Punk Aristocracy di Massimo Scognamiglio

Punk-Aristocracy
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Trenta scatti più uno tirato a 99 copie; tre nuclei iconografici; bianco e nero e colore che si alternano di immagine in immagine; bambini quasi adulti e adulti perennemente bambini; un groviglio di segni e stili appartenenti a epoche e generazioni diverse mixati e sovrapposti; il racconto di come anche i movimenti più eversivi del passato vengano lentamente assimilati e riadattati dall’establishment, poi venduti come prodotto di lusso. E la sessualità, il corpo, teatro di una rivoluzione silenziosa, quella contemporanea: la mostra Punk Aristocracy di Massimo Scognamiglio apre The Magnificent Seven, evento dedicato al punk per festeggiare i 7 anni della Takeawaygallery. Dopo l’inaugurazione alla Tevere Art Gallery il 3 dicembre alle 19.00, sarà riallestita da martedì 6, e fino al 17 dello stesso mese, presso la sede della galleria in via della Reginella 11 a Roma.

È il 1976; la recessione impazza. Mentre la precedente ondata rock viene gradualmente assorbita dal sistema, un nuova ventata proveniente dalle periferie proletarie spazza via qualsiasi orpello, riferimento alla sperimentazione musicale colta. Nasce il punk, che grida rabbia e ribellione. È la cultura del no future, del DIY; la moda fatta di spilloni, maglie strappate, scritte e slogan; che si esaurisce in pochi anni ma i cui codici, svuotati di ogni forza incisiva, sono presto saccheggiati e inseriti in quel circuito di impresa che tutt’oggi ne continua a sfruttare gli aspetti più impensati. Punk Aristocracy, spiega l’artista, affronta «Il tema dell’appropriarsi dello stile di un’altra classe e violentarla. Il punk si è infilato ovunque; è come se fosse entrato nella casa del nobile, fatto festa, e, una volta addormentato, il principe ne abbia preso il meglio. Un compromesso tra alto e strada».

Per realizzare gli scatti Massimo Scognamiglio ha compiuto una ricerca sull’iconografia del periodo; non solo: nelle immagini presenti in mostra sfilano riferimenti sì al punk storico, ma anche alle conseguenti rielaborazioni edulcorate che hanno plasmato l’immaginario delle generazioni anni ’80, ’90 e contemporanee; oppure alle tendenze, subculture, movimenti successivi che, se non lo spirito, ne hanno ereditato certi atteggiamenti o semplici aspetti (dai dark ai raver, ecc…). Ne risulta che, sebbene l’esposizione sia suddivisa in tre sezioni distinte, ciascuna all’interno proponga una varietà di allusioni, espressioni e simboli che, messi sullo stesso piano, compongono un collage dissonante eterogeneo. Scognamiglio adotta lo stesso procedimento dell’industria massmediatica (da buon conoscitore qual è, avendo lavorato per oltre un decennio come art director in agenzie di pubblicità e occupandosi, spesso, di moda): banalizza i codici, appiattisce i segni, svuota ulteriormente di significato gli attributi riportando la discussione non più sul piano della lotta collettiva e del conflitto sociale ma del personale e dell’intimo.

Nella prima serie di immagini – da cui è partito l’intero progetto – singoli o in gruppo, abbigliati con abiti ottocenteschi arricchiti da corone e accessori kitsch, in atteggiamenti tra il provocatorio/provocante e il ribelle, si muovono sicuri di sé cinque bambini. Nella seconda e terza serie, maggiormente permeabili tra loro, adulti non ancora cresciuti, dandy tossici tra chitarre e dischi rock, con trucchi da défilé dentro abitazioni da sogno (o da incubo) mettono in scena un’orgia di solipsismo e trasgressione; sfida liberatoria dell’io al perbenismo e alla cultura dominanti.

Protagonista assoluto il corpo: «Oggi che il discorso delle classi è meno evidente e pervasivo, emergono altre radici di tensione. Da un lato c’è una generazione di giovanissimi che ha una sessualità completamente nuova non ascrivibile a nessuna categoria; dall’altra c’è una deriva repressiva e di non accettazione del minimo deviante… pensa alle censure sui social network. Siamo nell’era del massimo sfogo autoerotico alla youporn e dell’esasperazione del politically correct». Prosegue l’autore: «Quello che mi è sempre interessato del punk è l’aspetto disturbante, che è ciò che mi porto nella creazione artistica, nella composizione. Nel caso specifico ho lavorato con dei bambini, una visione non tradizionale dell’infanzia, con una sessualità espressa in maniera del tutto spontanea; e con la sensualità o la nudità degli adulti, comunicata in modo così naturale che solo dieci anni fa sarebbe stato impossibile. Bisogna toccare ciò che non si riesce a capire o accettare: ci sono degli argomenti che ancora scandalizzano e come i ragazzini si mettevano a suonare il punk per criticare qualcosa, io sto suonando il mio punk perché voglio raccontare questa storia».

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