Mitologia Omerica

Scrive Piero Longo a proposito di Bruno Caruso e della mostra ‘Mitologia Omerica‘ : Nella sua lunga e affascinante avventura nel mondo dell’Arte , Bruno Caruso, ha sempre avuto un continuo e creativo rapporto con la classicità.

A prescindere dalle sue più antiche prove, già nel 1977 con il pamphlet. “Mitologia dell’Arte Moderna” egli, come pittore e intellettuale tra i più rappresentativi della nostra cultura, aveva assunto,infatti, una posizione critica nei confronti dell’Astrattismo più velleitario e delle avanguardie più pretestuose, riaffermando il valore specifico del disegno e della pittura che -come ha scritto nel recente saggio La memoria del pittore (Il Girasole Edizioni ,Catania 2004 ) – restituiscono alla vita, al mondo e alla natura,quel patrimonio di pensieri ed emozioni trasfigurati come opere d’arte nelle quali, attraverso la memoria e l’intelligenza creativa, il pittore può raffigurare il passato e anticipare il futuro, grazie alla sua intuizione e alla sua coscienza estetica che dovrebbe superare i limiti di ogni convenzionalità. “ Non dovrebbe sfuggirgli nulla perché, a regola d’arte, il pittore deve conoscere tutto quel che in pittura è stato fatto prima di lui,se non altro per non rifarlo; deve scartare gli altri per non ripeterli mai.”

Sul piano critico, possiamo dunque considerare la grande mostra allestita a Siracusa nel Museo Regionale di Palazzo Bellomo nel 1989 come il manifesto del classicismo carusiano e certamente la prima e organica sintesi pittorica del suo specifico rapporto con il mondo della classicità .

Di questo suo agire consapevole di artista e intellettuale che non ha mai rinunciato alla dialettica tra innovazione e tradizione ,mettendosi in gioco e sfidando l’acquiescente banalità delle mode culturali, quella mostra, non a caso intitolata Mitologia, registrava una dichiarazione di poetica e una scelta ponderata. Si trattava infatti di una significativa chiarificazione operativa ed estetica nei confronti del mondo dei miti della grecità e della romanità che è stato sempre presente nella cultura europea anche quando veniva rigettato e accusato di obsolescenza da parte di quegli artisti e intellettuali, falsamente rivoluzionari, che dall’Età dei Lumi alle Avanguardie storiche e oltre, si sono arrogati il diritto di cancellare il passato in nome di una pretesa libertà morale che imponeva, a sua volta, nuovi canoni estetici. Il bisogno di scardinare i vacui canoni classicistici è stato giustamente avvertito molte volte nel corso della storia della cultura italiana ed europea ma il tentare nuove vie di rinnovamento non passa necessariamente dalla negazione dei valori della classicità poiché si è dimostrato che con quel passato, radice della nostra civiltà , bisogna inevitabilmente fare i conti perché possa parlarsi veramente di rinascita morale e culturale della società e degli artisti che la rappresentano.
La dialettica tra classicismo e modernità ha sempre prodotto gli esiti più pregnanti e innovativi proprio tra quegli intellettuali e artisti che hanno vagliato criticamente l’imprescindibile rapporto che esiste tra passato e presente attraverso il quale si persegue la via delle invenzioni e delle mutazioni che preconizzano il futuro: basti pensare alla grande stagione del Rinascimento italiano. Del resto, non a caso, il tema della classicità e della modernità si è ripresentato quasi ad ogni scadere di secolo e ad ogni esaurirsi delle pretese rivoluzioni culturali; anzi dal Neoclassicismo settecentesco, al post-romanticismo e nella stessa epoca del decadentismo e del Novecento delle avanguardie fino alle trans -avanguardie dell’età postmoderna , il ricorso alla classicità ha consentito gli esiti più significativi proprio a quegli artisti che hanno veramente rinnovato la cultura. Per restare nel campo della pittura basterebbe citare lo stesso Picasso, apparentemente così lontano dai canoni classici.

Bruno Caruso proprio in quella mostra dell’89 ribadiva perciò a chiare lettere e con le forme della pittura questa necessità dell’antico in un mondo tutto proteso all’innovazione tecnologica disumanizzante dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, della bomba atomica, del VietNam e dei misfatti che ancora oggi continuano ad insanguinare la terra. Egli riproponeva tutto il peso dell’eterna giovinezza dei miti con la dolorosa consapevolezza della loro attualità e con la forza di quel suo segno che, nutrito da una cultura aperta agli orizzonti più innovativi della contemporaneità , non aveva mai smesso di rapportarsi alle opere dei maestri della pittura amati e appassionatamente studiati sin dall’apprendistato.
La lingua dei classici si è rivelata infatti strumento critico per la sua autonoma rilettura della storia antica e recente e fonte inesauribile della rappresentazione pittorica, condizione di partenza per il suo slanciarsi verso la vita sempre nuova che la sua arte sa cogliere indipendentemente dai pregiudizi accademici e ideologici. Caruso ha sempre guardato la classicità per vivere il suo presente di artista e intervenire nel dibattito delle idee con i suoi strali e la sua ironia,le sue emozioni e passioni, il suo gusto raffinato e spregiudicato, senza mai tradire la pittura intesa come disegno, forma e colore che creano i nuovi spazi dell’utopia e della denuncia e affermano, con disperata gioia, l’ineluttabile sequenza della vita che corrode la bellezza e supera la stessa morte. Gesualdo Bufalino che presentava il catalogo di quella mostra citava tra gli altri Durkheim ,Lévy -Strauss e Mircea Eliade per sottolineare le implicazioni di ordine simbolico , religioso e sentimentale connesse ai miti e accostava Savinio e Clerici alla esperienza di Caruso senza però ricordare le sue frequentazioni con De Chirico ,Mario Praz , Santo Mazzarino e Federico Zeri, amici più volte ritratti nei suoi quadri e che costituivano il sodalizio intellettuale del pittore che con essi approfondiva e verificava la sua riscoperta estetica del mondo antico, come un “puer che se ne lascia ingenuamente sedurre, mentre ,come maturo esegeta, lo indaga con passionale rigore.” Aggiungeva inoltre una notazione che sembra preconizzare la grande produzione che oggi, con più di cento opere, costituisce questa nuova mostra allestita nella sala Montalto del Palazzo reale di Palermo e ispirata ancora una volta dai miti “depositari dei più antichi stupori e terrori dell’uomo di fronte agli arcani del cosmo e scaturigine di ogni commercio con l’invisibile sottomondo dei morti e con l’altrettanto invisibile sopramondo degli immortali. Sicché, con la stessa prodigalità con cui egli dispensa alla nostra attenzione favole che sono anche apologhi sacri e morali,altrettanto ci alletta con due semi di diverso e uguale incantesimo:un turbamento del cuore e un’arguzia del raziocinio.”

L’autore di Argo il cieco non dimenticava perciò il sodalizio con il comune amico Sciascia che rappresentava per Bruno il versante di quella ironia politica e filosofica presente nel suo mondo intellettuale, intendendo alludere, forse, all’allegria creativa dei disegni e dei pamphets che amplificano il significato della sua pittura anche quando essa possa apparire estranea ai conflitti del mondo come nei famosi “ Canestri con fiori ,frutti e farfalle” , nelle” Vedute romane con marmi antichi e resti monumentali” e nelle singolari “ Composizioni” nelle quali gli elementi fitomorfi e zoomorfi alludono sempre alla Vanitas .

“Turbamento e arguzia ” sono dunque i due semi che hanno fruttificato e nutrono questa “Mitologia Omerica” attraverso la quale Bruno Caruso intende mostrarci il fascino e l’ approfondimento dei temi mitologici tante volte affrontati ma oggi rivisitati attraverso le due opere attribuite ad Omero e tenendo a mente le traduzioni di Monti e del Pindemonte che risuonano di quella musica perenne della classicità nella loro libera e creativa aderenza allo spirito dei testi. Questo assunto consente al nostro pittore un nuovo viaggio epico ed avventuroso e soprattutto di utilizzare a suo modo le varianti dei miti narrati ,scegliendo, e talvolta reinventando, quelle più congruentemente consone alla sua sensibilità e alla cultura del nostro tempo di cui egli è protagonista e attento osservatore. La novità consiste dunque nella fluidità di una narrazione per immagini che, con coerenza di linguaggio, affidato alle tecniche più diverse che vanno dal semplice disegno a matita, alle chine, all’acquarello, alle gouaches, alle tecniche miste, alle tempere, agli oli, inseguono le sequenze del mito secondo una ratio esegetica che non esclude, appunto, l’invenzione e non esaurisce mai l’argomento riprendendone aspetti rivelatori che riferiscono fatti e avvenimenti in analogie e metafore trasferibili alla realtà contemporanea certamente più violenta e meno rispettosa del sacro e della natura. Secondo i più noti studiosi dell’antropologia culturale e delle altre scienze affini,il mito fu la prima parola dell’uomo, è la vita che sta prima delle parole perché , rispetto al lògos che razionalizza , mythos è l’intuizione immaginativa, è metafora, porta fuori.

I miti,infatti, non significano ma operano, sono ,come afferma Hillman ,il flusso della mente che tenta di spiegare l’universo e in essi coincidono simboli e significati che contengono gli elementi perturbanti che la ragione elimina attraverso la rimozione e la conoscenza scientifica. I simboli, spiega Galimberti ricorrendo all’etimologia greca del termine, mettono insieme la magia della vita rinviando all’infinito conoscenze che il sapere circoscrive, esprimono cioè una assolutezza metaforica che porta alle realtà più diverse che essi rappresentano prima della razionalizzazione poiché “ la parola espressa è il cadavere della parola mitica”. Il simbolo sta al di qua della parola, è visione conoscitiva aperta all’infinito e non si circoscrive come parola, non é segno ma disegno, creativa invenzione della vita ,spazio dell’immaginazione. In questo senso dobbiamo perciò intendere l’opera di approfondimento di Bruno Caruso nei confronti della mitologia omerica rivissuta attraverso l’immaginario dell’Iliade e dell’Odissea e l’intuizione creativa della sua arte di disegnatore e pittore. Se con l’abbandono degli dei e degli eroi il mondo ha perso il suo incanto,ecco che,nel suo disincanto,l’uomo Caruso tenta di ricrearlo ponendosi con occhi più curiosi e sagaci, a riguardare La Grecia dell’Olimpo, come nell’ autoritratto posto all’inizio della sequenza espositiva, emblematico richiamo di una umanità che tenta di riaffermare la vita ricercando i suoi archetipi.

“ Se la mente è l’Olimpo – dice ancora Hillman – ciascuna figura che lo ha abitato è archetipo, riferimento e spiegazione della vita e del conflitto che porta alla malattia e alla ricerca di una terapia”. Si potrebbe dunque affermare che in questa sua visionaria immersione in quel mondo, l’io mediterraneo e solare di Bruno torna ad accostarsi alla natura che accetta e resiste agli ostacoli, rischiando di smarrirsi e di smarrirci nei labirinti di “ genealogie, parentele, filiazioni asimmetriche e amori illeciti” di dei, semidei, eroi, uomini e mostri . Tralasciando la Teogonia esiodea e resatando fedele alla tradizione omerica,egli comincia ,infatti,col presentarci, per dirla rispettivamente con i Del Corno e Malerba, “il Panteon più dissoluto dell’antichità e la società più turbolenta e libertina di dei e semidei” i comportamenti trasgressivi e gli eroici furori degli uomini, le colpe, le vendette,le purificazioni, le virtù e i vizi che da Achille a Odisseo, da Clitennestra a Elena da Agamennone a Ettore , a Circe a Penelope nell’avvincente sviluppo dell’Iliade e dell’Odissea si fanno ,appunto, simboli della condizione umana che ancora si dibatte nella ricerca della verità e del suo “ubi consistam”.

“Sul palcoscenico dell’Olimpo sfila una banda di mascalzoni emeriti, vanno in scena incesti, adulteri, latrocini, seduzioni,uxoricidi, parricidi, amplessi con animali, pedofilie e cannibalismi, guerre e festini”, tutta la vasta gamma di perversioni ,sogni, aspirazioni e ideali che si rispecchiano nelle divinità archetipiche di una umanità che sembra uscire dalle cronache dei nostri giorni ma che dipanandosi nei singoli miti offre una panica concezione del mondo che ha ancora fiducia nella giustizia e nella epifania del divino. Pittore del nostro tempo, Bruno Caruso coglie con ironica consapevolezza il divario che corre tra quel mondo che credeva nella catarsi e la nostra condizione di contemporanei che viviamo la fine dell’antica tragedia, con la lucida e raffinata riflessione di una ratio e di un assolutizzante relativismo che bloccano la vita nell’assurdità del pirandelliano vedersi vivere e nell’impossibilità di mutare quel già compiuto nel quale scorrono disperatamente esseri e desideri : il dramma bloccato di una cultura giunta all’apice di una attesa senza palingenesi.

Lo spettacolo mitologico che ci offre Caruso consiste, come direbbe Adorno, “ nell’incanto disincantato della contemplazione, cioè nel grande gioco della sua arte, poiché veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi e l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”.

Così nelle figure degli dei ,da Zeus ad Hera, da Atena a Poseidone, da Apollo ad Artemide, l’immaginario scorre e si sofferma su Dioniso e la sua corte di Baccanti quasi a sottolineare l’ebbrezza tutta terrestre di una immortalita a misura umana ,mentre al bagno di Hera tra due ninfe fanno da contrappunto Ganimede ed Europa che Zeus, come aquila e toro ,rapisce ai suoi amori trasgressivi ,ormai sicuro del suo regno dopo avere vinto i giganti tra i quali spicca Encelado ucciso dalla lancia della vergine Pallade-Atena . E gli altri miti legati agli amori di Zeus vanno via via intrecciandosi con le vicende degli altri dei attraverso la storia di Pèrseo e di Medusa ,di Leda e dei Dioscuri, di Téseo e di Heracle,di Pan e delle Ninfe ,di Mostri e di Sibille che muoveranno, in sintonia col Fato, le fila dell’epopea troiana e del lungo errare di Odisseo.

Ecco allora che ai due incipitari con le immagini del Vate e della musa Calliope, seguono i personaggi considerati come responsabili di quello scontro tra due civiltà rivali di cui Paride ed Elena sono esemplari rappresentanti e pretestuosi strumenti di quella volontà di dominio che il potere adombra ricorrendo alla volontà del Fato. Si presentano ai nostri occhi le tre dee e il pomo della discordia che il giovane Paride consegna ad Afrodite conquistato dalla sua promessa dell’amore della bella tindaride; Briseide che sarà oggetto di contesa tra Achille e Agamennone; Cassandra che profetizza il disastro .La lunga sequenza dedicata ad Achille, reso invulnerabile dalla madre Teti alla presenza dal centauro Chirone, scorre con l’episodio di Tersite, l’assenza dell’eroe dal campo di battaglia fino alla morte dell’amico Patroclo, si concentra poi su Efesto e la sua fucina, con ben sette immagini dedicate alle nuove armi che il Pelide indosserà per vendicare l’amico, e si conclude, dopo l’uccisione e lo strazio del corpo di Ettore, con la sua morte provocata dalla freccia scagliata da Paride. E poi l’inganno del cavallo, le Erinni assetate di sangue che presiedono alla distruzione, le figure di Anchise,di Clitennestra e della sorella che rinviano ad altre storie e tragedie adombrate nella malinconia di Elena. Il soffermarsi sulla fucina di Vulcano e l’avere scelto la testa di Medusa come emblema dello scudo di Achille, meritano un cenno perché sono carusianamente congeniali alla libertà creativa del pittore attento alle variazioni significanti che le sue opere ribadiscono sul piano del simbolo: il fuoco che rigenera , il sangue di Medusa che si fa corallo mentre il suo sguardo provoca la morte. E così Poseidone torna più volte nell’immaginario dell’Odissea quasi a scandire il respiro marino delle peregrinazioni ulissiache e ci sembra che, al di la della sua vendetta per l’accecamento del figlio Polifemo,il dio del mare sia ancora una volta simbolo della vita e della morte di cui l’uomo Odisseo vorrebbe conoscere il segreto. Non a caso nella sequenza a lui dedicata non manca la sua discesa nell’ Ade e ,non a caso, anche nella sua discesa all’Averno, l’Eracle di Caruso incontra il fantasma di Medusa. Dunque Poseidone e la crudelissima immagine dell’occhio di Polifemo accecato dal tronco incandescente, come racconta Odisseo nella reggia di Alcinoo. E poi le disavventure, le vicende e gli amori: Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi ,Calipso, Nausica ,l’arrivo ad Itaca sempre inseguito dall’ira di Nettuno. L’incontro col cane Argo arresta la sequenza che si conclude con gli sguardi pensosi di Euridice, di Euriclea e di Penelope intenta ancora nella sua tela infinita.

E infinita si presenta questa immaginifica Mitologia omerica di Caruso che lascia spazi per nuove incursioni nelle quali il suo disincantato amore per la vita, troverà altre prove per la sua arte. Del resto la presenza dominante della donna e dell’eros in tutta la sua opera di disegnatore, pittore e incisore, riconduce alla vitalità di un artista che cerca nella bellezza femminile quel segreto della natura che è sempre viva ,come panica presenza, nella sua nella coscienza e nella sua indagine estetica di intellettuale e spregiudicato moralista.Ovidio racconta che anche Augusto teneva nella sua camera una tabella promemoria che ritraeva i vari tipi di accoppiamento graditi a Venere: le tabelle di Caruso hanno i loro prototipi nelle collezioni di arte antica conosciute in tutti i musei che egli conserva nella memoria del suo immaginario dove realtà e mito si fanno icone della verità che si cerca.

Nella famosa Epistola ai Pisoni sull’Arte poetica, Orazio ,parlando di Omero che cita ben quattro volte, dice che il vate “si avvia rapido al fatto e trasporta il lettore nel mezzo degli eventi come fossero noti e tralascia le parti che appesantirebbero il racconto; inventa, mescola vero e falso in maniera tale però che la parte centrale non discordi dall’inizio né il finale dal centro. Anche se talvolta sonnecchia, ha però mostrato il metro giusto per narrare imprese di re e di eroi e guerre tremende”. In un altro passo aggiunge poi: “ La poesia è come la pittura; c’è il quadro che si ammira da vicino e quello che vuole distanza, quello che ama la penombra e un altro che vuole essere visto in piena luce e non teme l’occhio esperto del critico; il quadro che piace una volta e quello che si adora ogni volta che si guarda. Se, come chiosava all’inizio di quella stessa epistola

“ I poeti e i pittori hanno sempre goduto della libertà di osare tutto” ci sembra che mai ,come nel nostro caso, le parole di Orazio si siano prestate al chiarimento del rapporto che intercorre tra l’opera del pittore e il grande modello che egli ha osato sfidare poiché quel giusto metro cui si riferisce il vate romano, sembrerebbe, con cognizione di causa, quello seguito da Caruso il quale anche lui talvolta sonnecchia, ma certamente ha fatto di questa sua fatica mitologica un grande poema visivo della sua adesione alla classicità.

Con il suo straordinario segno, nel quale l’esattezza fantastica e filologica giocano con le seduzioni cromatiche delle sue tavole, egli restituisce credibilità e consistenza alla metafora delle antiche favole e sa parlare, appunto,al bambino che è in noi e alla logica dell’adulto che indaga con ironico distacco i turbamenti della coscienza e i simboli nei quali la cultura umana nasconde i suoi disastri e le sue aspirazioni.

“Mitologia Omerica”

Autori: Bruno Caruso
Direzione: Sabrina Di Gesaro

Curatore dell’evento: Giuseppe Carli
Luogo: Centro d’arte Raffaello
Opening: sabato 15 dicembre 2018, ore 18:30

Progetto grafico: Tivitti

Special Thanks: Costantino Wines

Durata: 15 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019