervore quanto dalla sua estetica e dalla sua coerenza. Ossessionato dal modus operandi della fotografia ottocentesca Ivan Piano si mette a nudo fino a far sanguinare l’intimo e il privato che vengono mostrati lucidi, impulsivi, eccessivi e talvolta sognanti.
 
Creatore underground le sue “performance fotografiche” private sono un limbo dove forse, come si dice, ogni corpo perde ventuno grammi e il peso dell’anima è ribaltato in questi “mostri” che sono la fantasia e la creazione di un’indole ragionata e fantastica alla stesso tempo. L’intimo connubio tra regola e genio dà vita a uno strumento dove i “mostri” simboleggiano tutte le forme mentali con i relativi processi che relegati negl’occhi del fotografo dopo il sonno della ragione sono vivi e scrivono e vivono di vita propria.
 
Con le sue opere partendo dal profondo dell’anima, l’artista squarcia il velo sottile tra il “mondo normale” e il “mondo delle altrui visioni”. Ivan Piano indaga con la perizia e la maniacale morbosità di un anatomopatologo d’anime, costringendo chi guarda ad affrontare, i migliori sogni o le peggiori paure, la fantasia di un verso poetico o il rapporto di amore e odio verso il proprio lato oscuro.”
Sabrina Raffaghello