Licalbe Steiner. Alle origini della grafica italiana

Fondazione Palazzo Magnani insieme a Coop Alleanza 3.0, presentano la mostra “Licalbe Steiner. Alle origini della grafica italiana” dal 11 febbraio al 16 aprile 2017, presso la Sinagoga di via dell’Aquila a Reggio Emilia.
Non è un caso che questa mostra – dopo Milano, Museo del Novecento e Firenze, Museo degli Innocenti – venga realizzata a Reggio Emilia.A Albe Steiner si deve la progettazione del marchio originale Coop del 1963, la sua applicazione sugli imballaggi coordinati e l’allestimento del primo magazzino a libero servizio Coop, che fu proprio quello di Reggio in Corso Garibaldi, studiato in funzione dell’individuazione dei reparti e dei prodotti. Lo stesso marchio Coop venne poi ridisegnato da Bob Noorda d’accordo con Lica Steiner.
A Reggio non è nato solo il primo magazzino Coop ma è nato lo stesso movimento cooperativo, che da un secolo e mezzo contribuisce a plasmare la storia sociale ed economica di questo territorio.

A rendere “speciale” e ancora più “appropriata” per Reggio Emilia questa mostra, è la scelta del luogo dove allestirla: l’antica Sinagoga della città di Reggio Emilia, recentemente restaurata dal Comune. Nel 1938 Albe Steiner sposa Lica diminutivo di Masal (nome ebraico corrispondente a Matilde) e insieme si distinguono per l’impegno professionale e civile che ha contrassegnato la loro vita, iniziato durante gli anni bui del fascismo, cementato nella lotta di Resistenza e proseguito poi con la didattica e la comunicazione sociale.
L’edificio ottocentesco di via dell’Aquila – di straordinaria bellezza, dall’interno luminoso e monumentale, decorato con colonne e affreschi – ha riacquistato, con il restauro, l’antico splendore e le forme pesantemente compromesse da un bombardamento nel corso del secondo conflitto.
È questa grande, silenziosa aula, nella sua austera eleganza, ad accogliere in modo naturale, le creazioni della coppia di grafici.

La mostra, curata da Anna Steiner e progettata dallo studio Origoni-Steiner, propone una panoramica sul lavoro di quello che è riconosciuto come uno dei sodalizi professionali e personali più fecondi della grafica italiana. Viene presentata la produzione del loro Studio L.A.S. dai primi lavori del 1939 fino alla Liberazione e al viaggio in Messico (1946-1948), in una narrazione scandita dalle diverse sezioni – ricerca grafica e foto-grafica, editoria, pubblicità e allestimenti, marchi, presentazione di prodotto, manifesti e grafica di impegno civile, formazione professionale – per arrivare infine a toccare anche l’attività di Lica, dal 1974, anno in cui muore Albe, alla sua scomparsa, nel 2008.

La loro storia personale, la loro unione “intellettuale” li ha visti così inseparabili da essere chiamati da loro stessi e dagli amici i ‘Licalbe’, un’unica identità. Il loro lavoro fu caratterizzato da quella che spesso è stata definita una poetica dell’ottimismo, da una fiducia dichiarata nel presente e nel futuro, credendo che l’impegno in prima persona, professionale, didattico potesse segnare la differenza e una distanza abissale dal buio della guerra e del fascismo.

Nel 1939 aprono insieme uno studio di grafica e lavorano alla stampa clandestina antifascista. Appena terminata la guerra sono tra i fondatori dei Convitti della Rinascita, curano due mostre a Palazzo Reale sulla Liberazione e sulla Ricostruzione e sono redattori grafici de “Il Politecnico” diretto da Elio Vittorini. Partono, poi, alla volta del Messico per riunire la famiglia di Lica, e si trovano a lavorare con i muralisti tra cui Siqueiros, Rivera e altri e Hannes Meyer, tra gli esuli della scuola Bauhaus. Rientrano in Italia per partecipare alle prime elezioni libere del 1948, dove riprendono il loro lavoro professionale.

Gli Steiner furono, senza dubbio, protagonisti e interpreti della rinascita culturale italiana nel dopoguerra, insieme a intellettuali come Vittorini e Calvino. Proprio a Calvino si deve un ricordo speciale di Albe all’indomani della sua morte sulle pagine dell’Unità “per Albe il piacere dell’invenzione formale e il senso globale della trasformazione della società non erano mai separati”.
Anna Steiner, figlia di Albe e Lica, insegna presso il Politecnico di Milano, architetto, lavora nel campo degli allestimenti e della grafica nello studio Origoni Steiner, porta avanti l’eredità dei genitori e testimonia il loro contributo alla cultura del Novecento diffondendo i loro ideali pedagogici e democratici e le loro idee progettuali tutt’oggi innovative.

La mostra che la Fondazione Palazzo Magnani, insieme a Coop Alleanza 3.0, e la curatrice Anna Steiner propongono a Reggio Emilia conduce lo spettatore in un viaggio nel passato recente e nel luogo straordinario in cui l’unione tra due persone diventa motore di mondi nuovi.

L’esposizione è l’ultima parte di un progetto di diffusione della vita e delle opere degli Steiner promosso da Ardaco e sostenuto da Coop, iniziato sette anni fa con la realizzazione del film documentario Linea Rossa. Insieme per un Progetto di cambiamento di Enzo Coluccio e Franco Bocca Gelsi (Ardaco-Orda d’Oro, 2009) in cui una intensa Lica ha lasciato la sua ultima testimonianza diretta, insieme a quella di amici, famigliari, artisti come Arnaldo Pomodoro e Francesco Leonetti. (Il film sarà presente in mostra).

Con questa mostra – afferma Davide Zanichelli, Presidente “Fondazione Palazzo Magnani” – la nostra Fondazione si fa carico di un ruolo rilevante per la città e il territorio. Usciamo infatti dalle sole sale della nostra storica sede espositiva per animare, in accordo con il Comune, spazi diversi. E’ il riconoscimento al lavoro che Palazzo Magnani ha compiuto in questi anni ed è l’avvio di un percorso culturale che intendiamo rendere originale, stimolante e condiviso”.

Contatti:
per informazioni e prenotazioni
Palazzo Magnani – Biglietteria Tel. 0522 454437 – 444446 – info@palazzomagnani.it

Ufficio Stampa
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049.663499 – Referente Simone Raddi; gestione2@studioesseci.net

FòcarArte Novoli 2017

Intorno alla Fòcara di Novoli accesa in onore di Sant’Antonio Abate orbitano eventi artistici performativi curati e diretti da Giacomo Zaza che dialogano con il fuoco monumentale che brucia migliaia di tralci di vite accatastate nell’arco di svariate settimane dai contadini del posto.

L’arte converte la vocazione vernacolare del rito popolare/religioso del fuoco propiziatorio (versione cristiana di un rito agrario di tradizione millenaria) in un “accadimento” relazionale contemporaneo. Gli artisti invitati agiscono in simbiosi con la reiterazione di un rituale mai uguale a se stesso se non per la presenza delle fascine e del fuoco, elementi sostanziali su cui, di volta in volta, aggiungono nuovi ordini di senso. Una nuova visione verrà apportata dalla partecipazione di Daniel Buren, autore del manifesto della Fòcara, da Sislej Xhafa, H.H. Lim, e Francesco Jodice.

A contatto con la poderosa montagna alta venticinque metri, al centro della piazza Tito Schipa a Novoli, gli artisti sperimentano un’azione portatrice di nuove idee e significati, nuove trame culturali e nuove riflessioni che spaziano dal passato al presente e s’interrogano del futuro.

Nell’ambito del progetto FòcarArte, presso il Palazzo Baronale di Novoli (Lecce), in Piazza Regina Margherita, viene realizzata una mostra (dal 15 gennaio al 26 febbraio 2017) che comprende un grande lavoro in situ di Daniel Buren, pensato in conformità con le sale del Palazzo Baronale, alcuni lavori video di Sislej Xhafa e H.H. Lim.

Francesco Jodice

Francesco Jodice
Premio Fòcara Fotografia 2017Francesco Jodice, artista invitato a realizzare alcuni scatti fotografici riguardo il contesto della Fòcara 2017 completerà il ricco scenario che contraddistingue il falò megalitico. I suoi scatti potranno avere – ad esempio – uno sguardo contemporaneo colto, o uno sguardo indagatore sul paesaggio e l’urbanistica rurale, fino a un approccio umano diretto o un dialogo con l’ancestrale (che a Novoli è disarmante!).

L’opera fotografica di Francesco Jodice è come un “atlante globale” dove compaiono spazi fisici e geografici inabitati e quasi metafisici, morfologicamente nuovi e in trasformazione, oppure spazi popolati dal vivente, da presenze umane isolate o in movimento, una sorta di paesaggio mutato in base ai bisogni delle comunità. Lo sguardo di Jodice è uno sguardo fluttuante condotto secondo cinque processi d’analisi della realtà e delle sue manifestazioni: “Antropometria, Investigazione, Networking, Partecipazione, Storytelling”. Praticandoli da soli, o combinandoli tra loro, Jodice affronta una moltitudine di tematiche sociali politiche culturali.

H.H. Lim

H.H. Lim _ La Via del Falò divino, happening
15 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30H.H. Lim progetta un happening intitolato La Via del Falò divino per il quale i costruttori della Fòcara sono coinvolti in un pranzo intorno a un tavolo di fascine, accanto alla grande pira, dove è offerto cibo e vino. Ciascun commensale si dispone su una sedia la cui base in alluminio riporta una parola o segno dal sapore “simbolico” legato al senso dell’azione, alla commistione di elementi culturali differenti. A pasto ultimato, gli avanzi, le sedie e il tavolo di fascine, uniti a formare una grande catasta, vengono bruciati, lasciando l’unica traccia del simposio: le basi in alluminio delle sedie.

Il progetto di Lim coniuga l’aspetto conviviale, il senso della festa e dell’incontro, con la trascendenza e la “Via”, ciò che Lao-tzu indicava come il non-essere indifferenziato, o meglio l’origine, la “Madre”, da cui nasce l’essere. Dal pranzo dei costruttori al falò rigenerativo si mette in risalto il “passaggio” e il percorso della condivisione verso il falò propiziatorio in onore del Santo. In Lim c’è una visione transculturale: una mensa che poi brucia e si dissolve, simile al cammino stesso (la “Via” nel taoismo) inteso come crescita fisica e spirituale. Tuttavia l’azione non ha alcun significato morale, come buono o cattivo, ma è concepita come momento catalizzatore di energia (del singolo e della collettività). Il cibo e il falò aiutano di continuo a scongiurare ed esorcizzare.

Artista poliedrico e pensatore instancabile, H. H. Lim afferma che “guardare con gli occhi della mente porta alla cecità”. Ciò che è dato vedere deve costituire l’ingresso verso un’immaginazione non convenzionale. A un certo momento Lim si lascia inchiodare la propria lingua. L’azione va intesa come una simulazione simbolica: rappresenta la tappa estrema della comunicazione alternativa. Inchiodare la propria lingua corrisponde al sacrificio della parola a favore della sola immagine.

Nella video installazione Images (presentata nel Palazzo Baronale di Novoli) le riprese della lingua inchiodata convivono con le immagini della festa religiosa tamil Tai Pùcam, cerimonia penitenziale hindu, frequente in Malaysia, dove si svolgono rituali di auto-tortura per la purificazione dell’anima. L’atto della lingua inchiodata al tavolo entra in simbiosi con i rituali eccezionali di gente che intende entrare in comunione con la propria divinità d’elezione. L’azione estrema di Lim e il perforamento della carne (guance, lingua, fronte) con una vasta gamma di oggetti metallici acuminati (uncini, ami da pesca, lance d’argento in miniatura) corrispondono rispettivamente a due universi linguistici distinti: uno artistico, l’altro ritualistico/religioso.

Tuttavia sia il chiodo di Lim, sia la lingua trafitta dal “vel”, simbolo del potere di Murukan, indicano la rinuncia temporanea alla facoltà della parola.

Sislej Xhafa

Sislej Xhafa _ segment on the air , happening
14 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30Sislej Xhafaper la Fòcara 2017 progetta un happening con la comunità di Novoli ispirata al senso dell’unità che caratterizza un gruppo impegnato nella costruzione del falò e nel rituale propiziatorio. Un’azione ludica collettiva, intitolata segment on the air, che vede la partecipazione di un “corpo” operativo di uomini che evade dal rumore e dalle costrizioni della realtà (nonché dalla sua “bomba informatica”). A tal proposito Xhafa richiama la parole di Jacob Proctor: “It’s a politics of interruption, upsetting the configuration of forces determining what is visible and what is not, what forms of speech are understood as discourse and which are only perceptible as noise, who is designated as a speaking subject and who is merely spoken to”.

Nato a Peja (Kosovo) nel 1970, di etnia albanese e formatosi nell’Europa degli anni Novanta, da poco cittadino americano, Xhafa è autore di un “attivismo” visivo, di matrice performativo/concettuale, in continua dialettica con i sistemi di pensiero e le consuetudini della società liberista (costantemente estasiata dallo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e in perenne insicurezza). La sua opera affronta alcune questioni nodali nell’ambito del sistema globale “liquido”: la rivendicazione dei diritti umani, il movimento demografico dai paesi poveri verso i paesi ricchi, i legami sociali e i desideri personali.

L’arte di Sislej è impegnata a costruire nuove forme visive e comportamentali condivise, esperienze che s’interrogano sui nostri modi di vivere. Genera delle “micro-situazioni” lievemente sfalsate rispetto a quelle della vita ordinaria, presentate in modo ironico e giocoso. Crea nuove esperienze di confronto e partecipazione tra gli individui.

Nel video Stock Exchange, 2000, esposto nel Palazzo Baronale di Novoli, Xhafa come un broker di Wall Street declama gli orari di arrivo e le partenze dei treni nel centro della stazione ferroviaria, gesticolando in modo frenetico, gridando e dando indicazioni ai passeggeri attoniti. L’artista giunge a trasformare la stazione di Ljubljana in una Borsa valori dove al posto delle azioni sono scambiati e venduti i viaggi (metafore dei desideri e delle speranze della gente comune). Simili ai prezzi di borsa, i viaggi diventano privi di qualsiasi individualità. Xhafa attua una riflessione “sul mercato delle persone che migrano, sulla globalizzazione del mercato umano”, e in modo allargato sui luoghi di transito e di confine.

Mentre un altro video, Beh-rang,2004, girato a Kabul, mostra una bicicletta che brucia lentamente. Questo video è girato in bianco e nero (beh-rang in lingua afghana), “perché la violenza è senza colore” (Xhafa) e spesso conduce nel silenzio. Un’opera che riflette sul concetto di tempo che scorre inesorabile.

Daniel Buren

Daniel Buren _ Le cinture del fuoco, lavoro in situ
16-18 gennaio 2017
Novoli. Fòcara Piazza Tito SchipaLe cinture del fuoco , lavoro in situ è l’unico intervento in Puglia, durante tutta la sua carriera, di Daniel Buren, artista di fama mondiale che per la prima volta arriva nel Salento, dialogando con la tradizione ultracentenaria della Fòcara di Novoli. Il progetto di Buren si pone come un cambio epocale dell’appuntamento del falò novolese, una sorta di investitura visiva attuale e internazionale

L’intervento visivo di Buren a Novoli contiene i tratti distintivi della sua pratica artistica, basata su forme geometriche che riqualificano gli spazi e le architetture. Dichiara apertamente l’unione e l’interazione con l’imponente corpo plastico fatto di rami da ardere: gli elementi astratti e fenomenici di Buren, sette anelli composti da sezioni verticali di legno da 8,7 cm, entrano in simbiosi con la pira ancestrale della Fòcara e bruciano con essa.

Daniel Buren progetta un’opera pensata in relazione con la struttura megalitica del falò e lo spazio cinquecentesco del Palazzo Baronale di Novoli. Interviene direttamente sul corpo architettonico e strutturale. Adopera uno “strumento visivo” (outil visuel) semplice: il motivo – sempre identico – di bande verticali in differenti colori da 8,7 cm alternate al bianco. Queste bande, nelle tonalità della scala cromatica Pantone, diventano dei dispositivi fenomenici che definiscono/discutono lo spazio, il contesto, sia interno che esterno, e a volte si fondono in un unico colore variabile rispetto alle mutazioni luminose dello spazio. A tal proposito Daniel Buren sottolinea: “Je n’expose pas des bandes rayées, mais des bandes rayées dans un certain contexte”.

La banda colorata è un motivo costante, derivato dalla fabbricazione industriale seriale delle tende a righe, che risponde a un postulato di obiettività e non-oggettività.

Buren propone il concetto del in situ: un intervento artistico intrinsecamente connesso alle caratteristiche topologiche e culturali dei luoghi. Il luogo può essere analizzato mediante le bande monocromatiche che evidenziano le parti più significative e meno visibili di esso.

Premio Ettore Roesler Franz

E’ indetto dall’Associazione Romana Acquerellisti il Premio di pittura ad acquerello “Città in trasformazione: Ettore Roesler Franz” in occasione della ricorrenza dei 110 anni dalla morte Ettore Roesler Franz, autore degli acquerelli “Roma sparita”, in considerazione del suo contributo alla diffusione e conservazione dell’immagine di Roma alla vigilia delle grandi trasformazioni conseguenti al ruolo di Capitale d’Italia.

Il Premio di pittura è rivolto a pittori acquerellisti italiani e di altri paesi e agli studenti delle scuole a indirizzo artistico di Roma.

Il Premio ha come tema le trasformazioni in corso nelle città nel mondo sotto il profilo sociale, culturale, economico, ambientale, urbanistico, istituzionale.

Agli studenti delle scuole ad indirizzo artistico di Roma viene richiesto di interpretare le trasformazioni che interessano Roma capitale.

Ciascun artista può partecipare con una sola opera realizzata in piena libertà stilistica con la tecnica ad acquerello su supporto cartaceo.

E’ possibile iscriversi entro e non oltre il 15 febbraio 2017, compilando la Scheda di iscrizione scaricabile dal sito http://www.acquerellisti.net

Ulteriori informazioni:
Associazione Romana Acquerellisti
Piazza del Popolo n. 12 Roma, Italia
www.acquerellisti.net
cittaintrasformazione@gmail.com

 

L’Associazione Romana Acquerellisti opera dal 2013 con l’intento di diffondere e promuovere la pittura ad acquerello ad ogni livello sul territorio nazionale e internazionale, tramite iniziative, progetti ed eventi volti a tutelare la tecnica dell’acquerello.

Artisti in “Nero” al Centro d’Arte Malagnini

Prosegue al Centro d’Arte Malagnini il ciclo di appuntamenti dedicati al colore.

Dopo le collettive sul “Bianco” e sul “Blu” allestite rispettivamente nel marzo e nel dicembre dello scorso anno, questa volta ventisette artisti si misureranno con il “Nero”, in una interessante collettiva a cura di Michele Malagnini che si inaugurerà sabato 21 gennaio alle ore 18,00 nella galleria di Via Verdi 20/22.

In mostra opere pittoriche, sculture, ma anche fotografie e installazioni di Gianni Cella, Dario Brevi, Tommaso Chiappa, Emanuele Gregolin, Sabrina Romanò, Leonardo Santoli, Gianfranco Sergio, Davide Ferro, Olinsky, Lele Picà, Paola Gatti, Fiorenzo Bordin, Dario Sgarzini, Maurizio Quartiroli, Giuseppe Farruggello, Michele Protti, Annarita Micheli, Luciana Casatti Lula, Davide Massacra, Luigi Bergamaschi, Elisabetta Casella, Teresa Santinelli, Matteo Bagolin, Alessandro Di Giugno, Kathia Invernizzi, Stefania Romano, Eugene Neel.

Una collettiva, questa, che affonda le sue radici nella volontà di esprimere e rappresentare il non-colore, l’assenza di luce, attraverso arti, tecniche, stili e linguaggi differenti.

La mostra resterà aperta fino al 18 febbraio e potrà essere visitata da martedì a sabato dalle ore 16.00 alle 19.00 e domenica su appuntamento.

Info e contatti
Centro d’Arte Malagnini
Via Verdi 20/22 Saronno (VA)
Web: www.centrodartemalagnini.com
mail: info@centrodartemalagnini.com
cell: 338 7654600 – 320 3733769

Uomo, eterno pellegrino

Nota curatoriale della dott.ssa Giuliana Schiavone per il concorso d’arte contemporanea indetto dalla Fondazione Monsignor Sante Montanaro, denominato “Premio nazionale don Sante

“Uomo, eterno pellegrino. L’espressione utilizzata da Mons. Sante Montanaro in un suo scritto si rivela quanto mai attuale, potremmo dire, eterna e sempre valida. E se un termine come pellegrino, così denso di implicazioni semantiche, di stratificazioni storiche e culturali, potrebbe forse apparire anacronistico agli occhi dell’uomo contemporaneo, parlare di pellegrinaggio, soprattutto in ambito artistico e culturale è invece uno degli aspetti più interessanti di questa riflessione.

Peregrinus è un termine che si afferma a partire dal medioevo, affonda le sue radici etimologiche nella locuzione per agros, rimandandoci così a una dimensione liminare, di estraneità allo spazio della città strictu sensu. Il pellegrino è colui che percorre un cammino, colui che viaggia e attraversa di volta in volta i territori più differenti per raggiungere la sua meta. Si tratta di una pratica lontana, le cui radici affondano in età classica e si consolidano per tutto il periodo alto medievale, legata a un sentimento di religiosità e devozione.

Se l’uomo ha sempre viaggiato sin dagli albori della sua storia, e quello di migrazione è un concetto fondamentale all’interno dei processi storici ed evolutivi della specie, la pratica del pellegrinaggio si inscrive all’interno di un fenomeno che è allo stesso tempo religioso e culturale. Proprio perché il pellegrinaggio riveste un’enorme importanza per la storia della cultura e la storia dell’arte in generale, non è un caso se negli ultimi anni, siano molte le iniziative volte alla valorizzazione dei suoi itinerari storici.

La tematica scelta per la prima edizione di questo concorso nazionale dedicato alla figura di Don Sante Montanaro ci porta così a elaborare una riflessione di più ampio respiro sul nostro progredire collettivo come esseri umani ed esseri culturali e a riformulare proprio il nostro concetto di cultura, rendendolo dinamico, attivo, frutto di scambi e di percorsi, di cammini sempre in fieri. Quella del pellegrino è una condizione peculiare che diventa così emblematica della ricerca dell’artista. In costante cammino, soggetto anche a smarrirsi, offrendo però una chiave di lettura al mondo e una possibilità di interpretazione alla collettività, l’artista è homo viator che si fa carico del bagaglio emotivo, dei pensieri, del presente e del passato dell’universo, in altre parole della sua storia, viaggiando nel mondo e per il mondo.

Il viaggio è una componente della storia dell’umanità così intrinseca ai suoi processi evolutivi, vitale per i processi storici e di formazione delle culture del mondo. Si viaggia perché è necessario farlo e si viaggia perché l’esistenza è dinamica. Ma il pellegrino non è mai colui che viaggia per caso: se è vero che il percorso può apparire incerto, costellato di difficoltà, luoghi angusti e varchi di luce inaspettati, la meta è invece perfetta, sacra, e ne pregusta l’avvicinamento giorno dopo giorno, con uno spirito di sacrificio innato, perché la osserva magicamente con gli occhi dell’intuito, e con la ragione che diventa alleata esattamente come fa l’artista nei confronti della sua meta creativa. E l’arte non teme il pensiero ma lo rende partecipe dello stesso processo creativo, inglobandolo nei suoi meccanismi.

L’artista pellegrino è tutto questo. Egli è nel mondo, ma sa anche restare all’esterno, nutrendosi di quel poco di distanza che occorre per dare all’arte una forma che parli di quel mondo e sia funzionale e utile anche al suo contemporaneo. L’artista è l’alchimista pellegrino che viaggia attraverso il mondo veicolando la sua essenza eterna. È grazie al suo prezioso andare che punti lontanissimi tra loro possono entrare in contatto nello stesso segmento perfetto: qui è la sopravvivenza dell’universo. E non è forse vero che in questo costante progredire, portiamo con noi come preziosi veicoli idee, sensazioni, conoscenze, memorie dei nostri luoghi di origine? Non importa per quanto tempo camminiamo, e quanto la meta sarà lontana, l’andare dell’umanità è sempre sacro perché è questione di meravigliosa sopravvivenza.

Sta qui il significato del concorso nazionale nel ricordo di una figura che tanto ha creduto nel valore della cultura e delle arti. Perché la collettività possa accedere al futuro è necessario viaggiare e contemporaneamente ricordare il punto esatto da cui si è partiti. Perché non c’è viaggio senza memoria. E non c’è nessun viaggio che non abbia implicazioni culturali, che non porti con sé, all’interno delle sue rotte fattori artistici, parole, e frammenti di vita per ricordarci che l’uomo è un essere culturale.

Preservare la memoria è importante quanto costruire la strada di domani. E quando questo viaggio somiglia più a un errare incerto, ecco che l’artista può offrire il suo istinto per orientare la rotta perché, come affermava Don Sante, l’arte ingentilisce l’anima.”

Giuliana Schiavone

A Villa Magnisi va in scena “Yellow”

Villa Magnisi diventerà un laboratorio di esperienze culturali e uno spazio espositivo per l’arte contemporanea.

Lo prevede un progetto denominato “Yellow – un nuovo modo di vivere l’arte”, ideato dagli artisti Tommaso Chiappa e Alessandro Di Giugno. Il progetto intende valorizzare la splendida villa settecentesca di Via Rosario da Partanna 22, sede dell’Ordine dei Medici di Palermo, attraverso alcuni eventi che dal 21 gennaio al 30 giugno metteranno assieme incontri, mostre d’arte e di pittura, fotografia, video, esibizioni musicali e teatrali.

L’iniziativa è realizzata con il patrocinio dell’Ordine dei Medici e del Collegio universitario “Lorenzo Valla” di Pavia, e in collaborazione con il Centro d’Arte Malagnini di Saronno (VA), la casa editrice People & Humanities, la Galleria La Piana Arte Contemporanea e il Comitato Civico “Cominciamo dal quartiere” di Palermo.

Il progetto nasce dalla volontà di creare un ponte tra la Sicilia e aree geografiche altrettanto vivaci e ricche di fermenti artistico-culturali, instaurando un dialogo fecondo tra il pubblico, giovani esponenti dell’arte e della fotografia siciliana – come Stefania Romano, Paola Schillaci, Riccardo Paternò Castello, Tiziana Battaglia, Alessandro Di Giugno, Francesco Conte e altri – e i rappresentanti della scuola lombarda del nuovo futurismo – da Dario Brevi a Gianni Cella – e altri artisti, come Leonardo Santoli, Olinsky, Gianfranco Sergio, Emanuele Gregolin, Sabrina Romanò, Davide Ferro, Massimo Romani, Lele Picà, Mauro Rea, Vittorio Valente.

L’iniziativa intende promuovere – come recita il sottotitolo – anche un nuovo modo di vivere l’arte, che miri al maggior coinvolgimento e alla partecipazione del pubblico, soprattutto dei giovani. Gli eventi saranno costruiti di volta in volta intorno a una parola-chiave che racchiude l’essenza della contemporaneità. Ogni appuntamento sarà un “contenitore” di esperienze artistiche e culturali. Diversi relatori si confronteranno sul tema proposto. Seguiranno performance di artisti. Si potranno ammirare una o più installazioni, una collettiva di opere di pittura, fotografia e video e le esibizioni di musicisti e attori teatrali. Del progetto fa parte anche il Collegio “Lorenzo Valla” di Pavia con il quale gli artisti coinvolti hanno realizzato di recente alcuni progetti espositivi, denominati “Back to College”.

Tre gli appuntamenti. Il primo, “Identità”/”Identity”, dal 21 gennaio al 26 febbraio. Il secondo, “Integrazione”/”Integration”, dal 25 marzo al 23 aprile. L’ultimo, “Confine”/”Border”, dal 3 al 30 giugno. Tutti gli eventi si inaugureranno alle ore 18,00; visite: martedì e giovedì ore 15,00-18,00, gli altri giorni su appuntamento. Al termine del progetto, sarà presentato un libro-catalogo della casa editrice People & Humanities che racchiuderà i testi, le opere e il resoconto fotografico dell’intero percorso.

«Tutto è nato – spiega Tommaso Chiappa, uno dei curatori – dopo la mia mostra personale di pittura “Origine”, tenutasi la scorsa primavera a Villa Magnisi. Da qui è scaturita l’idea di trasformare questo luogo magico e raffinato in un laboratorio di idee e di arte contemporanea, un luogo simbolo per Palermo e per la Sicilia. Vivendo da tempo al Nord, avverto l’esigenza di creare spazi e momenti di confronto, riflessioni e stimoli anche qui in Sicilia. Scambiando alcune idee progettuali con alcuni artisti, tra cui Alessandro Di Giugno e Davide Ferro, è nata l’idea di creare questo nuovo progetto dove l’arte diventa interazione e scambio».

Info e contatti
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Facebook: @yellow2017palermo
Instagram: 2017yellow
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Segnalato da : Inpress events & communication S.r.l.s.

I numeri della mostra Storie dell’’impressionismo

A parlare, per le mostre di Linea d’’ombra, sono ancora una volta i numeri. E sono numeri che documentano un successo reale, di quelli veramente importanti.

olio su tela, cm 65 x 54
Zurigo, Fondazione Collezione E. G. BŸhrle

Al Museo di Santa Caterina, a Treviso, “Storie dell’’impressionismo”, a cura di Marco Goldin, a 70 giorni dall’’apertura, ha già ampiamente superato i centomila visitatori. Per l’’esattezza la mostra ha raggiunto quota 107.704, con una media giornaliera di 1.538 biglietti. Circa la metà dei quali ha evitato le code, giungendo a Treviso munito di prenotazione, dato che conferma come il pubblico di Linea d’ombra sia come sempre molto organizzato, preciso e previdente.

Due settimane di grande successo per la mostra sono state quelle delle Festività appena trascorse. Tra il 26 dicembre 2016 e l’8 gennaio 2017, i visitatori sono stati ben 34.037, con una media giornaliera che ha toccato quota 2.431 visitatori. Il costante, regolare crescere delle medie giornaliere fa supporre che la mostra possa aspirare a moltiplicare l’’attuale numero di visitatori.

Dati interessanti emergono anche dall’’analisi che Linea d’’ombra ha reso pubblica sulle tipologie e le provenienze dei visitatori finora.

La tendenza, ormai comune, di visitare la mostra a piccoli gruppi, con i familiari e con gli amici, si conferma anche per la grande esposizione trevigiana. Che registra il netto prevalere di “privati”, ovvero di visitatori individuali e, appunto, di microgruppi, rispetto alle visite da “torpedone”, ovvero ai gruppi organizzati e alle scuole. Per l’’esattezza, i “privati” sono stati finora 83.429, contro i 17.038 scesi a Treviso in gruppo organizzato e i 7.237 studenti.

Trova conferma anche le regola dell’’attrazione a cono. Ovvero il numero di visitatori diminuisce man mano che ci si allontana dal centro rappresentato dalla città sede della mostra. “Storie dell’’impressionismo” piace moltissimo ai trevigiani, che rappresentano un quarto dei visitatori. Piace poi molto agli appassionati delle province limitrofe (Padova, Venezia, Pordenone e Vicenza). Molto attratti sono stati anche i visitatori provenienti, nell’’ordine, da Bologna, Milano, Udine, Verona, Modena, Trieste, Trento, Belluno, Ravenna, Bergamo, Brescia, Torino. Colpisce anche la percentuale (5% per quanto riguarda i gruppi) raggiunta dalla Slovenia, “a conferma che le grandi mostre sono ormai un forte attrattore anche internazionale”, commenta Marco Goldin.

Info: www.lineadombra.it

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 gestione1@studioesseci.net

Sottopelle

Prima mostra personale dell’artista Rachele Moscatelli  (Cantù, 1993) a cura di Elisa Fusi, presso il Teatro comunale San Teodoro di Cantù.
Dal 15 gennaio al 10 febbraio 2017 gli spazi del teatro canturino presentano la recente produzione della giovane artista: tredici opere di medie e piccole dimensioni realizzate su carta e tela, appartenenti alla serie Collezione di Madonne; una grande installazione fotografica dal titolo Nuotare è come volare; un’installazione site-specific allestita sul palco del teatro esclusivamente per la serata di inaugurazione, che metterà in scena una Crocifissione al femminile ambientata in un salotto borghese.
L’esposizione testimonia l’interesse dell’artista per la rappresentazione della figura femminile indagata da un lato come icona di bellezza pubblicitaria e dall’altro come depositaria dell’affetto ma anche del dolore materno, come avviene nell’iconografia sacra. Nella volontà di unire apparenza e sostanza, contemporaneità e tradizione, voleri e valori, Moscatelli affronta con un linguaggio semplice e diretto l’aspetto estetico, sociologico e antropologico della questione dell’identità femminile, accantonando gli ideologismi a favore di una presa diretta con la realtà e l’esperienza personale.
La mostra si apre con la serie Collezione di Madonne, sei opere realizzate tra il 2015 e il 2016 con il collage, la stampa digitale e la stampa calcografica su carta. Come il ragno perde la sua pelle e il baco da seta il suo involucro, queste Madonne nate dalla contemporaneità perdono le loro sembianze per diventare simboli di maternità e di sofferenza. Sono figure perturbanti ed enigmatiche, prelevate dalle pagine patinate delle riviste di moda e dalle pubblicità e poi manipolate e distorte nella loro fisionomia attraverso diverse tecniche tra cui l’incisione e il collage per far emergere il dolore del loro vissuto. Soffocate, lacerate e incise in superficie, si ergono solitarie in primo piano con colli allungati, sorrisi stridenti e sguardi insani.
Una sofferenza del tutto femminile che caratterizza anche l’installazione che trova luogo sul palco del teatro: una Crocifissione che rovescia la tradizionale iconografia mostrando come il dolore della vergine per la morte del figlio sia così forte da diventare lei stessa oggetto della crocifissione. La crocifissione è però un’allusione simbolica e metaforica: non siamo su un monte e non ci sono croci, ma pochi elementi ambientano la scena all’interno di un salotto; non ci sono personaggi dalle sembianze umane ma una serie di fantocci realizzati dall’artista con calzamaglie ricolme di ovatta o di bachi da seta ormai estinti (il protagonista), quali interpreti della fecondità materna ma allo stesso tempo dell’aborto. La loro disposizione richiama la Crocifissione di Matthias Grünewald , un’opera del Cinquecento che colpisce per la resa efficace dell’agonia dei personaggi, e di cui troviamo un dettaglio tra le pagine del libro d’artista Rachele aperto al centro del palco. Si tratta di un libro di memorie, appunti e paragoni visivi che racchiude l’intero processo di ideazione di questa mostra e l’indagine svolta negli anni sull’identità femminile. Ed è da queste pagine, dall’associazione visiva tra una Crocifissione dipinta da Francis Bacon e una statua raffigurante la Madonna sofferente, che nasce l’idea di una crocifissione al femminile, in cui il dolore della Madonna diventi altrettanto forte e universale. Un intreccio di riferimenti iconografici storico-artistici ma anche autobiografici, nati da una presa diretta con la realtà. Su un secondo piano di lettura, infatti, l’approccio alla sofferenza è intimo e personale, proveniente dalla perdita di una familiare. E quindi il body, il cassetto, le fotografie: elementi di una storia privata che circoscrivono all’ambito personale un’iconografia di portata universale.
La sofferenza trova infine pace nell’ultima opera, una composizione di grande formato che chiude concettualmente la mostra proponendo una sorta di catarsi, di resurrezione. Nuotare è come volare è un’installazione composta da una sequenza di 30 fotogrammi prelevati in ordine non consequenziale dal cortometraggio The land of men (1966) del regista armeno Artavazd Peleshyan. Con il procedimento della cianotipia, i fotogrammi prescelti sono stati impressi dall’artista mediante la luce solare su carta fotografica scaduta, poi fissata in camera oscura. La disposizione finale dei fotogrammi propone un’analogia visiva tra le immagini di nuotatori, paracadutisti e un astronauta immersi nell’acqua o nell’aria, circondati dal vuoto. E con questa condizione di leggerezza si chiude la mostra, aprendo una via verso l’ascensione e la ricongiunzione con qualcosa che era prima lontano e inafferrabile.

 

Note biografiche

Rachele Moscatelli è nata a Cantù (CO) nel 1993. Dopo essersi diplomata all’Istituto d’Arte Fausto Melotti di Cantù, si laurea in Grafica all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove attualmente frequenta il biennio di specialistica nello stesso indirizzo di studio. Ha partecipato a diverse mostre collettive e collaborato con studi di visual design per installazioni e progetti espositivi. Questa è la sua prima mostra personale.

SOTTOPELLE – Rachele Moscatelli
a cura di Elisa Fusi
Inaugurazione domenica 15 gennaio 2017, ore 19
In mostra fino al 10 febbraio 2017
Teatro Comunale San Teodoro, via Corbetta 7, Cantù (CO)
Ingresso libero
La mostra è visitabile negli orari di apertura del teatro, in presenza di spettacoli teatrali e durante gli aperitivi della domenica.

www.teatrosanteodoro.it | www.rachelemoscatelli.it
Mail. mostre@teatrosanteodoro.it | Tel. 347 8086566