Whale Fall

Giovedì 13 settembre la galleria Davide Gallo ha il piacere di inaugurare “Whale Fall” mostra personale di Andrea Barbagallo.

Per spiegare il concept della mostra bisogna riferirsi alla spiegazione che l’artista, classe 1994, da del titolo:

Whale Fall è un termine che richiama direttamente al processo per cui la morte di una balena nei fondali marini incentiva la creazione di diversi ecosistemi che consumano la carcassa del cetaceo.

Ed è proprio il desiderio di immortalare tali ecosistemi, uno dei punti di partenza della ricerca estetica di Andrea Barbagallo. Il concetto di trasformazione è da lui operato nel senso di tensione all’immortalità, elemento di conservazione in opposizione al disfacimento intrinseco della materia, della forma e del rapporto tra materia e forma.

“L’immortalità” per Andrea Barbagallo non va intesa come tensione spirituale, nulla di escatologico; essa è una variante, possibile, eventualmente conseguente al sapiente utilizzo di nuove tecnologie impiegate su nuovi materiali. E così, mentre la giovane scultura italiana, spesso si attarda su forme minimali, onestamente obsolete, su geometrie che indagano uno spazio già fin troppo esplorato, Barbagallo, in linea con l’ultima ricerca, fortemente innovativa, attuata dagli studenti di alcune classi dell’accademia di Brera, investiga la materia dell’opera, intesa dunque non come strumento per la rappresentazione “scenica” dell’opera stessa, ma territorio di analisi, ecosistema in cui diverse qualità della materia coesistono, si scontrano, e nella loro tensione verso un nuovo equilibrio, generano forme nuove, in continua metamorfosi poiché continuamente mutate da elementi estranei alla loro composizione organica e voluti dalla mano “alchemica” dell’artista. Ecco che compaiono funghi, licheni, muffe, che si innestano su formazioni organiche di plastiche biodegradabili. L’opera si rinnova, anche se impercettibilmente, in modo costante ma inesorabile.

La forma è la non-forma di pixel “scolpiti” da una stampante 3D; la non forma contamina l’immagine tradizionale del quadro mettendo in crisi la sua rappresentazione tradizionale e borghese… le immagini, tutte “ready made”, vengono squilibrate dall’intervento dell’artista che le ridipinge quasi completamente, squilibrandone la composizione interna e riequilibrandone in virtù di un nuovo gioco di forze che crea appunto ecosistemi artificiali, destinati ad ambire ad un’immortalità forse della forma, ma quasi certamente del contenuto.

La mostra sarà visitabile da giovedì 13 a sabato 22 settembre, ogni giorno dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 19. Dal 24 settembre al 20 ottobre, per appuntamento.

 

davide gallo – via Farini 6 (2nd yard), 20154 – Milan
+39 339 158 61 17 | www.davidegallo.net | info@davidegallo.net

Silence

Giovedì 1 marzo 2018, dalle 18 alle 20,30 la galleria Davide Gallo, via Carlo Farini 6, 2ndo cortile Milano, ha il piacere di inaugurare la mostra “Silence”, dell’artista Takwa Abu Barnosa, terza mostra della stagione 2017/18, dopo Adeela Suleman e Rebecca Agnes, dedicata all’arte al femminile, all’impegno delle donne affinché l’arte sia veicolo di comunicazione sociale e di analisi dei fenomeni storici dell’immediata contemporaneità.

Nata a Tripoli nel 1998, Takwa Abu Barnosa a soli 20 anni ha il coraggio di raccontare la sua terra, la Libia, un paese a cui l’Italia è storicamente legato, senza veli e giudizi. Con occhio fermo e mano decisa, l’artista affronta il tema della guerra in modo virile, raccontandola con un gusto quasi da reportage. Il suo punto di vista non è quello dello storico, che ambisce ad una sintesi, ma del cronista, che scandisce gli eventi nel loro divenire, sicché le sue opere non desiderano esaltare i fatti con lo scopo di far emergere un vincitore, ma tutti sembrano vincitori e vinti allo stesso tempo.

Il rapporto tra la guerra, i media e il web, è il punto saliente della ricerca di Takwa. Per l’artista, in assenza di media locali trasparenti, la politica non è riuscita a creare una nuova realtà coesa che sappia andare oltre le diversità etniche e linguistiche della complessa società libica, sicché, quella che nacque come rivoluzione del popolo, si è trasformata in guerra civile e questa, incastrandosi con l’integralismo, le migrazioni, e la lotta per il petrolio, ha assunto i caratteri di una tragedia epocale creando nuove, immense, sacche di povertà e squilibrando le dinamiche dei paesi che affacciano sul Mediterraneo. Dal lavoro di Takwa Abu Barnosa emerge che in questo disastro, dove tutti sono contro tutti, è venuto meno il sistema dei valori tradizionali che reggono un conflitto: eroe non è più colui che vince in nome di un ideale, ma semplicemente chi riesce a sopravvivere alle sfide quotidiane sul campo di battaglia; e la guerra, non solo è combattuta da armi super tecnologiche che la rendono spettacolare come un video gioco, ma é combattuta anche in conseguenza degli impatti che le “news” hanno sull’opinione pubblica globale, sicché la spettacolarizzazione, come nei video dell’Isis, diventa parte integrante di questo nuovo, abominevole, processo di morte, ed ecco perché la spettacolarizzazione è una citazione costante nell’opera della Barnosa.

E qui tocchiamo un altro punto fondamentale della sua ricerca: il rapporto con il web. La mimesi non è più con la realtà, ma con il web che “cita” la realtà. Il materiale su cui l’artista lavora, le informazioni, le immagini, sono o assomigliano a “download”, e vengono percepite dall’osservatore come frammenti di memoria collettiva che solo grazie al suo intervento, al suo occhio fotografico, assurgono a memoria storica di un presente in costante e drammatica mutazione. Le immagini galleggiano in un’aura visionaria, come fossero sospese nel tempo, una sospensione che però non disturba, ma al contrario esalta ed enfatizza la cronaca di cui sono pregne.

Takwa Abu Barnosa gestisce anche uno spazio per giovani artisti a Tripoli, e questa ricerca la rende figura ancor più dinamica nell’impegno per la crescita dei linguaggi artistici del suo paese.

La mostra sarà visitabile da venerdì 2 marzo a venerdì 9 marzo, ogni giorno dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 19. Da lunedì 12 a sabato 7 aprile 2018, su appuntamento.

Didone

Martedì 28 marzo, la galleria Davide Gallo inaugura la mostra “Didone – dell’amore, dell’inganno, dell’esilio e del suicidio“, un progetto che vede coinvolte quattro artiste napoletane, con opere inedite e appositamente realizzate per la galleria, intorno al tema mitologico di Didone.

Mariangela Levita, Marisa Albanese, Raffaela Mariniello e Rosy Rox, sono chiamate a interpretare il mito femminile e mediterraneo di Didone, intesa come simbolo di esilio, condizione anche spirituale ed emotiva, oltre che di vagabondaggio geografico. Didone è forza dell’amore femminile, aristocratico distacco dalle illusioni mondane con il gesto del suicidio.

Nel suo video, Raffaela Mariniello affronta il tema del viaggio come fuga dalla solitudine e dall’incomunicabilità. La natura è il punto di approdo, la grande madre capace di accogliere e consolare, una natura trattata dall’artista in termini di evocazione mitologica. Ma per la Mariniello il mito non è qualcosa al di sopra della vita, è la vita stessa. La vita comune, nella sua banalità diventa mito. Il gesto semplice, quotidiano, gli oggetti, i più banali della vita di ogni giorno, diventano mito e in questo modo riscattano e sublimano la “malinconia” e la fragilità dell’esistere.

Per Rosy Rox, performer e scultrice, l’arte è inganno. L’opera nella sua ambiguità formale e soprattutto nella sua frammentazione, continuamente inganna lo spettatore. Le forme hanno significati molteplici e ambigui. La superfice esterna dell’opera, la sua pelle, assume forme che spesso il significato volutamente tradisce. La coerenza trova validità nello slittamento tra forma e significato.

Amore e suicidio, vita e morte si fondono nel lavoro di Mariangela Levita, la cui produzione artistica è da sempre caratterizzata da una forte capacità di astrazione. Partendo da un’immagine classica, l’opera Didone sulla Pira di J.H. Tischbein the Elder, la Levita, nel suo ritratto di Didone, destruttura la composizione affinché lo spettatore più che avere un’immagine radicale della realtà, secondo le norme dell’astrazione geometrica, abbia una percezione diversa, sintetica ed empatica della realtà stessa. Un lavoro sulla percezione quindi, più che sulla realtà esterna, sicché il dolore dell’eroina Didone, la sua morte, il suo suicidio, diventano oggetto di indagine emotiva e lo spettatore ne è immediatamente coinvolto. L’opera non ha più valore come icona, ma suggerisce un più facile cammino affinché la realtà esterna entri in contatto con la coscienza dello spettatore.

Nelle due opere presenti in mostra, Marisa Albanese pone l’attenzione sull’opera intesa come meta-testo. L’artista suggerisce infatti allo spettatore un percorso alternativo, al di sopra dell’opera, che diviene esso stesso opera d’arte. Due vecchie edizioni di opere su Didone, il 4° libro dell’Eneide e un’edizione ottocentesca della Didone Abbandonata di Metastasio sono il punto di partenza di questo percorso. Nel primo, il libretto è interfacciato con immagini di migrazioni, lì dove Didone è vista come simbolo della migrazione e dello spostamento alla ricerca di una nuova patria e di una nuova identità, simbolo di tutte le migrazioni che anche oggi avvengono sul mare Mediterraneo. Nel secondo libro il percorso è diverso: l’eroina di Metastasio è un’eroina moderna, più reale, e a esplorare il suo variegato mondo spirituale l’artista chiama nove film cult in cui le protagoniste commettono suicidio per amore o vivono i sentimenti agiti nel testo di Metastasio. L’opera non è più l’oggetto in sé, ma il meta-testo appunto, il percorso mentale capace di trasformare un semplice libro in opera d’arte.

Gli orari di visita sono: dal 29 marzo al 7 aprile, ogni giorno inclusi domenica e lunedì, orario continuato dalle 14 alle 20. Dal 8 aprile al 13 maggio solo su appuntamento.

Davide Gallo – via Farini 6 (2nd yard), 20154 – Milan
+39 339 158 61 17 | www.davidegallo.net | info@davidegallo.net