Luigi Reitani per Ten Years and Eighty-Seven Days

Luigi Reitani, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, per Ten Years and Eighty-Seven Days

L’astrazione di uno spazio interiore

Si può rappresentare visivamente il pensiero espresso dalla parola? È possibile dare linee, forme, colori alla logica sequenziale di un racconto, alle considerazioni articolate in una lettera o in una intervista? E si può raccogliere questa sfida, di per sé così impegnativa, utilizzando il mezzo artistico della fotografia, ovvero quel linguaggio che più di ogni altro sembra legato a una riproduzione mimetica della realtà, aliena dal pensiero verbale? Nel suo «progetto ispirato dalle parole dei carcerati nel braccio della morte in Texas» Luisa Menazzi Moretti si pone esattamente questo compito, dando vita a un corpo a corpo serrato tra immagine e parola, tra rappresentazione visiva e rappresentazione verbale. Non si tratta evidentemente di un velleitario tentativo di ‘traduzione’ letterale tra i codici di due linguaggi espressivi profondamente diversi. Semmai sono proprio gli scarti semantici tra parola e immagine a essere interessanti. La fotografia si incunea tra i silenzi e le ombre del non detto, si pone a lato – e non di fronte – al testo scritto, come sua possibile estensione, non come rispecchiamento. È così che le immagini si riverberano sulle parole, illuminandole di suggestioni che una prima lettura non rivelava.

Nulla è più concreto della realtà di un prigioniero che aspetta il giorno indeterminato della sua esecuzione: la cella di pochi metri quadrati, le scarse ore di luce, i colloqui con i familiari, i pochissimi oggetti quotidiani. È uno stato che porta nel caso migliore a riflettere su se stessi e sul mondo, molto più frequentemente alla depressione e al disagio estraniante. L’attesa della morte, ineludibile nella vita di ogni uomo, assume qui una dimensione perversa, perché totalizzante. Tuttavia le immagini di Dieci anni e ottantasette giorni rifiutano l’enfasi e sono lontane dal gesto eclatante della denuncia politica, così come da ogni ‘realismo’. Sebbene l’artista consideri la pena di morte «un’assoluta e feroce contraddizione» in uno Stato che fa della difesa dei diritti civili uno dei suoi principi fondamentali, ed esprima a chiare lettere il proprio «sdegno» in proposito, le sue immagini non mettono a fuoco la crudeltà dell’esecuzione, la violenza di un potere esercitato in nome della presunta sicurezza collettiva contro il singolo; il loro spazio è invece quello dell’estenuante attesa interiore dei prigionieri, attraversata da fantasie, desideri, angosce. Quanto più Luisa Menazzi Moretti si concentra sull’apparente materialità del rappresentato – le lineette che segnano i giorni dell’attesa, i tasselli incastrati di un puzzle – tanto più le sue immagini tendono a farsi astratte. Ma è proprio in questa inquietante astrazione che esse finiscono per corrispondere alla concretezza dello spazio esteriore esposto nelle parole dei condannati.

L’Istituto Italiano di Cultura di Berlino è orgoglioso di accogliere nell’ambito del Mese europeo della fotografia una mostra che unisce alla qualità estetica l’ethos dell’impegno civile. In questo senso la ricerca di Luisa Menazzi Moretti è rappresentativa di un’arte italiana capace di rinnovare la sua illustre tradizione nelle tecniche e nelle modalità espressive, restando tuttavia fedele sia alla sapienza artigianale che da sempre la caratterizza, sia al rigore della forma, in un’incessante relazione con i temi e problemi del nostro mondo.

Come ogni progetto di rilievo, anche questo – così significativo per la sua portata – ha avuto una lunga gestione, curata con competenza e affidabilità da Annamaria Di Giorgio e Stefanie Hamm, a cui ancora una volta va il mio sincero ringraziamento.