INSIDE_dentro le storie

F. project | Centro di formazione sulla fotografia e l’immagine contemporanea presenta INSIDE_dentro le storie dall’1 al 27 aprile 2017

Terza rassegna sulla fotografia contemporanea curata da Massimo Barberio, Roberta Fiorito, Michela Frontino e Maria Teresa Salvati, si terrà nel mese di aprile presso gli spazi dell’ex laboratorio Fotocine Meridionale.

Esperienze e ricerche artistiche presentate attraverso una mostra e un programma di incontri e talk che, seppur fortemente diverse per background e approccio allo strumento fotografico, trovano un territorio comune nel punto di vista privilegiato con cui producono le loro opere.

Uno sguardo che parte, comprende e irrompe dall’interno delle realtà esplorate e che di esse diviene parte imprescindibile.
Sabato 1° aprile alle ore 12:30 si darà il via alla rassegna con l’inaugurazione della mostra INSIDE_dentro le storie, collettiva che mette in dialogo i lavori di sette autori italiani ed internazionali – Alexander Aksakov, CESURA, Sean Lee, Amak Mahmoodian, Carlo Rainone, Camilla Riccò e Juan Diego Valera – e una conversazione a più voci che metterà a confronto le esperienze e le ricerche di Stefano Carini (fotografo freelance e picture editor), Giovanni Cocco (autore) e Carlo Rainone (autore), moderati da Lina Pallotta (fotografa e insegnante).

Cosa vuol dire essere vicini o interpretare i propri soggetti dall’interno? Qual è la distanza dalla storia che permette di comprenderla e interpretarla intimamente? Quanto un autore si può spingere per avvicinarsi alla realtà che fotografa? Quali sono le componenti fisiche ed emotive che entrano in gioco nel racconto fotografico?

A partire da queste domande, la riflessione sul tema inside genera una fitta trama di analogie visive, punti di vista e visioni personali che uniscono e legano tra loro le opere degli artisti esposte in mostra. Al centro del percorso espositivo è il trasporto viscerale che conduce al cuore degli eventi, genera e produce immagini. Il linguaggio è parte di un metodo di condivisione empatica e di partecipazione visiva che distingue ciascun autore.

Si parte da uno sguardo sulla storia recentissima con il collettivo Cesura. Il loro lavoro Ado racconta i venti di rivoluzione che hanno scosso il mondo arabo fra il 2010 e il 2011. Il risultato è un ampio lavoro a più mani composto da immagini e video prodotti dal collettivo e dai protagonisti stessi degli eventi. Ado introduce una feconda riflessione sul “citizen photojournalism”, fotogiornalismo partecipato, che coinvolge la testimonianze dei cittadini come punto di partenza nel racconto della notizia.

Spostandoci più a est il fotografo russo Alexander Aksakov con il lavoro 365 Dreams, a metà fra un diario personale e un reportage, ci svela un anno di vita di giovani militari russi che, come lui, devono “pagare il loro debito con la madre patria” in una base militare segreta. Aksakov è riuscito a raccontare, di nascosto e con una macchina fotografica Smena-8M (una macchina fotografica 35mm a basso costo), un’esperienza che solitamente è nascosta agli occhi dei più, mostrandoci momenti di intimità, alienazione, nostalgia, paura, solitudine e volontà di fuggire.

Di alienazione e disorientamento racconta anche il progetto Diente de chucho del fotografo argentino Juan Diego Valera, ma il risultato stilistico, oltre che i contenuti, sono molto diversi. Per Valera si tratta di trasmettere lo stato di confusione e di allarme permanente di un fotografo in un luogo sconosciuto, attraverso l’evocazione di paesaggi e spazi apparentemente comuni. Qui il fattore umano viene usato come ingrediente reiterativo di immagini semplici di un autore incapace di separare l’emotivo dall’obiettivo.

Camilla Riccò, giovane fotografa fiorentina, attraversando diverse storie legate a diversi disturbi alimentari, svela e ci racconta “dall’interno” la malattia e la maniera in cui, chi ne soffre, percepisce se stesso e il mondo circostante. Il progetto, a lungo termine, nasce da un’esperienza personale e indagata, utilizzando immagini d’archivio, testi, still life e collages, le storie di 11 persone che hanno sofferto di disturbi alimentari e che ha personalmente conosciuto nel corso degli anni.

Inside ha anche a che fare con l’accesso e la comprensione delle storie dalle sue viscere; e così il giovane fotografo partenopeo Carlo Rainone entra nelle case, nelle feste, nei luoghi di ritrovo dei cantanti neo-melodici napoletani e in quelle dei presunti nobili vicini ai movimenti neo-borbonici. Un punto di vista privilegiato, quello di Rainone, che consente di avvicinarci a luoghi altrimenti inaccessibili: una società, quella napoletana, multi-sfaccettata e fatta di tanti micro-cosmi con una loro peculiarissima identità.

Di identità parliamo anche con la fotografa iraniana Amak Mahmoodian. Shenasnameh, è il nome del progetto nonché il nome del certificato di nascita ufficiale iraniano. È valido per tutta la vita ma la foto-tessera che essa contiene deve essere aggiornata secondo gli standard nazionali. Amak si rifiuta di far passare l’idea che le donne siano tutte uguali, e attraverso la raccolta di immagini e impronte digitali di diverse donne sottolinea, con delicata analisi, le differenze che rendono tali donne uniche nel loro essere. Un luccichio degli occhi, le sopracciglia, le labbra, uno sguardo con cui
queste donne riconquistano una loro individualità.

Con Sean Lee, artista cinese, entriamo davvero dentro la storia, attraverso la relazione inscindibile tra fotografo e soggetto. Desideroso di comprendere la vita dei lady-boy in Cambogia, ma non pago della realizzazione di un documentario visto da out-sider, per più di un anno Sean ha dato vita e corpo al suo alter ego femminile: Shauna. Il travestimento, la totale immedesimazione nei panni di Shauna è la strategia adottata dal giovane autore per documentare, con incredibile veridicità ed estrema e delicata intimità, la vita del quartiere a luci rosse di Siem Reap.

La rassegna INSIDE_dentro le storie proseguirà giovedì 7 aprile con la presentazione del libro The Modern Spirit is Vivisective di Francesca Catastini e giovedì 27 aprile con la presentazione del libro Diente de Chucho di Juan Diego Valera.

La rassegna, che scandirà le prossime settimane, intende stabilire un dialogo profondo e duraturo con il territorio in cui opera e con il pubblico, a vario titolo, interessato al ruolo della fotografia nella realtà che viviamo ogni giorno. In continuità con le attività didattiche di richiamo nazionale e internazionale che F. project Scuola di Fotografia e Cinematografia porta avanti da oltre tre anni nella città di Bari, questa rassegna conferma l’impegno di una realtà interessata alla divulgazione e alla valorizzazione della cultura fotografica in Puglia e più in generale nel sud Italia.

La mostra INSIDE_dentro le storie è stata concepita in collaborazione con Slideluck, organizzazione non-profit dedicata alla costruzione e al rafforzamento delle comunità attraverso il cibo e l’arte. Dal 2000, Slideluck porta in oltre 100 città in tutto il mondo, eventi che combinano una presentazione multimediale con una cena a buffet.

LINK:

Home


www.slideluck.com
info: fproject.didattica@gmail.com / Roberta Fiorito 340 722 52 37

Aforismi nell’Arte

In questa galleria gli aforismi più intriganti che richiamano l’Arte ed il suo mondo:

“Siamo tutti scultori e pittori, e il nostro materiale è la nostra stessa carne, il nostro sangue, le nostre ossa.” Henry David Thoreau

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei.” Pablo Picasso

“Io sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni.” Vincent van Gogh

“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

“Non so disegnare, non so dipingere e non so scolpire. Le mie cose non le tocco proprio. È il vuoto che mi concentra e mi dà delle idee.” Maurizio Cattelan

“Renoir è un ragazzo senza alcun talento. Ditegli, per favore, di smettere di dipingere.” Edouard Manet

“Ciò che bisogna dipingere è dato dall’ispirazione, che è l’evento in cui il pensiero è la somiglianza stessa.” René Magritte

“Il fine della pittura non è quello di commuovere, ma piuttosto quello di rappresentare.” Alberto Sughi

“Chiunque si dedichi alla pittura dovrebbe iniziare tagliandosi la lingua.” – Henri Matisse

“Nel dipingere é difficile capire qual è il momento in cui l’imitazione della natura deve fermarsi. Un quadro non è un processo verbale. Quando si tratta di un paesaggio, amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci per andarvi a spasso.” – Auguste Renoir

Mistica

Nei giorni mercoledì 29 marzo e venerdì 31 marzo alle ore 21.00in occasione del G7 della Cultura organizzato a Firenze verrà presentato Mistica: un ciclo di azioni coreografiche ideato da V.irgilio Sieni che si pone in diretto confronto con le opere della mostra Bill Viola. Rinascimento elettronico all’interno delle sale di Palazzo Strozzi.
 
Attraverso un percorso nella lentezza e nell’ascolto, gli interpreti – professionisti e cittadini di ogni età – dialogheranno con le opere video del celebre artista statunitense proponendo un viaggio nel gesto, nel senso dell’attesa, nella centralità della vicinanza, nell’ascolto dell’altro. Un cammino nella liberazione del gesto dall’uso quotidiano per restituire il corpo come rivelazione, esaltando la fragilità e la frammentazione del movimento.Mercoledì 29 e venerdì 31 marzo 2017 – ore 21.00
Palazzo Strozzi – Piazza Strozzi, Firenze

Biglietto unico € 12,00
Alla fine della performance il pubblico potrà trattenersi negli spazi della mostra fino alle ore 23.00

Prenotazione obbligatoria:
da lunedì a venerdì
9.00-13.00; 14.00-18.00
Tel. +39 055 2469600
prenotazioni@palazzostrozzi.org

Maggiori informazioni →

Il progetto è realizzato da Virgilio Sieni / Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza / Accademia sull’arte del gesto, in collaborazione con Fondazione Palazzo Strozzi e MUS.E

UE: un nuovo logo è possibile!

Prende il via sabato 25 marzo, a Roma, nel cuore dello storico quartiere Coppedè (Via Reno, 18 A) la personale di Corrado Veneziano dal titolo “UE: un nuovo logo è possibile! UE: un nuovo luogo è necessario!”, in programma fino al 2 aprile prossimo (orario: 17.00 – 20.00, ingresso libero).

L’esposizione, che verrà inaugurata in occasione dei sessanta anni del Trattato di Roma, presenta – attraverso tre installazioni – la reinterpretazione in chiave estetica, critica e provocatoria del logo dell’Unione Europea, il cui anniversario della nascita ricorre proprio il 25 marzo. Se, infatti, da una parte questa data rappresenta un’occasione per festeggiare il fondamentale patto di relazione e convivenza tra gli Stati che hanno aderito all’Unione, dall’altra può e deve aprire una riflessione sulla parte ancora incompiuta e fortemente problematica di tale conquista.

È ciò che ha inteso fare l’artista attraverso un’analisi della simbologia alla quale il suo emblema è collegato. Com’è risaputo, le 12 stelle dell’UE, posizionate su fondo blu, evocano un colore e una figurazione attraente e penetrante: laddove lo sfondo vuole essere cielo-mare-dolcezza; e le stelle, posizionate circolarmente, brillano evocando una bussola, una costellazione, un sogno.

Corrado Veneziano, già autore del Logo 2015 del Prix internazionale televisivo della Rai, recensito entusiasticamente dall’antropologo Marc Augé, dal critico Achille Bonito Oliva e dal sociologo Derrick de Kerckhove, ha realizzato le tre opere artistiche servendosi di materiali diversi: scarpe di colore blu, celeste e verde acqua, salvagenti, copertoni, corone di fiori lacerati, nastri, funi e catene argentee.

Visitabili dal pubblico per un’intera settimana, le installazioni misurano tre metri per tre. E se – da lontano – sembrano replicare pedissequamente la consueta bandiera UE, da vicino al contrario svelano tutt’altro. Infatti solo con uno sguardo prossimo a ciascuna delle tre installazioni – in una messa a fuoco sempre più concreta – le bandiere si rivelano per quello di cui sono effettivamente composte: una distesa di scarpe blu sulle quali riposano, in collocazione circolare, dodici copertoni avvolti da ingombranti catene; un mare di impermeabili trasparenti e celesti sui quali si adagiano dodici salvagenti avvolti da strisce dorate; dodici corone di fiori violacei poste su altrettante coperte blu, come in un giaciglio mortuario. A richiamare una realtà in larga parte da perfezionare, un viaggio non ancora risolto, una fatica segnata, anche e forse soprattutto, da cicatrici e lacerazioni. Ma anche a dimostrare per l’ennesima volta che, come ha scritto in un’altra occasione Achille Bonito Oliva, “le opere di Corrado Veneziano massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

Secondo Corrado Veneziano: “Manca un immaginario, un respiro, una voce che faccia sentire coesa e densa l’attuale Unione Europea. E dunque ho voluto utilizzare l’arte per ripartire, provocatoriamente, dall’unica dimensione simbolica esistente oggi: la sua icona, il suo marchio, il suo logo”. “Mi sento tanto italiano quanto europeo, e non riesco a rassegnarmi all’idea che, a fronte di una unione economica e amministrativa, non ve ne sia una legata alla dimensione immateriale, simbolica, culturale”, ha detto l’artista. “Il valore della diversità si sta trasformando in una regressione localistica e burocratizzata invece che essere inteso quale elemento straordinario di valorizzazione delle molteplicità. Diversamente, penso che proprio dall’arte si debba e si possa ripartire per costruire una nuova Europa dei popoli“, ha quindi concluso Veneziano.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 25 marzo 2017 alle ore 17.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo; la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

UE: UN NUOVO LOGO E’ POSSIBILE
Spazio Veneziano – Via Reno, 18 A – Roma
Mostra personale dell’artista: Corrado Veneziano
Apertura al pubblico: da sabato 25 marzo 2017 a domenica 2 aprile
Orario: 17.00 – 20.00 Ingresso libero

Per informazioni:
Ufficio Stampa
Paola Pacchiani
Cell. 347/1223254
e-mail: paola_pacchiani@yahoo.it

VALERY KOSHLYAKOV. Non smettiamo di costruire l’Utopia

È Valery Koshlyakov l’artista russo cui Ca’ Foscari Esposizioni dedica un’ampia rassegna, curata da Danilo Eccher, a partire dall’11 maggio 2017 e sino al 29 luglio. Per l’artista è un ritorno in Laguna, dove è stato tra i protagonisti della Biennale di Venezia del 2003.

Koshlyakov, che vive tra Parigi e Mosca, è presente con le sue opere in molte prestigiose collezioni: in Italia presso il MACRO, in Francia è presente al Centre Pompidou di Parigi e, naturalmente, in alcuni dei principali musei di Stato russi come la Galleria Tret’jakov di Mosca o il Museo Russo di San Pietroburgo. Ha inoltre esposto le sue opere al Louvre di Parigi, al Guggenheim di New York e Bilbao, al Museo Puškin di Mosca e al John F. Kennedy Center for the Performing Arts in Washington, DC. Va inoltre segnalato in particolare il Museo dell’Impressionismo Russo di Mosca, che ha sostenuto il progetto di Venezia, in cui di recente l’artista ha allestito una sua mostra personale. Koshlyakov infatti è da molti anni considerato come una delle più autorevoli e interessanti voci dell’arte russa contemporanea.

Valery Koshlyakov è nato nel 1962 a Sal’sk, nel territorio del Rostov, dove ha frequentato una fra le più prestigiose Accademia d’Arte della Russia. Nel 1988 ha aderito al movimento “Arte o Morte”, un’associazione che riuniva i giovani artisti di una nuova stagione espressiva. Il nome, che richiama il motto del Che: “Patria o Muerte”, indicava lo spirito rivoluzionario che animava questi giovani protagonisti. Koshlyakov lascia tuttavia presto Mosca, per lavorare tra Berlino e Parigi, dando così l’avvio al suo successo internazionale.

Le sue grandi tele fissano l’immagine di un’intima fragilità, un sofferto stato di ansietà che si fissa nella vuota monumentalità delle rovine classiche. Si alternano simboli di città, di popoli, di epoche: sono gli aspetti visionari di un’arte che non smette di rincorrere l’Utopia, sono memorie e fantasie che confondono la realtà di un paesaggio con il desiderio di un’apparizione. Si tratti del Cremlino o di Notre Dame, del Colosseo o del Pantheon, di Place de la Concorde o di quella del Vaticano, dei frammenti di Pompei o delle architetture staliniane, ciò che ammiriamo sono sempre immagini in perenne bilico fra speranza e realtà. Opere all’apparenza colossali ed eterne nei dipinti di Koshlyakov assumono l’aspetto di meravigliose e fragili macerie. Macerie di grandiose civiltà, dilavate, meglio, ripulite e condotte dall’artista verso la loro vera essenza. Koshlyakov rincorre la fragilità utopica dei sogni artificiali, degli edifici del potere, dell’inevitabile dissolversi di ogni grandezza.
In tale visionaria decadente potenza non poteva mancare l’immagine di Venezia, nella sua delicata e frangibile bellezza, contrappunto ideale per alcuni dei suoi ultimi grandi lavori.

Nella mostra veneziana saranno presenti pertanto anche opere che fanno riferimento alla città lagunare e ai suoi famosi Palazzi ma sarà soprattutto il tema dell’architettura del Palazzo e del suo interno – sia esso a Mosca o a Venezia – che farà da filo conduttore al percorso di mostra. Opere di grandi dimensioni, che riecheggiano gli studi di scenografia per l’evidente capacità di ricostruire lo spazio, come quando mette in scena le Sette sorelle di Mosca, gli imponenti grattacieli paradigmi del classicismo socialista. Nel lavoro di Valery Koshlyakov si può parlare in un certo senso di “gigantismo”: un gigantismo paradossale che impiega materiali poveri e di scarto come cartoni, colla, scotch, plastica, colori di avanzo – cosicché le bellissime “vedute” diventano esse stesse un allestimento di grande impatto visivo e di sicuro coinvolgimento.

«Tutto il percorso artistico di Koshlyakov – osserva Danilo Eccher – appare quello instabile e precario di una costante oscillazione fra l’eleganza di una cultura nobile e la durezza di una realtà materica brutale, consapevole e orgoglioso del ricco patrimonio storico ma anche attento ai rigurgiti di una contemporaneità spietata, abile nel dominio di forme e spazi ma pronto a sporcarsi le mani con i linguaggi più ruvidi: Koshlyakov è sensibile poeta e guerriero barbaro»

I due piani di Ca’ Foscari Esposizioni ospiteranno dipinti di grandi dimensioni e molti oggetti.

Accompagna la mostra la monografia dedicata all’artista pubblicata da Silvana Editoriale in collaborazione con il Museo dell’Impressionismo Russo.

VALERY KOSHLYAKOV. Non smettiamo di costruire l’Utopia
11 Maggio 2017 – 29 Luglio 2017
Venezia, Ca’ Foscari Esposizioni
Mostra a cura di Danilo Eccher
Direzione scientifica: Silvia Burini, Giuseppe Barbieri
Segreteria scientifica: Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR)

Per informazioni:

Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari di Venezia
Tel. 041 2348118; e-mail: comunica@unive.it

Orari: la mostra rimarrà aperta al pubblico dall’11 maggio al 29 luglio, dal mercoledì al lunedì, dalle 10 alle 18 (chiuso il martedì).
Ingresso libero

Ufficio stampa:

Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
(Referente: Roberta Barbaro, gestione3@studioesseci.net)

Yulia MINTS
PR-director
The Museum of Russian Impressionism, Moscow
jmints@rusimp.org

Dad is God

Traffic Gallery è lieta di introdurre, all’interno dei propri spazi ‘Dad is God‘, mostra personale del duo artistico Eva Hide, dall’8 aprile al 24 giugno 2017.

In esposizione dodici lavori di diverse dimensioni e tecniche. Tra collage, sculture in maiolica dipinta e installazioni che si ripropongono di indagare alcuni degli aspetti più oscuri e fallimentari del rapporto padre-figlio.

La funzione paterna, sostiene lo psicanalista Joël Dor, costituisce un epicentro cruciale nella strutturazione psichica del soggetto, se non altro perché è unicamente in rapporto a essa che ciascun soggetto acquisisce la propria identità sessuale- a volte a scapito della predeterminazione biologica dei sessi.

Per l’occasione, Eva Hide presenterà le pareti della galleria ridipinte, con rassicuranti tinte pastello. Proscenio candido per opere rappresentatrici delle empietà umane, scardinando i canoni di controllo del pensiero trattenuto, dell’etica censuratrice, che tende a nascondere e occultare le bassezze e la tragicità del vivere quotidiano. L’allestimento della mostra è dominato da una fontana, che, in qualità di fonte d’acqua artificiale e di costruzione dal carattere prevalentemente ornamentale si trasforma in simbolo totemico dello svilimento femminile da parte dell’uomo egemone.

Le piccole e colorate sculture dipinte, dal titolo Why Children Steal, ripropongono ambientazioni sintetiche, caratterizzate da istantanee paradossali e dalla ripetizione esasperata di elementi visivi, utili a rendere ugualmente presenti vuoti e assenze. Alle pareti, collage affastellati, cortocircuiti visivi dalle forti connotazioni semantiche e frutto di metodici saccheggi di contenuti virtuali, sono disposti metodicamente come all’interno di una quadreria seicentesca.

A pavimento, invece, una piccola installazione costituita da un paio di piedi virili, nuovamente in maiolica, su cui campeggia la scritta My Dad Loves Me, sono accompagnati da una mutandina da bambino, caduta in prossimità, ad insinuare in modo morboso ipotesi striscianti, impensabili, criminali.

L’utilizzo della maiolica dipinta, comunemente associata a innocue e remissive pratiche decorative, convive con narrative dell’inquietudine e della sofferenza, attraverso inattesi temi iconografici, affrontati in un continuo gioco di rimandi tra estraneo e familiare, fascinoso e respingente.

Il lavoro di Eva Hide è una pratica che vive di solitudine, struggente e invincibile. Patetica e dolorosa come la conoscenza, la loro arte non crede più nel suo potere di guarigione ma tenta disperatamente di accorciare l’altezza che ci separa dalla caduta.

Eva Hide. Dad is God
dall’8 aprile al 24 giugno 2017

Testo critico di Ginevra Bria

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882
info@trafficgallery.org
www.trafficgallery.org

Eva Hide

Scrive Ginevra Bria a proposito di Eva Hide in Dad is God: “L’innocenza ha due volti. Quando rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione ne rimaniamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere e rimanere nascosti, fuori dalla portata della consapevolezza, insabbiati nel non-sapere. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza, o tra natura e cultura, ma tra un approccio sistemico all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia inconscia di una figura dominante in declino: il padre, non più ambasciatore della realtà, ma normatore del categorico impulso a creare.

La vera questione è : a chi propriamente appartiene la norma del significato dell’arte ? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie del futuro ?

Nella pratica di Eva Hide, all’interno della personale che porta il titolo di un collage recente Dad is God, le tracce del passato, non essendo mai raggiungibili nella loro interezza, fanno sì che l’inevitabile moto verso di esse, un apparente volgersi all’indietro, generi un continuo ripensarle e costruirle, strutturando e inventando, in perpetua oscillazione, una vita, la propria vita, come costante progressione in avanti.

Il progetto Eva Hide, dichiarano Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia, ha avuto inizio nel 2013 ed è il frutto di un lungo ed estenuante percorso volto alla ricerca di una possibilità di dare forma e sostanza alle nostre proiezioni interiori. Opportunità che abbiamo trovato nella ceramica, materia che per un decennio abbiamo usato esclusivamente per dare continuità alla tradizione artigianale settecentesca della maiolica laertina e che solo successivamente, come durante un’illuminazione improvvisa, si è rivelata un mezzo artistico perfetto per mediare direttamente tra il mondo delle idee e quello tangibile, del Reale. Nel luogo in cui viviamo, per fortuna o per sfortuna, l’arte è una pratica estremamente solitaria, solipsistica, forse: non ci sono gallerie, critici, collezionisti o amici artisti. Non si è travolti dal fiume in piena di parole e azioni che spesso ne offuscano il significato. Amiamo con dedizione il lavoro di molti artisti del passato e di artisti contemporanei da cui traiamo spesso ispirazione, ma due dipinti in particolare: La crocifissione di Grünewald e i Sette vizi capitali di Otto Dix, visti alla Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, città in cui abbiamo vissuto per diverso tempo, sono stati per noi folgoranti, nel senso più mistico del termine. Questi due scenari hanno segnato profondamente, in modo irreversibile, il nostro sentire artistico e umano.

Per Eva Hide ogni risultante artistica si trasforma in protesi esterna, in estensione dell’apparato psichico, tale da permettere a quest’ultimo di inscrivere e così di delineare, reinventandole, le imprendibili tracce sensoriali-emotive di un passato composto da ferite in costante trasformazione. La deformazione, la devitalizzazione di Fontana (2017), ad esempio, si presenta divisa, come in un autoritratto, tra un sentimento di vuoto, di rinuncia, di mancanza di un’impronta nella propria identità sessuale, quasi costretta a farsi assente a se stessa e una capacità di evasione e di trascendenza, una sorta di tensione liberatoria verso uno spazioso universo di transustantazione e di immaginazione.

Nel trasporsi all’esterno, acquisendo una configurazione oggi abbordabile, avvicinabile da parte della consapevolezza e della riflessione, la ferita impressa dallo sguardo paterno diventa però anche materia da plasmare artisticamente, vale a dire da far evolvere sul suo stesso terreno, quello sensoriale ed emotivo (Dad is God collage, 2016). Lì, nell’interiorità esteriorizzatasi in opera d’arte, divenuta l’oggetto sensoriale ed emotivo che è il prodotto artistico sotto forma di presente ricordato, accade che il mancato riconoscimento dell’identità del figlio da parte del padre. Un mancato riconoscimento che è come un sole nero o una pupilla bianca e cieca (Hero, video, 2016), e che rende futile ogni cosa come un circo di melanconia, all’interno della quale si ritrova anche un nuovo sguardo, quello che il dominio sulla devastazione rende appunto possibile.

L’opera stessa infatti (come il collage Giuditta vittoriosa, 2017), grazie al contatto che offre con l’ambiente artistico, con i suoi esponenti, ma anche con un’intera tradizione di stili, di linguaggi, di persone, e grazie poi all’interiorità sensoriale ed emotiva che in essa si delinea e che si rende persino modificabile, è adesso un nuovo padre: un potente strumento di riflessione. Ovviamente, qui per riflessione bisogna intendere non solo una capacità di pensare e di ripensarsi, ma anche la possibilità di ricevere un nuovo riflesso, una nuova immagine di sé, da parte di uno schermo, di una lama o di uno specchio. O da parte, appunto, di uno sguardo che seziona e attraversa il tempo.

La ricerca dell’evento passato, ma non ancora sperimentato, si presenta in Dad is God sotto forma di ricerca di tale evento nel futuro (Wedding, 2017). Questo accade perché l’esperienza originale non può essere collocata nel passato finché lo sguardo di Eva Hide non riesca a inserirla oggi nella sua formulazione presente e nel controllo onnipotente. La coscienza primaria, infatti, come nella serie di Why Children Steal (2016), nasce dall’interazione dinamica tra memoria e percezione in atto. Questa interazione dinamica permette di ricategorizzare il presente alla luce del passato e di costruire in questo modo una scena percettiva coerente. Isole di divertita, delicata, leziosissima indecenza, lo sguardo individuale equivale in ogni suo istante a un paradossale presente ricordato: un passato infantilizzato che può esistere e definirsi soltanto nella reinvenzione che si plasma all’interno dell’attimo presente.

In questa mostra personale, cercando all’indietro quel che proprio lì sempre sfugge, perché costituito da tracce magmatiche, come ricorda la superficie esondata della maiolica, da vissuti essenzialmente corporei di natura sensoriale ed emotiva, lo spettatore assimila e ricategorizza alcuni vissuti alla luce e nella forma dell’esperienza presente, ricostruendo ogni volta il passato come realtà antica e tuttavia inevitabilmente nuova.

Ma quale duttilità, quale capacità plastica concede, ed è insita nella maiolica rispetto altri materiali scultorei? La ceramica materia primordiale, rispondono Eva Hide, per eccellenza, imperitura e fragile allo stesso tempo, nella sua dimensione umanista di arte fatta con la terra ha nella sua lavorazione qualcosa di magico e di alchemico. L’argilla, offre una morbidezza e immediatezza plastica difficile da riscontrare in altri materiali. La lavorazione della maiolica, uguale da secoli, nei suoi passaggi fondamentali ha in sé un aspetto che ci intriga, ed è l’impossibilità di avere ripensamenti nelle fasi successive alla modellazione. La creazione di una scultura in maiolica ha molto in comune con una messa in scena di una rappresentazione teatrale, deve essere buona la prima, senza possibilità di appello, altrimenti tutto il lavoro è compromesso. Un aspetto che ci piace sottolineare del nostro lavoro è la lucida volontà di non perdersi mai nei meandri dei tecnicismi virtuosistici praticabili nell’ambito ceramico e rimanere fedeli alla dimensione umana sopra citata.

La maiolica, un tempo considerata decorativa e leziosa, ben si adatta a conferire una tridimensionalità sardonica al faceto, alla lucidità dell’osceno, attraendo lo sguardo. La maiolica dipinta ci consente, inoltre, di perpetrare l’inganno dato dai colori rassicuranti e dalla familiarità del materiale, rispetto alla tragicità dei temi usati.

Il passato non può quindi essere concepito come memoria statica, come fotografia riposta in un archivio e lì esistente, bensì come creazione di un senso assente, vera invenzione di un senso rimasto, come si usa dire, in sofferenza.

L’identità umana rappresentata da Eva Hide rifugge la percezione della mancanza e del vuoto, condizioni immanenti all’esistenza. Perciò solitamente, e in maniera difensiva, l’identità rifugge i vissuti di mancanza e compone una propria posizione di stabilità: una statica coerenza di se stessi e degli oggetti esterni. Tuttavia un’identità più autentica si fonda sul contatto consapevole con la mancanza, con il vuoto interno. Ogni artista, attraverso la propria pratica può ripudiare la falsa identità di provenienza paterna, difensivamente rigida e stabile, per lanciarsi alla ricerca di una nuova identità, di per sé sempre mancante e in fondo sofferente, ma per questo motivo anche feconda e propulsiva.

Inoltre, la poetica dell’anonimato, di Eva Hide ribalta la ferita nel suo contrario, vale a dire in una recuperata autoaffermatività: in una sorta di aggressività mediata, non piena e diretta ma pur sempre vivibile, parzialmente conquistata. Lo pseudonimo assimila l’accettazione creativa del vuoto e della depressione, e di una fondamentale carenza nella sfera pulsionale paterno-virile. Grazie a questa accettazione la passività e l’immobilità, anzi la loro spinta a esprimere solo per vie traverse l’identità, diventano l’unica possibile fonte di un’identità più vera, in costante e mai conclusa costruzione. Un’identità che si dipana perciò nel presente sempre nuovo di un passato che ricrea e che trasforma le sue tracce più ferite e dolenti.

Attraversando Dad is God, necessitiamo della banalità che troviamo nel momento iniziale dello svelamento, perché essa si radica e ci rinsalda alla realtà. La contingenza promettendoci il familiare, il proverbiale meccanismo del sesso, offre allo stesso tempo, la possibilità della soggettività condivisa del sesso. La perdita di mistero avviene nello stesso momento in cui ci vengono offerti i mezzi per dar vita ad un mistero condiviso. A questo punto si può comprendere la difficoltà di creare un’immagine statica del denudamento sessuale (Veronica, 2017). Nell’esperienza sessuale vissuta, il denudamento è un processo, piuttosto che uno stato. Se si isola un istante di questo movimento, la sua immagine apparirà banale, invece di fare da ponte tra due intensi stati dell’immaginazione, e potrebbe risultare fredda. Questa è una delle ragioni per cui, i corpi nudi di Eva Hide contengono tempo ed esperienza del tempo. Il loro corpo restituito alla molteplicità ci sfida non come una visione improvvisa, ma come esperienza, l’esperienza degli artisti. Ogni immagine viene rimodellata dalla personalità dei due artisti. La coerenza di quel che i corpi permettono di vedere non è più intrinsecamente connessa ai corpi, al loro cortocircuitare, ma segue lo sguardo delle mani che li hanno disposti. Questo sguardo consente alla metà inferiore e alla metà superiore dei corpi di vivere separatamente, talvolta in direzioni opposte, attorno al fulcro sessuale che è celato: il torso verso destra e le gambe verso sinistra, oppure il contrario. A parte la necessità di trascendere il singolo istante e di ammettere la soggettività, vi è un altro elemento essenziale: ad ogni grande rappresentazione sessuale della nudità. L’elemento della banalità deve essere manifesto ma non freddo, questo l’elemento che distingue il voyeur dall’amante. Qui tale banalità andrà rinvenuta nella coazione di Eva Hide a comporre la grassa pastosità della carne che di continuo rompe ogni ideale convenzione di forma e di continuo offre la promessa della sua straordinaria particolarità.

Il genere deframmentato dei corpi che in Eva Hide viene ricostruito all’estremo, con eccesso di scrupolo, in realtà sottolinea l’incapacità di codificare un gender. Le definizioni di genere sono solo un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità, ma la grande accumulazione di teorie che si sono avvicendate sulla questione è la prova che la realtà non è ferma, si sposta continuamente cambiando i suoi scenari e rendendo praticamente nulle molte certezze in merito. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti relativi e dinamici. Dato che pensare con certezza è impossibile, potremmo quindi provare a pensare insieme all’errore invece che escluderlo, consapevoli che possiamo sbagliare. In assenza di riscontri oggettivi, possiamo affidarci al criterio delle probabilità, evitando di bloccare la realtà in un pensiero. Affidandoci allo scorrere delle cose e generando momenti di finzione, possiamo trovare la libertà di far fluire la realtà verso l’esplorazione della mente e accogliere nuove definizioni.

Il corpo non è mai incluso interamente nella vostra pratica compositiva, ma si trova ridistribuito per parti essenziali, per parti narrative. Che cosa significa incarnare, lavorare e poi disincantare l’uomo attraverso la sua fisicità ? Noi non possiamo prescindere dal pesante fardello iconografico dell’arte italiana antica onnipresente in chiese e musei, dai fiumi straripanti di corpi nudi e di madonne che allattano, di molteplici Susanna che si mostrano, di tanti Adamo, Eva, santi con atteggiamenti erotici e martiri dilaniati. Tutto questo, mescolato al costante flusso di immagini della realtà quotidiana, da origine alle nostre narrazioni. Il nostro è un regno di morti e di fantasmi, di allucinazioni impregnate di polvere e di un tempo che non si muove mai; è un inno trionfale alla condizione miserabile dell’ uomo. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Tutto viene distrutto e tutto viene ricostruito.

Quindi il prodotto artistico di Eva Hide, insieme al processo che ripetutamente lo lavora (come in Kiss me, 2017) e lo compone, agisce elettivamente, quale organizzatore esterno: un vero contenitore che per effetto di una materializzazione proiettiva, e grazie alla natura sensoriale ed emotiva di quest’ultima, accoglie elementi psichici non integrati, spesso di natura enfatica e prevalentemente anch’essi di natura sensoriale ed emotiva.

Infatti il processo creativo, in qualunque modo si compia, in veste di collage, di pittura, di video e di scultura è costituito da tre componenti: gli elementi riversati all’esterno, il processo insieme gestuale e intellettivo che opera questa materializzazione, e infine il risultato, il prodotto artistico. E poiché le tre componenti, nel percorso di Dad is God, possiedono tutte una qualità eminentemente sensoriale ed emotiva, questa rende il processo un tutto unico, uno snodo nel quale il passato più sfuggente, inscritto nell’originariamente inconscio in forma corporeo-affettiva, ottiene una riformulazione presente, la sola possibile e realmente esistente, incarnata nella malizia di My Dad Loves Me (2017).
Questo gruppo scultoreo può mostrarsi nella reiterazione di uno scenario bloccato, pur sempre poco definito e informe, soffocato e contratto, costituendosi anche come semplice riformulazione di un sintomo preesistente, di un peccato commesso a scapito dell’innocenza, sebbene adesso collocato e distanziato, nella sua interpretazione, all’esterno; oppure potrà essere riletto come uno scenario in costante e dolorosa evoluzione, sempre lo stesso e tuttavia ogni volta diverso, strutturalmente lontano dall’informità bloccata di una colpa.

In Dad is God, l’unione delle due componenti, attiva e passiva, terrena e celeste, orizzontale e verticale è il frutto dell’arte di Eva Hide, riduttore di frattura esterno, luogo di inscrizione di un sogno che è sembrato vero, che permette alle sfuggenti tracce sensoriali-affettive, soprattutto alle più pungenti, le più nascoste, non solo di delinearsi ma di reinventarsi in modo trasformativo. Il supporto esterno offerto dai materiali sensoriali e affettivi come la ceramica e la carta agisce come vero e proprio prolungamento dell’apparato psichico di Eva Hide, sovvertitore di ogni norma imposta, patriarcale perché manipolabile, da un lato, con consapevolezza e riflessione, e dall’altro lato con la più intima partecipazione corporeo-affettiva. Inoltre tale supporto, pur di per sé solipsistico perché auto-gestito, consente tuttavia un rinnovato contatto con la realtà esterna, anzi un fermo inserimento in essa, e quindi in parallelo il già detto fecondo legame con corrispondenti metamorfosi psicologiche interne.” – Testo Critico di Ginevra Bria

Eva Hide. Dad is God
dall’8 aprile al 24 giugno 2017

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882
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Premio COMEL Vanna Migliorin – Arte Contemporanea

Tutto pronto per una nuova sfida europea all’insegna dell’arte. I fratelli Mazzola, dell’azienda promotrice CO.ME.L. di Latina, annunciano l’uscita del bando della VI edizione del premio internazionale ” Premio COMEL Vanna Migliorin – Arte Contemporanea ” che vuole richiamare l’attenzione sulle possibilità espressive, estetiche, comunicative e costruttive dell’alluminio.

Il titolo della mostra sarà “Sinuosita’ dell’alluminio ” “Tra le proprietà dell’alluminio la plasticità è una vera e propria celebrazione della libertà artistica, un richiamo alla creatività e alla modificabilità che le mani creative amano vivere pienamente. Flessuosità, svolta, giravolta, tornante, serpeggiamento, meandro, ansa: queste le possibilità a cui il metallo si presta, per essere sinuoso e condurci sulle vie dell’arte .

La partecipazione al bando è gratuita. Non ci sono limiti di età ed è aperta a tutti gli artisti contemporanei, dai 18 in su, di ogni nazionalità europea, che utilizzino l’alluminio come elemento principale e significativo per la realizzazione del lavoro che intendano iscrivere al concorso.

Una commissione composta da professionisti nel settore dell’arte selezionerà, tra tutti i lavori pervenuti, le 13 opere che verranno esposte da sabato 7 ottobre a sabato 28 ottobre 2017 nello spazio espositivo Spazio COMEL Arte Contemporanea di Via Neghelli 68 a Latina, in una mostra a loro espressamente dedicata e sceglierà tra di esse l’opera alla quale assegnare il Premio COMEL 2017 che consiste in un premio in denaro pari ad Euro 3.500 e in una mostra personale Spazio COMEL Arte Contemporanea già sede del Premio e la relativa pubblicazione di un catalogo.

È possibile iscriversi al Premio fino al 15 giugno 2017

Per maggiori informazioni: www.premiocomel.it
Bando: http://www.premiocomel.it/it/bando-premio-comel-2017/

Delhove, vincitore edizione 2016
Deodado, vincitore edizione 2014

Pietro Donzelli

Pietro Donzelli. Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta è il titolo della importante mostra che, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Palazzo Roverella propone dal 25 marzo al 2 luglio, a cura di Roberta Valtorta.
 
Piero Donzelli (Monte Carlo, 1915 – Milano, 1998) ha testimoniato l’Italia dal dopoguerra agli anni sessanta, il passaggio dalla società rurale e preindustriale alla società dei consumi. Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, Donzelli è stato una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese. E’ grazie alla sua instancabile attività che sono state presentate in Italia, per la prima volta, opere di Dorothea Lange, di Alfred Stieglitz, dei fotografi della Farm Security Administration.
 
 
A partire dal 1948 è stato tra i fondatori e gli animatori della rivista “Fotografia” e dal 1957 al 1963 è stato redattore e poi condirettore dell’edizione italiana di “Popular Photography” e nel 1961 e 1963 ha curato, con Piero Racanicchi, due volumi di “Critica e Storia della Fotografia” che raccoglievano testi e materiali sui più importanti fotografi della storia.
 
Nel 1950 è stato tra i fondatori dell’Unione Fotografica (Associazione Internazionale Manifestazioni Fotografiche), che aveva tra i suoi obiettivi quello di spostare l’attenzione sul realismo in fotografia, promuovere manifestazioni di livello internazionale e sostenere la fotografia italiana all’estero.
 
Le sue serie fotografiche affrontano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Ha lavorato su Milano, Napoli, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, il paesaggio toscano (serie Crete senesi) ma soprattutto, dal 1953 al 1960 sul Delta del Po e le terre del Polesine, alle quali ha dedicato una grande e importante ricerca dal titolo Terra senz’ombra.
 
 
Questa mostra presenta per la prima volta più di cento fotografie di questa serie, molte delle quali assolutamente inedite.
In mostra anche importanti materiali di documentazione del progetto, scritti di Donzelli, composizioni di fotografie di Donzelli con rime di Gino Piva, geniale poeta polesano.
Il Delta del Po è un luogo-mito della cultura italiana ed è stato rappresentato in molte opere cinematografiche (Antonioni, Visconti, De Santis, Rossellini, Soldati, Vancini, Renzi, Comencini) e letterarie (Bacchelli, Guareschi, Govoni, Zavattini, Cibotto, Piva, e più di recente Celati o Rumiz).
L’opera fotografica che Donzelli, grande narratore, ha dedicato al paesaggio di pianura, al fiume, nei momenti di calma e delle rotte che tanto hanno devastato territori e uomini, al mare, al lavoro dei pescatori e dei contadini, ai momenti di svago, è un vero e proprio affresco umano e ambientale. La serie Terra senz’ombra è considerata una dei pilastri della storia della fotografia italiana, e uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria, in cui Donzelli dimostra la sua capacità di raccontare la vera realtà umana e ambientale, tra la topografia e la sociologia.II catalogo, 208 pagine, pubblicato da Silvana editoriale, a cura di Roberta Valtorta e Renate Siebenhaar, presenta circa 120 immagini, un saggio storico-critico di Roberta Valtorta, un’ampia antologia di scritti che storici e critici hanno dedicato a Terra senz’ombra dagli anni Cinquanta a oggi.Mostra promossa da:
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
In collaborazione con
Comune di Rovigo
Accademia dei Concordi

Info: www.palazzoroverella.com

Relazioni con i media:
dott.ssa Alessandra Veronese – Responsabile
dott. Giovanni Cocco
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
Telefono: 049 8234800

Ufficio Stampa: STUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo
Tel. 049 663499;

www.studioesseci.net; gestione2@studioesseci.net,

referente Simone Raddi

Contemporanei alle sale del Bramante

A Roma le sale del Bramante, in Piazza del Popolo, ospiteranno dal 23 al 29 marzo più di 100 opere di artisti contemporanei.
logoL’occasione è legata alla manifestazione internazionale “Contemporanei nella Città degli Uffizi” svoltasi lo scorso novembre presso Palazzo Ximenes a Firenze. Una manifestazione artistica che riconosce a Roma il ruolo di fulcro della fratellanza fra i popoli.Questa mostra valorizza l’importanza della creatività quale strumento principe di libertà ed emancipazione, attraverso il sodalizio tra vari rappresentanti del panorama artistico contemporaneo.Un percorso espositivo, in un contesto altamente creativo, che tende a sottolineare l’evolversi delle tendenze artistiche contemporanee. Piazza del Popolo, rappresentazione del mecenatismo papale rinascimentale, antica sede di giochi, fiere, spettacoli popolari ed esecuzioni capitali, è sicuramente una delle più famose al mondo.

Le due chiese gemelle Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, l’Obelisco Flaminio, il più antico ed il secondo più alto di Roma, e le due fontane del Valadier, contribuiscono a creare un’atmosfera affascinante e di eterea bellezza. Ed ancora la chiesa di Santa Maria del Popolo, costruita sul luogo di sepoltura dell’imperatore Nerone, e sulla sua anima dannata, e i locali commerciali adiacenti, anticamente frequentati da personaggi cari alla storia di Roma come Trilussa, Guttuso e Pasolini, fanno di Piazza del Popolo l’emblema culturale della “romanità”.

Il 23 marzo, alle ore 17, 30, si svolgerà la cerimonia di inaugurazione della mostra, a cui interverranno l’editore Sandro Serradifalco, il consulente editoriale Serena Carlino, il consulente artistico Rino Lucia, il critico d’arte Salvatore Russo, il consulente artistico Francesco Saverio Russo.

La mostra, organizzata da EA Editore Palermo, e curata da Sandro Serradifalco, sarà fruibile fino al 29 marzo, dal lunedì al sabato, dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle ore 15,30 alle 18,00, mentre per la domenica l’orario sarà dalle 10 alle ore 14.

Come vedono il corpo della donna le fotografe?

Prosegue il ciclo di incontri e conferenze all’interno del progetto d’arte contemporanea “Love and Violence”, organizzato dal Comune di Padova, Settore Cultura Turismo Musei e Biblioteche a cura di Barbara Codogno e Silvia Prelz, mostra che ha già superato i 4.000 visitatori nelle prime quattro settimane di apertura.

Giovedì 23 marzo alle ore 17.30 alla Galleria Cavour (piazza Cavour) focus condotto da Barbara Codogno, critica e curatrice d’arte, giornalista, scrittrice e direttore della rivista di antropologia visuale Fieldworks Magazine, che affronterà la fotografia femminile seguendo uno dei cardini della ricerca che porta avanti nella scrittura e nella curatela: la narrazione del corpo attraverso il corpo. Ingresso libero.

Come vedono il corpo della donna le fotografe? Tipico della scrittura e della produzione artistica femminile è un contatto intimo, una ricerca a partire da se stesse. Lo sguardo rivolto al sé è imprescindibile. Inoltre la forte presenza del proprio corpo, ma anche corpo come dialettica, caratterizzante il processo stesso dell’esperienza e della conoscenza dell’alterità. In questo percorso Barbara Codogno affronta la fotografia di due autrici “classiche” e storicizzate, ma anche di due giovani fotografe padovane.

Il corpo sociale – deviato e deviante – di Diane Arbus; la dialettica del corpo oggetto / soggetto di Francesca Woodman fino al corpo del nostro tempo, narrato da due giovani fotografe padovane. Olga Amendola ci propone l’esposizione del corpo attraverso il selfie. Il suo è un corpo tatuato che racconta quindi l’irruzione dell’artificiale nel naturale. E la fotografia di Piera de Nicolao: suo lo scatto scelto come icona di “Love and Violence”, dove il corpo torna ad essere soggetto che si sottrae allo sguardo pubblico per rivendicare la propria autonomia e dignità.

Le curatrici della mostra sono a disposizione di associazioni, centro aiuto donna, e di tutti quei gruppi coinvolti attivamente nel sociale, interessati ad approfondire le tematiche della mostra, per una visita guidata.

Informazioni: 347-6936594

oppure info.loveandviolence@gmail.com.

La mostra “Love and Violence”, a cura di Barbara Codogno e Silvia Prelz, è organizzata dal Comune di Padova, Settore Cultura Turismo Musei e Biblioteche e patrocinata da la Nuova Provincia di Padova, con il sostegno di Confartigianato Imprese Veneto e Assosomm – Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro. “Love and Violence” rimarrà aperta al pubblico fino a domenica 2 aprile ad ingresso libero, dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00.

www.facebook.com/loveandviolence.artfair | info.loveandviolence@gmail.com

Comunicazione e relazioni con i media

Angela Forin | Tel. +39 347 1573278 | angela.forin@gmail.com | press@angelaforin.it

Walter Erra Hubert

È un attento osservatore della natura, Walter Erra Hubert, artista americano che nella sua ricerca pittorica esplora le forme e i colori di questo mondo speciale che gli permette di intraprendere viaggi mentali, emotivi e spirituali. È dunque il linguaggio della natura che ispira e dà consistenza alle sue avventure compositive che saranno in mostra nella personale “Studies from the breathing in the void series”, organizzata in collaborazione con ViDA – Villicana D’Annibale.

L’esposizione, curata da Maurizio Vanni, sarà ospitata negli spazi del Lu.C.C.A. Lounge&Underground dal 31 marzo al 23 aprile 2017 con ingresso libero. L’inaugurazione si terrà alla presenza del’artista venerdì 31 marzo alle ore 17.

Walter Erra Hubert

Walter Erra Hubert – scrive il curatore Maurizio Vanni – è consapevole che la pittura può prescindere dalla mimesi della natura e che può attingere una propria forza espressiva attraverso un confronto continuo tra forma, spazio, colore, luce e superficie. Il suo desiderio non è legato alla percezione originale della superficie delle cose, ma alla ricerca del non visibile: un’analisi nell’oltre dove le energie dell’universo e i respiri della materia lo accompagnano in un viaggio verso il segreto del Tutto. Gli elementi delle sue composizioni, privi di riferimenti spazio-temporali, trovano la loro posizione in un ‘vuoto’ che non corrisponde a un semplice palinsesto, ma a una luce soprannaturale in grado di coagulare segni, colore e materia viva”.

Quelle dell’artista californiano sono visioni sintetiche, cerebrali e consapevoli, profonde e concrete che ci riportano ad atmosfere primordiali: quasi ingrandimenti macroscopici di forme vitali che da una parte si rifanno all’Informale di Jean Dubuffet e Jean Fautrier, dall’altra alludono a un legame personalissimo con la realtà che, probabilmente, diventa ancora più intenso in relazione alla sua volontà di percepirne l’essenza.

Walter Erra Hubert ci propone un percorso di conoscenza e autoconoscenza alla ricerca della verità interiore. Nelle sue composizioni le immagini prendono vita attraverso particolari cromie che scandiscono la materia in una liquida e luminosa trasparenza magnetica che evoca la realtà. “I suoi studi – conclude Vanni – non sono bozzetti o prove, ma corrispondono alle tessere di un mosaico che rende visibile il non visibile: proprio nell’invisibile ognuno può trovare la propria libertà”.

Biografia Walter Erra Hubert
Nato negli Stati Uniti, Walter Erra Hubert si è laureato all’Otis Art Institute di Los Angeles con un Master in Arte. Designer e pittore, vive e lavora tra gli Stati Uniti (California) e l’Italia.
Fondatore, direttore creativo e visionario di Silver Birches (Pasadena, California), da oltre quarant’anni lavora come concept artist, designer, scenografo e curatore di eventi per prestigiosi brand internazionali incluso il National Academy of Recording Arts and Sciences (The Grammys) e l’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences (The Oscars). Hubert ha tenuto numerose mostre personali, ha partecipato a varie mostre collettive, e le sue opere sono state acquisite da aziende importanti come The Times Mirror Corporation e Pacific Bell. È presente anche in collezioni private a livello internazionale. Fa parte della collezione M.A.C.I.S.T. Museum di Biella.

“WALTER ERRA HUBERT. STUDIES FROM THE BREATHING IN THE VOID SERIES”
Lu.C.C.A. Lounge&Underground
dal 31 marzo al 23 aprile 2017
orario mostra: da martedì a domenica 10-19, chiuso lunedì
Ingresso libero

Per info:
Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art Via della Fratta, 36 – 55100 Lucca
tel. +39 0583 492180 www.luccamuseum.com info@luccamuseum.com

Addetto Stampa Lu.C.C.A.
Michela Cicchinè mobile +39 339.2006519 m.cicchine@luccamuseum.com