Robert Rauschenberg

La Galleria Conceptual presenta una mostra dedicata a uno degli artisti più prolifici e sperimentatori del Novecento: Robert Rauschenberg.

La personale raccoglie una serie di opere realizzate fra gli anni ’70 e ’80, durante i viaggi dell’artista tra India, Giappone e Cina: ispirato dalle culture orientali, l’artista introduce nell’opera vari oggetti, operando una fusione fra diversi materiali e la pittura, alla quale non rinuncia mai. Rauschenberg definisce questa personale unione fra cose quotidiane e pittura combine-paintings (dipinti combinati).

I lavori di Robert Rauschenberg hanno una forte unicità, determinata dal modo in cui l’artista sceglie e accosta gli elementi, nonché dalle parti dipinte a mano, la sovrapposizione del collage, le immagini in composizioni reticolari libere e le imperfezioni del processo serigrafico, elementi che distinguono il suo lavoro dalla più fredda Pop Art. Un viaggio intercontinentale tra paesaggi, atmosfere, anime aleatorie. Un alchemico senza restrizioni.

Bike e Sand (entrambi del 1974) fanno parte degli Hoarfrosts, eseguiti tra il 1974 e il 1975 con diversi tessuti. Il titolo, che in inglese significa brina, fa riferimento all’Inferno della Divina Commedia: accompagnato dal poeta Virgilio, Dante discende all’inferno, avvolto nella nebbia e nel gelo. L’inizio del XXIV canto recita: “quando la brina in su la terra assempra / l’imagine di sua sorella bianca, / ma poco dura a la sua penna tempra”.

Rauschenberg scoprì questa tecnica mentre lavorava con la litografia. Egli notò che la garza usata per pulire le lastre di pietra manteneva tracce della carta da giornale. Usando un solvente che consente alle immagini di essere trasferite su tessuto, iniziò a trasferire le immagini dei giornali su seta, cotone e chiffon. In alcune di queste opere strati di tessuto trasparente o semi-trasparente si sovrappongono, creando delicate composizioni di grande profondità ed eleganza. Gli “Hoarfrosts” parlano di occultamento e di trasparenza, “presentando le immagini nell’ambiguità dell’improvviso immobilizzarsi nella messa a fuoco o del disciogliersi alla vista” (Rauschenberg).

Anche le opere uniche Untitled (1979) e Christmas ’88 (1988) sono state realizzate con la stessa tecnica.

Early Egyptian Series 14 (1974), è un’opera che si inserisce nella serie omonima, creata nel 1973-4, il cui materiale dominante è il cartone. L’artista, non senza una certa ironia, prende delle scatole di cartone, le appiattisce, le ricopre di colla e le fa rotolare nella sabbia o le avvolge nella garza come mummie per realizzare grandi sculture o rilievi murali.

L’interesse di Rauschenberg per l’antico Egitto è in parte ispirato da letture e in parte dalle visite al Louvre. Recuperando un elemento come la scatola di cartone, usato e gettato via, l’artista pone l’osservatore di fronte ai temi della caducità e della continuità.

Le opere Hard Eight e Box Car (entrambe del 1975) appartengono alla serie Bones, prodotta insieme alla serie Unions, a cui invece afferiscono Quorum, Junction e Ballots (1975). Entrambe furono realizzate dall’artista durante il mese trascorso in India presso la residenza Gandhi Ashram ad Ahmedabad, un importante centro di produzione tessile. Le prime sono realizzate con carta fatta a mano, tessuto e legno di bamboo; le seconde sono invece composte da stracci e fango, spesso cosparse di spezie per arricchirle del caratteristico aroma, con aggiunta di tessuto, legno e spago. Affascinato dalla cultura indiana, Rauschenberg si lascia ispirare dalle loro tradizioni nell’utilizzo di materiali semplici, come gli stracci e il fango, nel loro assemblaggio e nelle tecniche di tessitura.

La mostra, a cura di Graziano Menolascina, continua in galleria fino al 17 marzo.

 

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Getulio Alviani

Scrive Claudio Cerritelli a proposito di Getulio Alviani : Le opere di Alviani trattano il movimento della luce intesa come un avvenimento visuale che si identifica attraverso le sue matrici metalliche, ognuna delle quali completamente autonoma: sono le sue celebri composizioni metalliche, di acciaio o alluminio, lavorate secondo un processo di fresatura (superfici a testura vibratile) o di tornitura meccanica (superfici tornite), queste ultime spesso concepite come moduli componibili e di dimensioni inferiori.

Con le superfici a testura vibratile, lo sviluppo delle ricerche visive di Getulio Alviani si tramuta in evento estetico, frutto di un lucidissimo processo inventivo che si può quasi considerare un incunabolo agli studi sui temi della percezione e della visione nelle realtà tecnologiche e artistico-digitali contemporanee.

“Geneticamente progettista”, Alviani è stato sempre sostenitore di una necessità di rigore e precisione, che lo ha portato a considerare design industriale e architettura come fondamentali alla risoluzione dei problemi legati all’esistenza dell’uomo. Allo stesso modo, l’arte va considerata come una necessità, e l’opera non è altro che il risultato di una ricerca, e quindi la risoluzione di un problema, nello specifico di un problema legato alla percezione visiva. “Nell’oggetto compare un problema, non tanto come problema particolare o di fisica, per esempio, o di geometria, ma soprattutto il concetto di problema; cioè si tratta della problematicità stessa che trova una sua forma espressiva”. E ancora “Quella delle mie superfici è una storia che avviene nel mondo del lavoro produttivo, non dell’arte”.

Le opere di Alviani riescono a riprodurre visivamente lo strettissimo rapporto che esiste fra spazio e tempo, attraverso una progettazione quasi maniacale che coinvolge lo spettatore, in quanto è proprio la percezione dell’osservatore dell’opera, ad attivarla e a realizzarla. Una “fruizione dinamica”, quindi, né sensoriale né emotiva, bensì psicologica, in cui l’opera si delinea attraverso i celebri fattori teorizzati dall’artista: riflessione, fonte luminosa, angolazione visiva, movimento, vibratilità dell’oggetto, comportamento del fruitore.

Da sempre interessato alla luce come fenomeno fisico, impiegando calcoli esatti ed estrema attenzione ad ogni dettaglio nel raggiungimento dell’eccellenza, Alviani ha sempre affermato che la sua arte è fatta per far pensare, e l’aspetto estetico non è da tenere in considerazione. La sua particolare poetica artistica, caratterizzata da una sintesi estrema della razionalità (che forse raggiunge il suo apice negli studi di grafica “Da 0 a 9” e “Da A a Z”) fa sì che l’opera non sia più un prodotto soggettivo della mano dell’artista, bensì risultato di un’indagine rivolta a problemi di ordine strutturale nel rapporto fra opera e spettatore, inaugurando così una nuova fase della grammatica dell’arte”.

GETULIO ALVIANI: IL MOVIMENTO DEL PENSIERO
19 aprile – 3 giugno 2018
Galleria Conceptual
Via Goffredo Mameli 46, Milano
19 Aprile, dalle ore 18.00

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