Mario Davico

La GAM di Torino presenta in Sala Uno al piano terra il volume edito da Allemandi dedicato a Mario Davico (1920-2010), pittore apprezzato nel panorama artistico italiano e internazionale dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Sessanta (espose nelle mostre dell’Art Club, alle Biennali di Venezia, Quadriennali di Roma, in Francia e altri paesi europei, in America, Giappone, Australia). La scelta di ritirarsi, pur continuando a sviluppare la sua ricerca in dialogo con alcune forme della pittura “riflessiva” contemporanea, ha fatto sì che il suo nome venisse quasi dimenticato.

Dopo l’Antologica all’Accademia Albertina di Torino di 25 anni fa, che lui stesso curò meticolosamente, questo è il primo studio sistematico dedicato alla sua opera.

Per Davico «il luogo buono» è lo studio, dove l’artista esercita la gioia elaborante della riflessione e del fare, nella cui atmosfera concentrata e confidente l’opera nasce e ha senso che esista. Mentre l’esperienza dell’esporre ha sempre in lui un tratto traumatico, di violazione e sofferenza della natura autentica dell’opera e della privatezza intellettuale: sino alla scelta radicale dell’ultima stagione. Davico d’altronde non si pensa mai veramente «d’avanguardia», soprattutto per quanto attiene agli aspetti comportamentali, mondani del lavoro. Il suo vivere informatissimo, sempre ben presente, nel milieu artistico, vale in quanto offre materia indispensabile al suo ragionare interrogativo sulla pittura, al suo vaglio ferocemente critico e autocritico che si riconosce nel fare, cioè nella zona franca intellettuale ed esistenziale dello studio, dove la pittura sola conta, oltre ogni circostanza, ogni nominalismo possibile, ogni accidente mondano. (Dal saggio di Flaminio Gualdoni)

La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino presenta il volume

Mario Davico

a cura di Pino Mantovani
Allemandi, 2019

Testi di Flaminio Gualdoni, Cristina Valota, Franco Fanelli, Riccardo Cavallo

Martedì 8 ottobre alle ore 18
Sala Uno piano terra

Intervengono: Riccardo Passoni, Pino Mantovani, Flaminio Gualdoni e Franco Fanelli

Gli anni della formazione di Antonio Ligabue

Sabato 5 ottobre alle ore 18.00 si terrà, presso la Galleria d’Arte 2000 & NOVECENTO di Reggio Emilia (Via Sessi 1/F), la presentazione del libro di Renato Martinoni ” Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919)”, pubblicato quest’anno da Marsilio Editori. Interverrà, oltre all’autore, il critico d’arte Sandro Parmiggiani.

La mostra antologica di Antonio Ligabue, presentata al Museum im Lagerhaus di San Gallo nel 2019, è stata l’occasione per fare conoscere l’opera dell’artista in quella che può definirsi la sua “patria perduta”. Ligabue nacque infatti a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un’emigrante italiana, Elisabetta Costa. Dopo essere stato accolto fin dai primi mesi di età dalla famiglia Göbel, vive a San Gallo e nei paesi del circondario conducendo una vita irrequieta, fatta di lavori precari e di ricoveri in istituti (Tablat e Marbach, tra il 1913 e il 1915) e in una clinica psichiatrica (Pfäfers, nel 1917). Espulso dalla Svizzera nel 1919, approda a Gualtieri, dove opera come pittore, scultore, incisore, tra difficoltà di ogni genere e ostracismi, fino alla morte, avvenuta il 27 maggio 1965.

Renato Martinoni, curatore assieme a Sandro Parmiggiani e a Monika Jagfeld della mostra di San Gallo, ha approfondito, con puntigliose ricerche negli archivi, rintracciando documenti e testimonianze inedite, i vent’anni “svizzeri” di Antonio Ligabue, che nel libro che sarà presentato sabato 5 ottobre vengono definiti “gli anni della formazione”, giacché proprio in quel periodo tormentato si gettano le basi per il cammino artistico che Ligabue intraprenderà in Italia.

Per l’occasione la Galleria esporrà una selezione di opere di Antonio Ligabue. Dipinti ad olio ed alcune opere grafiche che esprimono il disagio e l’angoscia di una vita segnata dalle tribolazioni, un’arte che mostra in primo piano l’estenuante lotta per la sopravvivenza, in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un’esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine. In esposizione anche opere con scene di vita quotidiana, immerse in un tempo rallentato e quasi immutabile.

L’evento si svolgerà in collaborazione con la Storica Libreria del Teatro di Reggio Emilia (Via Crispi 6).
Per informazioni: tel. 0522 580143, info@duemilanovecento.it.

Renato Martinoni è professore emerito di Letteratura italiana all’Università di San Gallo e ha pubblicato libri su scrittori italiani e svizzeri e sulla storia letteraria dei secoli scorsi. Sta lavorando a un romanzo su Antonio Ligabue.

Sandro Parmiggiani è critico d’arte, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e curatore di mostre. Numerose le rassegne monografiche su Antonio Ligabue, a partire da quella presentata a Palazzo Magnani e al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri nel 2005.

Segnalato da Chiara Serri
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Una dolce vita?

Trionfa la gioia di vivere nelle arti decorative italiane dell’inizio del XX secolo, si tratti dei raffinati mobili intarsiati di madreperla di Eugenio Quarti, dei vasi a murrine policrome di Barovier, dei fantasiosi teatrini di Fortunato Depero, delle sorprendenti sedie rosso fuoco di Marcello Piacentini o delle creazioni dall’elegante ironia di Franco Albini.

Questa “spensieratezza” ci sembra oggi in flagrante contraddizione con il contesto storico in cui si dispiega, uno dei più drammatici nella nostra storia recente. Il che porta la nostra coscienza critica a interrogarsi ancora una volta su una questione ampiamente dibattuta e molto controversa: la questione dell’arte, e più specificamente della libertà dell’espressione artistica sotto un regime dittatoriale. Nel Ventennio fascista le arti decorative sono state l’unico ambito in cui è sopravvissuto un autentico e reale libero arbitrio. A partire dal periodo Liberty, esse diventano una straordinaria fucina creativa, un laboratorio le cui sperimentazioni non hanno eguali prima del 1900. Le forme del futuro nascono in questo periodo.

Pubblicato in occasione della straordinaria esposizione romana proveniente dal Musée d’Orsay di Parigi, il volume presenta i saggi di Guy Cogeval (Italia 1900-1940 e Una spensierata corsa verso l’abisso), Emilio Gentile (La storia d’Italia fra il 1900 e il 1940), Irene de Guttry e Maria Paola Maino (Le straordinarie avventure delle arti decorative italiane), Beatrice Avanzi (“Forse è l’arte il solo incantesimo concesso all’uomo”. Pittura italiana 1900-1940), Marino Barovier (Il vetro a Murano tra le due guerre), Laura Falconi (Gio Ponti: dal ritorno al classico alla nascita del design moderno), Giampiero Bosoni (Per una “profezia” del design 1919-1940. La via italiana alla modernità nel disegno dell’oggetto utile), Guy Cogeval e Beatrice Avanzi (Un’utopia per abitare il mondo. Intervista con Alessandro Mendini e Francesco Mendini). Chiudono il volume la cronologia (di Beatrice Avanzi, Gabriella Tarquini), le biografie degli artisti (di Simona Pandolfi e Rosalba Cilione), il catalogo delle opere esposte, la bibliografia essenziale e l’indice dei nomi.

Skira editore

Nell’Officina di Gunter Bohmer

La Biblioteca Palatina di Parma ospita, dal 5 ottobre al 15 novembre 2019, una retrospettiva dedicata a Gunter Böhmer (Dresda, 1911 – Montagnola, 1986), artista della Mitteleuropa, noto per aver illustrato, tra gli altri, libri di Hermann Hesse, Thomas Mann, Franz Kafka, Luigi Pirandello, Stendhal, Gustave Flaubert e Guy de Maupassant, perseguendo una totale unità tra testo e immagini.

L’esposizione, che porta il visitatore “Nell’officina di Gunter Böhmer. L’illustrazione del libro come avventura interiore”, è promossa dal Comune di Collina d’Oro e dalla Fondazione Ursula & Gunter Böhmer, in collaborazione con il Complesso Monumentale della Pilotta, la Biblioteca Palatina e la Fondazione Museo Bodoniano. La mostra sarà inaugurata sabato 5 ottobre alle ore 11.00 nella Sala Petitot.

In esposizione, alcuni degli esiti più significativi della ricchissima attività di illustratore di testi, soprattutto letterari, svolta da Böhmer (alcuni libri d’artista a tiratura limitata con litografie e incisioni originali; circa centocinquanta volumi che recano la riproduzione di suoi disegni e di tecniche miste su carta; oltre mille copertine disegnate). Numerosi sono gli autori cui Böhmer ha rivolto la propria attenzione, illustrandone alcune delle opere, a partire dal 1933, quando Hesse gli commissiona l’illustrazione del suo “Hermann Lauscher”.

Ricordiamo, tra i tanti: Hermann Hesse, Thomas Mann, Franz Kafka, Robert Walser, Edward Mörike, Georg Büchner, Jeremias Gotthelf, Nino Erné, Hans Walter, Ossip Kalenter, Edgar Allan Poe, William Faulkner, John Keats, Liam O’Flaherty, Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Stendhal, Gustave Flaubert, Guy de Maupassant, Honoré de Balzac, Hans Christian Andersen, i fratelli Grimm, Pedro Antonio de Alarcón.

Lo stile di Böhmer si evolve nel tempo: se all’inizio, nel segno sottile legato alla tradizione pittorica e illustrativa francese – pensiamo, tra i tanti nomi che si potrebbero citare, a André Dunoyer de Segonzac e poi a Bonnard, al cui “Parallèlement” possiamo rimandare per “L’Oleandro” di Böhmer, e successivamente a Raoul Dufy e a Henri Matisse –, si può cogliere quasi l’eco di uno sguardo che va alla scoperta delle bellezze del mondo e delle dolcezze della vita, presto i suoi disegni si caricano degli umori e delle passioni dell’espressionismo tedesco, con le sue durezze, le sue cupezze, le sue angosce, e del tramando di esperienze quali quelle di Picasso, di Alberto Giacometti e di Marino Marini, fino a qualche incursione nei grovigli e nei meandri del segno informale. Böhmer è comunque un illustratore nel quale sempre si può cogliere la tensione a un’immersione nella verità del testo, nel costante tentativo, come lui stesso affermò, di conseguire l’“unità tra testo e immagini” e di dare vita a un “organismo in cui tutti gli elementi letterari figurativi e tipografici compongono un’unità”. Confessa ancora Böhmer nel 1961 che a lui poco interessano strade che vengono battute (la decorazione, l’”arricchimento di fregi”, oppure una grafica libera, “musica d’accompagnamento” del testo), ma sperimentare un’“avventura psicologica”, “ciò che è proprio di una scelta interiore”.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 15 novembre 2019, da lunedì al giovedì ore 9.00-18.00, venerdì e sabato ore 9.00-13.00, sabato 2 e 9 novembre chiuso. Ingresso libero.

Per informazioni: Biblioteca Palatina (T. +39 0521 220411, b-pala@beniculturali.it, www.bibliotecapalatina.beniculturali.it); Fondazione Ursula & Gunter Böhmer (T. +41 091 123 456, info@fondazioneboehmer.ch, https://fondazioneboehmer.ch).

 

In occasione della mostra viene pubblicato un ricco catalogo, edito da Step di Parma, che reca, oltre ai saluti istituzionali di Ignazio Cassis (Consigliere della Confederazione Svizzera), di Sabrina Romelli (Presidente della Fondazione Ursula & Gunter Böhmer e Sindaco del Comune di Collina d’Oro) e di Simone Verde (Direttore del Complesso Monumentale della Pilotta), i saggi introduttivi di Sandro Parmiggiani e di Alessandro Soldini, curatori della mostra e membri del Consiglio della Fondazione Böhmer; due testi di Böhmer sull’illustrazione del libro; un’ampia documentazione fotografica su alcuni dei più importanti volumi illustrati dall’artista; gli apparati bio-bibliografici finali.

Gunter Böhmer, nato a Dresda nel 1911, è allievo di Emil Orlik e di Hans Meid all’Accademia di Belle Arti di Berlino, frequenta il pittore Max Slevogt, e nel 1933 su invito di Hermann Hesse si reca a Montagnola, nel Canton Ticino, trasferendovisi definitivamente l’anno seguente e fissando la propria residenza in “Casa Camuzzi” – solo nel 1951 otterrà cittadinanza svizzera. Con Hesse (Premio Nobel per la Letteratura nel 1946) la frequentazione è continua, così come intensi sono i rapporti con una piccola colonia di intellettuali e artisti, di varie nazionalità, che vivono o soggiornano nella zona (in primis, l’amico pittore Hans Purmann, Giovanni Mardersteig, fondatore a Montagnola dell’Officina Bodoni, Hugo Ball, tra i fondatori del Dadaismo, e la moglie Emmy Ball-Hennings, Max Horkheimer, filosofo, Alexander Ostrowski, matematico, Max Picard, medico e filosofo, Bruno Walter, direttore d’orchestra, oltre a tanti altri che si potrebbero menzionare). Dopo il primo incarico, ricevuto direttamente da Hesse nel 1933, Böhmer collabora con Giovanni Mardersteig dell’Officina Bodoni e con le Edizioni Albatros di Parigi, e intensifica la sua attività di illustratore, alternata alla pittura vera e propria, condotta fino alla fine dei suoi giorni. L’artista soggiorna in varie città italiane; è a Parigi, dove frequenta Raoul Dufy. Dal 1960 al 1976 è docente di Grafica creativa all’Accademia statale delle Arti Figurative a Stoccarda e ottiene numerosi riconoscimenti dalle autorità della Repubblica Federale Tedesca, compreso l’invito, nel 1980, all’Accademia tedesca di Villa Massimo a Roma. Muore nel 1986 a Montagnola; la vedova, Ursula Bächler, sposata da Böhmer nel 1945, promuove la costituzione della Fondazione Ursula & Gunter Böhmer, attiva nel Comune di Collina d’Oro.

Mostra promossa da:

 

 

In collaborazione con:

 

 

Nell’officina di Gunter Böhmer. L’illustrazione del libro come avventura interiore
A cura di Sandro Parmiggiani e Alessandro Soldini
Complesso Monumentale della Pilotta, Biblioteca Palatina, Sala Petitot
Strada alla Pilotta 3, 43121 Parma
5 ottobre – 15 novembre 2019
Inaugurazione: sabato 5 ottobre, ore 11.00
Orari di apertura: da lunedì a giovedì ore 9.00-18.00, venerdì e sabato ore 9.00-13.00, sabato 2 e 9 novembre chiuso.
Ingresso libero

Per ulteriori informazioni:
Biblioteca Palatina
Strada alla Pilotta 3, 43100 Parma
T. +39 0521 220411
b-pala@beniculturali.it
www.bibliotecapalatina.beniculturali.it

Fondazione Ursula & Gunter Böhmer
c/o Municipio di Collina d’Oro
Piazza Brocchi 2, 6926 Montagnola, Svizzera
T. +41 091 123 456
info@fondazioneboehmer.ch
https://fondazioneboehmer.ch

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Agiografia, Magia, Superstizione

Formule, modelli di vita, preghiere miste a scongiuri, invocazioni a Santi, tornano, a seconda dei periodi storici, di particolari situazioni socio-economiche, ad essere presenti nella vita dell’uomo; perfino nella vita quotidiana, nei gesti, nei moduli espressivi, spesso ripetiamo, pur se a livello inconscio, abitudini , credenze, rituali antichi.

Copertina del libro del Prof. Vito Lozito (1943-2004 )

E’ probabilmente partendo da questa considerazione che Vito Lozito (1943-2004 – già docente di Storia della Chiesa nella Università di Bari) strutturò il suo ultimo volume “Agiografia, Magia, Superstizione” (Levante Editori, pag. 330, 1999) : tre argomenti apparentemente distanti e distinti ma che l’autore ha egregiamente messo assieme, mescolandoli con chimica sapienza, in alcuni casi, ma senza mai ‘snaturare’ la di essa connotazione.

Nelle note agiografiche l’autore pone in evidenza il collegamento tra riti cristiani e antiche festività di precedenti civiltà come usanze, credenze, atteggiamenti, evidenziando le difficoltà di diventare Santi, dopo il tormento di vivere, secondo i principi della religione cristiana.

In riferimento alla magia e alle sue forme Lozito fa un’ampia disamina dei moduli di vita delle varie classi sociali e dei periodi esaminati, illustrando con tanta semplicità le figure di maghi, incantatrici, condannati, perseguitati dalle istituzioni ecclesiastiche e dai governanti che per un atavico bisogno di avvicinarsi all’arcano e al sacro, hanno prosperato e continuano a farlo ancora oggi. Infatti, hanno resistito a persecuzioni, a processi, dal momento che i loro interventi erano richiesti dalle diverse classi sociali, per il perenne desiderio di conoscere e vendicarsi.

L’autore narra anche di strumenti magici, malocchio e scongiuri, ma tutto secondo criteri scientifici con note e citazioni bibliografiche, che il lettore segue senza difficoltà alcuna, anzi più legge e più viene affascinato dalla curiosità di apprendere e di sapere. E non dimentica neanche talismani, amuleti, erbe magico- terapeutiche, strumenti magici, malocchio e scongiuri.

In appendice sono riportate le “Vite” di Maria Maddalena e Taide, due meretrici che diventarono sante, e di Pelagia e Teodora che per raggiungere la santità si travestirono da uomo.

Il volume esamina anche il costume, la mentalità, l’atteggiamento, i riti e le feste: si parla del Presepio, dell’Epifania, della Candelora e dei riti di purificazione, di carnevale e della quaresima, delle tradizioni e dei simboli nelle celebrazioni pasquali. Insomma, c’è n’è per tutti.

Una bibliografia, un puntuale riporto di note, un indice delle figure e una serie di belle tavole a colori completano l’interessante pubblicazione tutta da leggere, conservare, consultare e conservare gelosamente.

Post. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale

Post. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale” è l’ultimo libro di Francesco Bonami, edito dalla Feltrinelli.

L’arte è diventata lo sfondo dei nostri selfie, un accessorio della nostra esperienza e della nostra immagine sociale. Vuol dire che ha smesso di essere elitaria o si tratta di un grande inganno?

Un tempo l’opera d’arte era elitaria ed era soprattutto uno strumento della religione o della propaganda. Poi è diventata un oggetto di lusso per il piacere di pochi. Infine, i musei e le mostre hanno esteso alla massa la sua fruizione. Oggi la si guarda e la si giudica dal punto di vista della sua riproducibilità sociale attraverso mezzi di condivisione sociale sempre più vari e diffusi. I like, mi piace, hanno a che fare con la capacità dell’opera di sostenere la nostra immagine e la nostra presenza sociale. Con la sua capacità di farci piacere al più vasto numero di gente possibile. Da misteriosa sconosciuta, da scrutare, scoprire e svelare, l’opera d’arte è diventata uno sfondo, un panorama, un accessorio alla nostra esperienza. L’arte è diventata un punto di riferimento come altri. Una qualunque fra le tantissime prove schiaccianti della realtà che utilizziamo per dimostrare che esistiamo, che ci muoviamo, che viaggiamo. Così molte opere d’arte contemporanea rimangono lì a guardare le nostre spalle, accettano di farsi usare e abusare. Si tratta di opere in cui l’arte ha deciso di rinunciare alla sua sacralità e alla sua aura per trasformarsi in gioco, illusione ottica, trucco. Cosa racconta questa rivoluzione della nostra società? Il mondo in cui viviamo sta cambiando. Le sue regole, i suoi codici, la nostra postura non sarà più la stessa. Francesco Bonami compie un viaggio attraverso l’arte che diventa sempre più autonoma dall’opera e si trasforma nello sfondo della nostra esistenza nella società.

Presentazione del libro: Leonardo Ricci. Fare comunità

Mercoledì 6 marzo alle ore 10.30 presso la sala delle Colonne dello CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma si terrà la presentazione del libro Leonardo Ricci. Fare comunità, alla presenza del curatore del volume Emanuele Piccardo, dell’architetto Giovanni Bartolozzi e di Simona Riva e Francesca Zanella dello CSAC.

Nel 2018 si è festeggiato il centenario della nascita di Leonardo Ricci, architetto e pittore romano. La capacità di Ricci fu costruire comunità con l’architettura: questa sua attitudine venne applicata in molte architetture a partire dal villaggio di Monterinaldi, ma fu al centro del suo rapporto con il pastore valdese Tullio Vinay. Vinay offrì l’occasione a Ricci di progettare due centri comunitari in due aree geografiche estreme del Piemonte a Prali e della Sicilia a Riesi.

La ricerca presentata nel libro nasce dalle conversazioni di Emanuele Piccardo con Giovanni Bartolozzi, progettista e studioso fin dai primi anni duemila di Ricci, ma soprattutto dalla visita al Servizio Cristiano di Riesi, noto come villaggio Monte degli Ulivi.

Per la prima volta vengono pubblicate fotografie di cantiere dei due casi studio, le lettere tra il committente Vinay e Ricci per il villaggio siciliano insieme ad un corpus di disegni; grazie alla ricerca di archivio compiuta a Prali con l’aiuto di Sara Rostagno, e nell’archivio del Servizio Cristiano a Riesi con l’ausilio di Georgia E. Betz e Pietro Artale.

Il libro è un’opera corale che ha visto coinvolto il direttore del Servizio Cristiano, Gianluca Fiusco, che ha tracciato la complessa e articolata figura di Vinay; lo storico dell’architettura Luca Guido che ha analizzato il rapporto tra l’architettura organica di Frank Lloyd Wright e Leonardo Ricci; Giovanni Bartolozzi invece ha ricostruito l’opera di Ricci nella sua complessità. Infine Pietro Artale, il cui dottorato di ricerca indagava il restauro del villaggio Monte degli Ulivi, ha affrontato il tema del cantiere nella intervista al capomastro Michelangelo Bastile.

In questo modo Leonardo Ricci: fare comunità vuole essere un libro utile alla conoscenza e alla valorizzazione dell’opera di Leonardo Ricci, definito da Bruno Zevi il migliore architetto italiano.

L’incontro, a ingresso gratuito, si tiene in occasione della mostra Leonardo Ricci architetto. I linguaggi della rappresentazione, in programma fino al 7 aprile 2019 presso l’Abbazia di Valserena. Lo CSAC conserva infatti l’archivio di Leonardo Ricci, costituito da 923 materiali progettuali e la mostra vuole essere un’occasione per indagare i differenti linguaggi di rappresentazione utilizzati dall’architetto e le invarianti progettuali, attraversando le principali fasi della sua ricerca in un arco temporale compreso tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Settanta del Novecento, passando dalle influenze organicistiche di matrice wrightiana negli anni Cinquanta a quelle di natura espressionista degli anni Sessanta. Attraverso una selezione di 9 progetti realizzati e non realizzati si intende mettere in evidenza le principali caratteristiche legate al metodo progettuale, all’attenzione per alcuni temi di ricerca quali ad esempio l’aggregazione volumetrica, lo spazio centrifugo e fluido, la continuità spaziale, le traslazioni e connessioni.

Il percorso espositivo si sviluppa nella Sala delle Colonne della abbazia di Valserena in cui si potranno scoprire 5 progetti disposti all’interno dei classificatori e segnalati a parete da tavole individuate come rappresentative del metodo progettuale oppure della specificità del singolo progetto: il Centro Ecumenico Agape, Prali Pinerolo (1946-47), il Villaggio Monte degli Ulivi, Riesi (1962-68), il Concorso per la Fortezza da Basso, Firenze (1967), Il Progetto per Palazzo per uffici, Milano (1960-70) e il Progetto per Casa Di Sopra (1972).

Presentazione del libro: Leonardo Ricci. Fare comunità

Conversazione con Emanuele Piccardo (curatore del libro), Giovanni Bartolozzi (architetto), Simona Riva e Francesca Zanella (CSAC)

6 marzo 2019, ore 10.30
Sala delle Colonne, Abbazia di Valserena, Parma

Per informazioni al pubblico

+39 0521 607791

servizimuseali@csacparma.it

HUMANSCAPE

HUMANSCAPE è la prima pubblicazione monografica che racconta la storia artistica e creativa di Giuseppe Mastromatteo: una retrospettiva fatta di immagini e parole, un viaggio a ritroso che parte dai lavori più recenti fino ad arrivare alle origini della sua produzione, celebrando la fotografia come medium espressivo d’elezione ed esplorando l’evoluzione di un autore molto apprezzato nel mondo del collezionismo di arte contemporanea e gli ambiti tematici che hanno caratterizzato la sua ricerca.

Il progetto editoriale, nato da un’esigenza di Giuseppe Mastromatteo di raccogliere e ordinare in maniera compiuta l’intero corpus dei suoi lavori, è stato realizzato in collaborazione con Silvana Editoriale e Benedetta Donato, cui è stata affidata la curatela e si avvale di contributi a firma di differenti autori e critici come Rankin, Oliviero Toscani, Denis Curti, Walter Guadagnini, Barbara Silbe, Giovanni Pelloso e altri.

Il volume, composto da un ricco corpus di 110 fotografie insieme a testimonianze, contributi e immagini, si inserisce a pieno titolo nel dibattito della cultura visiva internazionale, grazie anche ad una foto-intervista che rappresenta il cuore del progetto: un dialogo tra l’autore e la curatrice che approfondisce i momenti fondamentali del percorso artistico di Mastromatteo attraverso le ispirazioni, gli incontri, gli aneddoti in una sorta di flash back di memorie restituite al presente. Ciò che emerge da questo confronto è anche una mappa visiva caratterizzata da più matrici in cui immagini di altri artisti, oggi divenute icone contemporanee e che hanno segnato la storia di Mastromatteo, sono giustapposte alle sue opere, con l’obiettivo di restituire a 360° il senso della sua ricerca artistica.

Serie già conosciute sono pubblicate a fianco di produzioni inedite che evidenziano il tema centrale dell’indagine di Mastromatteo: l’identità tra essenza e percezione. I soggetti dell’obiettivo dell’artista sono sempre i corpi e soprattutto i volti che rappresentano una teoria di tipi umani in cui la perfezione dei fisici torniti e dai contorni plastici, contrasta con la natura instabile ed effimera dell’uomo. Attraverso un uso quasi filologico della manipolazione digitale e della sottrazione, l’autore definisce questi ossimori scomponendo le immagini e creando un effetto di straniamento prima e di riconoscimento poi tra chi è ritratto, chi ritrae e anche in chi osserva.

Dai suoi primi lavori all’ultima serie inedita Eyedentikit c’è un’evoluzione, tuttora in divenire, di questa riflessione: negli otto volti ritratti nella serie Homogenic c’è l’inserimento di uno sguardo unico e uniformante, in Indepensense III, II, I vengono create nuove figure paradossali ma allo stesso tempo attraenti attraverso degli innesti dei cinque sensi nei volti e nella fusione di corpi, culture e razze diverse, in Eyedentikit infine Mastromatteo si fonde nello sguardo di chi è ritratto, mediante la sostituzione degli occhi di tutti i soggetti fotografati con i propri, un azzeramento delle distanze, un guardare agli altri per ritrovare sé stesso, mettendo in discussione continuamente il proprio punto di vista e quindi portando ad una più profonda conoscenza di sé e degli altri.

Eyedentikit è la fusione tra io che scatto e il soggetto che viene fotografato, e ci incontriamo a metà idealmente in quello spazio che c’è tra me e lui per diventare un nuovo soggetto. Do un pezzo di me ma idealmente prendo un pezzo da lui. Quella distanza viene sintetizzata in un’immagine che non è quella che vedo attraverso l’obbiettivo, che è solo la partenza.

Giuseppe Mastromatteo lavora come artista da 15 anni e attualmente ricopre l’incarico di Chief Creative Officer per l’agenzia di comunicazione Ogilvy Italia. Immagine e comunicazione sono sicuramente due parti essenziali del suo universo professionale da cui attingere e ricevere stimoli per la componente artistica del suo lavoro che, come tale, rivendica però una liberta di indagine e di espressione totale.

HUMANSCAPE, nelle librerie da ottobre, è un libro opera che si rivolge ai collezionisti e agli amanti dell’arte e che vuole dare una lettura completa della ricerca di Giuseppe Mastromatteo in cui la fotografia è mezzo espressivo per eccellenza e compone un percorso caratterizzato da una sintesi raffinata ed efficace tra forma e contenuto, superficie e profondità, materia e identità.

In contemporanea alla pubblicazione del volume, la galleria 29 ARTS IN PROGRESS presenta dal 4 ottobre al 18 novembre la mostra HUMANSCAPE a cura di Giovanni Pelloso che espone l’ultima produzione inedita di Giuseppe Mastromatteo.

 

Ufficio stampa mostra
Maria Chiara Salvanelli
email mariachiara@salvanelli.it
cell + 39 333 4580190

Ufficio Stampa Silvana Editoriale
Lidia Masolini
press@silvanaeditoriale.it
02 45395111

Porta della Marina

Venerdì 13 luglio presso il Salone sottostante la Chiesa dello Spirito Santo di Santo Spirito si terrà la presentazione del romanzo di Emanuele CazzollaPorta della Marina‘. Introdurrà il Prof. Vincenzo Colonna mentre il giornalista Gianluca Battista dialogherà con l’Autore.

Questo romanzo è figlio di “Condominio killer” che lo ha preceduto. Ma non è un giallo. In esso c’è pure un delitto (anzi ce ne sono due), c’è un’indagine, c’è l’individuazione di un colpevole. Questi ingredienti canonici sono, però come un vassoio su cui viene servito ben altro (…)
Su tutto prevale l’amore dell’autore per i propri luoghi, stavolta non solo quelli affacciati sul mare (Acquamarina) , ma anche quelli dell’immediato entroterra (Bitonto). Insomma un amore manifesto per le terre al di qua e al di là di Porta della Marina.” – Giuseppe Maria de Boisy

Emanuele Cazzolla (1961, Santo Spirito – Bari), giornalista pubblicista, è esperto di arti grafiche e comunicazione. Si occupa di arte, musica, letteratura, tradizioni popolari. Ha realizzato il volume dedicato ai disegni di Francesco Speranza. Ha scritto i testi per il libro “L’Aldiqua” foto racconto del XXIC Congresso Eucaristico Nazionale. Nel 2011 ha dato alle stampe la raccolta narrativa “Il vecchio devoto altri 11 racconti brevi”, e nel 2013 il saggio Rutigliano fischia” (SECOP edizioni) dedicato ai fischietti in terracotta e la sagra di S.Antonio Abate. Nel 2016 ha pubblicato “Condominio killer” (SECOP edizioni), il suo primo romanzo giallo.

Colori e moda

Colori e moda (Bombiani editore) è un saggio, storico e attuale, denso e coinvolgente, che attraverso i secoli, dall’ epoca romana fino a oggi, ricostruisce le oscillazioni del rapporto tra colore e abbigliamento.

Le due autrici, Lia Luzzatto e Renata Pompas, riescono a condurci in modo puntuale, documentato e denso di fascino nei corsi e ricorsi degli orientamenti cromatici che hanno accompagnato il costume, la moda e la società nel suo insieme. I colori di ciò che abbiamo indossato infatti non sono stati solo una questione di gusto o di estetica particolari, separati dal contesto in cui si sono espressi, sono stati anzi essi stessi testimoni della politica, cultura, filosofia ed economia dell’epoca in cui sono nati… anche se, alla fine del libro, si andrà a concludere che “la funzione di colori di trasmettere visibilità, forza, emozione e riconoscibilità alle proposte si è andata perdendo, assorbita e annullata dall’ammassarsi disordinato di stili, ibridazioni, mescolanze visive.”

Il testo è arricchito da una considerevole scelta di documenti e da una rappresentazione iconografica che testimonia visivamente le oscillazioni del gusto nel corso del tempo.

Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Disadorna e altre storie

Storie sospese, schegge di vite. Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali e il Turismo, torna al suo mondo di narratore con ‘Disadorna e altre storie‘, appena arrivato in libreria per La Nave di Teseo.

 

Il politico-scrittore, tradotto in Francia da Gallimard, che ha esordito come romanziere nel 2006 con ‘Nelle vene quell’acqua d’argento‘, con cui ha vinto fra l’altro nel 2007 il Premier Roman di Chambery, questa volta ha scelto il racconto, una forma narrativa che nell’era dei social e della velocità dovrebbe avere più fortuna e invece continua ad essere sottovalutata.

In meno di cento pagine, dedicate alla piccola figlia ‘Irene che ride al giorno’, si sviluppano venti racconti senza titolo quasi a comporre un romanzo per frammenti in cui si ritrovano anche i luoghi, Ferrara o il Delta del Po, originari e cari a Franceschini. Anche se il ministro-scrittore ricorda in apertura del libro – citando il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, scomparso nell’agosto di quest’anno – che “è’ inutile cercare sulla carta le località nominate. L’esattezza geografica non è che una illusione. Il Delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto”. Il titolo fa riferimento alla prima storia di cui è protagonista uno scrittore di Bogotà, Paco Tovar, in crisi creativa, che ritrova l’ispirazione nella stanza di un albergo sul Delta del Po, vuoto da oltre 40 anni. “Tutto sommato la camera era decente, anche pulita, ma si intuiva che non veniva abitata da molto tempo, forse dall’aria stantia o da quei colori sbiaditi, chissà” scrive Franceschini.

L’ultimo racconto vede invece un ex ministro, ormai anziano e malato di Alzheimer, che non ricorda più di essere stato un politico importante, ritrovare la memoria tornando con la nipote nella sua città, Ferrara, dove Franceschini è nato nel 1958. Nel viaggio compiuto con Disadorna troviamo poi un contadino analfabeta, Nebore Morelli, che a 85 anni passati comincia a suonare all’improvviso il violino del nipote; Angiolina che cuce, nel “maledetto buio del coprifuoco”, la notte prima della liberazione di Ferrara, un grande tricolore; Bruno Guarelli che cambia vita quando gli viene recapitata, in un pacco grande “come una stanza” alla stazione di Borgovelino, una motocicletta col sidecar e nel 1950 parte verso Parigi.

Commovente la storia del siriano Nizar in cui c’è la Roma multietnica dell’Esquilino, di piazza Dante, dove una gelida mattina di gennaio quest’uomo, diventato un barbone, viene trovato morto di freddo. Dopo aver perso tutto, anche la dolce e bella Aalia, a Nizar restava solo una borsa con le ruote in cui i carabinieri trovano libri scritti in tutte le lingue più antiche del mondo. Tra sogno e nostalgia, Franceschini – che è anche autore del romanzo ‘La follia improvvisa di Ignazio Rando’, diventato uno spettacolo teatrale, e di ‘Daccapo e ‘Mestieri immateriali di Sebastiano Salgado – mostra anche una vena umoristica.

Come accade nella storia del magistrato che durante un noiosissimo discorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, viene avvolto nella tela che un ragno tesse attorno a lui, o nel racconto che vede un uomo con la passione di osservare le altre persone attraverso le fessure, innamorarsi di una donna intravista nello spazio vuoto tra due sedili del treno.

Con ‘Disadorna e altre storie’ Franceschini è protagonista di un minitour che, dopo la prima tappa il 20 settembre a Milano, lo vedrà sabato 23 settembre a Ferrara, con Daria Bignardi e Diego Marani e lunedì 25 a Roma, con Marino Sinibaldi e Paolo Fresu e letture di Alberto Rossatti e il 10 ottobre al Circolo dei Lettori di Torino con Chiara Fenoglio.

da ANSA.