Art Adoption New Generation

Scrive Andrea Baffoni a proposito della mostra Art Adoption New Generation : Art Adoption 2018 celebra la vitalità dell’arte. Stimola alla sperimentazione e ricerca nuove esperienze. Seleziona giovani nomi del panorama nazionale accostandoli a maestri già riconosciuti. Esprime la volontà di superare la sicurezza dei linguaggi consolidati e sfida le costanti temporali.

VIVI è l’imperativo! Interpretazione di una contemporaneità esasperata nei canali del post-umanesimo come abbattimento delle certezze. Vivere il flusso costante del cambiamento. Abbandonare la staticità e dissolversi nelle molteplici opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Operare una costante ricerca di innovazione diffondendosi dai luoghi deputati all’arte alle attività commerciali. La sfida è estendere il messaggio artistico ben oltre lo spazio espositivo tradizionale, vivere l’ambiente cittadino, confondersi con i colori, suoni e odori della vita quotidiana. Stimolare emozioni mentre in sottofondo aleggia l’aroma del caffè, o le fragranze esotiche di una profumeria, o ancora confondersi tra i tessuti di un negozio di abbigliamento, come pure azzardare lo stridente confronto artistico nell’ambiente inusuale di una macelleria.

Contaminazione come parola d’ordine. Arte vissuta in prima persona da chi con l’arte lavora, ma in totale condivisione a chiunque altro, senza timore dell’incontro e nella certezza di creare meraviglia. Arte diffusa, come riconquista di un valore sociale dimenticato.

A ciò concorrono i differenti linguaggi tra pittura, scultura, fotografia, video, installazioni site specific. Un grido che significa voglia di vivere, contrario all’angoscia esistenziale, ma aperto a scenari sempre nuovi. Vitalità che è anche rabbia, o felicità estrema, o dolore, o superficialità. VIVI è uno specchio della contemporaneità, capace di spaziare tra le idiozie diffuse dalla rete ai risultati più evoluti della fisica nucleare. Non si limita al mondo artistico, ma intercetta gli stimoli dell’epoca virtuale, di una società che sta affrontando una trasformazione radicale negli usi e costumi, nelle abitudini, nelle relazioni. In bilico tra essere umano e artificiale.

VIVI esplora le pieghe del nuovo, realizzare quella Gesamtkunstwerk che da Wagner in poi ha voluto dire, per tutti, Arte totale. Diffusione del pensiero creativo in ogni anfratto della vita. Una modernità che si alterna alla storia, capace di continuare su quella grande tradizione artistica che ha fatto delle città europee luoghi di continuità culturale. Cosa ancora più evidente per Cortona, che dagli etruschi ad oggi, passando per artisti come Beato Angelico e Gino Severini, ha sempre interpretato il proprio tempo con gli strumenti della conoscenza come trampolino per il nuovo e palestra di vita creativa.

ART ADOPTION NEW GENERATION 2018 – VIVI
A cura di Andrea Baffoni e Massimo Magurano

Cortona Centro Storico c/o Spazi pubblici e attività commerciali : Palazzo Magini, Auditorium Sant’Agostino, Enoteca Enotria, Dolce Vita, Bam Boutique, Beerbone, Touscher, Castellani Antiquari, La Nicchia, Eliana Boutique, Giolielli Caneschi, Pasticceria Banchelli, Ristorante il Cacciatore, Caffè Signorelli, Il Papiro, Nais Profumeria, Caffè Degli Artisti, La Saletta, Nocentini Libri, Terra Bruga, Karma, Jacente Store,Agenzia Alunno, Antonio Massarutto, Macelleria Cipollini, Bar da Massimo

Dal 16 dicembre 2018 al 10 gennaio 2019
Inaugurazione: domenica 16 dicembre 2018 ore 11:00

Direzione Artistica Art Adoption – Massimo Magurano

*8 dicembre 2017
Complesso di Sant’Agostino, via Guelfa 40 – Cortona
Auditorium: Personale di Paolo Mezzadri. Il Gioco è il Tempo
Chiostro: Personale di Andrea Clementi a cura di Francesca Bogliolo

Main Point Art Adoption
Palazzo Vagnucci, via Nazionale 42 – Cortona

Associazione Culturale Art Adoption
via Nazionale, 63
52044 – Cortona (Ar)

BRUNO MUNARI

Presso il Museo Plart di Napoli, dal 29 novembre 2018 al 20 marzo 2019, si terrà la mostra sulle proiezioni a luce fissa e le proiezioni a luce polarizzata realizzate da Bruno Munari. Scrivono i curatori (Miroslava Hajek e Marcello Francolini) :

MIROSLAVA HAJEK – Dai ricordi dell’artista rivissuti insieme: Munari ha cominciato a frequentare l’ambiente artistico alla fine degli anni Venti, nel contesto del movimento del secondo futurismo guidato da Filippo Tommaso Martinetti e da subito Marinetti lo considera il più geniale della nuova generazione.
Questa fase del suo lavoro è tuttora poco conosciuta, malgrado il fatto che fin da quel periodo il lavoro di Munari si disponga verso i distinti indirizzi del suo pensiero estetico. Concepisce contemporaneamente le macchine inutili, aeree, stabili, i disegni antropomorfi, le pitture gestuali, le pitture astratto geometriche chiamate Anche la cornice, i percorsi tattili e progetti di performances come per esempio la partitura coreografica del 1935 chiamata Danza sui trampoli.
Dopo la seconda guerra mondiale Munari, comunque, non parlava con nessuno in Italia della sua esperienza futurista. Alle domande dirette sorvolava o trovava modo di eludere l’argomento e molti si sono convinti, quindi, che volesse rinnegare il suo passato futurista o che, perlomeno, non avesse più le opere, ma questo non era esatto. La sua era semplicemente una reazione di autodifesa ad una condizione della politica italiana che accomunava i futuristi al regime fascista. Ho discusso questo argomento varie volte con Munari riuscendo a farmi raccontare tutte le sue vicissitudini.

Su quello che lo riguarda oggi: Per poterci orientare nel suo lavoro dovremo seguire le vie principali dei suoi interessi che sono l’esplorazione delle potenzialità percettive e sensoriali e la ricerca del superamento dei limiti oggettivi. Questa analisi individua il filo conduttore attraverso tutto il suo lavoro. Vuol dire che nelle opere di Munari possiamo scorgere sempre lo stesso linguaggio visivo elaborato, però, continuativamente in tutte le variazioni possibili con la massima semplicità e con l’organicità di un pensiero concreto ed esperto. L’artista era ben conscio di questa coerenza nel suo lavoro e addirittura è stato lui, anche se più avanti nel tempo, a definire le differenze tra arte e artigianato, stile e styling.
Purtroppo non si sono conservate molte opere del periodo futurista di Munari. Innanzitutto perché a quel tempo non era nemmeno immaginabile poterle commercializzare e Munari, quando aveva deciso di aver risolto un problema estetico, non lo rifaceva più, perché non ne avvertiva bisogno né la motivazione ma anche perché molti suoi lavori sono stati distrutti o si sono persi. Rimangono però i suoi lavori principali, anche se spesso soltanto in un esemplare, che comunque riescono illustrare bene il suo percorso creativo e le dinamiche del suo pensiero.

È interessante osservare come quello, che è stato una volta all’avanguardia venga successivamente occultato, eppure il passato anticipa il futuro, come fattore decisivo, essendo il presente sempre effimero. Quando vengono prodotte opere come quelle di Munari, in principio sono accolte con occhio diffidente e scettico spesso disprezzate o, addirittura, non considerate arte. Molte delle opinioni e delle scelte di Munari lo hanno posto in aperto conflitto con il sistema dell’arte ufficiale. Malgrado ciò è diventato un mito e un modello per molti artisti delle generazioni seguenti tanto che viene chiamato il Leonardo da Vinci del ventesimo secolo.

MARCELLO FRANCOLINI – Sulla sua ricerca: Le forme delle opere di Bruno Munari non danno informazioni sul mondo, ma mettendo in relazione con, le cose tra loro, ci informano piuttosto sul modo di approcciare ad esse. In effetti Munari partendo dalla ricerca di una forma pura, adiacente all’intuizione pura, ha scoperto la forma astratto-concreta, dando così avvio all’esplorazione del mondo della natura interiore, e cioè quel tutto che indistintamente è oltre l’apparente: dentro o fuori del visibile.

Sul percorso della mostra: La mostra di Bruno Munari alla Fondazione Plart di Napoli, segue un andamento cronologico sintetizzabile nella formula: Macchina Inutile + Concavo-Convesso + Ambiente a luce polarizzata. Nel percorso della mostra, possiamo leggere limpidamente una conquista progressiva dello spazio reale che muove dall’abbandono della bidimensionalità della tela per seguire il movimento diretto della luce nello spazio, una trascendenza della pittura (che va da una pittura “dipinta” ad una pittura “proiettata”). Queste opere rappresentano così le tappe del suo percorso creativo raccolte con sagacia e mestizia dalla Storica dell’arte Miroslava Hajek, culminando nelle Proiezioni a Luce Polarizzata che sono una delle più alte vette di sperimentazione di questo artista, una serie che è unicum della sua collezione è un’eccezionalità dell’intero patrimonio artistico del Novecento.

Sul senso del suo “fare” arte: Abbiamo visto come Munari spesso abbia trovato propria ispirazione nell’intuizione scientifica. Come confermatomi più volte dalla stessa Miroslava Hajek, spesso nelle sue discussioni con Munari si finiva col parlare di scienza, di geometria, di fisica. Questa circostanza sembra evidenziare la possibilità di leggere il significato del suo lavoro ben oltre il campo strettamente artistico. In un certo senso parlando ancora oggi si tende a tenere fuori le influenze scientifiche dalla critica di Munari, così come per molti altri casi nel ‘900, perché purtroppo ancora oggi si ha difficoltà a vedere la scienza al di fuori della sua praticità. D’altronde se non lo si intuisce subito è sottinteso un certo spirito ribelle nei confronti del sistema di potere, l’assunzione di posizione nei confronti della scienza intesa come attività conoscitiva: se infatti si ritiene che la scienza non sia un’attività conoscitiva ma soltanto pratica, sarà facile concluderne che il suo rapporto con le classi dirigenti è di totale subordinazione, mentre la risposta diventa notevolmente più complessa se si attribuisce alla scienza un valore autenticamente conoscitivo; in tal caso invero non si potrà fare a meno di ammettere che il suo sviluppo non dipende soltanto dalle richieste della società dell’epoca, ma anche dalle informazioni che lo scienziato riesce via via a ricavare intorno agli oggetti indagati.

 

TITOLO DELLA MOSTRA: BRUNO MUNARI. I colori della luce
PROMOSSO DA: Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee in collaborazione con Fondazione Plart
A CURA DI: Miroslava Hajek, Marcello Francolini
SEDE ESPOSITIVA: Fondazione Plart, via Giuseppe Martucci 48, Napoli, Italia
TEL E INFO: 081-19565703, info@plart.it
COSTI INGRESSO: Gratuito per i visitatori della mostra

Per  ulteriori e più precise informazioni consultare i siti www.fondazioneplart.it e www.madrenapoli.it
INAUGURAZIONE: 29 novembre 2018 ore 19:00
DATE DI APERTURA: 29 novembre 2018 – 20 marzo 2019
ORARI DI APERTURA: da martedì a venerdì ore 10.00 – 13.00 / ore 15.00 – 18.00. Sabato ore 10.00 – 13.00

Pino Pascali

Fino al 30 novembre 2018 la romana Galleria Edieuropa (Piazza Cenci 56) rende omaggio a Pino Pascali nel cinquantesimo anniversario della sua morte. Con una mostra che evoca l’energia ludica della sua arte.

Luigi Capano ne parla così : “Cinquant’anni fa, poco più che trentenne, Pino Pascali (Bari, 1935 – Roma, 1968) moriva in un tragico incidente stradale. Della sua breve vita ricordiamo che fu allievo di Toti Scialoja all’Accademia di Belle Arti di Roma; che lavorò alla RAI come aiuto scenografo e come collaboratore del regista e sceneggiatore Sandro Lodolo con cui realizzò sigle televisive e pubblicità per lo storico Carosello; che fu tra i frequentatori del caffè Rosati aggregandosi a quel gruppo eterogeneo di artisti impropriamente denominato Scuola di Piazza del Popolo.

Proprio in questi giorni la Galleria Edieuropa ‒ attiva con altro nome già in quegli anni ‒ lo vuole ricordare con una nutrita silloge di opere che ne testimoniano la ludica, ironica inventiva, oltre che la vocazione mercuriale e insieme dionisiaca a sperimentare e a contaminare forme espressive e materiali eterocliti, cedendo senza filtri al flusso incessante e pervasivo della creazione.”

Filippo de Pisis

Scrive Elena Pontiggia a proposito di Filippo de Pisis e della mostra ‘Gli eventi del minuto‘ : “Sono passati trent’anni (una generazione, quasi due) da quando nel 1988 Duilio Affanni apriva la sua galleria, che allora si trovava in via Carcano e prendeva nobilmente il nome dall’antico chiostro del convento di S. Francesco

Inaugurava la galleria con una mostra di de Pisis che dava già il senso e, per così dire, la direzione delle sue future scelte: un’attenzione alle vicende e alle ragioni dell’oggi, ma anche alla storia del Novecento, consapevole che in arte il tempo non esiste e che, come diceva Gadda “se una cosa è più moderna di un’altra, vuol dire che non sono eterne né l’una né l’altra”.

Dunque spazio al presente, ma anche a quel passato artistico che spesso è ancora più vivo. E qui bisognerebbe ricordare, accanto alla rassegna inaugurale di de Pisis, le mostre di altri maestri, a cominciare dal maggior artista saronnese del Novecento, vale a dire Francesco De Rocchi, per proseguire con Carrà, Marino Marini, Sironi, Fontana e molti altri. Del chiarismo, in particolare – il movimento di cui De Rocchi è stato un protagonista – il “Chiostro” è stato fin dalla nascita un punto di riferimento, e mi fa piacere ricordare il sostegno (di più: la condivisione) con cui Duilio Affanni ha collaborato alla grande mostra mantovana del 1996. Non a caso nell’elenco dei ringraziamenti in catalogo il nome della galleria di Saronno figura subito dopo i musei. Del resto “Il Chiostro”, come è accaduto in Italia ai migliori spazi espositivi privati, con le sue mostre storiche ha svolto anche le veci di un piccolo museo, in un Paese che di musei d’arte moderna ne ha ancora tragicamente pochi.

Sono passati trent’anni da allora, dunque. La galleria ha ora una nuova sede a pochi passi dalla Beata Vergine dei Miracoli (dal chiostro al santuario: speriamo sia di buon augurio, e Dio sa quanto ce n’è bisogno di questi tempi…), e ora alla direzione c’è Marina, che ha ereditato la stessa visione aperta e la stessa passione del padre, interpretandole con la sensibilità di una nuova generazione. Per il compleanno trentennale, a questo punto, non si poteva non pensare a de Pisis, sia per ricordare quella mostra iniziale, sia per la capacità, che l’artista ferrarese possiede come pochi altri, di tramutare il tempo dell’attimo (il “minuto”, in cui tutti siamo immersi) in un “evento”. Gli eventi del minuto si intitolava appunto la mostra di allora e si intitola quella odierna. Allora come ora la didascalia delle opere sono idealmente i versi di Montale: “E tutti vidi/ gli eventi del minuto/ come pronti a disgiungersi in un crollo”.

Sono versi sotterraneamente drammatici, come sotterraneamente drammatica, pur nella felicità della fisionomia e delle apparenze, è l’arte di de Pisis. La sua pittura sfugge infatti alle categorie della critica, perché l’ ”ismo” che risulta meno inadeguato a descriverla è quello di esistenzialismo. Dove per esistenzialismo non si intende la cupa e materialista filosofia di Sartre, ma una domanda commossa, la stessa che i poeti lirici di tutti i tempi si sono posti, sull’esistenza troppo breve delle cose.

Come scrivevo allora nel catalogo, e come non ho smesso di pensare, per dar conto della pittura di de Pisis, più che di impressionismo (come hanno detto i francesi, purtroppo incapaci di capire a fondo l’unicità dell’artista italiano); più che di espressionismo lirico, che pure è una definizione meno inadempiente, bisognerebbe parlare di una riflessione su quello che lui stesso chiamava “paradiso provvisorio”. Cioè sulla precarietà di ogni forma di bellezza.

In questo senso nelle sue opere una mandorla, un vaso di fiori, un piccolo nudo, una Trebbiatura a Geres e perfino Ragazzo sulla spiaggia, meglio noto come ‘Omaggio a Matisse’ hanno lo stesso significato: sono attimi fuggenti, a cui l’artista intima goethianamente il suo “Fermati! Sei bello”, sapendo già in anticipo che non sarà esaudito. Foglie, erbe, figure, luoghi sono apparizioni momentanee. E l’artista li dipinge con un disegno intriso di vuoto, con una stenografia luminosa, ma talmente lieve da rivelare tutta l’illusorietà di figure e cose.

Dove sono le nevi dell’anno scorso? si chiedeva Villon. Se lo chiede anche de Pisis, che però dipinge quelle nevi (cioè quei frutti, quei fiori, quei cieli) come un’infinita magia.”

Filippo de Pisis – Gli eventi del minuto
IL CHIOSTRO ARTECONTEMPORANEA
Viale Santuario 11 – Saronno
Dal 28/10/2018 al 21/12/2018.net

Atlas Coelestis

Scrive Fabrizio Pizzuto a proposito di Davide Dormino : “In anatomia, l’atlante è la prima vertebra, posta subito sotto la testa. Permette una vantaggiosa mobilità del corpo formando l’articolazione che connette cranio e colonna vertebrale.

Il suo nome richiama l’Atlante mitologico perché così come egli è il sostegno del mondo, questa è supporto e sostegno della testa. Devo dunque pensare che il mondo abbia il ruolo della testa. Intravedo il cervello come formicolìo vibrante di input e pensieri, distribuiti nello spazio pensante come continenti. Si muovono e spaziano in maniera autonoma dal supporto, portati in giro da lui. Si rivolgono agli altri come ad altri pianeti.

Atlante connette il corpo alla testa dunque, che è, certamente, parte del corpo, ma che al contempo vola dimenticandosi di esso. Ne ho adesso immagine separata. Il mio corpo tuttavia cammina direzionando la testa non solo come pensiero ma come raggio di visione e di collaborazione con gli altri, di interazione. Atlante viene chiamato “Telamone”, nome usato anche per designare un volume che raccoglie carte geografiche o carte illustrate. Una traslazione. L’Atlante è, in definitiva, la porta del confronto, la connessione del viaggiatore con il luogo.

Per astratto diventa il mondo stesso, o la testa stessa, di cui doveva essere solo sostegno. Nel momento in cui se ne fa astrazione si cammina vicino all’idea di simbolo, quasi porta dell’immaginazione. La sua struttura, tuttavia, nel lavoro di Davide Dormino, si trasforma in materia. Nella maniera che gli è più consona, ovvero quella scultorea, materica, sensibile. Il lavoro invade e occupa gli spazi. Come un’idea svela nuove possibilità. Accade iscrivendo un segno nell’idea stessa perché il segno rende la materia viva. Non carne, ovviamente, ma ferro, superficie lucente e poi carta, mondo opaco, tratto che affianca e cammina formando il disegno. Ogni variazione di supporto materica svela nuove capacità e potenzialità.

Il tratto mostra il percorso grafico, ne segui il disegno come segui le ossa. L’ossatura dell’uomo vola via da esso, le sue simbologie sono nel ruolo che essa ricopre. Fa capolino la storia del nome e di quanto accade attorno ad esso. Ma è solo un’istante poi si rifugia nuovamente nei pensieri. Rimane che qualcosa è, ed è inciso, vivo, e segnala lo spazio attorno ad esso e guardandolo, entrando, segnalo io lo spazio attorno a me, segnalo che io sono alto, largo, profondo, mi muovo, penso. Tutto dei pensieri vola via e si imprigiona in una nuova forma che chiameremo visione.

Non esattamente icona, come si diceva, bensì piuttosto aggressione lucente e scultorea dello spazio. Porta di comunicazione, non alchemica, ma visionaria tra i significanti e il significato. E poi infine azione site specific, prettamente artistica. Azione che invade e sfonda gli spazi. Li misura, ne fa nuovo stato dell’animo, nuova ambientazione, attraversabile col corpo. Imprimendosi nell’occhio direi attraversabile anche con la mente, infine visibile col corpo. Manifestazione di una forma materiale. Pensiero tra cielo e terra.”

Atlas Coelestis | Davide Dormino
Spazio Menexa
Via di Montoro, 3 – 00186 Roma
0621128870 info@spaziomenexa.it
+39 0666019323
Lun-Ven 10:00-19:00

Opening sabato 27 ottobre 2018 | ore 18.00
A cura di Fabrizio Pizzuto
la mostra proseguirà fino al 17 novembre 2018

Visioni Urbane

Scrive Gioia Cativa, storico e critico d’arte, a proposito di Leonardo Pappone e la mostra “Visioni Urbane” : “Le rappresentazioni di città, siano esse simboliche, reali o ideali, hanno trovato sin dall’antichità uno spazio ben definito nelle arti figurative. Immagini urbane accompagnate da scene di guerra e di conquista, sono già presenti nell’arte delle popolazioni mesopotamiche.

Nelle immagini medievali la rappresentazione della città si arricchisce della cinta muraria ed inizia ad essere vista dall’interno con degli straordinari risultati pittorici, come nell’affresco “Effetti del buongoverno in campagna ed in città” di Ambrogio Lorenzetti. Continua a sopravvivere, inoltre, soprattutto per scopo celebrativo, la rappresentazione metonimica della città attraverso il monumento isolato o l’accostamento degli edifici più celebrativi. La tappa successiva è l’immagine della “città ideale” rinascimentale, nella quale spazi urbani e strutture architettoniche diventano razionali fino ad arrivare al XVII secolo, nel quale inizia un processo che porta all’affermazione della veduta urbana, orientata verso gli aspetti essenziali e verso una nostalgia che unisce vecchie rovine alle strutture contemporanee. Risulta chiaro, andando avanti nei secoli, che il fascinoso tema della città abbia spinto ed ispirato moltissimi artisti e conosciuto una fortuna rappresentativa durante il boom della rivoluzione industriale, rivelando una molteplicità di aspetti e proiezioni.

Ma lo sviluppo della città ha sempre diviso sul lato emozionale. Non sempre il progredire delle “cities” ha trovato appagamento e soddisfazione in tutti. Ci sono stati artisti che ne hanno esaltato lo sviluppo urbano, sottolineandone le enormi potenzialità da mega agglomerati urbani, mentre altri ne hanno evidenziato il caotico ammasso umano come un girone infernale 2.0 che neanche il sommo Dante avrebbe potuto immaginare.

Ora, l’idea di allestire all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Eboli e della Media Valle del Sele, alcuni dipinti dell’artista Leonardo Pappone, in arte Leopapp, a molti potrebbe sembrare un accostamento forzato quando in realtà è un avvicinamento dicotomico capace di creare un filo invisibile che nasce dalla lontana Età del Bronzo per arrivare ai nostri giorni. Un museo come quello di Eboli raccoglie reperti di civiltà perdute permettendo un’attenta analisi degli usi e costumi dei primi uomini. Mettere a confronto il lavoro di Pappone, personalmente, risponde ad un’esigenza che nasce dalla necessità di un confronto fra il passato ed il presente.

Questo artista ha creato un proprio sistema codificato attraverso il quale dipinge ed entra in contatto con l’esterno, lavorando in modo totalizzante sulla dimensione segnica. Rimasto sin da subito colpito dall’arte rupestre e dalla nascita dell’arte urbana o street art, Pappone ha compreso il reale valore allegorico di un insieme di segni che, seppur lontani anni luce dall’arte che siamo soliti conoscere ed apprezzare, ha avuto grande consenso. Ha creato un codice urbano espressivo che, nel corso degli anni, si è evoluto in discorsi sempre più pittorici pur rimanendo ferma e decisa la natura del segno che connatura la sua produzione. Dai segni urbani è passato alla rappresentazione urbana che viene presentata in “ Visioni Urbane ”, una serie che mostra l’interesse per la città futura, in continua espansione e sinonimo di dinamismo e velocità, termini profetici per i futuristi, realtà collaudata oggi. Pappone costruisce paesaggi metropolitani che sembrano “soli”, lasciati a sé stessi come risucchiati all’interno di un’invisibile cupola in stile Stephen King.

Grattacieli, skyline metropolitani, forme d’acciaio e cemento armato che si ergono svettanti in un moto ascensionale vibrante, vivi e dal tocco impressionista. I dettagli vengono dati da colpi veloci e decisi, tratti brevi ma ugualmente profondi. Non esiste alcuna staticità in queste forme verticali ma emerge il dinamismo e il movimento continuo di città che pullulano di persone, che non ci sono ma che si percepiscono in un gioco di luci ed ombre. Un’umanità invisibile, presente nell’assenza.

Se il colore e il codice urbano hanno caratterizzato la produzione precedente, qui comunque è percepibile un’attenta osservazione della società d’oltreoceano, a quell’americanità che ha influenzato intere generazioni dal dopoguerra. Tutto è sontuoso, esageratamente spettacolare, enfatizzato dalle megalopoli che, dal modello americano, nascono in paesi dove determinati tessuti urbani, un tempo, sembravano impensabili.

Ora, però, Pappone ritrova nella semplicità del segno un altro modo per comunicare con forza i suoi messaggi. Al dominio del colore viene alternato un affascinante bianco e nero, dove la dimensione turbolenta delle city sembra trovare una quiescenza, una dimensione più sonnolenta ma ugualmente viva. Il segno, in questa serie di lavori, diventa un ibrido fra le pennellate impressioniste e le macchie di colore tipiche del dripping e del colorismo americano, così studiate nella loro apparente spontaneità da sembrare lampi di luce, metafora del movimento veloce e continuo nelle strade.

Nella nuova era delle costruzioni e delle nuove città, pertanto, Pappone ha scoperto una poetica che riesce, in modo assolutamente personale, a descrivere nuove realtà urbane, riuscendo a donare un sottile velo malinconico alle moderne colate di cemento e ad imponenti strutture in ferro e acciaio. La nostalgia, però, nasce dalla consapevolezza che determinate strutture cittadine sono perse per sempre; città a misura d’uomo e soprattutto ad altezza d’uomo sono ormai un ricordo, sostituito da un verticalismo sempre più in ascesa”.

“La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione; anzi: è l’invenzione dell’uomo.
(Renzo Piano)

Visioni Urbane
Museo Archeologico Nazionale di Eboli

Telefono: 0828-332684
FAX: 0828-332684
Email: giovanna.scarano@beniculturali.it
Sito Web: http://www.polomusealenapoli.beniculturali.it

Dr. Leonardo PAPPONE
Via Giuseppe Folchi, 1
86100 Campobasso – Italia
cell. + 39 338 4928631
pappone.leonardo@gmail.com
http://www.leopapp.it

Mariangela Calabrese

Scrive Rocco Zani a proposito di Mariangela Calabrese e della sua mostra Interferenze Progressive aI Museo Emilio Greco di Sabauda : “Il senso di una mostra è il senso di un percorso codificato. Come se l’osservazione “disciplinata” di un viaggio (quello che all’artista appartiene comunque, come violazione o punteggiatura, indicatore o consapevolezza) non fosse un blando esercizio di sopravvivenza o di asilo, piuttosto il cortile arioso dove disporre la traccia morale della propria volontà. Almeno per Mariangela Calabrese. Nulla è accidentalmente occasionale.

Nulla è offerto come precario sostentamento o rendiconto doveroso . Ecco allora che la mostra ordinata nei magnifici spazi del Museo Emilio Greco pare farsi – ancora una volta – luogo di decifrazione del tempo trascorso. In questo caso del tempo recente, frenetico, traboccante, eppure ricco di una “musicalità” inedita, appassionata. Perché nessun tempo vissuto è agorà di quello presente. Chi, come me, ha avuto la sorte di pedinare il cammino della Calabrese pittrice ha scoperto, via via, ogni declinazione, ogni dissolvimento. Le pause, il silenzio, le esitazioni, il rinvenimento di una luce fino allora celata, il senso – anche in questo caso – di indagare tra i fotogrammi di un nuovo sillabario.

A me pare sia questa, la sua nuova stagione pittorica. Di intendimenti e di rotte. Il chiaro tentativo di rimuovere le frontiere della forma, il suo disfacimento plastico in una sorta di sedimentazione cromatica, finanche il dissolvimento o l’abrogazione dei profili (significative le scalfitture rigate nei “corpi” di talune opere) provoca – in un contraltare bilanciato – non già un disorientamento dello sguardo, piuttosto l’ accesso dello stesso ad una dimensione di intima ispezione.

E’ allora che il “notturno” immaginato e riflesso si fa marea tonale, spirale di umori, crocevia del tragico e del ripensamento, di bagliori e di sfinimento. Incrocio della sua esistenza e delle nostre vite che ne saccheggiano l’ascolto. Come a riversare nelle pendenze e nelle diavolerie del colore – assoluto protagonista – ogni suo (e nostro) tentativo di annunciare, di offrire, di informare. O, forse, di intendere.

 

MARIANGELA CALABRESE

INTERFERENZE PROGRESSIVE

 MUSEO EMILIO GRECO – SABAUDIA (LT)

 Dal 13 AL 22 OTTOBRE 2018

I Matematici di Paladino

Scrive il critico d’arte Enzo Di Martino a proposito di Mathematica, la cartella costituita da sei incisioni a colori realizzate da Mimmo Paladino : “La rappresentazione della figura umana è uno degli aspetti più sorprendenti della manifestazione dell’arte perché è in questa operazione che l’artista rivela chiaramente la sua riconoscibile calligrafia espressiva e, allo stesso tempo, la sua inevitabile ambiguità. Come accade di vedere in queste sei misteriose figure di Mimmo Paladino, immobili e solenni, indecifrabili.

In altre occasioni, ad esempio nelle sue note sculture bianche, l’artista le ha chiamate “testimoni”, ma potrebbero essere pensatori, filosofi, o “matematici”.

A ben vedere, del resto, la filosofia dei numeri può coincidere con la filosofia delle forme e nel caso di Paladino la “sacra ambiguità” della rappresentazione può indurre a pensare che si tratta forse di alchimisti, pensatori medievali che affermano di possedere la “pietra della conoscenza”.

Questi Matematici sono abbigliati con vesti sontuose, sacerdotali, e le forme e i numeri che adornano le loro figure appaiono simbolicamente sacrali.

Forse hanno a che fare con le misteriose sequenze dei numeri di Fibonacci e conoscono già il valore dello zero e la sapienza del fuoco.

I numeri e le forme sono peraltro ricorrenti nell’opera di Mimmo Paladino e risultano infine gli strumenti decisivi delle sue alchimie immaginative.

A noi riguardanti resta fronteggiare gli interrogativi senza risposte che questi matematici pongono, per fortuna nel segno splendente dell’opera d’arte.” – Enzo Di Martino

 

Sabato 13 ottobre 2018 ore 17:30, presso la Pinacoteca di Bari, sarà presentata al pubblico la cartella “MIMMO PALADINO MATHEMATICA”. Alla presentazione interverranno:  Clara Gelao ed Enzo Di Martino .

Whale Fall

Giovedì 13 settembre la galleria Davide Gallo ha il piacere di inaugurare “Whale Fall” mostra personale di Andrea Barbagallo.

Per spiegare il concept della mostra bisogna riferirsi alla spiegazione che l’artista, classe 1994, da del titolo:

Whale Fall è un termine che richiama direttamente al processo per cui la morte di una balena nei fondali marini incentiva la creazione di diversi ecosistemi che consumano la carcassa del cetaceo.

Ed è proprio il desiderio di immortalare tali ecosistemi, uno dei punti di partenza della ricerca estetica di Andrea Barbagallo. Il concetto di trasformazione è da lui operato nel senso di tensione all’immortalità, elemento di conservazione in opposizione al disfacimento intrinseco della materia, della forma e del rapporto tra materia e forma.

“L’immortalità” per Andrea Barbagallo non va intesa come tensione spirituale, nulla di escatologico; essa è una variante, possibile, eventualmente conseguente al sapiente utilizzo di nuove tecnologie impiegate su nuovi materiali. E così, mentre la giovane scultura italiana, spesso si attarda su forme minimali, onestamente obsolete, su geometrie che indagano uno spazio già fin troppo esplorato, Barbagallo, in linea con l’ultima ricerca, fortemente innovativa, attuata dagli studenti di alcune classi dell’accademia di Brera, investiga la materia dell’opera, intesa dunque non come strumento per la rappresentazione “scenica” dell’opera stessa, ma territorio di analisi, ecosistema in cui diverse qualità della materia coesistono, si scontrano, e nella loro tensione verso un nuovo equilibrio, generano forme nuove, in continua metamorfosi poiché continuamente mutate da elementi estranei alla loro composizione organica e voluti dalla mano “alchemica” dell’artista. Ecco che compaiono funghi, licheni, muffe, che si innestano su formazioni organiche di plastiche biodegradabili. L’opera si rinnova, anche se impercettibilmente, in modo costante ma inesorabile.

La forma è la non-forma di pixel “scolpiti” da una stampante 3D; la non forma contamina l’immagine tradizionale del quadro mettendo in crisi la sua rappresentazione tradizionale e borghese… le immagini, tutte “ready made”, vengono squilibrate dall’intervento dell’artista che le ridipinge quasi completamente, squilibrandone la composizione interna e riequilibrandone in virtù di un nuovo gioco di forze che crea appunto ecosistemi artificiali, destinati ad ambire ad un’immortalità forse della forma, ma quasi certamente del contenuto.

La mostra sarà visitabile da giovedì 13 a sabato 22 settembre, ogni giorno dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 19. Dal 24 settembre al 20 ottobre, per appuntamento.

 

davide gallo – via Farini 6 (2nd yard), 20154 – Milan
+39 339 158 61 17 | www.davidegallo.net | info@davidegallo.net

Florence Biennale 2019

Scrive la Dr. Melanie Zefferino, Curatrice della XII Florence Biennale : “In vista delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, che si terranno nel 2019, la Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze propone una riflessione sull’approccio conoscitivo e al tempo stesso creativo del Maestro del Rinascimento universalmente considerato quale genio di ogni tempo.

In particolare, il tema della XII Florence Biennale si focalizza sulla natura multanime di Leonardo, artista eccelso che a suo modo fu anche scienziato dedito allo studio spaziando attraverso diverse discipline – l’anatomia comparata, la botanica, la geologia, le leggi della fisica, anche intrecciando la cosmologia nei suoi studi della luce, e altro ancora.

Come si legge nella sua lettera di presentazione a Ludovico Maria Sforza, detto ‘Ludovico il Moro’, Duca di Milano, in cui si dichiarava abile nel rappresentare qualsiasi cosa “in scultura di marmore, di bronzo e terra, similiter in pictura”, Leonardo era anche architetto atto a progettare ponti mobili, edifici e canali, nonché ingegnere capace di sintetizzare elementi visivi e strutturali in innovazioni d’artiglieria, effetti pirotecnici e congegni vari – che possiamo solo immaginare alla Fortezza da Basso nei giorni in cui accoglierà centinaia di artisti da tutto il mondo, alcuni dei quali esporranno le proprie installazioni. Nondimeno, le machine pionieristiche di Leonardo, persino concepite per librarsi in volo o immergersi nelle profondità del mare, andavano ad aggiungersi non solo agli strumenti musicali, inclusa la famosa lira d’argento a forma di teschio di cavallo, ma anche agli automi e ai mirabili apparati scenici da lui ideati e costruiti.

Del Paradiso di Plutone, realizzato per la rappresentazione dell’Orfeo di Poliziano alla corte di Gian Galeazzo Sforza e successivamente a quella di Isabella d’Este-Gonzaga a Marmirolo intorno al 1490-91 è rimasta memoria nel Codice Arundel.

Anonima è invece la descrizione del grande ingegno a cupola rotante, ovvero il “Paradiso con tutti li sette pianeti”, progettato e messo in scena da Leonardo per la Festa del Paradiso in occasione delle nozze di Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona il 13 gennaio 1490. E quale inventore di feste teatrali forte della tradizione dei festaioli fiorentini, Leonardo dilettò il pubblico dei suoi giorni anche con favole e facezie.

Alla luce di tutto quanto sin qui detto si configura l’assegnazione del Premio “Lorenzo il Magnifico alla Carriera” 2019 a personalità di primo piano i cui nomi saranno presto annunciati.

Frattanto, guardando a Leonardo quale exemplum per la creatività del contemporaneo si vuole richiamare attenzione su come, coniugando la pratica artistica alla ricerca scientifica non senza sperimentazione in ciascun ambito, egli abbia polverizzato l’antica distinzione fra artes mechanicae e artes liberales.

Così facendo nobilitò anzitutto la pittura, “scienza e legittima figlia di natura” in quanto essa “considera tutte le qualità continue e le qualità delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze nella sua prospettiva” dunque, proprio come la musica e la geometria, è fondata sulle proporzioni armoniche.

Nel suo Trattato della pittura, Leonardo afferma che “l’ingegno del pittore vuole essere a similitudine dello specchio, il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, ch’egli ha per obietto, e di tante similitudini si empie tante sono le cose che gli sono contrapposte. Adunque conoscendo tu pittore non poter essere buono, se non sei universale maestro di contrafare con la tua arte tutte le qualità delle forme che produce la natura, le quali non saprai fare, se non le vedi, e ritraile nella mente”. In quest’ottica è fondamentale conoscere la natura attraverso l’osservazione per poterla rappresentare. Il processo artistico, tuttavia, non si estrinseca nella pura imitazione di ciò che è visibile.

Figlio del suo tempo, Leonardo condivideva almeno in parte la Theologia platonica di Marsilio Ficino, che presumibilmente lesse dopo aver appreso il latino in età adulta. La sua era una visione del mondo che Michel Foucault ha sintetizzato come epistema del Rinascimento, un sistema di conoscenza basato sui concetti di similitudine e interpretazione per afferrare ciò che si cela nella affinità fra le cose, dando vita a un infinito sistema di rimandi. In questa luce si fa più pregnante il pensiero di Leonardo da Vinci secondo il quale “la deità ch’ha la scientia del pittore fa che la mente del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina”.

Lo studio e l’interpretazione della natura ai fini della sua rappresentazione conferisce dunque alla intelligenza dell’artista l’estro creativo della mente divina, che della natura è Autore. Non a caso il fare di Leonardo contempla interpretazione dei fenomeni naturali e immaginazione dal momento che “nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni sí di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di varî componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perché saranno causa di farti onore”.

Frutto di una mente fertile e di un irrefrenabile anelito a competere in creatività col divino, prendevano vita nella mente di Leonardo, seppure talvolta cristallizzandosi solo su un foglio manoscritto, invenzioni mirabilissime – non solo pittoriche ma anche scenotecniche e scultoree. Esempio ne sia l’innovativo quanto ambizioso sistema di fusione ideato per “dare opera al cavallo di bronzo” promesso a Ludovico il Moro e di cui rimangono preziosi studi.

Inesauribile fonte di ispirazione da ormai cinque secoli, l’eredità Vinciana sarà interpretata attraverso i più disparati linguaggi dell’arte da autori di diversa provenienza, cultura, formazione e carriera, che si apprestano a partecipare alla XII Florence Biennale nel 2019. A costoro è rivolto l’invito, espresso con parole di Paul Valéry, a immaginare Leonardo all’opera e seguirlo “mentre si muove nell’unità opaca e densa del mondo ove la natura gli diventerà così familiare che egli la imiterà per raggiungerla, e finirà per imbattersi nella difficoltà di concepire un oggetto che essa non contiene”.

Specialmente in “tempi bui” come il presente, che vede il mondo dell’arte affrontare quella stessa difficoltà ma anche istanze ricorrenti e nuove sfide a livello globale – dal coniare una definizione della nozione di arte alla ricerca di valenze estetiche passando forse per un possibile affrancamento dalla presunta supremazia dell’arte concettuale, e al ridimensionamento del fenomeno deskilling – il metodo di Leonardo appare una come una “luce” proiettata su una via di conoscenza e perfezione. Un percorso che parrebbe richiedere l’adozione di un approccio olistico per guardare all’individuo nella sua unità fisica, psichica e spirituale, ma anche per cogliere appieno il valore di un artista e del suo fare creativo, che può sempre essere rivisitato e reinterpretato, dunque rivivificato.”

Dr. Melanie Zefferino

Curatrice della XII Florence Biennale

Pure White

Scrive Teresa Stacca, storico dell’arte, a proposito di Pure White e degli artisti che vi partecipano: “Bianco, bianco puro. Il bianco è un colore che inganna nella sua finta semplicità, è il re di tutti i colori, perché al suo interno tutti gli altri vi si nascondono e fanno capolino solo quando gli occhi di chi li osserva riesce a coglierli.

Il bianco riflette, quindi allontana, come se fosse uno schermo, un limite. La sensazione che ne deriva è di freddezza e di distacco, di certo non è fredda la città che ha ispirato questa mostra, la splendida Ostuni, conosciuta come “la città bianca”, per via delle sue costruzioni così bianche e splendenti; nei torridi giorni d’estate è magica la luce che si crea su quelle pareti che si stagliano contro un cielo di un azzurro reso ancora più intenso grazie al forte contrasto con la calce bianca che ricopre le costruzioni del borgo antico.

Il bianco puro è un tema che ha lasciato libero sfogo agli artisti, è un tema di grande ampiezza che li ha ispirati in modi, tra i più vari in termini di contenuti e di tecniche utilizzate, del tutto personali.

La città di Ostuni è musa ispiratrice nelle opere di Immacolata Zabatti e di Mario Polillo, in entrambe il bianco è “corrotto” da colori vivaci e luminosi. Il bianco prende forma anche più concettuale: intrise di significato, a sottolineare la complessità di questo colore, sono le opere di Sara Spolverini, Renzi e Lucia, Tommaso M. Vitale – Tommy 64. Richiami a elementi architettonici, anche se non si tratta della città di Ostuni, sono la fotografia di Guido Coniglio – G.C. Pintò e l’installazione di G. Mattia Urso. Il bianco si collega anche alla purezza tipica dell’anima angelica, angeli che prendono forma femminile, donne meravigliose come quelle dipinte da Sergio Ciavarella e Giuliana Garrone.

Il corpo femminile viene preso in esame da uno studio di Domenico Ruccia; Walter Marin, Carmelo Kalashnikov e Simona Battistelli dipingono corpi lievi, sfumati, leggiadre donne splendide e di spalle, che aprono il loro cuore sull’anima candida. C’è anche chi si è ispirato in modo esplicito a grandi artisti del passato, come Cesare Garuti o Mario Salvo, oppure, come nel caso di Giovanni Casamassima e di Francesca Mansi dove il richiamo è sfrontatamente ai decori dell’arte classica. Opere che utilizzano il bianco come prismi che riflettono e si trasformano in molti altri colori sono quelle di Iole Monaco, Milena Gallo, Ademara G. Lusignani, Marina Taroni e Pina Fiori; bellissima la matericità delle opere di Enrico M. Guidi e di Sandra Vassetti, Daniela D’Autilia, Liliana Angela Grassi, Antonio Lucarelli e Adele Napolitano in cui il banco è scomposto in modo più che materico, il colore, le sfumature si possono toccare quasi ad arrivare fin dentro al cuore, fino a bucare gli occhi, la vista, in profondità. Opere che raccontano storie sono quelle di Sabrina Pugliese e Stefano Sansoni. Dal gusto onirico sono i lavori di Susi Ricauda Aimonino, Pix Cataldi e Karen Antonini Karengiòarte, anche qui il bianco si trasforma in tante sfumature diverse che diventano un unico groviglio colorato e luminosissimo. Le opere di Lorenzo Zenucchini – Zenu e Daniela Pagliaro ci guardano, ci osservano dall’alto del loro fascino misterioso, invitandoci a guardare oltre, andando molto in profondità.

Silenzio interiore, partenza, tabula rasa. Il bianco è quell’energia forte da cui tutto parte e da cui tutto ha origine, il colore sovrano, visibilissimo delle opere di Maria Pia Cafagna, Mariella Sellitri e Atipica Ceramic, in cui il mondo è circoscritto ed elegantissimo, si va oltre, si sprofonda in un ignoto luminoso e curioso. Parlano di movimento perenne le opere di Roberta Fracella e di Shakar Galajian, c’è qualcosa d’inquietante in questa continuità, turbata da interferenze imperfette. Nei lavori di Sophia Zaccaron e Eleonora Belelli oltre il visibile c’è qualcosa che stride dentro ed e fatto di metallo pesante, di materiale inerte che tutto ingloba in uno stato di profonda confusione.

Il bianco puro non esiste, il bianco è sempre compromesso, è un colore fatto da altri colori, quindi, la purezza non esiste in questo caso.”

Pure White
ANTICA SALIERA – Studio| Gallery| Ipogeo
Lecce – dal 15 al 21 luglio 2018
Via Degli Antoglietta 11a (73100)
+39 327.3463882
antica.saliera@gmail.com
www.ginaaffinito.com

Paolo Loschi

Scrive Cristina Principale a proposito dell’arte di Paolo Loschi : “Da spettatori delle opere di Paolo Loschi, si è coinvolti oltre i confini bidimensionali delle immagini e lo spazio in cui vengono a collocarsi.

Esempio di pittura, la sua, che trasuda il gesto che di volta in volta la compie e i contenuti di una potente immaginazione. Verrebbe infatti da domandarsi dove risieda quel quid nel suo linguaggio che lascia credere che da un momento all’altro le scene prendano vita, liberate da una condizione determinata e dal riferimento del tempo, e svincolate dall’influenza di un titolo o un sentimento in particolare.

Ebbene, una risposta possibile la suggerisce una delle accezioni del termine tarab, che sta a indicare idealmente lo stato di estasi che viviamo quando ascoltiamo certa musica, per ciascuno diversamente speciale; l’alterazione felice in cui ci troviamo quando avviene quel coinvolgimento, appunto, che ci aiuta a riconoscere l’arte, nelle sue coniugazioni. Vi sono infatti elementi di fascinazione nella sensibilità dell’artista Loschi che accompagnano al piacere. La capacità di riscrivere la realtà, mettendo in gioco nuovi mondi visivi, e certamente il ritmo della sua pittura.

L’impronta sinestetica della sua creatività, come l’ha definita Michela Giacon nel 2008, rinviene dalla formazione come musicista e da una spontanea e accentuata attenzione alle armonie. Propriamente alle relazioni tra elementi, umani o formali, rapporti dentro e fuori la superficie. Sia questa di carta, legno o tela, di piccole o grandi, grandissime dimensioni. Loschi riesce, con la medesima intesa espressività, a gestire il segno pittorico tanto concentrandolo nei pochi centimetri di una cartolina che sfidando supporti vuoti, fino a 30 metri – record di un suo ultimo progetto dell’estate 2018.

E la musica risulta tutt’altro che accessoria nel determinare l’azione, che ha a che fare con la dote di quanti nell’esecuzione vanno “ad orecchio”, come lui stesso riconosce. È capace così, rivolto al suo supporto, di concerti da camera e per orchestra, con un tocco talvolta intimista e delicatissimo, altre volte plateale e gridato. A partire dal disegno asciutto nero su bianco, per completarsi con tonalità liquide e luminose che danno corpo a intensi ritratti, di protagonisti singoli o a più figure, vedute di paesaggi naturali o urbani, e collages di forme a descrivere paesaggi invece interiori, per lo più legati in serie e che scandiscono la sua ricerca negli anni. L’esperienza forbita e di lunga data di Loschi fa eco alle avanguardie storiche, rinnovando lo sguardo sull’importanza della concertazione, e garantendo pregio performativo e nella resa pittorica.

Una spontanea disposizione all’ensemble ha guidato proprio ad una serie di site specific che lo vedono autore, nell’ultimo lustro, di Concerti per musica e pennello, performance collaudate nelle quali il pittore si esibisce live durante la creazione, accompagnato da musicisti che contribuiscono all’esibizione e ne scandiscono l’umore. Questa proposta è stata declinata in contesti d’eccezione sempre differenti, in spazi museali, quanto in spazi storici e industriali, dedicata a collezionisti privati o aperta al pubblico. Il tratto in comune con le sperimentazioni in studio è, puntualmente, la sensazione di immersione nelle anime dei suoi colori. Da spettatori delle opere di Paolo Loschi, si può condividere la seduzione del contatto, il suo con la musica, quello tra i soggetti delle opere nelle opere, e tra questi e noi, attraverso un’espressione umorale e incalzante, frutto di un imprevedibile incontro.”

 

TARAB, quando le anime si toccano

mostra personale di PAOLO LOSCHI

a cura di Gabriella Damiani

GALLERIA ORIZZONTI ARTE CONTEMPORANEA

Piazzetta Cattedrale

Centro Storico

Ostuni

Inaugurazione domenica 22 luglio 2018 ore 18,30

dal 22 luglio al 5 agosto 2018

LIVE PERFORMANCE

CONCERTO PER PENNELLO E TROMBA

con Paolo Loschi, painter e Alberto Di Leone, jazz trumpet

Giardini Vescovili, Museo Diocesano ore 19,00

GALLERIA ORIZZONTI ARTECONTEMPORANEA

Piazzetta Cattedrale (centro storico)

72017 Ostuni (Br)

Tel. 0831.335373 – Cell. 348.8032506

info@orizzontiarte.it

www.orizzontiarte.it