#Giovani scultori al Cassero

Il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento – Museo Civico di Montevarchi, (Arezzo), ospita dal 22 ottobre 2017 – vernissage sabato 21 ottobre ore 17 – al 28 gennaio 2018 la mostra “#Giovani scultori al Cassero. Focus sui finalisti del PNA 2015” a cura del direttore scientifico del Museo Federica Tiripelli.

Una mostra tutta under 38 dalla curatrice agli artisti fino ai fotografi. Organizzato nell’ambito del progetto regionale “Toscanaincontemporanea2017”, grazie al partenariato tra il Comune di Montevarchi, l’”Associazione Amici de Il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento” e l’”Associazione Fotoamatori F. Mochi”, l’evento espositivo ha ricevuto il patrocinio delle Accademie di Belle Arti di Torino, Urbino, Bari e Reggio Calabria e il sostegno della “Cooperativa Eco-Energie”.

Un’ulteriore conferma – sottolinea l’assessore alla cultura del Comune di Montevarchi Maura Isetto – che Il Cassero rappresenta un’eccellenza nel panorama culturale italiano, e non solo. Uno degli obiettivi del Museo è anche quello di promuovere la scultura italiana, e questa mostra è una bella occasione per accendere i nostri riflettori su giovani artisti di grande prospettiva”.

In mostra le opere dei tre scultori finalisti per la sezione scultura del “Premio Nazionale delle Arti Claudio Abbado” nel 2015: Noa Pane (Roma, 1983) – vincitrice del PNA nel 2017 -, Leardo Sciacoviello (Vercelli, 1979) – già assistente di David Mach – e Luigi Scopelliti (Reggio Calabria, 1988) che affrontano problematiche sociali contemporanee. Il percorso espositivo, in tutto sei opere, è allestito nelle sale della collezione permanente del Museo, in un dialogo con le sculture presenti. Al centro della ricerca di Noa Pane, affascinata dalla meccanica e all’uso di materiali meccanici e industriali di riciclo, ci sono le dinamiche familiari e sociali della donna in tutti i suoi ruoli. L’artista si interroga su quale sia la sua “funzione” nella società di oggi come evocano gli stessi titoli delle sue opere “Nature in a cage – series constriction” e “Untitled – series constriction 5”. “

Noa Pane ci invita soprattutto a riflettere su ciò che genera la violenza, sulle relazioni tra uomo e donna – spiega la curatrice Federica Tiripelli -, sulla condizione di subordinazione e frustrazione che vive il genere femminile in molti contesti familiari e sociali anche in Occidente”. Come Noa Pane, anche Leardo Sciacoviello affronta il tema della violenza e focalizza l’attenzione sulle tragiche esistenze di coloro che sono stati rinchiusi nei manicomi e nelle carceri, veri e propri luoghi di segregazione e abuso, invece che di cura e recupero. E questo lo esprime con un suo stile personale dove la materia è davvero protagonista: figure in gomma siliconica, abbandonate su delle vecchie tavole di legno, di grande forza emotiva e originalità che non lasciano indifferenti.

La scultura “Portami su quella che canta” trae ispirazione dall’omonimo libro di Alberto Papuzzi in cui si racconta la vicenda del dottor Giorgio Coda, processato e condannato per le “torture” inflitte ai pazienti, mentre “Di Stato si Muore”, incarnazione per l’artista dei misteriosi decessi e delle violenze che si verificano tra le mura delle carceri, fa invece riferimento al noto caso di Stefano Cucchi.

Luigi Scopelliti, artista legato profondamente alla sua terra di origine – la Calabria – indagata un altro tipo di violenza, quella legata alla sopraffazione dell’uomo sulla natura. Nella sua opera “Mays” affronta il tema dell’invasione degli OGM nelle coltivazioni come appunto quella del mais, ma anche la rinascita e il ritorno alla terra. “Le quattro tavolette in pietra nera turca […] – precisa Federica Tiripelli -, sono quasi delle sacre “mense” che offrono semenze naturali, semi OGM (o meglio, ciò che ne resta), pannocchie scolpite nella pietra leccese e incarnano il singolare binomio naturale – artificiale, genuino – manipolato. Un’opera che è una riflessione sugli aspetti sociali, economici e politici dell’uso delle biotecnologie”.

Lo stesso tema della rinascita è proposto anche nell’affascinante installazione «Spazi di memoria», realizzata con oggetti di recupero a cui l’artista vuole donare nuova vita. La mostra diventa un momento di riflessione sui diversi linguaggi della scultura ma anche sul rapporto con altri linguaggi artistici come il video, realizzato dall’Associazione MACMA con Pierfrancesco Bigazzi, e le foto scattate da Lorenzo Della Vedova e Sofia Fabbrini, che documentano le opere e ne offrono una loro propria interpretazione arricchendo l’esperienza espositiva dei visitatori.

“#Giovani scultori al Cassero. Focus sui finalisti del PNA 2015”, è una mostra a cura del direttore scientifico del Museo Federica Tiripelli. Sarà aperta a Il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento, Via Trieste, 1, Montevarchi (Arezzo), dal 22 ottobre 2017 al 28 genaio 2018. Orari: da giovedì a domenica: 10-13 e 15-18, aperto anche mercoledì 1 novembre. Chiuso domenica 31 dicembre e lunedì 1 gennaio. Biglietto (Cassero + mostra), intero 4 euro ridotto 2 euro (under 18 anni, soci COOP, CTS, ISIC, ITIC, Touring Club, titolari Mondadori Card, Selecard, tessera ICOM). Scolaresche: 1 euro a studente. Gratuito: over 65 anni, under 6, disabili e possessori di Edumusei Card.

Info: tel +39 055.9108272-4, sito web: www.ilcasseroperlascultura.it e-mail: info@ilcasseroperlascultura.it Facebook: Cassero Per la Scultura Twitter: Cassero PerlaScultura Instagram: Cassero Per La Scultura YouTube: CasseroScultura

Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Asta 37

Martini Studio d’Arte vi invita all’Asta 37 che si svolgerà in due sessioni nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2017 a partire dalle ore 17:00.

L’asta verrà battuta presso la sede dello Studio d’Arte Martini sito in Borgo Pietro Wuhrer 125 Brescia, e sarà possibile partecipare e seguirne la diretta anche sui canali televisivi dedicati e in streaming sul sito martiniarte.it

Consolidata la presenza in catalogo di opere dei maggiori esponenti della Pittura Analitica, tra cui Paolo Cotani, Gianfranco Zappettini, Elio Marchegiani, Paolo Masi. Di particolare interesse una tela ad acrilico di notevoli dimensioni (cm. 236 x 278) di Marco Gastini, Acrilico N.1 del 1973 ed esposta alla Galleria Peccolo di Livorno nel 1975, stimata tra i 50.000,00 e 60.000,00 euro. Segnaliamo altresì la presenza in catalogo di Carmen Goria Morales, artista cilena cresciuta in Italia e ora di stanza a Parigi, con due opere, Dittico R-75-12-2, 1975 (grafite su tela, cm. 50×50 cad., stima € 10.000,00 – 12.000,00) e Dittico 84M11 del 1984 (tecnica mista e collage applicato su carta, cm. 50×70, stima € 3.000,00 – 4.000,00).

Di rilievo la presenza di artisti orbitanti attorno al movimento dell’arte cinetica e programmata, tra cui Julio Le Parc, fondatore nel 1960 del GRAV, Groupe de Recherche d’Art Visuel e aderente al gruppo Nuova Tendenza. Due le opere dell’artista in asta, Continuel – Mobile – argent sur argent, degli anni sessanta (elementi mobili in alluminio con fili di nylon su alluminio, cm. 98 x 39 x 4, opera n.17/100, stima € 12.000,00 – 14.000,00) e Theme 20 a variation, acrilico su carta.
In catalogo anche Couleur di Hugo Demarco, acrilico su tela del 1980 stimato tra i 10.000,00 e i 12.000,00 euro e lavori di Horacio Garcia Rossi, Franco Costalonga e molti altri. Presenti anche opere del Gruppo T di Milano con Giovanni Anceschi, Grazia Varisco, Gianni Colombo, e del Gruppo N di Padova con Dinamica Visuale del 1966 di Toni Costa (Rilievi in PVC su tavola, cm. 71 x 71) stimata tra i 25.000,00 e i 35.000,00 euro e opere di Edoardo Landi e Manfredo Massironi.

Tra le presenze internazionali nell’Asta 37 citiamo il brasiliano Servulo Esmeraldo, di cui viene proposta una scultura volume del 1973 stimata tra i 15.000,00 e i 25.000,00 euro (E7330, cm. 55 x 55 x 7); lo spagnolo Miquel Barcelò, con una tecnica mista su carta del 1983 stimata tra i 20.000,00 e i 30.000,00 euro; i cinesi Tsai Hsia Ling, Ho Kan e Hsiao Chin, con una tecnica mista su carta del 1963 (cm. 63 x 86, stima € 10.000,00 – 12.000,00) e un acrilico su tela su tavola stimato tra i 6.000,00 e 7.000,00 euro (Chi-295, cm. 27,5 x 37,5).

Presenti in catalogo anche un nutrito numero di sculture tra cui segnaliamo Le Temps, 1961-70 di Ben Vautier (scultura, orologio su piedistallo e tavola in legno, stima € 8.000,00 – 10.000,00), Il gioco, 1972 di Giuseppe Spagnulo (scultura in ferro, stima € 15.000,00 – 20.000,00), Nido per un sanpietrino, 1982 di Paolo Icaro (scultura in gesso e granito, stima € 8.000,00 – 10.000,00) e Macchina inutile di Bruno Munari, tirata a 250 esemplari (multiplo, acciaio, smalto, filo di nylon, stima € 15.000,00 – 20.000,00).

Tutti gli autori in catalogo: Agostino Bonalumi, Christo, Emilio Isgrò, Franco Angeli, Salvo, Tano Festa, Vincenzo Agnetti, Josef Albers, Alessandro Algardi, Giuseppe Allosia, Rodolfo Arico’, Pablo Atchugarry, Enrico Baj, Miquel Barcelo’, mary Hilde Ruth Bauermeister, Alberto Biasi, Enzo Cacciola, Enrique Careaga, Hsiao Chin, Toni Costa, Franco Costalonga, Paolo Cotani, Sergio Dangelo, Sandro De Alexandris, Hugo Demarco, Ulrich Erben, Servulo Esmeraldo, Lucio Fontana, Alberto Garutti, Marco Gastini, Winfred Gaul, Paolo Icaro, Jiri Kolár, Ugo La Pietra, Edoardo Landi, Julio Le Parc, Elio Marchegiani, Gino Marotta, Bruno Munari, Magdalo Mussio, Carlo Nangeroni, Claudio Olivieri, Gottardo Ortelli, Mimmo Paladino, Gianfranco Pardi, Pino Pascali, Salvador Presta, Carmelo Arden Quin, Mario Raciti, Martial Raysse, Horacio García Rossi, Dieter Roth, Mario Schifano, Paolo Scirpa, Rino Sernaglia, Turi Simeti, Gianni Emilio Simonetti, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli, Joël Stein, Jorrit Tornquist, Grazia Varisco, Emilio Vedova, Angelo Verga, Arturo Vermi, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini, Michele Zaza

L’esposizione dei lotti sarà aperta al pubblico a partire da lunedì 2 ottobre presso la sede della Galleria. Catalogo on line sui portali Arsvalue, Artprice e Auction.fr

Martini Studio d’Arte, fondato da Paolo Martini, nasce nei primi anni ‘90 come Galleria d’arte. Per rispondere meglio alle esigenze di mercato nel 2006 viene costituita una Casa d’Aste specializzata nel settore delle arti figurative, con una particolare attenzione all’arte moderna e contemporanea. Lo Studio d’Arte Martini propone opere d’arte selezionate in collezioni private che decidono di affidarsi a questa azienda per la vendita. Lo Studio d’Arte offre anche una serie di servizi, come la vendita a trattativa privata, valutazioni di collezioni o singole opere, archiviazioni e pubblicazioni, consulenze pre/post acquisto o vendita, ecc.

I colori e i giorni

Si inaugura martedì 17 ottobre alle ore 18,30 all’Associazione Cortina la mostra personale della pittrice Alda Maria Bossi, dal titolo : “I colori e i giorni”.

In mostra circa quindici opere recenti dell’artista milanese, che da diversi anni lavora sui temi della città e della quotidianità (interni, nature morte, “paesaggi” ricavati dalla disposizione di oggetti di uso comune).

Siano appunto paesaggi esterni o “zoomate” sulla realtà di tutti i giorni nell’ambiente di casa, i suoi quadri sono modulati su colori disposti a campitura larga, con tonalità vivaci che contribuiscono a dare un senso di estraniamento al contesto domestico.

Rossi, gialli, azzurri e verdi intensi comunicano una sensazione metafisica e quasi surreale, nel silenzio sospeso delle ampie vedute urbane oppure nello sguardo ravvicinato nelle sale, nei soggiorni, nelle cucine e nei corridoi di appartamenti dove la vita esistente pare essere quella di oggetti e semplici cose tra loro dialoganti, quasi emotivamente.

 

Alda Maria Bossi – I colori e i giorni
ASSOCIAZIONE CULTURALE RENZO CORTINA
Milano – dal 17 al 28 ottobre 2017
Via Mac Mahon 14 (20155)
+39 0233607236
artecortina@artecortina.it
www.artecortina.it

Un viaggio

Scrive Giuseppe Berti a proposito di Gianni Ruspaggiari : «E’ un esploratore di colori e di segni. Placate la foga del gesto e la “cupa” violenza cromatica di precedenti esperienze, l’artista ora si esprime attraverso più morbidi registri compositivi dove il colore, fluido, libero e cangiante, si unisce ad un segno sottile che si fa figura, che diventa corpo, immagine pulsante di un desiderio carnale: una pittura, questa, che si potrebbe persino definire neo-secentesca e rubensiana, per lo meno nell’espansa e calda sensuosità della composizione.

Infatti, sia nelle opere ad olio, sia in quelle di più piccolo formato condotte a tecnica mista (acrilico e acquerello), Ruspaggiari fa uso di una tavolozza esuberante di contrappunti cromatici e di valori tattili: un “canto libero” di viola, lilla, azzurro, arancio, rosso, bianco che si dispiega sulla tela o sul foglio ora con lenti e sfumati trapassi di toni, ora attraverso palpitanti esplosioni cromatiche in cui, in una felice combinazione di tachisme e di dripping, talvolta risuonano anche le note più gravi del nero»

Gianni Ruspaggiari – Un viaggio
dal 26 ottobre al 26 novembre 2017
Casa di Cura Privata Polispecialistica Villa Verde
Viale Lelio Basso, 1
42123 Reggio Emilia
Tel. 0522 328611
info@villaverde.it
www.villaverde.it

La calle grande

ZArt Urban Studio apre le porte al pubblico con la “La calle grande”, exhibit collettiva dedicata al mondo della street art e della cultura urbana: stencil art, poster art, sticker art, upcycling, handicraft e le diverse forme dell’arte di strada, trovano a ZArt un proprio modo di esprimersi e mettersi in mostra, in uno spazio alternativo, unico nel suo genere, pronto ad accoglierle al pari di quello metropolitano.

Presentato in collaborazione con N U D A – New Urban Dirty Art, collettivo di neo-formazione nato a sostegno della street culture, l’opening si terrà venerdì 27 ottobre alle ore 18.30 presso ZArt Urban Studio (via Panfilo Castaldi, 20 – Roma Trastevere), vera e propria street art gallery nata sotto la direzione artistica di Zaire Torrealba, luogo di passaggio e punto d’incontro per artisti e appassionati del genere.

Protagonisti importanti artisti del panorama nazionale e internazionale, primo tra tutti Mimi the Clown, street artist francese conosciuto in tutto il mondo per i suoi interventi urbani che hanno come soggetto l’autoritratto di sé stesso, spesso in compagnia di personaggi famosi, abbellito ironicamente dal nasone rosso da clown. E poi Andrea Boriani con i suoi dipinti pop su supporti riciclati, BiBi Queen e il suo “confused cat”, C_ska con la sua “skawoman” e le sue composizioni “occhi e cuore”, Kocore e i suoi stencil geometrici, K2m con i suoi paste-up “giornalistici”, Stelleconfuse e la sua sticker e poster art. E ancora i quadri “digital-pop” di Fabio Gismondi, gli artworks espressionistici di Carlo Gori, i photocollage decostruiti di GapEh, la poster art di Pino Volpino e la sua “merda di streetartist”, gli stencil di Tutto e nienteTemet Nosce e di Matteo Mariani in arte Koi, le opere di Phobos, di Lorena Tiberi in arte Mani e i lavori della pittrice e street artist Suri. Infine in mostra per l’artigianato artistico e l’upcycling, gli “Unusual crafts” di Cristian Cicerone, le creazioni di Angela Conte, di Nabarü e di MCCDesign, mentre l’esposizione sarà accompagnata dal live painting di NOA, noto street artist della scena romana.

A dare il titolo alla mostra, La calle grande, è un’espressione tipica della cultura latino-americana, come racconta la curatrice stessa, Zaire Torrealba, poliedrica artista venezuelana che si muove tra la moda e l’arte: “La calle grande si pronuncia la cage grande, letteralmente la grande strada, rappresenta per noi artisti il mondo esterno, dove ogni giorno ci confrontiamo, ci conosciamo, dove cresciamo e combattiamo. Un mondo parallelo, quello della strada, capace di darci gli stimoli e le suggestioni di cui necessitiamo per creare ma che è al tempo stesso scenario nel quale esprimiamo le nostre emozioni, come in uno scambio. Per dare voce a una coscienza collettiva, farci portavoce dell’intera comunità, incapace di farsi ascoltare in un mondo sopraffatto da troppi rumori…”.

La mostra resterà aperta dal 27 ottobre al 27 novembre 2017, visitabile su appuntamento.
Per prenotazioni zarturbanstudio@gmail.com, cel. 320 927 8197.

 

La Calle Grande
Dal 27 ottobre al 27 novembre 2017
c/o ZArt Urban Studio – via Panfilo Castaldi, 20 – Trastevere (Roma)
Opening 27 ottobre 2017 h 18.30 – FREE ENTRY

ZArt Urban Studio è una gallery dedicata all’arte urbana in tutte le sue declinazioni: street art, stencil graffiti, illustrazione, artigianato, upcycling, handmade clothing e molto altro.
Lo scopo è quello di osservare i fermenti artistici che nascono e scorrono nel sottosuolo, dando voce alle proposte più innovative che caratterizzano il movimento della street art internazionale. Situato nel cuore pulsante di Trastevere, vera e propria galleria di strada e vetrina della street art internazionale, ZArt si configura come laboratorio subculturale di sperimentazione e di fusione delle tecniche di produzione e riutilizzo dei materiali industriali e alternativi (zarturbanstudio@gmail.com).

Il collettivo N U D A – New Urban Dirty Art nasce con base operativa a ZArt Urban Studio.
Mission perseguita dal collettivo è “mettere a nudo” l’arte urbana, promuovendo progetti artistici alternativi, dalla fase di progettazione a quella operativa di direzione, curando anche gli aspetti di comunicazione, management e immagine al fine di sostenere lo sviluppo della street culture (nudacollettivo@gmail.com).

Opere di Dino Ventura

Domenica 15 ottobre, alle ore 18.00, negli spazi della Galleria Idearte di Potenza, al n. 75 di Via Londra, sarà inaugurata la mostra : Le parole non dette – Opere di Dino Ventura. Il vernissage, alla presenza dell’artista, prevede l’intervento del critico d’arte Rino Cardone, che ha curato il testo di presentazione in catalogo.

L’artista pugliese, dopo aver raccolto ampi consensi in ambito nazionale negli ultimi anni, ha scelto di presentare la sua nuova personale nella città capoluogo di regione che l’ha ufficialmente adottato.

La mostra, a cura di Rino Cardone e di Grazia Lo Re, si compone di 20 opere su tela di grandi dimensioni, e sarà visitabile tutti i giorni nei seguenti orari: 11.00/13.00 – 17.30/20.30 fino al 7 novembre prossimo.

Dino VenturaLe parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Le parole non dette

Scrive  Rino Cardone a proposito de Le parole non dette : “Le forme, i colori e le parole. È pittura ricca di suggestioni quella di Dino Ventura. Pittura di significati e di significanti. D’immagini disegnate dalla mente, ancor prima che dal pennello, o dalla spatola. Ed è anche pittura di colori che sollecitano, oltre la vista, l’area creativa della nostra mente. Pittura di segni, di strofe poetiche e di versi tagliati. Pittura che evoca i numeri e il suono tarpato delle parole. C’è un po’ di beat generation statunitense in questo agire pittorico di Dino Ventura. C’è la cultura del frammento letterario. C’è il cut-up di William Burroughs e di Brion Gysin. Ci sono frammenti di poesie. C’è lo spirito delle “parole in libertà” dell’esperienza futurista di Filippo Tommaso Marinetti e di Guglielmo Jannelli. Ma ci sono anche le voci (ideogrammi) che Dino Ventura definisce come le “parole non dette”. Ci sono gli interrogativi esistenziali dell’artista. Uno dei quali è un “ologramma ribaltato” del pensiero sul silenzio di Federico Fellini, in ”La voce della luna” quando il protagonista del film afferma, nella scena finale: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Per Dino Ventura è tutt’altra questione. Il dilemma, che lui rappresenta, è invece questo: “Se solo ci fosse meno silenzio”. Il senso di questa sua pittura è lo stesso delle lettere d’amore di Roberto Vecchioni. È quello di voler sollecitare una riflessione sui modi del comunicare, considerando che “c’era una volta in cui si parlava, ora non più”. E c’è anche la volontà, da parte sua, di chiedersi cos’abbia, oggi, senso e cosa lo abbia meno. Di domandarsi che cos’è la poesia e che cos’è l’arte. Quella di Dino Ventura richiama, in alcuni casi in maniera testuale, i versi di Tagore e di Pablo Neruda. Richiama le suggestioni delle pietre colorate – e disegnate di rime – del poeta greco Ghiannis Ritsos. Richiama il concetto che tutte le cose sono numeri come sosteneva Pitagora. Un’arte dunque di rimandi letterari, filosofici e cantautorali. Rimandi impregnati di suggestioni. È cambiato il modo di far pittura di Dino Ventura. Secondo lui “c’è, oggi, più pienezza cromatica”. È questo un modo per dire che il vecchio segno, molto a pennello, si è arricchito di un maggior numero di strati spatolati. C’è ancora il dripping dell’Action Painting americana quello che fu di Jackson Pollock. Ma c’è anche più bitume rispetto alla pittura precedente. C’è l’uso dello straccio, per aspergere il colore sulla tela. Il significato minimale dei lemmi e dei vocaboli – da lui adottati dentro il quadro – si è trasformato in espressioni di senso letterario compiuto. C’è insomma più poesia visiva. E tutto questo senza tradire la sua scelta pittorica, espressiva e concettuale, fondata sulle cromie accese. Altri elementi di novità sono: i collage (realizzati con l’impiego di pezzetti di carta) e i tagli obliqui (eseguiti con l’uso di linee geometriche che aumentano il numero dei piani ottici e focali del quadro). E questo per dare corpo a un’emozione di Tagore che lui ha ripreso in chiave pittorica: “ (…) La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa / per uscire migliorata da te (…) ”.”

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Dino Ventura

Dino Ventura nasce a Corato (BA) nel 1962. Diplomato presso l’Istituto d’Arte di Potenza, proviene da una famiglia di pittori. Si cimenta come artista autodidatta nel 1978 affacciandosi all’astratto seguendo l’istinto e l’emozione e nel 1980 inizia a partecipare alle prime collettive nella sua città nativa e nella provincia.

Attualmente le sue opere sono apprezzate da gallerie italiane ed estere, riscuotendo interessanti riscontri di pubblico e critiche. La sua tecnica si distingue per l’accostamento di forti sezioni cromatiche, abbinate a materiali poveri e preziosi come cartoni, sacchi, foglia d’oro, cere e bitume a riflessivi scritte trasferite sulla tela, uniti a codici numerici che miscelati assieme, si trasformano in interessanti veicoli comunicativi.

Vive e lavora a Pignola (PZ) e le sue opere sono esposte in permanenza presso:
– Galleria Idearte – Potenza
– La Cornice Gallery – Paderno (MB)
– Pleyades Gallery – Managua (Nicaragua)
– Artessio Gallery – Chinandega (Nicaragua).

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Tim Bengel

Nato a Ostfildern, vicino a Stoccarda, il 31 dicembre 1991, Tim Bengel studia arte e filosofia all’Università di Tübingen in Germania. Si è affermato per i suoi lavori multimediali, che combinano performance, live painting e video.

Realizza immagini bidimensionali applicando foglia d’oro e sabbia bianca e nera sulla superficie trattata con un collante, così come si vede in Versailles. Una volta completato il suo processo creativo con quei materiali, posiziona la tela in verticale dinanzi al pubblico, che coinvolge in una esperienza emozionante. Conserva la memoria di quel momento, così come del procedimento filmando l’azione per realizzare un video, che condivide con oltre 250 milioni di persone attraverso i social media.

Come ha rimarcato Sanja Haupt, “l’idea di filmarsi in un video per offrire la visione della sua tecnica unica, ha permesso a Bengel di presentare la sua arte in un modo che è particolarmente adatto a internet e alla rivoluzione digitale” poiché offre “una esperienza visiva che culmina in un clima di rivelazione”.

Nel 2009 e 2012 ha vinto il 1° Premio per l’arte alla scuola Kunst aus den eigenen Reihen di Nuertingen (Germania), che allora frequentava. Nel 2011 ha vinto il Jugenddesignwettbewerb Hessnatur a Francoforte e successivamente il 1° Premio all’Artward International Event di Monaco (2014) e il 1° Premio alla Art Expo Malaysia (2016).

La Florence Biennale 2017 ha conferito il Premio Speciale “Lorenzo il Magnifico” del Presidente a Tim Bengel per aver fuso con originalità una reminescenza dei mandala tibetani con la figurazione occidentale e le nuove tecnologie condividendo il suo lavoro con un vasto pubblico internazionale, che ha entusiasmato e ispirato.

Quale artista ospite della biennale realizzerà dal vivo due dei suoi lavori, Rome Monument e Floral Freedom.

Henri de Toulouse-Lautrec

Scrive il Prof. Francesco Morante a proposito Henri de Toulouse-Lautrec: “Toulouse-Lautrec (1864-1901) è uno degli ultimi pittori impressionisti.

Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la sua vita fu segnata, a quattordici anni, da due cadute da cavallo che gli procurarono delle fratture ad entrambe le ginocchia. In seguito le sue gambe non crebbero al pari del resto del corpo, restando egli deforme come un nano. Ciò lo portò a vivere una vita bohemien nel pittoresco e malfamato quartiere parigino di Montmartre. E in questo povero universo di ballerine e prostitute egli svolse la sua arte, prendendo di lì la propria ispirazione. Morì nel 1901 all’età di trentasette anni per problemi di alcolismo.

Egli è soprattutto un grande disegnatore, portando la sua arte su un piano che era sconosciuto agli altri pittori impressionisti: quello della linea funzionale. Egli con la linea coglie con precisione espressionistica le forme, i corpi e lo spazio. Non solo. Anche le superfici vengono tutte intessute di linee che si intrecciano a formare suggestivi intrecci.

Questa sua capacità di deformare la linea con grande capacità espressionistica rese la sua opera pittorica densa di suggestioni per i movimenti pittorici successivi. Soprattutto l’espressionismo prese ispirazione da Toulouse-Lautrec ma anche la successiva cultura figurativa liberty che fece della linea la sua principale matrice figurativa. Ed al liberty Toulouse-Lautrec fornì anche un nuovo ambito di applicazione: quello del manifesto d’autore. Egli, infatti, fu il primo pittore ad utilizzare le sue capacità artistiche per la produzione di grafica d’autore, soprattutto in occasione di spettacoli teatrali e cabarettistici.

La breve vita di Toulouse-Lautrec rimane un esempio anch’esso emblematico dell’artista di fine secolo. Ovvero di artista maledetto che vive la propria vita e la propria arte su un unico piano di intensa partecipazione emotiva. Egli, pur provenendo da una famiglia nobile ed agiata, preferì vivere la propria esistenza fuori dai comodi schemi della vita borghese, consumandola con un disprezzo per la vita stessa che lo accomuna ad altri artisti, non solo pittori, di questa fase.

Come Van Gogh e Gauguin anche egli, a suo modo, evade dalla società. Ma mentre i primi due lo fanno ricercando il mondo dei contadini o i mondi esotici delle isole del Pacifico, Toulouse-Lautrec evade rifugiandosi in quel mondo equivoco fatto di bordelli e locali di spettacoli in cui incontrava barboni, reietti, ubriachi, prostitute e con i quali condivideva anche la sua affettività. Ed essi divennero il soggetto dei suoi quadri, cogliendo in loro una vera e genuina umanità, a volte struggente e dignitosa.”

 

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec
dal 17 ottobre 2017 al 18 febbraio 2018
Palazzo Reale – Milano

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec

Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901), uno degli ultimi pittori impressionisti, viene omaggiato in una gran bella mostra, allestita dal 17 ottobre al 18 febbraio 2018 a Palazzo Reale di Milano.

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec” – questo il titolo della rassegna – presenta circa 250 opere, fra dipinti, litografie, acqueforti e manifesti realizzati dall’artista. Prestiti del Musée Toulouse-Lautrec di Albi, la cui direttrice Danielle Devynch è curatrice della rassegna insieme a Claudia Zevi, e di altri importanti musei e collezioni internazionali, come la National Gallery of Art di Washington, il Museo Puskin di Mosca, la Tate Gallery di Londra, il Museum of Fine Arts di Houston, la Bibliotheque Nationale de France di Parigi, il Museu de Arte di San Paolo.

Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) discendeva da una nobile ed antichissima famiglia francese, la sua vita fu segnata, a quattordici anni, da due cadute da cavallo che gli procurarono delle fratture ad entrambe le ginocchia. In seguito le sue gambe non crebbero al pari del resto del corpo, restando egli deforme come un nano. Ciò lo portò a vivere una vita bohemien nel pittoresco e malfamato quartiere parigino di Montmartre. E in questo povero universo di ballerine e prostitute egli svolse la sua arte, prendendo di lì la propria ispirazione. Morì nel 1901 all’età di trentasette anni per problemi di alcolismo.