Luisa Menazzi Moretti per Ten Years and Eighty-Seven Days

Luisa Menazzi Moretti per Ten Years and Eighty-Seven Days

…Non ferirti in me, sarà inutile,
non ferir me, perché ti ferisci.
[Pablo Neruda, Il pozzo]

Ho vissuto in Texas per molti anni e ancora ogni soggiorno per lunghi periodi in una località a quaranta miglia da Huntsville, la cittadina conosciuta per il braccio della morte, trasferito da alcuni anni, per motivi di sicurezza, a Livingston, un altro piccolo centro lì vicino. Ho letto alcune delle lettere e delle interviste che i condannati a morte hanno scritto o rilasciato. Le loro parole, pensate nella solitudine delle celle, hanno ispirato le mie immagini. Mi sono limitata al Texas, non tanto per familiarità, quanto perché proprio lì si registra il maggior numero assoluto di esecuzioni negli Stati Uniti, ma anche nelle nazioni democratiche del mondo occidentale.

Dopo un’attesa che dura in media Dieci anni e ottantasette giorni, titolo che ho scelto per il mio lavoro, i condannati vengono giustiziati. Vivono tutto questo periodo in solitudine, in contatto con il mondo solo attraverso una radiolina da tavolo, dei libri e gli atti legali che li riguardano. Questi pochi privilegi li ricevono esclusivamente se si attengono con buona condotta a tutte le regole di vita carceraria prestabilite. Passano 3.737 giorni in media così, talvolta più di 20 anni, non sempre e indubitabilmente colpevoli.

Le mie immagini sono il frutto delle loro parole: le ho scattate pensando anche a chi è restato, ai familiari di chi è stato giustiziato. Non mi sottraggo alla consapevolezza dell’efferatezza spesso incontestabile del crimine, come d’altro canto, constato a volte l’assenza di crudeltà. In ambedue i casi e così anche in tutte le innumerevoli sfumature di ogni singolo episodio, mi chiedo: su quali sentimenti e ragioni si regge nel XXI secolo, nel ricco ed evoluto Texas, la pratica così arcaica dell’esecuzione?

Molte ancora sono le nazioni in cui vige questa condanna definitiva e barbara. Guardo al Texas perché rappresenta un primato, nel mondo occidentale del diritto, che ne fa una nazione simbolo di un’ assoluta e feroce contraddizione. Il mio sdegno è comunque rivolto a tutti i ventinove Stati Federali degli USA dove viene ancora oggi praticata o contemplata la pena di morte: si può davvero pensare che la condanna a morte possa essere una soluzione, in Stati che fanno parte di una confederazione di un Paese che si propone quale modello di democrazia liberale, di difesa e rispetto dei diritti umani? Ogni cittadino dovrebbe sentirsi non rappresentato, disonorato da una nazione che usi il suo potere per uccidere un uomo o una donna, colpevole o innocente che sia.