Lothar Müller per Ten Years and Eighty-Seven Days

L’ultima linea.
Sulla fotografia Dieci anni e ottantasette giorni di Luisa Menazzi Moretti

Lo sfondo appare come un panno che ha delle pieghe. Le lineette vi sembrano intessute. Sono simili, ma non proprio della stessa lunghezza. Sono disposte l’una accanto all’altra a gruppi di sette, verticalmente, ma non proprio a piombo. Su di loro sono tracciate grandi linee trasversali, una volta in modo più o meno orizzontale, un’altra in modo un po’ sghembo, in qualche caso si sporgono oltre le sette lineette. La somiglianza è comunque sempre maggiore della differenza. Le unità composte dalle linee verticali così biffate riempiono l’intera immagine. L’insieme ha l’aspetto di una scrittura, con righe fatte di parole composte tutte dall’identico numero della medesima lettera. Ma l’occhio non scorre su di loro da sinistra a destra come sulle righe di un libro. Le pieghe inducono lo sguardo a scorrere dall’alto verso il basso, le unità biffate poste una sotto l’altra sembrano connettersi in dieci colonne traballanti.

Nessuno può fotografare lo scorrere del tempo. Ma questa fotografia si intitola Dieci anni e ottantasette giorni, Ten Years and Eightyseven Days, Zehn Jahre und siebenundachtzig Tage. E così percepiamo ognuna delle lineette come un segno per un giorno e senza volerlo ci rifiutiamo di vedere nella linea trasversale un altro giorno, l’ottavo. Non può essere contato; il suo compito può essere solo quello di rendere percettibile che è di nuovo passata una settimana. E che qui la misurazione del tempo non avviene attraverso uno strumento meccanico di precisione. Non la vediamo, ma immaginiamo come artefice di tutti questi segni una mano, sempre la stessa.

Apprendiamo che la fotografia è nata dal titolo che porta. In media trascorrono dieci anni e ottantasette giorni dal trasferimento di un condannato nel braccio della morte fino alla sua esecuzione. Il luogo che dobbiamo associare a questa immagine è il braccio della morte nel carcere statale Polunsky Unit a sudovest di Livingston, in Texas, lo stato federale americano con il maggior numero di condanne capitali eseguite. Qualche anno fa il regista tedesco Werner Herzog ha girato nel braccio della morte della Polunsky Unit e nel carcere di Huntsville, dove hanno luogo le esecuzioni, il documentario In to the Abyss (2011) e la mini-serie TV On Death Row (2012). La cinepresa mostra, passando davanti a un tavolo con delle Bibbie, il corridoio che porta alla stanza dell’esecuzione, ne riprende la branda, riprende le interviste con i condannati.

Nella fotografia Dieci anni e ottantasette giorni non ci sono persone, né colpevoli né innocenti, non ci sono criminali e non ci sono domande su crimini la cui crudeltà toglie il fiato, non ci sono volti che fissano una cinepresa mentre parlano delle loro vittime. Ci sono solo linee che rappresentano numeri. Questa fotografia è il contrario di una fotografia documentaristica. Essa si rivolge all’immaginazione. Nessuno può fotografare lo scorrere del tempo. Tanto meno un tempo calcolato in media. E nessuno può esperire un tempo calcolato in media. Ma il titolo sconfina nell’immagine. E con lui sconfina anche la parola “braccio della morte”. La strada che porta a questo sconfinamento è lo sguardo di chi osserva. Senza il titolo, senza la parola “braccio della morte”, queste linee potrebbero ricordare le tacche che Robinson Crusoe dopo essere scampato al naufragio incide nel palo quadrangolare che gli serve da calendario. Robinson trascorrerà sulla sua isola quasi 28 anni. Questo non lo sa, quando inizia a incidere le tacche.

Nel diritto americano la pena del carcere a vita esiste in senso letterale: “sentence without parole”. Chi riceve questa pena è condannato a morire in carcere. Nella lista dei detenuti della Pulunsky Unit la categoria “sentence without parole” precede immediatamente la categoria “death”. L’abisso che separa l’una dall’altra si apre guardando la fotografia Dieci anni e ottantasette giorni. È l’abisso che passa tra le pene corporali e quelle temporali. Il carcere a vita è la condanna temporale ultimativa, nella quale la lineetta segue alla lineetta, la linea trasversale alla linea trasversale, fino alla fine. La pena capitale è la pena corporale ultimativa. Nel braccio della morte è al tempo stesso una pena temporale. Una pena temporale impregnata della pena corporale ultimativa. Questo trasforma le linee. Per qualcuno condannato a dieci anni di carcere ogni linea rappresenta l’avvicinarsi della fine del periodo di detenzione, per quanto grande ne sia la distanza. Per il condannato a morte senza prospettiva di grazia ogni linea rappresenta l’avvicinarsi dell’esecuzione, per quanto incerta sia la sua data. In ogni linea è presente la futura esecuzione. Solo un condannato a morte può sapere come un uomo – a cui potrebbe appartenere la mano che vediamo dentro le linee della fotografia – viva questo tempo di attesa che si nasconde nelle stesse linee.

L’idea più semplice che possiamo farcene è quella della vittima della giustizia, del condannato ingiustamente, la cui innocenza, come spesso accade, viene alla luce solo dopo la morte. Il condannato ingiustamente a morte non può però essere l’argomento decisivo contro la pena capitale. L’argomento decisivo è stato fatto valere dall’illuminista italiano Cesare Beccaria: non può essere un atto di giustizia che lo stato tolga la vita a un suo cittadino, qualsiasi crimine gli si possa imputare. Per questo, quanto più a lungo consideriamo la fotografia, l’immaginazione popola quel paesaggio di linee con immagini spaventose, provenienti dalla persona che riteniamo esserne l’artefice. La legge per cui il tempo scorre per lui è stata però fatta dallo Stato. Anch’esso è invisibilmente presente nella fotografia. Dalla sua statistica scaturisce il titolo. Ed è lo Stato a far sì che l’ultima linea mostrata sia quella prossima all’esecuzione.