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Mi è sembrato di vedere uno struzzo

Struzzi, rinoceronti e pesci in galleria. Stupore e straniamento. La Galleria de’ Bonis, dal 5 al 31 maggio 2017, ospita nel suo spazio espositivo di viale dei Mille 44/B, a Reggio Emilia, la mostra di Angelo Accardi  “Mi è sembrato di vedere uno struzzo”.

La decontestualizzazione, che corrisponde ad uno degli strumenti più importanti dell’arte contemporanea, è anche l’elemento chiave della pittura di Angelo Accardi. L’artista, in particolare, inserisce in interni e in contesti urbani lo struzzo, animale selvatico e fortemente evocativo di sentori esotici, che funziona da “elemento di sorpresa”, scuotendo la percezione dell’osservatore ed invitandolo, con ironia, a guardare – e non semplicemente a vedere – la propria quotidianità.

L’ironia è, infatti, protagonista nelle sue opere, davanti alle quali si finisce sempre per spalancare gli occhi e sorridere.
Angelo Accardi è solito anche accostare citazioni di capolavori del passato a elementi contemporanei e pop della cultura di massa, come i Minions o I Simpson, lasciando allo spettatore le opportune considerazioni sull’evoluzione del linguaggio visivo.

Un uso accurato ma non lezioso della figurazione è un’altra cifra chiave della pittura di Accardi, mossa da lievi rumori di fondo e da qualche inserimento calligrafico che la personalizzano.

Non si consideri però l’aspetto divertente di questa ricerca indice di vacuità o superficialità: le riflessioni che lascia sul nostro tempo, sullo stato dell’arte e sul linguaggio visivo più in generale sono profonde.

Non stiamo forse prendendo troppo sul serio il nostro sviluppo urbano, sociale e intellettuale? A voi la risposta dopo un confronto con le opere in galleria.

Angelo Accardi nasce a Sapri (SA) nel 1964. Frequenta per breve tempo l’Academia di Belle Arti di Napoli, preferendo all’insegnamento accademico la ricerca personale. Apre così il proprio studio a Sapri. Dopo un passaggio attraverso l’astrazione, Accardi si dedica totalmente alla figurazione che diventa la sua cifra stilistica. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali, sia in Italia che all’estero (Canada, Germania, Spagna).

Angelo Accardi, Mi è sembrato di vedere uno struzzo

Galleria de’ Bonis, Reggio Emilia
5-31 maggio 2017
Orari: da martedì a sabato ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00, giovedì ore 10.00-13.00

Per informazioni:
Galleria de’ Bonis
V.le dei Mille 44/B, Reggio Emilia
Tel. 0522 580605, cell. 338 3731881
info@galleriadebonis.com, www.galleriadebonis.com
www.facebook.com/galleriadebonis, www.twitter.com/galleriadebonis

 

Ufficio Stampa:
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Angelo Accardi

“Parlare contemporaneo è una via difficile, voler sfidare nel gioco stili, epoche e storie diverse sembra un’alchimia impossibile.

Angelo Accardi – scrive Giuseppe Marrone, Critico d’arte, Società Filosofica Italiana – ha trovato la via, la chimica che relaziona materiali, tecniche e vita. Lo scherzo, l’ironico fare che materializza struzzi e elementi destabilizzanti è rincorrere e rincorrersi nei significati. Misplaced e poi Blend, Accardi complica apparentemente la vita ad uno spettatore offrendogli stupore, non quella sensazione che spinge a volgere altrove lo sguardo, ma la materia viva della chiamata dell’opera che pretende di essere guardata alla ricerca del senso. Staccare gli occhi da questo gioco serissimo dove cose, fatti e persone si intrecciano spinge alla soluzione non della mancanza di un contatto delle opere tra loro e degli elementi all’interno delle composizioni, ma della verità di una materia vivente che connette come fibra ottica temi e motivi lontanissimi in apparenza se non calati nell’artista. Particelle impazzite? Assolutamente no, lucidità ipnotica del ricorrere, scherzando seriamente, alla tradizione. Ipnosi collettiva o sfuggente raffinata ricerca, cosa resta di questo gioco dell’arte se non un’estasi, un peccato mortale dei sensi, una vista colma di simboli che trabocca lussuria a formare quello che indicavamo con lo stupore, stupisce l’opera che trafigge come il dio greco di un tempo e cristallizza in un attimo infinito che sa di sogno il piacere. Scoprire Accardi è l’attesa di sapere, l’anticamera del piacere del significato.

Esperienza irripetibile è poter trovare al centro di una grande metropoli o di una architettura classica uno struzzo o un altro elemento alieno. Questo struzzo, imponente animale, alter-ego non cercato, ma voluto dall’artista è la somma di una sospensione temporanea di senso lucidissima, pronta a viaggiare oltre il confine sconosciuto ai più dell’arte. Ecco, ora possiamo dirlo ancora, si parla contemporaneo.
Lo struzzo cosa possa essere non possiamo dirlo con l’esattezza matematica, ma riluce il tema portante del dissenso, della forte protesta all’intero dei simboli che la storia ci consegna, con una dote inesauribile di voler osare, giocare ancora, perché il serio, la forma, la compostezza è vuota apparenza e inutile affanno. Gioca Accardi con la verità dei sensi perché vedo cose che non potrei o dovrei vedere, non osiamo immaginare uno struzzo, per noi la mimica di chi alza la testa da sotto la terra contro tutto e tutti, o un rinoceronte, il custode dei simboli, cromaticamente vario, plasticamente massiccio, incredibile sotto la fredda logica della vista. Sporcare la storia la depura come ci depura una tisana dalla pesantezza dell’autorità metafisica della storia dell’arte e ci permette di parlare. Torniamo a questo dialogo, Accardi fa questo, mescola prima in Misplaced e poi in Blend elementi, schegge folli come frame di pellicole famose che hanno colpito il suo immaginario, la scultura di Giacometti che sosta sulla testa di un Ercole Farnese, mentre un Homer Simpson fa capolino assieme ai Minions. Non è follia della licenza poetica, non è un delirio del gusto, ma la materia di un inconscio che galleggia e vuole vivere nonostante tutto e che si emoziona stupendosi, origine dello stupore del fruitore. Vivere come un fanciullo che alla prima esperienza vede il mondo e sa di poterlo modificare perché ancora non gli hanno insegnato a stare fermo, immobile mentre il tempo scorre perché scomodo per una società fredda e immobile.

Un mondo in cui la solitudine e il freddo dello spirito convergono a minare le basi della solidità sociale, della spontaneità e della gratuità della relazione, del bello dello stare insieme, un mondo liquido, spento, un posto dove la luce filtra e che Accardi trasforma nell’angoscia, meglio, nell’attesa di un qualcosa di imminente che poi accade. Cosa accade? Uno struzzo non è una figura ingenua e non è un animale e basta, ma la sconvolgente verità della deriva, della frammentazione e dell’assenza. Una mancanza, potrebbe essere l’elemento di disturbo in una società addormentata, anestetizzata, alla deriva concettuale e spirituale. Accardi, gioca, lo fa con serietà, lo fa sapientemente e giocando mette in luce, coi cromatismi, coi simboli, coi riferimenti storici, con la faccia familiare di Homer Simpson e con la brillante trovata dell’arte che guarda se stessa, che si giudica oggi di fronte alla storia e a un presente non più attuale perché attualità è vita di significato. Questa stessa vita, questa realtà Accardi la pone cruda come l’odore della pioggia prima che il cielo rovesci. Si percepisce nell’aria un profumo nuovo, nelle opere questo profumo di pioggia imminente cavalca i simboli dell’arte entrando come attesa di qualcosa nell’animo umano.

Accardi non è solo questa tensione che pure c’è, ma è anche la forma familiare e fanciullesca della scoperta, l’unica cosa in grado di trasmettere il brivido del vivere contro i neri cieli di questo mondo dal significato precotto e decadente. Lo struzzo che alza la testa dalla terra correndo non so dove è come un eroe di un romanzo, un Peter Pan che contro il vecchio capitano vanta freschezza e la capacità di volare. Peter Pan volava da Wendy avendo in sé un pensiero felice, chi guarda un’opera di Accardi vola oltre l’orizzonte di un senso già dato, di là del freddo esistere. Non teme Accardi di accostare i Simpsons o i Minions alla grande tradizione perché c’è il piacere estetico di una ricerca di nuovo, ancora, di una tensione che lo spettatore avverte forte come lussuria nella testa che da razionale e fredda vorrebbe solo spiccare il volo oltre il muro dei significati già dati. L’esperienza sensoriale delle opere di Accardi è uno stimolo fortissimo ad andare oltre e a non aver paura di elaborare i contenuti del passato perché vivere è raccontare qualcosa di noi a chi è altro da noi. Riuscitissimo viaggio cerebrale della materia dell’arte.”
Dottor Giuseppe Marrone – Critico d’arte – Società Filosofica Italiana