Altezze d’artista

Scrive Ilaria Teofilo : ‘Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento.

Sembra esserci questo assunto darwiniano alla base della fervida stagione di evoluzione e sperimentalismo che l’artista Michele Agostinelli sta vivendo aprendosi al concettuale e all’astrattismo informale dopo oltre quarant’anni di figurativo e accademismo.

La mostra “Altezze d’artista – panoramiche sulla materia tra cielo e terra” è il risultato di un faticoso percorso intimistico nel quale Agostinelli ha scelto di avventurarsi liberandosi dalle sovrastrutture. E’ tangibile il bisogno di superare il pesante fardello del passatismo e della memoria non per dimenticare ma per rielaborare, rivivere, comprendere e giungere ad una vera e propria agnizione di un sé più vero.

Panoramiche dall’alto, dunque, sono i soggetti preferiti di Agostinelli, che decide di rappresentare i luoghi fisici e “luoghi dell’anima”, ma anche uno sguardo verso l’alto come testimoniano le opere serigrafiche che hanno come soggetto i fuochi d’artificio, trait d’unione tra la passione fotografica e l’avanguardia . Inner life ed esterno si ricongiungono nella necessità di elevarsi ed astrarsi. L’atto creativo diventa gestualità orgasmica, un sincretismo artistico che parte dalle immagini impresse nella mente per poi esplodere nell’espressionismo e nell’action painting. L’arte si fa materica, tridimensionale. Concrezioni di materiali organici( culmi di graminacee, rametti secchi, gusci di molluschi) ed elementi inusuali (brandelli di zerbini, rondelle, bulloni , pezzi di juta, frammenti di specchi) disegnano marine chiarie e apriche, campagne silenziose e assolate, città in movimento. Il senso del rappresentato prende forma attraverso un’innata capacità di visione. Un’arte polisemica che permette la risemantizzazione degli oggetti: la catena di una bicicletta diventa un muretto a secco, la scheda madre di un pc architettura metropolitana.

Altezza intesa, non solo geometricamente come distanza da un piano, ma come profondità, una profondità necessaria per scandagliare il vissuto emotivo. Le passioni e ricordi si fondono alle proiezioni sul futuro, i paesaggi, soprattutto pugliesi, respirati, conosciuti e vissuti vengono rappresentati come incontaminate waste land dove non c’è spazio per le figure antropomorfe anche se in realtà parlano un linguaggio fortemente umano, quello dell’anima. Il bisogno di comunicazione, di una ritrovata empatia si manifesta nei dettagli come la cassette delle lettere in “Regie Poste”, nell’utilizzo di alluminio fuso reperito direttamente dalle zone incendiarie del Gargano per rappresentare la distruzione di Hiroshima e Nagasaki in “Fiore di Fuoco”, nell’emblematica “Cassaforte delle emozioni” che si apre al mondo. Un’arte apparentemente povera che si impreziosisce con le riflessioni dell’artista.

Le opere spesso di dimensioni molto grandi, non hanno cornice o strabordano su di essa. La materia, decisiva anche per il cromatismo, viene smembrata, fusa, assemblata con il furor di demiurgo in grado di forgiarla e donarle valenza testimoniale. Agostinelli si reinventa, giunge alla consapevolezza, alla libertà espressiva. Gioca, si diverte. Segue i voli pindarici della fantasia. La sua è un’arte leggera ma densa che fa tesoro dell’insegnamento di Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

La mostra “Altezze d’artista”, curata da Alessandra Savino, si inaugurerà il 23 febbraio 2017 alle ore 19.00 a Bitonto presso il Torrione Angioino e sarà visitabile fino al 9 marzo tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 18.00 alle 21.00 con ingresso libero.

Migrations

Mostra personale di Vincenzo Pennacchi dal 18 febbraio al 26 marzo 2017 presso ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA di Latina, a cura di Italo Bergantini e Gaia Conti.

Migration_invitoScrive Gaia Conti : “Per caso è difficile che qualcosa si realizzi. Un’occhiata alla personale di Vincenzo Pennacchi alla Romberg di Latina per rendersene conto. Le pareti della galleria raccolgono la summa di molti anni di lavoro in cui carne, spirito, ironia, colore, passione, materia si sono avvicendati a creare un percorso artistico unico nel suo genere. Opere già adulte si sposano felicemente con nasciture creazioni realizzate ad hoc in un allestimento che predilige il caos senza essere inerme confusione. “Migrations” è un’antologia visiva che racconta di piccoli e grandi spostamenti e di un flusso inesausto di pensieri.

Ironico, ma capace di permeare nel profondo lo spirito umano, Pennacchi coglie nel segno con questi suoi vagabondaggi suddivisi fisicamente in quattro momenti apparenti. Alla sinistra compare in tutta la sua imponenza l’opera che più di tutte racchiude ogni aspetto della sua espressione pittorica e installativa. Tridimensionalmente drammatica è un corpo animale, una bestia fiera, intrisa della carne lacerata dal tessuto dei tempi. Freatica, come una falda di acqua sotterranea che attraversa la superficie terrestre. Inerme, come creatura condannata al macello. Migra, lei. Si sposta. Altèra. Migra lui, il viandante, l’artista in viaggio costante con il suo universo.

L’impatto centrale è con una costellazione di piccoli mondi incorniciati. Vincenzo è anche questo, un gran narratore di miti e leggende, di argonauti, avventure, di favole che spesso non hanno né capo né coda. “C’era una volta..” si legge all’avvio delle fiabe. Forse no, non c’era, una volta, non c’è mai stata e non ci sarà. Colori di una realtà vissuta in una surreale destinazione si diluiscono, materici e lievi e pesanti come le nostre esperienze. La vertigine è lo stordimento, la sfida.
Riparte, mai si ferma perché non può, il percorso è la sua droga. Imbocca la strada dell’universo sconosciuto, verso le stelle luminose consigliere.

E un tuffo immersivo nella parete alla destra dove s’invola in alto nello spirito tra corpi celesti e celestiali. “Immortal forma venne angel di pietà [..] sol questo m’arde e questo m’innamora [..] c’amor in cui virtù (dimora)” – vergate in nero sul bianco del muro, parole dello scultore Michelangelo Buonarroti lo riportano a trovar un posto sicuro dove sostare, l’amata domus che come nave veleggiante è feticcio ricorrente. Il movimento è un guizzo di follia stratificato, come sono molto spesso i ricordi: pallide chiazze di vivida verità. E siamo già qui, al quarto rintocco, quando sullo schermo si rincorrono immagini di sentieri battuti. Migrare è pur sempre un atto di coraggio, è andare, tornare chissà, è ripensare il significato delle cose. È un atto contemporaneo e attuale, un valore umano e un istinto animale.

Il viandante ha svuotato una valigia piena di ciò che possiede – un’arte in grado di raccontare di sé stessa e degli altri senza troppi tecnicismi, di incuriosire, emozionare, di far riflettere, un’arte primitiva e contemporanea, un’arte di questo e di altri mondi ancora da scoprire. Un racconto magico e misterioso, da ascoltare e osservare senza preconcetti nello spazio della galleria. Tutti abbiamo cuore, gambe e testa, e se, incuriositi, vi trovate nelle vicinanze, passate di qui, per caso.” (Testo di Gaia Conti)

Vincenzo Pennacchi – Migrations
ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA
Latina – dal 18 febbraio al 26 marzo 2017
Viale Le Corbusier (04100)
+39 0773604788 , +39 0773690053
artecontemporanea@romberg.it
www.romberg.it

Ermanno Bartoli

Scrive Monica Ferrarini : “Affascinato dal mondo matematico, dalla metafisica e dal surrealismo Ermanno Bartoli dà vita ad una produzione pittorica dalla connotazione estremamente personale che lo ha portato nel corso degli anni alla realizzazione di tele di grande ricerca in termini di concetto e di stile.

Dipinto di Ermanno BartoliPur prediligendo l’astrattismo, Bartoli ha creato opere dove la figurazione è ridotta a schematismi essenziali che si rifanno alle logiche e al rigore indiscusso della matematica.
Le figure geometriche combinate sapientemente tra loro generano forme e paesaggi di grande linearità dove si creano ampie prospettive dal sapore metafisico nelle quali lo sguardo dell’osservatore sembra abbandonarsi in una dimensione che ha perso i connotati del tempo e dello spazio.

Sono luoghi che richiamano alla mente sensazioni di malinconia quelli rappresentati in opere come “La piazza”, “Vicolo andaluso”, “Il borgo silente” o “L’attesa”: luoghi di desolazione e vuoto non soltanto fisico ma anche emotivo e che ci portano a riflessioni profonde dove l’Io viene messo in discussione.

Le sue tele diventano campi matematici da scomporre, dividere e scandagliare con accuratezza e precisione e spesso si arricchiscono di dettagli surreali che captano la curiosità di chi le osserva lasciandolo incuriosito come nel caso di “Intersezioni n.1”, “Intersezioni n.2” o ad esempio “Sovrapposizione di spazi n.1”.

Linee e forme giocano con il colore generando spazi cromatici che sembrano prodursi naturalmente sulla tela e che connotano la produzione pittorica degli ultimi anni rivelatrice di un fascino artisticamente maturo come si evince dai vari dipinti “Senza titolo” degli anni 2000/2007 nei quali l’artista dimostra forte consapevolezza e padronanza di tecnica e ricerca.” – Dr.ssa Monica Ferrarini

 

Dall’ 11 al 23 Febbraio 2017
Arte Borgo Gallery
Borgo Vittorio, 25
00193 – Roma
info@arteborgo.it
www.arteborgo.it

Carlo Giusto e la voglia di raccontar(si)

Scrive Silvia Campese : “Oggi come ieri, Carlo Giusto trova la sua profonda dimensione ontologica nella pittura. Alla ricerca del “varco montaliano” che chiuda il cerchio, che sveli il segreto di una ricerca continua, dove Giusto ha percorso le strade della sperimentazione restando sempre fedele a se stesso.

Locandina web della mostraDifficile individuare una sintesi, capace di raccontare una vita dedicata all’impegno civile e all’arte. Per questo la mostra, ospitata nella prestigiosa e storica sede del Circolo degli Artisti, a Pozzo Garitta, racconta due momenti precisi dell’esperienza pittorica che, secondo l’artista, “chiudono il cerchio. Ma l’anello vacilla”.

I due momenti raccontati a Pozzo Garitta, la pittura degli anni Cinquanta e quella dal Duemila all’oggi, sono il file rouge di una lunga riflessione artistica che si incontra e scontra ritrovandosi, a distanza di mezzo secolo, nella radice del proprio significato. Cambiano i colori, il tratto si evolve, ma la ricerca del senso della vita resta il concetto alla base dell’opera. L’anello si chiude nel legame tra la pittura degli anni Cinquanta e l’oggi, ma qualcosa vacilla e le certezze saltano ancora una volta. La risposta cercata non è stata raggiunta e l’opera continua, in un lavoro costante, nel proprio laboratorio, tra tele, che profumano di storia, pennelli di ogni misura e colori.

«Ho iniziato a dipingere nel 1954 – racconta Giusto -. Prima ho dedicato alcuni anni alla lettura e allo studio della storia dell’arte. Non ho frequentato l’Accademia: volevo essere allievo di me stesso. Un uomo libero. Libertà che conobbi fin dai quattordici anni, quando salii in montagna a combattere coi Partigiani».

Un bagaglio di esperienze che rifugge il figurativo. Se si esclude una prima fase, dedicata al paesaggio, dove una eco impressionista, ma ancor più divisionista nelle scaglie delle pennellate, richiama il figurativo, la via scelta è quella dell’astrattismo. Le figure ritornano attraverso il collage e nelle tele vicine alla Pop Art, dove sagome di corpi fluttuano in una danza. Il tratto pittorico, già negli anni Cinquanta, proprio come oggi, guarda alla libertà delle idee, in un linguaggio informale, dove rigore e caos si rincorrono. È lo stesso artista a parlare, a proposito delle tele del 1950, di «spontaneità, libertà suggerita dalla geometria dei prati, dai campi delle langhe, dalla verticalità dei marmi di Carrara».

Il paesaggio viene interiorizzato e trasformato in un susseguirsi di linee e campiture coloristiche in cui la forma è rinnovata dal pensiero. Proprio qui, però, sta il passaggio compiuto tra i quadri del ’50 e quelli odierni: se allora esisteva una rielaborazione del figurativo, oggi non esistono un riferimento, un’immagine di partenza. L’esercizio è puramente mentale, in una ricerca tra i ricordi, ma soprattutto scavando nel mare magnum dell’inconscio e del non detto.

«Quando inizio a dipingere – dice Giusto – non ho un bozzetto o un’idea precisa. Lascio alla mano la libertà di cominciare velocemente a macchiare la tela. Poi mi fermo: ho davanti agli occhi una trama intricata e aggrovigliata. In ogni macchia cerco qualcosa che non conosco, qualcosa di nuovo».

Solo a questo punto subentra il raziocinio e la sapiente mano mossa dall’esperienza. La ricerca tra volontà e libertà trova un equilibrio narrativo che emana una vis attrattiva per lo spettatore: la stessa di cui parlava Stelio Rescio, nel suo testo dedicato a Giusto dal titolo “La cultura savonese liberata dall’autarchia del regime”.

La voglia di comunicare, ma soprattutto la fiducia nel mezzo pittorico come strumento di dialogo e comunicazione sono la nuova via della libertà, la nuova strada per non arrendersi al momento storico, dove l’incomunicabilità tra uomini sembra prevalere. “Voglia di raccontare” è un titolo ricorrente, assegnato alle opere più recenti. L’arte resta l’unica strada: da qui la dedizione, mentale e fisica, con cui l’artista si dedica al lavoro, per ore e ore, nel suo studio.

Lo spettatore resta l’interlocutore ideale con cui Giusto, alla soglia degli 88 anni, vuole instaurare un rapporto. Con cui continua a dialogare, spesso a distanza, per interrogarsi, insieme, sul senso dell’esistenza.” – Silvia Campese

Continuità – Dipinti di Carlo Giusto
Circolo degli Artisti
Pozzo Garitta, 32 17012 Albissola Marina (SV)
Dall’11 al 26 febbraio 2017

www.circoloartistialbisola.it
circ.artistialbisola@libero.it

Cleto Munari: elogio all’arte quale invenzione della verità

Scrive Cristina Ossato : “Molto è stato scritto sulla produzione artistica di Cleto Munari. Troppo poco è stato detto sul rapporto sinergico tra quest’uomo colto spesso con le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto mentre respira “il cuore delle cose”, e l’artista che nel fulgore della propria creatività tramuta quel “cuore” in veri e propri oggetti d’arte, siano essi gioielli, orologi, oggetti d’arredo domestico o urbano.
Pochi infatti sanno che dietro a questa postura e a questo sguardo è racchiuso tutto il segreto della sua arte.E’ un distacco, il suo, un benevolo, talvolta anche beffardo ma quanto mal necessario distacco dal mondo circostante.
Come è possibile infatti far parlare “il cuore delle cose” se non allontanandosene leggermente, in atteggiamento di ricezione ed ascolto, interrogazione e riflessione?“La tenerezza / dirà quello che non sa il desiderio”. Come quel poeta portoghese Eugenio de Andrade, così Cleto Munari osserva la vita amorevolmente, affinché essa gli riveli – liberamente – quella “figura”, quella forma, che traduce in segno visibile e tangibile l’enigma dell’animo umano: “la figura delle cose”.

Se il desiderio privilegia il tatto mentre la tenerezza favorisce la vista, allora qui non si tratta di stabilire la supremazia di un senso rispetto ad un altro. Come Cleto spesso afferma: “ogni senso dischiude una porta al mistero della vita e come una mano contiene cinque dita, ognuna con una propria funzione, così i cinque sensi hanno il compito di far gustare, vedere, sentire, udire, toccare il labirinto terreno”.

Si tratta semmai – sempre per citare Eugenio de Andrade – di “mantenere il cuore vulnerabile” e pertanto, attraverso lo sguardo sul mondo si tratta di intuire emotivamente e ri-costruire pragmaticamente quell’armonia primordiale dell’uomo con la molteplicità, quell’ Idea di Suprema Bellezza e Bontà di cui Platone tanto parla nella Repubblica e che da millenni costituisce il motore di ricerca per ogni viandante, e molto spesso, mendicante, di verità.

La ricerca della “figura delle cose” è dunque il perno su cui poggia il genio creativo di Cleto Munari.
Si ricordi in tal senso la mostra La figura delle cose: Cleto Munari in Castel Sant’ Angelo tenutasi a Roma dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Questa ricerca a sua volta si basa su una filosofia di sintesi, dove non solo vengono utilizzati e sperimentati assieme materiali diversissimi tra loro, quali l’oro e l’argento, il vetro Murano, ed alcune pietre preziose (si pensi agli oggetti ad uso decorativo domestico ed alla collezione gioielli, ad esempio) ma dove vengono coinvolti prestlgiosi architetti e designers internazionali allo scopo di organizzare manifestazioni culturali quali luogo di incontro e dibattito di idee e progetti, come esemplifica l’imminente mostra a Palazzo Ducale a Venezia che raccoglie per la prima volta in assoluto ben 72 calici in vetro Murano per la Electrolux, i quali verranno esposti al Metropolitan Museum di New York, già sede permanente della collezione di gioielli Cleto Munari.

Altrettanto importante è il recentissimo progetto relativo alla creazione di alcune penne stilografiche che verranno anch’esse esposte a fine anno in anteprima al Metropolitan di New York. Ed è proprio questo progetto che ha permesso al designer vicentino di unire alla propria ispirazione quella di Hans Hollein, Oscar Tusquets, Alessandro Mendini, Toyo Ito e di coinvolgere anche cinque scrittori premi Nobel per la letteratura, ovvero Saul Bellow, Toni Morrison, Naguib Mahfouz, Wole Soyinka e Josè Saramago.

Anche in quest’ultimo caso, l’uomo ‘Cleto’ è riuscito a cogliere sapientemente “il cuore” di uno dei capolavori di M.C. Escher (1898- 1972) Drawing Hands (1948) mentre l’artista ‘Munari’ è riuscito a tradurre la linfa di quella tela in “figura” di penna stilografica.

Se nel quadro di M.C. Escher vi è una circolarità perfetta tra la realtà e la finzione, la vita e l’arte, dove le mani dell’artista colte nell’atto di impugnare una matita ed abbozzare un disegno diventano esse stesse l’opera creata, ebbene Cleto Munari ha voluto plasmare un elogio alla fluidità delle arti (in questo caso, letteratura e design), proprio con queste cinque penne stilografiche. Si tratta dunque di un elogio all’invenzione della verità intesa come unica risposta monolitica agli interrogativi umani. Cinque penne stilografiche rappresentano simbolicamente cinque modi tra tutte le infinite possibilità di apprendere il “cuore delle cose” e trasformarle, riscriverle in “figura”.

L’intreccio delle arti dunque, e la circolarità dell’esperienza umana sembrano rappresentare quella frontiera dove il corpo si fa anima, o l’anima si fa corpo senza più sapere dove inizia l’uno e dove termina l’altra.

La ricchezza della produzione artistica di Cleto Munari nasce dunque dalla scoperta dell’indeterminatezza di ogni confine e dal conseguente bisogno di creare una “collezione di sillabe”, ovvero una “collezione di figure” che proprio per la loro incompletezza suggeriscano luminosamente l’irrefrenabile ricerca dell’ingegno umano di trasfigurare il mondo in base alla propria visione.

E’ questa perfetta complicità tra il sussurro del “cuore della cose” e l’urlo della loro “figura” che fa di Cleto Munari il poeta delle forme.”

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

Angelo Accardi

“Parlare contemporaneo è una via difficile, voler sfidare nel gioco stili, epoche e storie diverse sembra un’alchimia impossibile.

Angelo Accardi – scrive Giuseppe Marrone, Critico d’arte, Società Filosofica Italiana – ha trovato la via, la chimica che relaziona materiali, tecniche e vita. Lo scherzo, l’ironico fare che materializza struzzi e elementi destabilizzanti è rincorrere e rincorrersi nei significati. Misplaced e poi Blend, Accardi complica apparentemente la vita ad uno spettatore offrendogli stupore, non quella sensazione che spinge a volgere altrove lo sguardo, ma la materia viva della chiamata dell’opera che pretende di essere guardata alla ricerca del senso. Staccare gli occhi da questo gioco serissimo dove cose, fatti e persone si intrecciano spinge alla soluzione non della mancanza di un contatto delle opere tra loro e degli elementi all’interno delle composizioni, ma della verità di una materia vivente che connette come fibra ottica temi e motivi lontanissimi in apparenza se non calati nell’artista. Particelle impazzite? Assolutamente no, lucidità ipnotica del ricorrere, scherzando seriamente, alla tradizione. Ipnosi collettiva o sfuggente raffinata ricerca, cosa resta di questo gioco dell’arte se non un’estasi, un peccato mortale dei sensi, una vista colma di simboli che trabocca lussuria a formare quello che indicavamo con lo stupore, stupisce l’opera che trafigge come il dio greco di un tempo e cristallizza in un attimo infinito che sa di sogno il piacere. Scoprire Accardi è l’attesa di sapere, l’anticamera del piacere del significato.

Esperienza irripetibile è poter trovare al centro di una grande metropoli o di una architettura classica uno struzzo o un altro elemento alieno. Questo struzzo, imponente animale, alter-ego non cercato, ma voluto dall’artista è la somma di una sospensione temporanea di senso lucidissima, pronta a viaggiare oltre il confine sconosciuto ai più dell’arte. Ecco, ora possiamo dirlo ancora, si parla contemporaneo.
Lo struzzo cosa possa essere non possiamo dirlo con l’esattezza matematica, ma riluce il tema portante del dissenso, della forte protesta all’intero dei simboli che la storia ci consegna, con una dote inesauribile di voler osare, giocare ancora, perché il serio, la forma, la compostezza è vuota apparenza e inutile affanno. Gioca Accardi con la verità dei sensi perché vedo cose che non potrei o dovrei vedere, non osiamo immaginare uno struzzo, per noi la mimica di chi alza la testa da sotto la terra contro tutto e tutti, o un rinoceronte, il custode dei simboli, cromaticamente vario, plasticamente massiccio, incredibile sotto la fredda logica della vista. Sporcare la storia la depura come ci depura una tisana dalla pesantezza dell’autorità metafisica della storia dell’arte e ci permette di parlare. Torniamo a questo dialogo, Accardi fa questo, mescola prima in Misplaced e poi in Blend elementi, schegge folli come frame di pellicole famose che hanno colpito il suo immaginario, la scultura di Giacometti che sosta sulla testa di un Ercole Farnese, mentre un Homer Simpson fa capolino assieme ai Minions. Non è follia della licenza poetica, non è un delirio del gusto, ma la materia di un inconscio che galleggia e vuole vivere nonostante tutto e che si emoziona stupendosi, origine dello stupore del fruitore. Vivere come un fanciullo che alla prima esperienza vede il mondo e sa di poterlo modificare perché ancora non gli hanno insegnato a stare fermo, immobile mentre il tempo scorre perché scomodo per una società fredda e immobile.

Un mondo in cui la solitudine e il freddo dello spirito convergono a minare le basi della solidità sociale, della spontaneità e della gratuità della relazione, del bello dello stare insieme, un mondo liquido, spento, un posto dove la luce filtra e che Accardi trasforma nell’angoscia, meglio, nell’attesa di un qualcosa di imminente che poi accade. Cosa accade? Uno struzzo non è una figura ingenua e non è un animale e basta, ma la sconvolgente verità della deriva, della frammentazione e dell’assenza. Una mancanza, potrebbe essere l’elemento di disturbo in una società addormentata, anestetizzata, alla deriva concettuale e spirituale. Accardi, gioca, lo fa con serietà, lo fa sapientemente e giocando mette in luce, coi cromatismi, coi simboli, coi riferimenti storici, con la faccia familiare di Homer Simpson e con la brillante trovata dell’arte che guarda se stessa, che si giudica oggi di fronte alla storia e a un presente non più attuale perché attualità è vita di significato. Questa stessa vita, questa realtà Accardi la pone cruda come l’odore della pioggia prima che il cielo rovesci. Si percepisce nell’aria un profumo nuovo, nelle opere questo profumo di pioggia imminente cavalca i simboli dell’arte entrando come attesa di qualcosa nell’animo umano.

Accardi non è solo questa tensione che pure c’è, ma è anche la forma familiare e fanciullesca della scoperta, l’unica cosa in grado di trasmettere il brivido del vivere contro i neri cieli di questo mondo dal significato precotto e decadente. Lo struzzo che alza la testa dalla terra correndo non so dove è come un eroe di un romanzo, un Peter Pan che contro il vecchio capitano vanta freschezza e la capacità di volare. Peter Pan volava da Wendy avendo in sé un pensiero felice, chi guarda un’opera di Accardi vola oltre l’orizzonte di un senso già dato, di là del freddo esistere. Non teme Accardi di accostare i Simpsons o i Minions alla grande tradizione perché c’è il piacere estetico di una ricerca di nuovo, ancora, di una tensione che lo spettatore avverte forte come lussuria nella testa che da razionale e fredda vorrebbe solo spiccare il volo oltre il muro dei significati già dati. L’esperienza sensoriale delle opere di Accardi è uno stimolo fortissimo ad andare oltre e a non aver paura di elaborare i contenuti del passato perché vivere è raccontare qualcosa di noi a chi è altro da noi. Riuscitissimo viaggio cerebrale della materia dell’arte.”
Dottor Giuseppe Marrone – Critico d’arte – Società Filosofica Italiana

Uomo, eterno pellegrino

Nota curatoriale della dott.ssa Giuliana Schiavone per il concorso d’arte contemporanea indetto dalla Fondazione Monsignor Sante Montanaro, denominato “Premio nazionale don Sante

“Uomo, eterno pellegrino. L’espressione utilizzata da Mons. Sante Montanaro in un suo scritto si rivela quanto mai attuale, potremmo dire, eterna e sempre valida. E se un termine come pellegrino, così denso di implicazioni semantiche, di stratificazioni storiche e culturali, potrebbe forse apparire anacronistico agli occhi dell’uomo contemporaneo, parlare di pellegrinaggio, soprattutto in ambito artistico e culturale è invece uno degli aspetti più interessanti di questa riflessione.

Peregrinus è un termine che si afferma a partire dal medioevo, affonda le sue radici etimologiche nella locuzione per agros, rimandandoci così a una dimensione liminare, di estraneità allo spazio della città strictu sensu. Il pellegrino è colui che percorre un cammino, colui che viaggia e attraversa di volta in volta i territori più differenti per raggiungere la sua meta. Si tratta di una pratica lontana, le cui radici affondano in età classica e si consolidano per tutto il periodo alto medievale, legata a un sentimento di religiosità e devozione.

Se l’uomo ha sempre viaggiato sin dagli albori della sua storia, e quello di migrazione è un concetto fondamentale all’interno dei processi storici ed evolutivi della specie, la pratica del pellegrinaggio si inscrive all’interno di un fenomeno che è allo stesso tempo religioso e culturale. Proprio perché il pellegrinaggio riveste un’enorme importanza per la storia della cultura e la storia dell’arte in generale, non è un caso se negli ultimi anni, siano molte le iniziative volte alla valorizzazione dei suoi itinerari storici.

La tematica scelta per la prima edizione di questo concorso nazionale dedicato alla figura di Don Sante Montanaro ci porta così a elaborare una riflessione di più ampio respiro sul nostro progredire collettivo come esseri umani ed esseri culturali e a riformulare proprio il nostro concetto di cultura, rendendolo dinamico, attivo, frutto di scambi e di percorsi, di cammini sempre in fieri. Quella del pellegrino è una condizione peculiare che diventa così emblematica della ricerca dell’artista. In costante cammino, soggetto anche a smarrirsi, offrendo però una chiave di lettura al mondo e una possibilità di interpretazione alla collettività, l’artista è homo viator che si fa carico del bagaglio emotivo, dei pensieri, del presente e del passato dell’universo, in altre parole della sua storia, viaggiando nel mondo e per il mondo.

Il viaggio è una componente della storia dell’umanità così intrinseca ai suoi processi evolutivi, vitale per i processi storici e di formazione delle culture del mondo. Si viaggia perché è necessario farlo e si viaggia perché l’esistenza è dinamica. Ma il pellegrino non è mai colui che viaggia per caso: se è vero che il percorso può apparire incerto, costellato di difficoltà, luoghi angusti e varchi di luce inaspettati, la meta è invece perfetta, sacra, e ne pregusta l’avvicinamento giorno dopo giorno, con uno spirito di sacrificio innato, perché la osserva magicamente con gli occhi dell’intuito, e con la ragione che diventa alleata esattamente come fa l’artista nei confronti della sua meta creativa. E l’arte non teme il pensiero ma lo rende partecipe dello stesso processo creativo, inglobandolo nei suoi meccanismi.

L’artista pellegrino è tutto questo. Egli è nel mondo, ma sa anche restare all’esterno, nutrendosi di quel poco di distanza che occorre per dare all’arte una forma che parli di quel mondo e sia funzionale e utile anche al suo contemporaneo. L’artista è l’alchimista pellegrino che viaggia attraverso il mondo veicolando la sua essenza eterna. È grazie al suo prezioso andare che punti lontanissimi tra loro possono entrare in contatto nello stesso segmento perfetto: qui è la sopravvivenza dell’universo. E non è forse vero che in questo costante progredire, portiamo con noi come preziosi veicoli idee, sensazioni, conoscenze, memorie dei nostri luoghi di origine? Non importa per quanto tempo camminiamo, e quanto la meta sarà lontana, l’andare dell’umanità è sempre sacro perché è questione di meravigliosa sopravvivenza.

Sta qui il significato del concorso nazionale nel ricordo di una figura che tanto ha creduto nel valore della cultura e delle arti. Perché la collettività possa accedere al futuro è necessario viaggiare e contemporaneamente ricordare il punto esatto da cui si è partiti. Perché non c’è viaggio senza memoria. E non c’è nessun viaggio che non abbia implicazioni culturali, che non porti con sé, all’interno delle sue rotte fattori artistici, parole, e frammenti di vita per ricordarci che l’uomo è un essere culturale.

Preservare la memoria è importante quanto costruire la strada di domani. E quando questo viaggio somiglia più a un errare incerto, ecco che l’artista può offrire il suo istinto per orientare la rotta perché, come affermava Don Sante, l’arte ingentilisce l’anima.”

Giuliana Schiavone

Philippe Daverio scrive di Marc Didou

Pars oculi. L’occhio vuole la sua parte. Questo lo sanno tutti ma Marc Didou lo sa più degli altri, il suo occhio non serve solo a guardare ma serve ad utilizzare l’intelligenza per vedere. Ed è così diventato pacifico per lui riscoprire quella tecnica curiosa che generò la curiosità dei curiosi: l’anamorfico.

Ne andavano ghiotti gli umanisti cinquecenteschi che avevano deciso di superare la prospettiva puntuale del Brunelleschi e il bifocalismo intuitivo di Leonardo, era nata allora la passione per i corpi ottici trasparenti o riflettenti che consentivano di ricomporre con il senso fisico della terza dimensione l’immagine piatta.

Una rivoluzione. Hans Holbein ne diede un esempio straordinario con il suo dipinto degli ambasciatori del 1533 dove questi uomini coltissimi s’appoggiano ad uno scaffale che raccoglie strumenti tecnici geofisici e musicali, secondo la miglior tradizione scolastica del quadrivio cioè l’aritmetica la geometria l’astronomia e la musica.

Marc Didou ripercorre oggi una strada analoga e la rinnova. Corre all’opposto di Holbein: all’aritmetica sostituisce il computer, alla geometria la restituzione plastica dell’immagine che si fa oggetto. Il tutto porta in un’armonia musicale che sembra aprire la mente alle dimensioni del cosmo. E l’artifizio diventa opera. E il guardare diventa vedere. E il vedere diventa sorpresa. E la sorpresa apre la mente alle magie della fantasia”.

Ivan Piano visto da Sabrina Raffaghello

“Come un traghettatore di anime le opere conturbanti e assolute di Ivan Piano, spirito libero che attraverso un lungo viaggio anche tra le persone a lui care, la letteratura, la musica e la natura, arrivano al perigeo di se stesso con la deframmentazione e la deformazione della propria immagine per rivelarci un’anima poetica e geniale.
 
Ciò che interessa all’artista sia come fotografo che come video artista è l’essere umano con le sue interazioni, interazioni viscerali che dialogano solo e soltanto con il corpo. Un corpo puro, privo di barriere che svela l’intimità della sua vita reale, senza confini e senza paletti, questo corpo ci svela il suo essere integro al mondo.
 
Deframmentato si ricompone come uno spartito musicale senza fine, l’artista crea immagini che esplorano sul filo del rasoio i suoi sogni e le sue realtà, la sua vita privata, il suo essere uomo e soprattutto il suo corpo che talvolta si duplica solo e soltanto nel femminino sacro del suo quotidiano.
 
Le fotografie sono fortemente caratterizzate dalla sanguigna personalità sempre espressa contemporaneamente con un pugno nello stomaco e un gioioso inno alla vita, un gioco d’amor sacro e d’amor profano che si stagliano e si fondono nell’alchimia della camera oscura. Gli scatti completamente analogici, attraverso la manipolazione del negativo anche con graffi, bruciature, polvere, scotch, smalti, colla e contaminazioni chimiche acide hanno il potere di trasformazione del mondo reale che scava nell’animo umano, questi “mostri” sono il valore raggiunto da un uso consapevole dell’utilizzo anche del corpo, sono performance antropologiche talvolta crude e talvolta erotiche, ritmi silenti che respirano, labirinti completamente liberi che sfociano nell’aldilà del principio del piacere.
 
Egli crea delle fantasie teatralizzate per dire la sua di verità e per renderla fuori dal tempo, con una tecnica ruvida e barocca sia nella forma che nel contenuto, egli instaura una visione caratterizzata tanto dal suo fervore quanto dalla sua estetica e dalla sua coerenza. Ossessionato dal modus operandi della fotografia ottocentesca Ivan Piano si mette a nudo fino a far sanguinare l’intimo e il privato che vengono mostrati lucidi, impulsivi, eccessivi e talvolta sognanti.
 
Creatore underground le sue “performance fotografiche” private sono un limbo dove forse, come si dice, ogni corpo perde ventuno grammi e il peso dell’anima è ribaltato in questi “mostri” che sono la fantasia e la creazione di un’indole ragionata e fantastica alla stesso tempo. L’intimo connubio tra regola e genio dà vita a uno strumento dove i “mostri” simboleggiano tutte le forme mentali con i relativi processi che relegati negl’occhi del fotografo dopo il sonno della ragione sono vivi e scrivono e vivono di vita propria.
 
Con le sue opere partendo dal profondo dell’anima, l’artista squarcia il velo sottile tra il “mondo normale” e il “mondo delle altrui visioni”. Ivan Piano indaga con la perizia e la maniacale morbosità di un anatomopatologo d’anime, costringendo chi guarda ad affrontare, i migliori sogni o le peggiori paure, la fantasia di un verso poetico o il rapporto di amore e odio verso il proprio lato oscuro.”
Sabrina Raffaghello

Le stagioni di Louise

Jean-Francois Laguionie a proposito del suo ultimo film

 “Le stagioni di Louise è probabilmente la pellicola più intima che ho realizzato. Senza dubbio è anche quella realizzata in modo più minuzioso e complesso, a partire dall’assurda situazione in cui Louise si viene a trovare e passando per le avventure che vive all’età di otto anni in cima alla scogliera e nel bosco misterioso dopo lo scoppio della guerra, momenti di cui anche io ho avuto esperienza. Per me è stato difficile descriverle e rappresentare i villaggi della costa della Normandia in cui ero solito trascorrere le vacanze. Nella mia mente rappresentano ancora un luogo ideale per una tranquilla vacanza spensierata, sono luoghi in cui mi sento protetto dalla miseria del resto del mondo e in cui mi sento protetto e isolato in un luogo privo di confini temporali dove le abitudini borghesi sono ancora intatte e tengono lontane le angosce esistenziali, come l’invecchiamento e le maree.

Per sviluppare il personaggio protagonista della storia, ho immaginato qualcuno che potesse rappresentare all’apparenza tutte le piccole fragilità tipiche di questi villaggi costieri e che alla fine del racconto emergesse come una figura infallibilmente forte. Louise è una donna senza età. Si ritrova da sola nel villaggio, senza nessuno con cui parlare al di fuori di se stessa (almeno prima di incontrare il cane Pepper), quindi l’idea di tenere un diario di bordo dei suoi giorni solitari è una scelta pressoché inevitabile e troppo allettante per essere ignorata. Questo espediente è utile per comprendere il punto di vista della protagonista e confrontarlo con ciò che intuiamo e supponiamo stia veramente accadendo nella realtà.

I suoni e i rumori tipici dei paesaggi marittimi, assieme al suono del mare e il richiamo degli uccelli sono sicuramente una parte fondamentale nella costruzione di un contorno musicale credibile e ben strutturato. I suoni naturali sono elementi necessari per dare credibilità alla situazione di abbandono della protagonista; la musica del piano di Pierre Kellner crea invece un’interessante contrapposizione volta a rappresentare la spensieratezza, l’ottimismo e la gioia di vivere di Louise. Le musiche intonate dall’orchestra di Pascal Le Pennec, il quale ha composto “The Painting” (“Le tableau”), supportano la rappresentazione delle memorie e dei sogni più intimi e profondi di Louise. Anche le voci, tanto quanto le musiche, sono state fondamentali per la costruzione del film e la sua animazione. È stato necessario determinare tutti questi elementi prima ancora di iniziare a realizzare il film e decidere quale sarebbe stata la struttura della narrazione.

Lo sviluppo dello stile grafico è venuto in seguito e in modo graduale, anche se avevo già impresso in mente quale doveva essere l’aspetto dei personaggi: Louise doveva essere un po’ tozza, ma apparire ancora estremamente in gamba per la sua età, mentre il suo compagno di avventura sarebbe stato arruffato e trasandato. In una seconda fase ci siamo occupati dell’animazione e delle immagini e poi della loro rielaborazione per far sì che corrispondessero ai caratteri dei personaggi.

Il mio gusto personale per la pittura e lo stile grafico del ventesimo secolo emergono molto nel film, così come la mia passione per i paesaggisti come Jean-Francis Auburtin e Henri Rivière, artisti capaci di ricreare sulla carta paesaggi marittimi particolari unendo la tecnica del wash-drawing a disegni a matita e ad acquarello. Quest’unione di tecniche differenti permette la realizzazione di un disegno caratterizzato da un tratto delicato tipico delle animazioni classiche e che ben si sposa con un’ambientazione marittima e le numerose sequenze ventose. Desideravo che si avvertisse in tutte le immagini un senso di libertà e che la pellicola ne fosse totalmente intrisa, come se quest’ultima fosse stata interamente disegnata a mano. Questo effetto è stato reso possibile grazie a Lionel Chauvin, figura essenziale per la realizzazione del film, e grazie a tutto il team di JPL Films.”
Jean-Francois Laguionie

Un atto di libertà e implicita ribellione

L’olio non è dato tal quale in natura. E’ il frutto dell’ingegno dell’uomo. Anche se si tratta di una operazione semplice, e perfino banale – consistente nello spremere le olive – l’aver avuto una simile intuizione ha reso di fatto l’olio un’invenzione tecnologica impareggiabile.

In fondo, chi poteva immaginare che un minuscolo frutto – peraltro amarissimo e immangiabile, se non preventivamente lavorato con la necessaria accortezza e pazienza – potesse dar seguito a un succo gustoso e gradevole, capace di conferire sapidità e palatabilità ad altre materie prime bisognose di essere rese più appetibili?

Le proprietà connettive e plastificanti, congiuntive, antiaderenti e lubrificanti degli oli da olive hanno permesso di far compiere un significativo passo in avanti nella elaborazione e presentazione dei cibi. Così, questa pur apparentemente ordinaria invenzione, ha potuto, nel tempo, sempre piu imporsi all’attenzione generale, proprio perche è stato l’uomo a cogliervi ogni volta importanti elementi di novità, tali e tanti da lasciare segni indelebili nei costumi alimentari dei vari popoli. Segni evidenti soprattutto ora, che a distanza di almeno sei millenni, è possibile scorgere nettamente l’imprinting delle varie comunità d’anime che si sono via via succedute, lasciando per certi versi una immaginaria quanto reale impronta genetica, che si è espressa e manifestata anche attraverso l’arte.

Non l’arte olearia in senso stretto. Quella – per essere più espliciti, a scanso di equivoci – di chi riesce addirittura a interagire con le olive, fino a parlare la loro stessa lingua, e capirle e interpretarle di volta in volta, facendo in modo da trarne il miglior olio possibile in frantoio. E nemmeno si intende per arte la capacità di coloro che sanno miscelare sapientemente gli oli ottenuti, o, nondimeno, l’attitudine di quanti, trovandosi dinanzi a un’ampia scelta di oli disponibile sul mercato, sono in grado di farne una opportuna selezione (per qualità, origine e tipologia), riuscendo a utilizzarli al meglio, valorizzandoli alla perfezione, a crudo come in cottura.

Non l’arte olearia in senso stretto, dunque, ma l’arte che trascende la materia prima e la eleva a simbolo ponendola su un altro piano. L’arte, per l’esattezza, che già solo a sfogliare le pagine del catalogo che accompagna una mostra originale quanto divertente nei suoi sviluppi, egregiamente ideata e curata da Francesco Sannicandro, a titolo “Olio di Artista”, ci fa comprendere quanto sia utile (per chi lo produce, chi lo vende, chi ne fruisce) che l’olio possa essere ogni volta reintepretato in modo differente, rimodulandone l’immagine, e decontestualizzandola. In tal modo, con una brillante operazione che ha coinvolto centinaia di artisti, l’olio da olive non è più una materia grassa tra tante altre disponibili in commercio, ma diventa simbolo di una civiltà che viene decodificata e consegnata libera dalle maglie imposte da un legislatore che penalizza le aziende confezionatrici nell’abbigliaggio dei contenitori dell’olio.

Olio d’Artista” diventa così un atto di libertà e di implicita ribellione al sistema, imponendo, almeno non nel consueto canale delle vendite, ma negli spazi dell’arte, un nuovo approccio con i contenitori d’olio, andando oltre la consuetudine, e invogliando, di qui in avanti, a creare felici e imprevedibili commistioni tra i contenitori destinati comunemente al commercio – che in genere appaiono inespressivi e castigati, inutilmente austeri e comunque imprigionati da troppe (e pletoriche) diciture imposte da un legislatore bulimico che sottrae spazio alla creatività – e quelli che non sono invece soggetti ad alcun vincolo.

L’olio, prodotto antico e millenario, ha bisogno di una ventata d’aria nuova e di entrare, il prima possibile, in una dimensione altra, alternativa ai canoni ufficiali, in modo da svecchiare la propria immagine, andando incontro verso nuove epifanìe. Le creazioni degli artisti non trovano oggi impedimenti di alcun genere, ma possono in compenso trovare un pubblico più aperto e incline ai cambiamenti, potendo così procedere con rappresentazioni perfino dissacratorie, e di forte rottura con il passato, fino a trascendere il contenuto presente nei molteplici contenitori, ed evocando le mille e mille forme differenti e immaginabili.

La materia prima “olio da olive”, vista da sola, pur pregiatissima e nobile, sapida, profumata e funzionale nei molteplici impieghi cui è affidata, non è in grado di consegnare alla storia la parte di sé non visibile, quel tesoro nascosto che pur le appartiene ma pochi conoscono. L’alta valenza simbolica assegnata nel corso dei secoli e poi dei millenni all’olio da olive è in realtà il frutto di una mediazione culturale, senza la quale l’olio sarebbe un banalissimo grasso alimentare tra i tanti disponibili, sicuramente il più sano e gradevole, ma solo una sostanza grassa e nulla più. Senza il contributo dell’arte, ma anche della letteratura, l’olio non avrebbe avuto quell’impulso che lo ha reso oggi così popolare, e ieri, invece, così tanto celebrato da miti e religioni.

L’olio da olive oggi è vissuto come una sorta di prolungamento e quasi una estensione della propria esistenza. Non è più un normale condimento tra i tanti, ma è esso stesso alimento e ingrediente di primo piano. Non più alimento generico, ma “cibo funzionale”, functional food dall’alta valenza salutistica e nutrizionale, tanto che per molti è ormai considerato a pieno titolo un nutraceutico, per metà nutrimento e per l’altra metà farmaco. Cosi – a parte le grandi opere, tra dipinti e sculture, che riprendono i segni fondanti, e fondativi, quali sono appunto l’olivo, le olive o l’olio – è sufficiente volgere la propria attenzione a quanto è avvenuto nell’epoca a noi più vicina, già a partire dal finire dell’Ottocento, con le brillanti intuizioni di quanti hanno saputo vestire, reinterpretare e dialogare la materia prima olio, presentandola in forme e abbigliaggi nuovi, con lattine in banda stagnata che in alcuni musei si possono ancora oggi contemplare in tutta la loro originalità, anche laddove si sconfinava nel puro e selvaggio kitsch.

Il grande momento, con la massima e più elevata rappresentazione che si potesse avere per i contenitori dell’olio, ma anche per le molteplici altre forme espressive di comunicazione, è dovuto ad artisti come Plinio Nomellini e Giorgio Kiernek – a suo tempo mobilitati da imprenditori illuminati come i Novaro – per proseguire, fino ad oggi, con altri artisti, e in molti casi designer, che hanno avuto la capacità di vedere nell’olio ciò che non si vede o che altri non vedono, quel quid di impercettibile capace di rendere l’olio da olive diverso e sempre attuale, contemporaneo.

“Olio d’Artista”, una mostra che reputo singolare e quanto mai efficace negli esiti, si colloca per me proprio in questa lunghezza d’onda, e mi auguro vivamente che alcuni tra gli imprenditori più illuminati possano scommettere e investire su queste rappresentazioni artistiche facendole uscire dal guscio protettivo delle sale espositive.

Luigi Caricato, Direttore di Olio Officina Festival

Il ciclo sulla grande scultura contemporanea

Un anno fa, nel dicembre 2015, con l’annuncio che il museo avrebbe seguito chiari e definiti percorsi espositivi, gli spazi interni del Mart sono stati ridisegnati e un nuovo display allestitivo è stato inaugurato: “Dateci tempo perché non si tratterà di episodi, ma di una traiettoria”.

La “costellazione Mart”, nella quale l’arte sconfina e supera i propri limiti, è stata delineata. Come astri in relazione, che ruotano attorno alla forza produttiva dell’immaginazione. Perni al centro di questa rotazione sono tanto i grandi capolavori delle Collezioni del Mart, quanto l’iconica architettura contemporanea di Mario Botta, elementi riconoscibili da cui partire per consolidare l’identità del museo.

La mostra che si è aperta il 3 dicembre 2016 conferma questa visione e si inserisce nella traiettoria dedicata all’arte contemporanea, a cui è dedicato il secondo piano del museo.

Le prestigiose opere del Mart, inserite nel percorso intitolato L’irruzione del contemporaneo rappresentano il punto di partenza e l’ispirazione per le mostre temporanee. Tra sintonie, confronti e dialoghi, il 2016 ha disegnato una parabola dedicata alla scultura. Protagonisti tre maestri il cui lavoro ha gli ultimi cinquant’anni della storia dell’arte internazionale: Giuseppe Penone, Robert Morris e ora Eliseo Mattiacci.

In una grande antologica, le monumentali installazioni di Mattiacci dialogano con le raccolte del Mart, con la visione antitradizionale della scultura di Ettore Colla e con lo spazialismo di Lucio Fontana. Ancora, fino al 19 febbraio, la visita alla mostra del Mart suggerisce un confronto tra l’opera di Mattiacci e quella di un altro artista immenso, che rivoluzionò il linguaggio della scultura: Umberto Boccioni, a cui è dedicata la grande mostra al primo piano.

L’idea della continuità dello spazio, che affonda le sue radici nel Futurismo, diventa cifra stilistica della produzione di Eliseo Mattiacci, come un’attitudine mai disattesa. Sin dai primi lavori, si intuisce una predilezione dello scultore per la forma circolare, per la rotazione, per la dinamicità plastica che ha indotto la critica a riconoscere in lui un possibile erede della tradizione futurista o ancor meglio boccioniana.

Con Penone e Morris si è aperta un’indagine sui gesti fondativi della scultura che, negli spazi del museo pubblico, interroga il senso dell’opera d’arte nello spazio.

Con Mattiacci ancora una volta architettura e scultura si intrecciano, dando vita a un serrato colloquio tra le opere e gli spazi progettati dall’architetto Mario Botta, non più cornice o contenitore, ma spazio da segnare ed eccedere. L’arte smette di interpretare il presente, non è più rappresentazione del mondo, ma diventa essa stessa il mondo.

Mart Rovereto
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