FUORI – Quadriennale d’arte 2020

Dal 30 ottobre 2020 al 17 gennaio 2021 a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, si terrà la Quadriennale d’arte 2020 a cura di Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol : 43 artisti, più di 300 opere, oltre 4.000 m2 di spazi espositivi per restituire una nuova lettura dell’arte italiana dagli anni Sessanta ad oggi con particolare attenzione alle giovani generazioni.

FUORI, il titolo emblematico proposto dai curatori, un invito a uscire dagli schemi, dalle costrizioni e dalle categorie che nel passato hanno imbrigliato l’arte, un’esortazione a superare i confini tra arti visive e altre discipline per comporre un panorama multigenerazionale e multidisciplinare (moda, teatro, musica, danza, film, architettura, design). FUORI è un coro dissonante di approcci femminili, femministi e queer all’arte contemporanea. FUORI è un invito a uscire dal recinto autoreferenziale dell’arte contemporanea per aprirsi a pubblici più differenziati.

Gli artisti: Alessandro Agudio, Micol Assaël, Irma Blank, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Sylvano Bussotti, Chiara Camoni, Lisetta Carmi, Guglielmo Castelli, Giuseppe Chiari, Isabella Costabile, Giulia Crispiani, Cuoghi Corsello, DAAR – Alessandro Petti – Sandi Hilal, Tomaso De Luca, Caterina De Nicola, Bruna Esposito, Simone Forti, Anna Franceschini, Giuseppe Gabellone, Francesco Gennari, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Diego Gualandris, Petrit Halilaj and Alvaro Urbano, Norma Jeane, Luisa Lambri, Lorenza Longhi, Diego Marcon, Raffaela Naldi Rossano, Valerio Nicolai, Alessandro Pessoli, Amedeo Polazzo, Cloti Ricciardi, Michele Rizzo, Cinzia Ruggeri, Salvo, Lydia Silvestri, Romeo Castellucci – Socìetas, Davide Stucchi, TOMBOYS DON’T CRY, Maurizio Vetrugno, Nanda Vigo, Zapruder.

Progetto d’allestimento mostra di Alessandro Bava. Progetto di storytelling in dialogo con l’archivio Quadriennale di Luca Scarlini.

La Quadriennale d’arte 2020 è organizzata dalla Fondazione La Quadriennale di Roma e dall’Azienda Speciale Palaexpo. Principale partner istituzionale della mostra, con un importante contributo ad hoc, è il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. Main sponsor Eni, main partner Intesa Sanpaolo e Gucci. Tra gli sponsor Terna, TIM. A questi si aggiungono contributi di Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell’Istituto per il Credito Sportivo.

quadriennale2020.com

Ad integrum

La Basilica di San Celso a Milano ospita, dal 23 ottobre al 19 novembre 2020, Ad integrum, mostra personale dello scultore Michelangelo Galliani, a cura di Angela Madesani.

Promossa dalla galleria Cris Contini Contemporary ed organizzata dall’associazione culturale lartquotidien in collaborazione con il Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, l’esposizione sarà inaugurata giovedì 22 ottobre alle ore 18.00, alla presenza dell’artista e della curatrice.

Il titolo della mostra – Ad integrum – allude alla forza del frammento, elemento poetico ed evocativo che, come sineddoche di umanità perduta, della parte per il tutto, riesce a significare l’unità.

Il percorso espositivo comprende quattro sculture di grandi dimensioni, tra cui l’opera inedita Twins (2020), in marmo bianco di Carrara, che ritrae una bambina seduta sul dorso di una testuggine, alludendo al più famoso paradosso di Zenone di Elea ( Achille e la Tartaruga) e alla frammentazione del tempo. Nascono, invece, come frammenti di corpi le opere intitolate Fuggi (2018) e Rebus vitae (2018), realizzate rispettivamente in marmo dell’Altissimo e marmo statuario di Carrara. Nei pressi dell’altare della basilica, un tempo sepolcro del martire al quale essa è dedicata, trova infine collocazione la scultura in cera vergine d’api intitolata Col tempo (2010): un’opera che raffigura una donna esanime distesa su un letto di piombo, la cui postura richiama la Santa Lucia del Caravaggio, con l’aggiunta di un ex voto ottocentesco a forma di cuore.

Ad accomunare le opere in mostra è anche il tema del tempo che, con il suo passaggio, lascia dietro di sé frammenti di storia e di memoria, in cui si esplica la poesia della vita e il suo fluire senza sosta.

«L’opera di Michelangelo Galliani – scrive Angela Madesani – è l’esito di un processo e non certo la tappa di un’evoluzione. È il tentativo, riuscito, di fare un lavoro contemporaneo con un materiale, il marmo, della tradizione, con il quale ha sin dall’inizio un rapporto viscerale. Negli anni Novanta, quando l’artista ha iniziato a lavorare il marmo, a differenza di oggi, veniva considerato superato, troppo legato alla tradizione, desueto, utilizzato solo da taluni virtuosi e non dagli artisti di riferimento del sistema. La sua, come quella di altri artisti della sua generazione, non è stata una scelta prevedibile, facile, accettata, anzi, è costata fatica, determinazione, prese di posizione. Nonostante questa difficoltà, che oggi non è più tale, è importante sottolineare che la materia, il marmo è e resta un mezzo e non il fine del suo operare. Una materia funzionale al senso del lavoro, così come il piombo, la cera, l’acciaio specchiante…».

Nell’economia del progetto risulta, infine, di fondamentale importanza il dialogo tra contenitore e contenuto, tra gli spazi della Basilica romanica di San Celso, nota almeno dall’VIII secolo d.C. e parzialmente ricostruita nel XIX secolo ad opera dell’architetto neoclassico Luigi Canonica, e le opere di Michelangelo Galliani, che si è sempre posto in relazione con il concetto di classico.

La personale sarà visitabile fino al 19 novembre 2020, da martedì a venerdì con orario 15.00-18.00, sabato e domenica ore 10.00-19.00, chiuso il lunedì. Ingresso libero. Per informazioni: T. +39 3498256028; info@lartquotidien.com, www.lartquotidien.com.

Michelangelo Galliani è nato nel 1975 a Montecchio Emilia, Reggio Emilia. Inizia a lavorare come scultore molto giovane. Frequenta prima l’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma con indirizzo Scenotecnica, si specializza poi all’Istituto per l’Arte e il Restauro di Palazzo Spinelli a Firenze e si diploma infine all’Accademia di Belle Arti di Carrara con indirizzo Scultura. Dal 1996, ha preso parte a numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero. Tra le recenti mostre si segnalano: Le Latitudini dell’Arte (Ungheria e Italia, Vigadò Galéria, Budapest, 2017), Wondertime (GAM, Catania, 2018), Skulptur, trifft Figur (Einladung, Austria, 2018), Sensitive Surfaces (Cris Contini Contemporary, Londra, 2019). Nel dicembre 2019 è stato insignito del Franco Cuomo International Award per l’Arte con cerimonia di premiazione nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma. Nel 2020 ha partecipato al progetto Art&Design, promosso da Andrea Castrignano in occasione di Milano Design City 2020. Attualmente, oltre al suo lavoro di scultore, è titolare della cattedra di Tecniche del Marmo e delle Pietre dure presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. Lavora con la galleria Cris Contini Contemporary con sede a Londra e Porto Montenegro.

AD INTEGRUM. 4 opere di Michelangelo Galliani alla Basilica di San Celso
A cura di Angela Madesani

Basilica di San Celso, Milano
23 ottobre – 19 novembre 2020
Inaugurazione: giovedì 22 ottobre, ore 18.00

 

Segnalato da CSArt – Comunicazione per l’Arte

15 → The Waiting Hall

Alla fine del XX secolo, il pensatore francese Félix Guattari ha avvertito del ritorno della questione della soggettività all’inizio del nuovo millennio. Ha incoraggiato tutte le discipline a combinare la loro creatività per scongiurare la barbarie e l’implosione mentale che potrebbero risultare dall’accelerazione che le nostre vite tecnologicamente mediate portano con sé. Oggi osserviamo come si stanno realizzando le sue previsioni: assistiamo ad un aumento dei disordini psichici e sociali dovuti al proliferare di fenomeni ed eventi che sfuggono al nostro controllo. In effetti, non abbiamo nemmeno il tempo di pensarci in modo critico. Ci troviamo in mezzo al caos senza trovare una via d’uscita.

A+B gallery

15 → The Waiting Hall cerca un momento di transito. Potremmo immaginarlo come luogo di attesa all’interno di una ritmica più ampia. Guardandola nel suo insieme, la produzione artistica contemporanea è poliritmica, esistono storie parallele che coesistono, unità minime, collettive, biologiche e di pensiero che, spesso con sguardo contraddittorio danno significato al prossimo battito.

15 → The Waiting Hall è un insieme di opere e pensieri collegati in forma di mostra che tratta le novità dagli atelier e alcune scelte di galleria. Questa idea presenta una nuova composizione di proposte artistiche che non cercano di stabilire un unico significato ma al contrario, espongono le traiettorie plurali e divergenti degli artisti selezionati nonché le loro capacità uniche di plasmare nuove sensibilità nell’arte contemporanea.

In The Waiting Hall, l’ossessiva poesia matematica di Hanne Darboven convive con la molteplicità di stili, linguaggi e forme degli artisti rappresentati nella nostra galleria. La presentazione di una selezione di libri e documenti originali di Darboven, corrispondente alla sua produzione degli anni ’80 / ’90, è il prodotto della collaborazione con L’Arengario Studio Bibligrafico (che il 17 ottobre ore 17.00 inaugura la mostra “Hanne Darboven 1968 – 1980” curata da Valentino Tonini e organizzata con Alex Bacon): questi materiali, esposti in vetrina, ci spingono a considerare le rotture e le continuità della storia nella cultura occidentale, formulando, allo stesso tempo, nuove domande sulla deriva dell’epoca attuale e sul suo rapporto ambiguo con il passato.

Siamo su una soglia, è ancora troppo presto per sapere cosa ci riserva il divenire. Questa mostra è un invito a vivere la situazione di attesa senza angoscia, a rompere i ritmi patologici che bloccano la nostra capacità di godimento estetico e ad entrare in sintonia con la polifonia di colori, significati, linee di fuga e tocchi alternativi che servono per incontrarci.

Artisti in mostra:
Hermann Bergamelli, Max Frintrop, Marco Gobbi, Silvia Hell, Tobias Hoffknecht, Osamu Kobayashi, Simon Laureyns, Marco La Rosa, Michele Lombardelli, Davide Mancini Zanchi, Tiziano Martini, Marco Neri, Nazzarena Poli Maramotti, Markus Saile + Hanne Darboven (in collaborazione con Arengario Studio Bibliografico).

15 → THE WAITING HALL

Giovedì 15 ottobre 2020, opening dalle ore 15.00 alle ore 21.00
Venerdì 16 e sabato 17 dalle ore 15.00 alle 21.00

Fino al 28 novembre 2020.
Visite: dal Giovedì al Sabato dalle 15.00 alle 19.00 altri giorni su appuntamento.

Sabato 24 ottobre, live “Au Language” di Fabrizio Saiu, ore 20.00 su prenotazione.
Altri eventi verranno annunciati nel corso della mostra.

A+B gallery, Corsetto Sant’Agata 22, scala C primo piano, 25121 Brescia
gallery@aplusb.it / www.aplusbgallery.it

Gli artisti de “15 → THE WAITING HALL”

MAX FRINTROP (Oberhauser 1982. Vive e lavora a Dusseldorf).
Dai nuovi sviluppi gestuali e coloristici in ambito pittorico, nascono i lavori inediti di Max Frintrop.
L’utilizzo del colore e il gesto espressivo consentono a Frintrop di creare spazi pittorici poetici ed introspettivi. Lo spazio inteso come mezzo per poter spingere le forme al limite delle proprie possibilità con l’aiuto di un gesto dinamico e articolato in termini di colore e materia.
 

MARCO GOBBI (Brescia 1985 – Vive e lavora a Brescia)
La sua produzione parte da storie che evocano situazioni incomplete. Vicino ai mestieri antichi e al lavoro manuale, presenta rimandi letterari e avvenimenti attraverso oggetti in grado di raccontare una storia carica di memoria. Ogni singola opera trattiene un ricordo ben preciso. Testimonianze personali e realmente accadute che documentano la sua costante e diversa ispirazione. Marco Gobbi approfondisce e riesce a far propria la tecnica, trasformando i processi tradizionali in arte contemporanea.

SILVIA HELL (Bolzano 1984. Vive e lavora a Milano)
In questa occasione si presenta una serie inedita di fotografie di Silvia Hell nate dalla ricerca sulle fonti e sviluppata nel corso della residenza Summer In da FuturDome, Milano. Si tratta di scatti della videoinstallazione Lightsourcing e del suo studio a FuturDome, entrambi centrati sulla relazione tra luce e architettura. La ricerca di Silvia Hell si basa sulla produzione di tensioni tra l’oggettività convenzionale ed i modelli di presentazione. Le sue formalizzazioni, le sculture, i video e le stampe di vario tipo, nascono da uno spettro di valori che si confrontano con l’intuizione visiva.

TOBIAS HOFFKNECHT (Bochum 1987. Vive e lavora a Dusseldorf)
Un nuovo lavoro scultoreo posizionato a terra di Tobias Hoffknecht sarà prodotto per l’occasione. L’artista centrato sugli standard e quanto questi siano trasformativi della realtà, si è spostato anche in campo bidimensionale con nuove serigrafie che verranno presto esposte. Sculture in acciaio, legno e plastica che giocano con la tradizione del Bauhaus e dell’Arte Minimal. Esse appaiono nella loro semplicità, ma ad un esame più attento, sviluppano la loro poetica, frutto del materiale stesso e della trasformazione del linguaggio in nuovi contesti.

SIMON LAUREYNS (Gent 1979, Vive e lavora a Gent)
Il lavoro di Simon Laureyns parte dal tessuto consunto delle tende da campeggio, materiale duttile in grado di diventare un alfabeto di forme tridimensionali che si trasformano in unità pittoriche e scultoree.
L’artista usa l’arte della pittura come fondamento, senza l’uso di vernice, pennelli o tavolozza. I suoi lavori nascono dalla relazione tra la pratica in studio e la pratica del mondo, momenti distinti, ma che inevitabilmente si influenzano incessantemente. Un rapporto dal quale l’artista ritrova uno spazio per la definizione dell’immagine.

MARCO LA ROSA (Brescia 1979. Vive e lavora a Brescia)
Marco La Rosa che ha in preparazione la mostra personale di febbraio 2021 per A+B Gallery, presenta un lavoro recente: i Vizi Capitali interpretati con il suo materiale d’eccezione, il cemento, e visti attraverso i capitoli dedicati all’inferno della Divina Commedia. Uno degli aspetti più evidenti della sua ricerca è il legame con l’ambito filosofico, matrice concettuale non solo dei cicli di opere scultoree, ma più in generale del pensiero dell’artista, del suo modo di sentire il mondo e le leggi universali che lo regolano.

MICHELE LOMBARDELLI (Piacenza 1969. Vive e lavora in provincia di Piacenza)
La ricerca formalmente rigorosa di Michele Lombardelli si rifà alla realtà e alla sua riduzione grafica e geometrica. Un libero processo che si traduce in una serie di tempere e acrilici su tela di media e grande dimensione, ma anche ed in particolare, su piccole tavole preparate.
I suoi lavori passando da una destrutturazione del dato reale, delineano percorsi di segno che non giungono mai a coagularsi nell’unità di significato ma si fermano alla soglia dell’indefinitezza e dell’indeterminatezza. Una ricerca costantemente essenziale e riduttiva.

DAVIDE MANCINI ZANCHI (Urbino 1988. Vive e lavora in provincia di Urbino)
La produzione di Davide Mancini Zanchi concentra la sua ricerca su stereotipi culturali e con ironia fotografa attraverso la pittura un oggetto culto della scuola, il quaderno monocromo.
Da tempo gli oggetti quotidiani sono usati come pretesti per giungere ad una inedita e paradossale libertà che guarda verso molteplici direzioni concettuali. Il suo lavoro spesso si concentra su meccanismi sociali, culturali e antropologici che vengono mostrati da una angolazione anomala, con il risultato di far risaltare tutte le loro contraddizioni.

TIZIANO MARTINI (Soltau, 1984. Vive e lavora in provincia di Belluno)
A+B Gallery presenta per la prima volta le grandi tavole di Tiziano Martini, eseguite con vernici poliuretaniche bi-componenti lavorate per stratificazione e levigate. L’ambiguità visiva che le caratterizza (marmo, vetro e fotografia) nasce dalla complessità della tecnica che vede l’utilizzo non convenzionale di vernici tecnicamente molto raffinate. Il suo lavoro è una riflessione continua sulle potenzialità dell’atto pittorico, un dialogo con le superfici e i materiali, uno spostamento perenne dai risultati predefiniti. Intuitiva e accidentale, la sua pittura si manifesta come la registrazione di esigenze performative dai risultati visivi sempre imprevedibili e diversi tra loro.

MARCO NERI (Forlì 1968. Vive e lavora a Lecce)
Pittore tra i migliori della sua generazione. In questa prima occasione espositiva sono stati scelti due lavori icona: una eterea Mirabilandia di piccole dimensioni e una coppia di lavori sull’architettura derivati della serie Nero di Marte. Le sue opere, tendono alla sintesi e all’essenzialità arrivando a far coincidere la realtà con un numero ristretto di forme e colori, negando la funzione illustrativa della pittura e legando i dati figurativi alla logica del ritmo diretta “a moltiplicare i sistemi di equivalenza”

NAZZARENA POLI MARAMOTTI
La sua ricerca parte da soggetti classici: ritratto, vaso di fiori e principalmente paesaggio, sempre visti da angolazioni del tutto diverse. Attraverso un particolare interesse alla forma frastagliata, discontinua e disorganica, Il paesaggio emerge in zone marginali. Le macchie e i segni (rocce, montagne, nuvole o architetture), si alternano a pennellate che smentiscono la natura figurativa, orientando il tutto in una direzione contraria, ossia verso l’astrazione.

MARKUS SAILE (Stoccarda 1981. Vive e lavora a Colonia)
Le apparenti assenze del corpo pittorico nei lavori di Saile, sono presenze che devono essere stabilite nel tempo. Uno spazio lieve, che mostra una composizione unitaria e un’immagine ben definita. Le sue opere suggeriscono una rappresentazione e nello stesso tempo la celano. Ogni opera nasconde la propria complessità, risultato della superazione di tutte le strategie messe in atto in fase esecutiva.

HANNE DARBOVEN (Monaco di Baviera 1941 – Amburgo 2009)
Hanne Darboven ha sempre considerato i libri come parte integrante del suo lavoro. La conoscenza di Seth Siegelaub e degli altri artisti del mondo newyorkese (Carl Andre e Sol Lewitt ad esempio) che ha incontrato durante il suo soggiorno nella grande mela tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, hanno contribuito ad un avvicinamento all’estetica concettuale americana. A partire dagli anni 80, Hanne Darboven inaugura un nuovo approccio all’arte, cominciando ad integrare nuovi segni e ragionando su nuovi modi di espressione. Tipiche di questo periodo sono le trascrizioni di interi volumi tratti dalla grande letteratura tedesca, inglese e francese dell’ottocento e novecento. La calligrafia e la scrittura assumono un connotato intimo quasi compulsivo, e come lei stessa disse in diverse occasioni, non poteva smettere di scrivere, non passava giorno senza che compiesse questo “rito”. La ricerca temporale avviata nei lavori dei primi anni si integra a questo nuovo approccio, e ciò si evince anche dai progetti su carta presentati in questa esposizione, da opere come “One Century – dedicated to Johann Wolfgang Goethe”del 1988 o “Evolution Leibniz” del 1986 fino ad arrivare a “Quartett >88<” o al celebre libro pubblicato in occasione della biennale di Venezia del 1982.

FABRIZIO SAIU (San Gavino Monreale VS, 1983. Vive e lavora a Brescia)
“Au Langage” è una confessione, un dialogo tra amanti ciechi, un coro tragico, una serie di definizione esaustive, una domanda rivolta all’ascoltatore, un discorso ingenuo su Dio, un sound kinky party, un’immersione acusmatica, un’ode al linguaggio e al martirio della lingua, un ammasso, una matassa, una stratificazione massimalista, una rete di algoritmi e un performer.

15 → THE WAITING HALL

Giovedì 15 ottobre 2020, opening dalle ore 15.00 alle ore 21.00
Venerdì 16 e sabato 17 dalle ore 15.00 alle 21.00

Fino al 28 novembre 2020.
Visite: dal Giovedì al Sabato dalle 15.00 alle 19.00 altri giorni su appuntamento.

Sabato 24 ottobre, live “Au Language” di Fabrizio Saiu, ore 20.00 su prenotazione.
Altri eventi verranno annunciati nel corso della mostra.

A+B gallery, Corsetto Sant’Agata 22, scala C primo piano, 25121 Brescia
gallery@aplusb.it / www.aplusbgallery.it

CRAFT LAB

In occasione della 84° edizione della Fiera del Levante, il progetto CRAFT LAB debutta con un proprio spazio espositivo al Padiglione Arredamento, Stand n. 424-425 nell’ambito delle attività progettuali finalizzate a dare l’ulteriore visibilità al percorso e al lavoro creativo e artistico svolto durante il progetto e a garantire la sostenibilità delle idee imprenditoriali.

L’esposizione presenta le opere prodotte dalle start up e dai giovani artisti nell’ambito dei laboratori svolti lo scorso anno nelle città di Gravina di Puglia, Grottaglie, Martina Franca, Corfù, Lefkada e Cefalonia dedicati alle eccellenze dell’artigianato che unisce Italia e Grecia: mosaico, tessuto e ceramica. Ancora una volta si conferma la freschezza e la trasversalità della composizione del catalogo delle start-up, con prodotti che contemplano materiali, lavorazioni e funzioni molto diverse, ma tutte italiane e greche nella manifattura e nell’ispirazione progettuale.

Lo Staff di CRAFT LAB sarà a disposizione dei visitatori della Fiera del Levante, dal 3 all’11 ottobre 2020, per illustrare i molteplici vantaggi e benefici dati prodotti dalle diverse attività del progetto finanziato dal Programma Interreg Grecia-Italia. Inoltre, sarà un’ottima occasione per i visitatori di incontrare le start-up e i giovani artisti. Il 9 ottobre, invece, si terrà la Giornata della cooperazione, promossa dal Programma Interreg Grecia-Italia: alle 15 è previsto l’evento “Innovazione, StartUp e networking” con la partecipazione dei progetti INCUBA, TRACES, Craft-Lab, Sparc e molto altro ancora. Durante l’evento saranno presentate le start-up create nell’ambito dei progetti europei.

Social Distancing Art

Cresce l’attesa intorno al nuovo evento taggato Ischia Street Art, Social Distancing, ovvero l’arte contemporanea al tempo del distanziamento sociale, dei fake, degli hater, dei conflitti economici, di pornhub e youporn.

Sabato 3 ottobre a partire dalle ore 10, presso il Museo del Torrione di Forio d’Ischia, Salvatore Iacono allestirà la mostra che vede nuovamente Mimmo Di Caterino protagonista dell’evento con l’esposizione dei suoi nuovi lavori, una serie di opere (tecnica mista su tela) realizzate dall’artista sulla scia di Lockdown/Social, la discussa mostra “non-mostra” sul distanziamento sociale realizzata a maggio scorso nel sottopassaggio di via Genovino a Forio.

Social Distancing nasce quindi come naturale sviluppo delle tematiche affrontate in Lockdown/Social, ne riprende il discorso portandolo a un livello superiore, attraverso la messa in atto di un progetto che consiste in tre interventi diversi, in programma a Forio tra ottobre e dicembre 2020, tre distinte azioni volute dallo street/gallerista/attivista Salvatore Iacono, fondatore di Ischia Street Art, l’anti-galleria underground sita nel cuore dell’isola.

A realizzare l’allestimento, infatti, lo stesso Iacono che, con un’interactive performance video-documentata, posizionerà, lungo le pareti della sala inferiore del Museo del Torrione, le tele dipinte da Di Caterino. Una performance aperta al pubblico che potrà assistere alla video-ripresa della stessa, diventando parte attiva dell’evento; caratteristica questa, di tutti i progetti ideati da Salvatore Iacono con la sua Ischia Street Art Gallery, primo modello di galleria sociale e interattiva, una “non-galleria” o un “anti-galleria”, uno spazio aperto alle contaminazioni urbane e che da anni dà voce a numerosi street artist nazionali e internazionali.

Le tre azioni di cui si sostanzia Social Distancing, presentate da un testo critico di Giancarlo Politi, storico fondatore di Flash Art, vanno lette come il naturale sviluppo del precedente intervento espositivo Lockdown/Social, allo scopo di sondare come stiano mutando i linguaggi dell’arte e come si stiano evolvendo le ricerche artistiche contemporanee al distanziamento sociale: “Lo scopo dell’intero progetto è misurare gli effetti collaterali del lockdown, effetti che hanno materializzato un ulteriore distanziamento economico, oltre che di classe sociale, un divario crescente tra chi dispone di moltissimi mezzi (economici, culturali e sociali) e chi ne ha sempre di meno. Il lockdown, prima, e il distanziamento sociale, poi, hanno impoverito il sistema dell’arte in tutto il mondo, ma in Italia, rispetto ad altri scenari europei, più che mai; non c’è stata nessuna azione di sostegno nei confronti di artisti e operatori culturali che ne intermediano il lavoro, allontanando l’arte contemporanea da un sistema socio-culturale con il quale dovrebbe vivere in naturale sinergia”. (Di Caterino).

Social Distancing pone una serie d’interrogativi sulla squalifica sociale e intellettuale del ruolo critico dell’artista nei confronti della società, ma evidenzia anche come questo abbia declassato il ruolo del gallerista e quello di tutte le figure intermediarie dell’arte contemporanea. Questo a fronte di un ipertrofica crescita del ruolo dello spettatore, autoreferenziale e impreparato alla ricezione/comprensione dell’arte: “Lockdown e distanziamento sociale hanno ampliato gli introiti economici di portali come Youporn e Pornhub, che allontanano da qualsiasi modalità empatica e sensoriale di relazione. Dove non c’è empatia, regna il culto dell’immagine e della rappresentazione, crolla l’interesse verso l’arte, diminuisce il fascino dell’artista e lo spettatore vive inerme davanti a immagini retoriche imposte, privo di difese immunitarie critiche”. (Di Caterino).

Gli interventi, ideati e fortemente voluti da Salvatore Iacono, nascono in reazione a una serie di critiche mosse a Lockdown/Social, che di fatti è stato tra i primi interventi espositivi post-lockdown compiuti in Italia e ha mobilitato numerosi hater, smuovendo la critica del settore, mentre la ribalta nazionale l’ha veicolato per promuovere mostre fake di Banksy, occultandone la mission fortemente critica. Nasce così la narrazione di Social Distancing, tesa a evidenziare le problematiche messe in opera dal distanziamento sociale, in un’ottica di rivendicazione dei ruoli d’avanguardia dell’artista e del gallerista.

Con il Patrocinio del Comune di Forio e la collaborazione dell’Associazione Radici.

SOCIAL DISTANCING

3 OTT 2020 h.10,00

MUSEO CIVICO DEL TORRIONE – FORIO (ISCHIA)

The Other Reality

In occasione di Photofestival 2020, lo spazio MADE4ART di Milano ha il piacere di presentare The Other Reality, progetto fotografico a cura di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo con opere di Guido Alimento, Alessandra Angelini, Kim Dupond Holdt, Giuseppe Giudici.

La mostra accomuna quattro artisti che spingono la propria ricerca fotografica nei territori dell’astrazione, interpretando la realtà attraverso un linguaggio formato da linee, forme e colori, seguendo il filo delle emozioni, alla ricerca di una propria personale idea di purezza estetica. I giochi di luce nella notte presenti nelle fotografie di Guido Alimento, i raffinati e poetici luminogrammi di Alessandra Angelini, i particolari tratti da oggetti d’arte e architetture ritratti da Kim Dupond Holdt, i sinuosi dettagli in bianco e nero che Giuseppe Giudici ha estrapolato da pezzi di design: ogni artista è alla ricerca di qualcosa che risiede oltre il dato visibile, l’altra realtà, interpretando il mondo che ci circonda attraverso il linguaggio dell’astrazione.
The Other Reality prevede una inaugurazione su invito mercoledì 30 settembre dalle ore 15 alle 20 prenotando la propria visita con una mail a info@made4art.it; media partner della mostra Image in Progress. Per i collezionisti e per coloro che desiderassero ricevere maggiori informazioni sulle opere o una consulenza per arredamento e interior design è possibile scrivere una mail ed è disponibile il servizio di videochiamata Skype. 

The Other Reality
Guido Alimento, Alessandra Angelini, Kim Dupond Holdt, Giuseppe Giudici
a cura di Vittorio Schieroni, Elena Amodeo
30 settembre – 12 ottobre 2020

Inaugurazione su invito con prenotazione: mercoledì 30 settembre, ore 15 – 20
Lunedì ore 15.00 – 18.30, martedì – venerdì ore 09.30 – 13.00 / 15.00 – 18.30
L’esposizione è visitabile esclusivamente su prenotazione

MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
Via Voghera 14, 20144 Milano
www.made4art.it, info@made4art.it, t. +39.02.39813872
Media Partner Image in Progress

Mitologia e Storie in Pietro Pantino

Ad uno che chiedeva al maestro Pietro Pantino perchè nei suoi quadri si parlasse tanto di mitologia, ovviamente nel senso più ampio del termine, questi rispondeva:”Sapesse, signore, quanti e quali dei sono ancora fra noi!” e all’altro che insisteva a domandare : “Ma quali?” il pittore rispondeva sornione: “Si guardi attorno, li scoprirà certamente.”

Pietro Pantino nasce a Palermo nel 1941 e gia`all’eta d i cinque anni dimostra una spiccata passione per il disegno. A soli sette anni e’ attratto dai pittori che si dedicano alla decorazione dei carretti siciliani. A dieci dipinge il suo primo quadro, usando un supporto di faesite rinvenuto casualmente per strada. A dodici inizia ad apprendere i primi rudimenti dal suo primo maestro Ernesto Crispino e, alcuni anni dopo, frequenta il Professor Albano Rossi che lo indirizza allo studio dell’anatomia e consigliandogli l’iscrizione al Liceo artistico. Nel 1957 quest’ultimo lo fa esporre in una mostra collettiva patrocinata dal comune di Palermo e dell’Ente per il turismo. In tale occasione lo nota il critico d’arte Carlo Battaglia che gli dedica sul quotidiano “Grido di Sicilia” un articolo. In questa rassegna ottiene un buon successo di critica e di pubblico. In questi anni al Liceo artistico di Palermo e col Professor Gino Morici studia decorazione, disegno dal vero, scenografia cinematografica e teatrale. Sempre nel 1957 conosce il maestro Gaetano Infantino, con cui instaura un amicizia e un rapporto di lavoro come bozzettista illustratore pubblicitario facendo esperienza anche in questo campo; ammirato anche dal noto pittore Michele Fonti impara varie tecniche sistemi, e segreti di mestiere. Nel 1959 conosce altri pittori e da loro impara varie tecniche e segreti della pittura. Nel 1971 si trasferisce a Roma dove attualmente vive e opera. L’artista fa parte di ambienti elitari dove si fa conoscere anche come ritrattista.

Artista prettamente accademico per temperamento, studi e titoli, ha avuto, nel corso degli anni, numerosi allievi ed è un attento studioso del Caravaggio. I suoi dipinti figurano in tantissime collezioni.

 

Questo video è un disinteressato omaggio all’artista e alla sua poetica. E’ stato realizzato con immagini tratte dal catalogo di una sua mostra tenuta decenni fa presso la Galleria Tartaglia di Roma.

Marcello Carlino per Trentatreesimo Canto

Scrive il Prof. Marcello Carlino a proposito del Trentareesimo canto di Mariangela Calabrese: ” Se al culmine della Commedia, un cui segno distintivo, come scrisse Capitini, è quello del più, Dante confessa che la parola, di per sé insufficiente, può tradurre solo in minima parte, e per incommensurabile difetto, la vista di Dio, manifestatasi miracolosamente per istanti assai fugaci; e se, per renderne la suggestione come in un’eco, egli scrive un’immagine astratta, che delinea in monocromo un profilo umano per subito riassorbirlo in un trionfo di luci e di colori, Mariangela Calabrese, intrattenendosi in dialogo con il XXXIII del Paradiso, sceglie di accrescere, ancora nel segno del più, le trame e i modi di una rappresentazione indiretta, per accenni, per rinvii, per riflessi di riflessi. Perciò, nella sua installazione, s’attiene alla poetica del minimalismo e schiera lungo il percorso una sequela di simboli, in una semantica dalle cangianze allusive.

Ecco, per un verso, il rimando al capolavoro dantesco, in forza di frammenti citati con discrezione, con pudore, come letture di memorabilia compiute in un silenzio ammirato, non davvero come didascalie; ed ecco, al contempo, la via celeste posata sull’impiantito, quale indice del cammino che si può compiere colorando di chiaro e di puro la terra (e colorata, in un monocromo che reca però le tracce dell’intervento dell’uomo, è la tela lungamente sciorinata nel corpo della chiesa); ecco, infine, le sagome antropomorfe, nelle quali il personaggio-uomo si moltiplica, così che è di scena l’intera umanità, e la stilizzazione che ritaglia le figure e il bianco che ne scorpora il sembiante valgono a rammentare la necessità di un superamento del troppo umano che ci appesantisce, che ci stringe.

Anche il modello del viaggio, qui restituito all’essenziale (un sentiero, alcuni viandanti, la compunzione racchiusa in un marcato rasciugamento espressivo: il tutto per scansioni lievi e sommesse), sa di configurazione minimalista, mentre pure conserva intera la sua carica simbolica e la sua funzione di architesto a fondamento delle testualità espressive. Il chiamarsi dei simboli in corrispondenza avviene su di uno spartito numerologico, che conduce al tre; ma in particolare una simbologia caratteristica della tradizione dell’arte occidentale, ovvero la ripresa del leitmotiv iconografico delle figure in movimento o di una teoria di attanti (volta all’agnizione del sacro; o indirizzata verso il mistero, come in Canova), e la simbologia in proiezione minimalista dall’architettura di una chiesa, nel suo disporsi tra navata centrale ed altare, assumono nell’opera di Mariangela Calabrese un rilievo ben marcato. Ad esse specialmente è affidata la postulazione dei significati e, al contempo, è demandata la definizione dell’evento, speso tra la sperimentazione delle forme propria di una installazione, che si alloca appunto nei domini dell’evento, e il racconto archetipo, in una riduzione “astratta”, del presepe.

Il trittico apicale, che è l’analogo del riflesso di un riflesso di una pala d’altare, appare da meta sullo sfondo. Come il percorso suggerito dalla dislocazione delle sagome antropomorfe, il trittico suppone una scala ascendente, misurata dalla simbologia dei colori, fino all’oro che è, nelle religioni, simbolo di regalità e di sacralità, a richiamare il divino. Che poi il trittico racchiuda i segni di una matericità, che riporta per metafora alla condizione dell’uomo e al suo difficoltoso cammino di liberazione, si deve ancora all’intento di sottolineare l’intreccio che mai viene meno tra immanenza e trascendenza, fallibilità e perfezione, redenzione ed esperienza mai davvero conclusa del percorso che salva. Non irriferibile a questa dinamica polisensa è, letta nella contemporaneità, la consapevolezza dantesca della istantaneità, che non si lascia fermare e trattenere, della vista di Dio, ovvero del suo farsi riflesso di riflesso, in predicato di svanire, nella rappresentazione.

L’installazione di Mariangela Calabrese, infatti, “racconta” la ricerca del sacro e, contemporaneamente, concerne metalinguisticamente la dialettica dell’arte tra potere e impotere, tra realtà e utopia.”

Mariangela CalabreseTrentatreesimo Canto
Dal 17 al 28 Settembre 2020
Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli

Rocco Zani per Trentatreesimo canto

Scrive il critico d’arte Rocco Zani a proposito del Trentareesimo canto di Mariangela Calabrese: ” C’è un lavoro che più di altri sembra accogliere e risolvere la preferenzialità poetica di Mariangela Calabrese perché l’articolata “scrittura” dell’opera poggia su piani autonomi ma confinanti, in un sottile gioco di supposizioni, di riferimenti predati, di intervalli decodificati. Finanche la titolazione, “Trentatreesimocanto” è una sorta di offerta dovuta, percepita come viaggio introspettivo nei possibilismi di una verità celata. Verità storica, spirituale, intima. E come ogni verità, assediata dal dubbio.

L’opera segna, a mio avviso, il recupero di un pluralismo espressivo – e pertanto linguistico – assai caro a Mariangela Calabrese, ovvero quella “dimensione aperta” in cui l’artista rimescola le carte del suo personale sillabario covando, nello spazio, l’equilibrata ed efficace mistura di simboli e artifici. L’opera sembra snodarsi in un formulario comunque strutturato tra piani, volumi, identità tonali, indizi di memoria, prospettive di luce. Come ci fosse una sorta di solidarietà incalzante tra l’autrice e gli “strumenti del dire”. Senza privilegio alcuno nei rapporti di forza – materia, trasparenze, sguardi – piuttosto spogliando ogni disciplina della propria identità narrativa per ricomporle tutte in una sorta di recuperato “cortile” dove l’uso/abuso della scrittura suggerisce una inedita visione.

E’ in quello spirito di costruzione culturale – nell’intimo palinsesto di Mariangela Calabrese – che il “Trentatreesimo canto” si delinea come percorso capace di integrare, accogliere e mediare l’apparente intransigenza di ogni modello espressivo. E’ allora che le sagome scultoree si fanno interlocutori tonali e lo spazio alveo di umori e residenza di un ininterrotto incedere. E’ allora che le cromie dell’oro, della biacca e del lapislazzuli si fanno cielo di intenti e di stupore. ”

Mariangela Calabrese – Trentatreesimo Canto
Dal 17 al 28 Settembre 2020
Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli

Trentatreesimo Canto

Presso la Chiesa di San Severo al Pendino di Napoli, dal 17 al 28 Settembre verrà ospitata la mostra temporanea dal titolo ‘Trentatreesimo Canto‘ dell’artista Mariangela Calabrese.

L’installazione è ispirata al XXXIII canto del Paradiso dantesco e racconta la ricerca del sacro tramite la dialettica dell’arte tra realtà e utopia, attraverso una rappresentazione indiretta fatta di accenni e frammenti allusivi, in dialogo con lo spazio che l’accoglie. Seguendo la “via celeste” rappresentata da una lunga tela adagiata sul pavimento della Chiesa, e accompagnati da una serie di figure antropomorfe (immagini dell’intera umanità), i “visitatori” giungono infine all’altare, dove un trittico rappresenta con un’allegoria cromatica l’ascesa verso il Divino, meta finale di questo viaggio simbolico.

La mostra è a cura dell’Associazione Connessioni Culture Contemporanee di Napoli, direttore artistico Giovanni Mangiacapra, la presentazione, con testi in catalogo sarà affidata ai Critici d’Arte Rocco Zani e prof. Marcello Carlino.

L’inaugurazione avrà luogo alle ore 17:00 del 17 settembre 2020 e potrà essere visitata fino al 28 settembre.

Mariangela Calabrese – Trentatreesimo Canto
Dal 17 al 28 Settembre 2020
Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli

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