Uomo, eterno pellegrino

Nota curatoriale della dott.ssa Giuliana Schiavone per il concorso d’arte contemporanea indetto dalla Fondazione Monsignor Sante Montanaro, denominato “Premio nazionale don Sante

“Uomo, eterno pellegrino. L’espressione utilizzata da Mons. Sante Montanaro in un suo scritto si rivela quanto mai attuale, potremmo dire, eterna e sempre valida. E se un termine come pellegrino, così denso di implicazioni semantiche, di stratificazioni storiche e culturali, potrebbe forse apparire anacronistico agli occhi dell’uomo contemporaneo, parlare di pellegrinaggio, soprattutto in ambito artistico e culturale è invece uno degli aspetti più interessanti di questa riflessione.

Peregrinus è un termine che si afferma a partire dal medioevo, affonda le sue radici etimologiche nella locuzione per agros, rimandandoci così a una dimensione liminare, di estraneità allo spazio della città strictu sensu. Il pellegrino è colui che percorre un cammino, colui che viaggia e attraversa di volta in volta i territori più differenti per raggiungere la sua meta. Si tratta di una pratica lontana, le cui radici affondano in età classica e si consolidano per tutto il periodo alto medievale, legata a un sentimento di religiosità e devozione.

Se l’uomo ha sempre viaggiato sin dagli albori della sua storia, e quello di migrazione è un concetto fondamentale all’interno dei processi storici ed evolutivi della specie, la pratica del pellegrinaggio si inscrive all’interno di un fenomeno che è allo stesso tempo religioso e culturale. Proprio perché il pellegrinaggio riveste un’enorme importanza per la storia della cultura e la storia dell’arte in generale, non è un caso se negli ultimi anni, siano molte le iniziative volte alla valorizzazione dei suoi itinerari storici.

La tematica scelta per la prima edizione di questo concorso nazionale dedicato alla figura di Don Sante Montanaro ci porta così a elaborare una riflessione di più ampio respiro sul nostro progredire collettivo come esseri umani ed esseri culturali e a riformulare proprio il nostro concetto di cultura, rendendolo dinamico, attivo, frutto di scambi e di percorsi, di cammini sempre in fieri. Quella del pellegrino è una condizione peculiare che diventa così emblematica della ricerca dell’artista. In costante cammino, soggetto anche a smarrirsi, offrendo però una chiave di lettura al mondo e una possibilità di interpretazione alla collettività, l’artista è homo viator che si fa carico del bagaglio emotivo, dei pensieri, del presente e del passato dell’universo, in altre parole della sua storia, viaggiando nel mondo e per il mondo.

Il viaggio è una componente della storia dell’umanità così intrinseca ai suoi processi evolutivi, vitale per i processi storici e di formazione delle culture del mondo. Si viaggia perché è necessario farlo e si viaggia perché l’esistenza è dinamica. Ma il pellegrino non è mai colui che viaggia per caso: se è vero che il percorso può apparire incerto, costellato di difficoltà, luoghi angusti e varchi di luce inaspettati, la meta è invece perfetta, sacra, e ne pregusta l’avvicinamento giorno dopo giorno, con uno spirito di sacrificio innato, perché la osserva magicamente con gli occhi dell’intuito, e con la ragione che diventa alleata esattamente come fa l’artista nei confronti della sua meta creativa. E l’arte non teme il pensiero ma lo rende partecipe dello stesso processo creativo, inglobandolo nei suoi meccanismi.

L’artista pellegrino è tutto questo. Egli è nel mondo, ma sa anche restare all’esterno, nutrendosi di quel poco di distanza che occorre per dare all’arte una forma che parli di quel mondo e sia funzionale e utile anche al suo contemporaneo. L’artista è l’alchimista pellegrino che viaggia attraverso il mondo veicolando la sua essenza eterna. È grazie al suo prezioso andare che punti lontanissimi tra loro possono entrare in contatto nello stesso segmento perfetto: qui è la sopravvivenza dell’universo. E non è forse vero che in questo costante progredire, portiamo con noi come preziosi veicoli idee, sensazioni, conoscenze, memorie dei nostri luoghi di origine? Non importa per quanto tempo camminiamo, e quanto la meta sarà lontana, l’andare dell’umanità è sempre sacro perché è questione di meravigliosa sopravvivenza.

Sta qui il significato del concorso nazionale nel ricordo di una figura che tanto ha creduto nel valore della cultura e delle arti. Perché la collettività possa accedere al futuro è necessario viaggiare e contemporaneamente ricordare il punto esatto da cui si è partiti. Perché non c’è viaggio senza memoria. E non c’è nessun viaggio che non abbia implicazioni culturali, che non porti con sé, all’interno delle sue rotte fattori artistici, parole, e frammenti di vita per ricordarci che l’uomo è un essere culturale.

Preservare la memoria è importante quanto costruire la strada di domani. E quando questo viaggio somiglia più a un errare incerto, ecco che l’artista può offrire il suo istinto per orientare la rotta perché, come affermava Don Sante, l’arte ingentilisce l’anima.”

Giuliana Schiavone

Philippe Daverio scrive di Marc Didou

Pars oculi. L’occhio vuole la sua parte. Questo lo sanno tutti ma Marc Didou lo sa più degli altri, il suo occhio non serve solo a guardare ma serve ad utilizzare l’intelligenza per vedere. Ed è così diventato pacifico per lui riscoprire quella tecnica curiosa che generò la curiosità dei curiosi: l’anamorfico.

Ne andavano ghiotti gli umanisti cinquecenteschi che avevano deciso di superare la prospettiva puntuale del Brunelleschi e il bifocalismo intuitivo di Leonardo, era nata allora la passione per i corpi ottici trasparenti o riflettenti che consentivano di ricomporre con il senso fisico della terza dimensione l’immagine piatta.

Una rivoluzione. Hans Holbein ne diede un esempio straordinario con il suo dipinto degli ambasciatori del 1533 dove questi uomini coltissimi s’appoggiano ad uno scaffale che raccoglie strumenti tecnici geofisici e musicali, secondo la miglior tradizione scolastica del quadrivio cioè l’aritmetica la geometria l’astronomia e la musica.

Marc Didou ripercorre oggi una strada analoga e la rinnova. Corre all’opposto di Holbein: all’aritmetica sostituisce il computer, alla geometria la restituzione plastica dell’immagine che si fa oggetto. Il tutto porta in un’armonia musicale che sembra aprire la mente alle dimensioni del cosmo. E l’artifizio diventa opera. E il guardare diventa vedere. E il vedere diventa sorpresa. E la sorpresa apre la mente alle magie della fantasia”.

Ivan Piano visto da Sabrina Raffaghello

“Come un traghettatore di anime le opere conturbanti e assolute di Ivan Piano, spirito libero che attraverso un lungo viaggio anche tra le persone a lui care, la letteratura, la musica e la natura, arrivano al perigeo di se stesso con la deframmentazione e la deformazione della propria immagine per rivelarci un’anima poetica e geniale.
 
Ciò che interessa all’artista sia come fotografo che come video artista è l’essere umano con le sue interazioni, interazioni viscerali che dialogano solo e soltanto con il corpo. Un corpo puro, privo di barriere che svela l’intimità della sua vita reale, senza confini e senza paletti, questo corpo ci svela il suo essere integro al mondo.
 
Deframmentato si ricompone come uno spartito musicale senza fine, l’artista crea immagini che esplorano sul filo del rasoio i suoi sogni e le sue realtà, la sua vita privata, il suo essere uomo e soprattutto il suo corpo che talvolta si duplica solo e soltanto nel femminino sacro del suo quotidiano.
 
Le fotografie sono fortemente caratterizzate dalla sanguigna personalità sempre espressa contemporaneamente con un pugno nello stomaco e un gioioso inno alla vita, un gioco d’amor sacro e d’amor profano che si stagliano e si fondono nell’alchimia della camera oscura. Gli scatti completamente analogici, attraverso la manipolazione del negativo anche con graffi, bruciature, polvere, scotch, smalti, colla e contaminazioni chimiche acide hanno il potere di trasformazione del mondo reale che scava nell’animo umano, questi “mostri” sono il valore raggiunto da un uso consapevole dell’utilizzo anche del corpo, sono performance antropologiche talvolta crude e talvolta erotiche, ritmi silenti che respirano, labirinti completamente liberi che sfociano nell’aldilà del principio del piacere.
 
Egli crea delle fantasie teatralizzate per dire la sua di verità e per renderla fuori dal tempo, con una tecnica ruvida e barocca sia nella forma che nel contenuto, egli instaura una visione caratterizzata tanto dal suo fervore quanto dalla sua estetica e dalla sua coerenza. Ossessionato dal modus operandi della fotografia ottocentesca Ivan Piano si mette a nudo fino a far sanguinare l’intimo e il privato che vengono mostrati lucidi, impulsivi, eccessivi e talvolta sognanti.
 
Creatore underground le sue “performance fotografiche” private sono un limbo dove forse, come si dice, ogni corpo perde ventuno grammi e il peso dell’anima è ribaltato in questi “mostri” che sono la fantasia e la creazione di un’indole ragionata e fantastica alla stesso tempo. L’intimo connubio tra regola e genio dà vita a uno strumento dove i “mostri” simboleggiano tutte le forme mentali con i relativi processi che relegati negl’occhi del fotografo dopo il sonno della ragione sono vivi e scrivono e vivono di vita propria.
 
Con le sue opere partendo dal profondo dell’anima, l’artista squarcia il velo sottile tra il “mondo normale” e il “mondo delle altrui visioni”. Ivan Piano indaga con la perizia e la maniacale morbosità di un anatomopatologo d’anime, costringendo chi guarda ad affrontare, i migliori sogni o le peggiori paure, la fantasia di un verso poetico o il rapporto di amore e odio verso il proprio lato oscuro.”
Sabrina Raffaghello

Le stagioni di Louise

Jean-Francois Laguionie a proposito del suo ultimo film

 “Le stagioni di Louise è probabilmente la pellicola più intima che ho realizzato. Senza dubbio è anche quella realizzata in modo più minuzioso e complesso, a partire dall’assurda situazione in cui Louise si viene a trovare e passando per le avventure che vive all’età di otto anni in cima alla scogliera e nel bosco misterioso dopo lo scoppio della guerra, momenti di cui anche io ho avuto esperienza. Per me è stato difficile descriverle e rappresentare i villaggi della costa della Normandia in cui ero solito trascorrere le vacanze. Nella mia mente rappresentano ancora un luogo ideale per una tranquilla vacanza spensierata, sono luoghi in cui mi sento protetto dalla miseria del resto del mondo e in cui mi sento protetto e isolato in un luogo privo di confini temporali dove le abitudini borghesi sono ancora intatte e tengono lontane le angosce esistenziali, come l’invecchiamento e le maree.

Per sviluppare il personaggio protagonista della storia, ho immaginato qualcuno che potesse rappresentare all’apparenza tutte le piccole fragilità tipiche di questi villaggi costieri e che alla fine del racconto emergesse come una figura infallibilmente forte. Louise è una donna senza età. Si ritrova da sola nel villaggio, senza nessuno con cui parlare al di fuori di se stessa (almeno prima di incontrare il cane Pepper), quindi l’idea di tenere un diario di bordo dei suoi giorni solitari è una scelta pressoché inevitabile e troppo allettante per essere ignorata. Questo espediente è utile per comprendere il punto di vista della protagonista e confrontarlo con ciò che intuiamo e supponiamo stia veramente accadendo nella realtà.

I suoni e i rumori tipici dei paesaggi marittimi, assieme al suono del mare e il richiamo degli uccelli sono sicuramente una parte fondamentale nella costruzione di un contorno musicale credibile e ben strutturato. I suoni naturali sono elementi necessari per dare credibilità alla situazione di abbandono della protagonista; la musica del piano di Pierre Kellner crea invece un’interessante contrapposizione volta a rappresentare la spensieratezza, l’ottimismo e la gioia di vivere di Louise. Le musiche intonate dall’orchestra di Pascal Le Pennec, il quale ha composto “The Painting” (“Le tableau”), supportano la rappresentazione delle memorie e dei sogni più intimi e profondi di Louise. Anche le voci, tanto quanto le musiche, sono state fondamentali per la costruzione del film e la sua animazione. È stato necessario determinare tutti questi elementi prima ancora di iniziare a realizzare il film e decidere quale sarebbe stata la struttura della narrazione.

Lo sviluppo dello stile grafico è venuto in seguito e in modo graduale, anche se avevo già impresso in mente quale doveva essere l’aspetto dei personaggi: Louise doveva essere un po’ tozza, ma apparire ancora estremamente in gamba per la sua età, mentre il suo compagno di avventura sarebbe stato arruffato e trasandato. In una seconda fase ci siamo occupati dell’animazione e delle immagini e poi della loro rielaborazione per far sì che corrispondessero ai caratteri dei personaggi.

Il mio gusto personale per la pittura e lo stile grafico del ventesimo secolo emergono molto nel film, così come la mia passione per i paesaggisti come Jean-Francis Auburtin e Henri Rivière, artisti capaci di ricreare sulla carta paesaggi marittimi particolari unendo la tecnica del wash-drawing a disegni a matita e ad acquarello. Quest’unione di tecniche differenti permette la realizzazione di un disegno caratterizzato da un tratto delicato tipico delle animazioni classiche e che ben si sposa con un’ambientazione marittima e le numerose sequenze ventose. Desideravo che si avvertisse in tutte le immagini un senso di libertà e che la pellicola ne fosse totalmente intrisa, come se quest’ultima fosse stata interamente disegnata a mano. Questo effetto è stato reso possibile grazie a Lionel Chauvin, figura essenziale per la realizzazione del film, e grazie a tutto il team di JPL Films.”
Jean-Francois Laguionie

Un atto di libertà e implicita ribellione

L’olio non è dato tal quale in natura. E’ il frutto dell’ingegno dell’uomo. Anche se si tratta di una operazione semplice, e perfino banale – consistente nello spremere le olive – l’aver avuto una simile intuizione ha reso di fatto l’olio un’invenzione tecnologica impareggiabile.

In fondo, chi poteva immaginare che un minuscolo frutto – peraltro amarissimo e immangiabile, se non preventivamente lavorato con la necessaria accortezza e pazienza – potesse dar seguito a un succo gustoso e gradevole, capace di conferire sapidità e palatabilità ad altre materie prime bisognose di essere rese più appetibili?

Le proprietà connettive e plastificanti, congiuntive, antiaderenti e lubrificanti degli oli da olive hanno permesso di far compiere un significativo passo in avanti nella elaborazione e presentazione dei cibi. Così, questa pur apparentemente ordinaria invenzione, ha potuto, nel tempo, sempre piu imporsi all’attenzione generale, proprio perche è stato l’uomo a cogliervi ogni volta importanti elementi di novità, tali e tanti da lasciare segni indelebili nei costumi alimentari dei vari popoli. Segni evidenti soprattutto ora, che a distanza di almeno sei millenni, è possibile scorgere nettamente l’imprinting delle varie comunità d’anime che si sono via via succedute, lasciando per certi versi una immaginaria quanto reale impronta genetica, che si è espressa e manifestata anche attraverso l’arte.

Non l’arte olearia in senso stretto. Quella – per essere più espliciti, a scanso di equivoci – di chi riesce addirittura a interagire con le olive, fino a parlare la loro stessa lingua, e capirle e interpretarle di volta in volta, facendo in modo da trarne il miglior olio possibile in frantoio. E nemmeno si intende per arte la capacità di coloro che sanno miscelare sapientemente gli oli ottenuti, o, nondimeno, l’attitudine di quanti, trovandosi dinanzi a un’ampia scelta di oli disponibile sul mercato, sono in grado di farne una opportuna selezione (per qualità, origine e tipologia), riuscendo a utilizzarli al meglio, valorizzandoli alla perfezione, a crudo come in cottura.

Non l’arte olearia in senso stretto, dunque, ma l’arte che trascende la materia prima e la eleva a simbolo ponendola su un altro piano. L’arte, per l’esattezza, che già solo a sfogliare le pagine del catalogo che accompagna una mostra originale quanto divertente nei suoi sviluppi, egregiamente ideata e curata da Francesco Sannicandro, a titolo “Olio di Artista”, ci fa comprendere quanto sia utile (per chi lo produce, chi lo vende, chi ne fruisce) che l’olio possa essere ogni volta reintepretato in modo differente, rimodulandone l’immagine, e decontestualizzandola. In tal modo, con una brillante operazione che ha coinvolto centinaia di artisti, l’olio da olive non è più una materia grassa tra tante altre disponibili in commercio, ma diventa simbolo di una civiltà che viene decodificata e consegnata libera dalle maglie imposte da un legislatore che penalizza le aziende confezionatrici nell’abbigliaggio dei contenitori dell’olio.

Olio d’Artista” diventa così un atto di libertà e di implicita ribellione al sistema, imponendo, almeno non nel consueto canale delle vendite, ma negli spazi dell’arte, un nuovo approccio con i contenitori d’olio, andando oltre la consuetudine, e invogliando, di qui in avanti, a creare felici e imprevedibili commistioni tra i contenitori destinati comunemente al commercio – che in genere appaiono inespressivi e castigati, inutilmente austeri e comunque imprigionati da troppe (e pletoriche) diciture imposte da un legislatore bulimico che sottrae spazio alla creatività – e quelli che non sono invece soggetti ad alcun vincolo.

L’olio, prodotto antico e millenario, ha bisogno di una ventata d’aria nuova e di entrare, il prima possibile, in una dimensione altra, alternativa ai canoni ufficiali, in modo da svecchiare la propria immagine, andando incontro verso nuove epifanìe. Le creazioni degli artisti non trovano oggi impedimenti di alcun genere, ma possono in compenso trovare un pubblico più aperto e incline ai cambiamenti, potendo così procedere con rappresentazioni perfino dissacratorie, e di forte rottura con il passato, fino a trascendere il contenuto presente nei molteplici contenitori, ed evocando le mille e mille forme differenti e immaginabili.

La materia prima “olio da olive”, vista da sola, pur pregiatissima e nobile, sapida, profumata e funzionale nei molteplici impieghi cui è affidata, non è in grado di consegnare alla storia la parte di sé non visibile, quel tesoro nascosto che pur le appartiene ma pochi conoscono. L’alta valenza simbolica assegnata nel corso dei secoli e poi dei millenni all’olio da olive è in realtà il frutto di una mediazione culturale, senza la quale l’olio sarebbe un banalissimo grasso alimentare tra i tanti disponibili, sicuramente il più sano e gradevole, ma solo una sostanza grassa e nulla più. Senza il contributo dell’arte, ma anche della letteratura, l’olio non avrebbe avuto quell’impulso che lo ha reso oggi così popolare, e ieri, invece, così tanto celebrato da miti e religioni.

L’olio da olive oggi è vissuto come una sorta di prolungamento e quasi una estensione della propria esistenza. Non è più un normale condimento tra i tanti, ma è esso stesso alimento e ingrediente di primo piano. Non più alimento generico, ma “cibo funzionale”, functional food dall’alta valenza salutistica e nutrizionale, tanto che per molti è ormai considerato a pieno titolo un nutraceutico, per metà nutrimento e per l’altra metà farmaco. Cosi – a parte le grandi opere, tra dipinti e sculture, che riprendono i segni fondanti, e fondativi, quali sono appunto l’olivo, le olive o l’olio – è sufficiente volgere la propria attenzione a quanto è avvenuto nell’epoca a noi più vicina, già a partire dal finire dell’Ottocento, con le brillanti intuizioni di quanti hanno saputo vestire, reinterpretare e dialogare la materia prima olio, presentandola in forme e abbigliaggi nuovi, con lattine in banda stagnata che in alcuni musei si possono ancora oggi contemplare in tutta la loro originalità, anche laddove si sconfinava nel puro e selvaggio kitsch.

Il grande momento, con la massima e più elevata rappresentazione che si potesse avere per i contenitori dell’olio, ma anche per le molteplici altre forme espressive di comunicazione, è dovuto ad artisti come Plinio Nomellini e Giorgio Kiernek – a suo tempo mobilitati da imprenditori illuminati come i Novaro – per proseguire, fino ad oggi, con altri artisti, e in molti casi designer, che hanno avuto la capacità di vedere nell’olio ciò che non si vede o che altri non vedono, quel quid di impercettibile capace di rendere l’olio da olive diverso e sempre attuale, contemporaneo.

“Olio d’Artista”, una mostra che reputo singolare e quanto mai efficace negli esiti, si colloca per me proprio in questa lunghezza d’onda, e mi auguro vivamente che alcuni tra gli imprenditori più illuminati possano scommettere e investire su queste rappresentazioni artistiche facendole uscire dal guscio protettivo delle sale espositive.

Luigi Caricato, Direttore di Olio Officina Festival

Il ciclo sulla grande scultura contemporanea

Un anno fa, nel dicembre 2015, con l’annuncio che il museo avrebbe seguito chiari e definiti percorsi espositivi, gli spazi interni del Mart sono stati ridisegnati e un nuovo display allestitivo è stato inaugurato: “Dateci tempo perché non si tratterà di episodi, ma di una traiettoria”.

La “costellazione Mart”, nella quale l’arte sconfina e supera i propri limiti, è stata delineata. Come astri in relazione, che ruotano attorno alla forza produttiva dell’immaginazione. Perni al centro di questa rotazione sono tanto i grandi capolavori delle Collezioni del Mart, quanto l’iconica architettura contemporanea di Mario Botta, elementi riconoscibili da cui partire per consolidare l’identità del museo.

La mostra che si è aperta il 3 dicembre 2016 conferma questa visione e si inserisce nella traiettoria dedicata all’arte contemporanea, a cui è dedicato il secondo piano del museo.

Le prestigiose opere del Mart, inserite nel percorso intitolato L’irruzione del contemporaneo rappresentano il punto di partenza e l’ispirazione per le mostre temporanee. Tra sintonie, confronti e dialoghi, il 2016 ha disegnato una parabola dedicata alla scultura. Protagonisti tre maestri il cui lavoro ha gli ultimi cinquant’anni della storia dell’arte internazionale: Giuseppe Penone, Robert Morris e ora Eliseo Mattiacci.

In una grande antologica, le monumentali installazioni di Mattiacci dialogano con le raccolte del Mart, con la visione antitradizionale della scultura di Ettore Colla e con lo spazialismo di Lucio Fontana. Ancora, fino al 19 febbraio, la visita alla mostra del Mart suggerisce un confronto tra l’opera di Mattiacci e quella di un altro artista immenso, che rivoluzionò il linguaggio della scultura: Umberto Boccioni, a cui è dedicata la grande mostra al primo piano.

L’idea della continuità dello spazio, che affonda le sue radici nel Futurismo, diventa cifra stilistica della produzione di Eliseo Mattiacci, come un’attitudine mai disattesa. Sin dai primi lavori, si intuisce una predilezione dello scultore per la forma circolare, per la rotazione, per la dinamicità plastica che ha indotto la critica a riconoscere in lui un possibile erede della tradizione futurista o ancor meglio boccioniana.

Con Penone e Morris si è aperta un’indagine sui gesti fondativi della scultura che, negli spazi del museo pubblico, interroga il senso dell’opera d’arte nello spazio.

Con Mattiacci ancora una volta architettura e scultura si intrecciano, dando vita a un serrato colloquio tra le opere e gli spazi progettati dall’architetto Mario Botta, non più cornice o contenitore, ma spazio da segnare ed eccedere. L’arte smette di interpretare il presente, non è più rappresentazione del mondo, ma diventa essa stessa il mondo.

Mart Rovereto
Corso Bettini, 43
38068 Rovereto (TN)
T. 800 397760
T.+39 0464 438887
info@mart.trento.it
www.mart.trento.it

Orari
mar-dom 10.00-18.00
ven 10.00-21.00
lunedì chiuso

Tariffe
Intero 11 Euro; Ridotto 7 Euro; Gratuito fino ai 14 anni

Ufficio stampa
Susanna Sara Mandice
press@mart.trento.it
T +39 0464 454124
T +39 334 6333148

Ghiru Kim – 1000 Facce della Luna

Daegu, Beijing, Assisi

Ghiru Kim nel suo studio di Assisi

Queste città, in Korea, in Cina e in Italia, rappresentano le tre tappe del percorso di Gil Hu Kim. Ghiru (versione occidentale del nome) si sposta inseguendo la cultura dei luoghi che sceglie. Dopo gli ultimi sei anni trascorsi a Pechino dedicati a interpretare e rappresentare santi ed eroi orientali, Ghiru ha deciso di trasferirsi in Italia per iniziare una ulteriore fase del suo percorso. Nel corso della sua residenza Assisiate Ghiru si dedica a sfogliare libri e guide su Assisi e l’Umbria, passeggia per le vie della città rapito da ogni angolo e sosta in tutte le chiesa affascinato dai segreti di Giotto, Cimabue, Simone Martini…e poi dipinge, dipinge senza sosta, nel piccolo appartamento che sarà la sua casa ed il suo studio fino a gennaio, lontano dai grandi spazi dei musei di Seoul e Pechino, concentrato sulle figure che la pittura medievale gli suggerisce, convinto che un’unica ispirazione abbia guidato nella storia la mano degli artisti a tutte le latitudini, come se una grande Luna proiettasse ancora infiniti raggi ad illuminare le storie e i volti di personaggi e accadimenti che meritano di essere raccontati.
Stefano Frascarelli

Parlando di “LUI”

Lui non conosce il suo nome. E’ un essere senza nome. Non ha un corpo. Scorre nell’acqua senza lasciare traccia di sé. Non è definibile. E’ al mondo come frammenti di sé, come 1000 riflessi della Luna nel buio. […] Ghiru Kim

Ghiru Kim – 1000 Facce della Luna

MINIGALLERY_ASSISI
Assisi (PG) – dall’undici dicembre 2016 all’otto gennaio 2017
Via Portica 26 (06081)
www.minigallery.it

Ilaria Abbiento e Donatella Tataranni

“A guidare un percorso visivo nello spazio di riferimento è la volontà di restituire alla propria memoria una dimensione di ordine ed equilibrio.
Partendo dalla struttura del viaggio, sia fisico che metafisico, l’arte permette infatti di fissare e diffondere il flusso continuo di immagini che raggiungono la mente, semplificando le difficoltà espressive degli impulsi emotivi.
 
Affine nel metodo progettuale è il lavoro delle artiste Ilaria Abbiento e Donatella Tataranni, che, in entrambi i casi si serve di una molteplicità di aspetti del quotidiano per approfondire e strutturare una nuova riflessione psicologica in cui la “mater(i)a”, realtà tangibile dell’opera d’arte, diventa specchio di se stessi.
 
Ilaria Abbiento, fotografa napoletana, realizza il suo lavoro delle “Piccole Poesie” raccogliendo gli appunti di viaggio di un grande e immaginario diario di memorie. Le opere di piccolo formato sono come fotogrammi di una pellicola che aiutano a scrivere e posizionare alcuni istanti della vita, raggiungendo una nuova consapevolezza che concretizza un’esperienza. Le immagini della città di Matera accumulate durante un viaggio di qualche tempo fa, ritornano, in forma di stampa fotografica, negli stessi luoghi e raccontano angoli e suggestioni del tutto personali.
Lo sguardo ricerca soggetti simili in cui la luce, chiara e delicata, avvolge la fotografia e traccia un percorso comune che sembra distaccarsi da una dimensione reale, per riempire invece lo spazio soggettivo della memoria. Le immagini costruiscono composizioni fotografiche con elementi in equilibrio di forme e linee, quasi a concepire delle poesie metricamente perfette.
 
La costruzione formale dell’opera d’arte, seppur utilizzando come metodologia quella del processo di esplorazione e di disposizione del proprio caos immaginario, segue una strada diversa nelle opere di Donatella Tataranni. Materana di origine e milanese di adozione, utilizza il collage come tecnica efficace per dar forma alla propria creatività.
 
La ricerca delle immagini, il ritaglio minuzioso e la combinazione degli elementi secondo nuove architetture, generano una originale “coincidenza visiva” ed un inedito livello di lettura. Nei lavori dedicati a Matera e alla Basilicata, si definisce un senso di appartenenza ad un territorio in cui il forte volume paesaggistico si lega ai simboli delle tradizioni contadine e popolari. Le opere presentano elementi locali di immediata riconoscibilità ed evidenti contaminazioni con culture e luoghi differenti.
 
La mostra propone un momento di sospensione, indica un’espressione di maturità nell’esercizio del pensiero attraverso i due lavori, confermando lo spazio, anche ideale, come luogo di accoglienza e intimità.”
 
Manuela Clemente 
 
MATER(i)A
ILARIA ABBIENTO | DONATELLA TATARANNI
11 dicembre 2016/ 31 marzo 2017
c/o I TRE PORTALI, piazza San Pietro Caveoso – Matera
 

VISIONI ONIRICHE DI SUSY MANZO

Visioni oniriche in chiave fiabesca – Testo a cura di Dora Marchese

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare nella Tempesta.

il-navigar-me-dolce-in-questo-pratoE da questa sostanza, sfuggente e misteriosa, paiono essere originati i delicati e seducenti lavori di Susy Manzo, artista milanese, maestra nell’arte del paper-cutting, della pittura ad olio e del disegno.

In ‘Storie sospese‘ Susy Manzo ha voluto raccontarci qualcosa di sé, aspetti legati alle parti più profonde del suo vissuto e del suo immaginario. Ha voluto fondere il passato, fatto di esperienze ora gioiose ora tristi, con il presente, intriso di speranze e attese, realizzando delle opere fortemente intimistiche, delle visioni oniriche in chiave fiabesca.
Ironia, gioco e leggerezza sono gli ingredienti principali delle sue Storie ma a ben guardare l’artista ci catapulta anche in un mondo perturbato e perturbante. Lo si capisce avvicinandosi e osservando da vicino i piccoli quadri preziosi di dettagli e simboli significativi.

L’urgenza di comunicazione di Susy si esprime nel rifiuto della bidimensionalità, dunque nella negazione di una condizione d’irrealtà a favore della “verità” della terza dimensione, realizzata attraverso personaggi e oggetti che evadono dalle cornici, si affacciano e si protendono verso lo spettatore creando più livelli di narrazione: l’infrazione della bidimensionalità mira a rendere concreto il fantastico. E così le delicate figure femminili, biancovestite di ricami fatti da chiaroscurali intarsi, sono icone di candore e innocenza ma si muovono in un universo senza spazio e senza tempo, fatto di colori tenui rivivificati solo dal fulvo delle chiome muliebri. In questo universo vige la duplicità, si muovono opposte tensioni. Da una parte vi si accampano alberi e rami che svettano verso l’alto senza soluzione di continuità, senza mai finire, sconfinando dai margini fisici del quadro stesso, emblemi di libertà e voglia d’infinità. Dall’altra, campeggiano lunghe e articolate radici, simili a ragnatele, espressioni del bisogno di realtà e stabilità che però si risolve in utopia: le radici infatti sono aeree, non affondano saldamente nel terreno, fluttuano del vuoto, sono altrettanti inganni di sicurezza e stabilità. E se le radici si diramano nel cielo, i pesci volano nell’aria e i fiori, perduta la loro carnalità e i loro sgargianti colori, sono bianche silhouette, quasi astrazioni. Solo le fragili barchette di carta sembrano garantire che la continua inesausta ricerca è quella che, alla fine, ci tiene davvero legati al mondo e ne rende possibile il viaggio nel suo cuore.

Susy interpreta così le tensioni della vita moderna, raccontando storie che sono quelle di noi tutti, dimidiati tra desideri e fallimenti, tra età adulta e fanciullezza, tra malinconie e sogni: le linee verticali del pensiero s’intersecano con quelle orizzontali della materia.

Le Storie sospese di Susy Manzo emanano una piccola musica, un sussurro che pare scandire le parole del poeta Lucio Piccolo: «Se noi siamo figure/ di specchio che un soffio conduce/ senza spessore né suono/ pure il mondo dintorno/ non è fermo ma scorrevole parete/ dipinte, ingannevole gioco/ equivoco d’ombre e barbagli/ di forme che chiamano/ e negano un senso».