Förg in Venice

Il Dallas Museum of Art (DMA) è lieto di presentare la mostra di Günther Förg (1952-2013), che sarà ospitata nello storico Palazzo Contarini Polignac a Venezia durante la Biennale Arte 2019.

Evento Collaterale ufficiale della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Förg in Venice farà seguito a Günther Förg: a Fragile Beauty, la prima mostra americana in oltre trent’anni dedicata all’artista, organizzata nel 2018 dal Dallas Museum of Art in collaborazione con lo Stedelijk Museum di Amsterdam.

Realizzata in stretta cooperazione con l’Estate di Günther Förg, Förg in Venice metterà in mostra oltre 30 opere del percorso multidisciplinare di Förg – dai dipinti alle meno note sculture – per riflettere sui metodi intuitivi e di ampio respiro di questo artista intellettuale e poliedrico. La mostra è curata dalla Dottoressa Elisa Schaar, storica dell’arte, e segue la ricerca resa disponibile dalla precedente mostra di Dallas, curata dalla Dottoressa Anna Katherine Brodbeck, Curatrice Capo del Dipartimento di Arte Contemporanea del DMA.
La mostra sarà visitabile dall’11 maggio al 23 agosto 2019.

Dopo l’importante mostra del Dallas Museum of Art dedicata all’artista nel 2018, siamo lieti di presentare il lavoro di Günther Förg al pubblico internazionale di Biennale Arte 2019, coinvolgendo nuove generazioni mondiali nello stesso modo in cui l’operato dell’artista ha influenzato la storia dell’arte per generazioni” ha dichiarato il Dottor Agustín Arteaga, Direttore del DMA.

Nato nel 1952 a Füssen, Algovia, Germania, Förg è uno dei più significativi artisti tedeschi della generazione del dopoguerra, noto per il suo stile sperimentale e provocatorio legato alla storia dell’arte. Attraverso la sua innovativa produzione interdisciplinare che ha sfidato i limiti delle discipline artistiche, Förg ha esplorato un linguaggio di astrazione ed espressionismo, appropriandosi di metafore prese in prestito da architettura e arte moderna.

L’Italia e l’architettura italiana hanno giocato un ruolo centrale nello sviluppo della carriera di Förg. Il suo primo viaggio in Italia, nel 1982, stimolò la sua nota serie di fotografie sugli edifici di importanza culturale e politica, dai monumenti italiani alle costruzioni in stile Bauhaus a Tel Aviv. Attraverso la fotografia, Förg riuscì a esplorare la relazione tra arte, architettura e interventi spaziali, un tema ricorrente in tutta la sua produzione che la mostra di Venezia metterà in risalto. Alcuni lavori di Förg furono esposti già alla 45. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 1993 all’interno della mostra Il Viaggio verso Citera, ma Förg in Venice realizzerà il desiderio dell’artista di esporre durante la Biennale Arte con una personale, un sogno rimasto incompiuto quando era in vita.

Förg in Venice presenterà questo poliedrico artista sotto una nuova prospettiva, in un’ambientazione veneziana senza eguali dove gli arredi e le decorazioni giocheranno un ruolo chiave nel contestualizzare l’arte. La mostra offrirà una panoramica approfondita dei temi estetici e concettuali affrontati da Förg, non solo dal punto di vista della produzione artistica ma anche in relazione al contesto in cui le opere sono esposte. L’artista riteneva che lo spazio, l’ubicazione e il posizionamento di una sua opera fossero intrinseci all’opera stessa. Durante la sua carriera, Förg dipinse sulle pareti delle gallerie, usò porte e finestre come elementi integranti, e arrivò a usare la vernice di alcune sue opere per creare un gioco di riflessi che desse vita a considerazioni inaspettate.

Per lo stesso motivo, l’artista installò più volte le sue opere all’interno di contesti storici, spesso attraverso interventi tanto delicati quanto minimalisti. Questa mostra porterà avanti tale tradizione, preservando l’atmosfera del Palazzo ma anche indagando lo spirito creativo e ludico di Förg. Nel contesto di Palazzo Contarini Polignac – una location classica, romantica e mozzafiato affacciata sul Canal Grande di Venezia – imbattersi nelle opere versatili e sapienti dell’artista inviterà il visitatore a interrogarsi sul rapporto di Förg con la storia dell’arte e dell’architettura, entrambe determinanti nella sua produzione polivalente.

Attraverso l’installazione delle opere d’arte di Förg – prevalentemente aderenti alle tradizioni moderniste- all’interno delle sale decorate e dell’architettura rinascimentale di Palazzo Contarini Polignac, l’esposizione indagherà l’eredità del modernismo estetico (uno degli ideali al centro dello studio di Förg) in uno spazio ricco di storia e maestria artigiana. La mostra non avrà uno sviluppo tradizionale bensì un allestimento di grande atmosfera dove le opere dell’artista abiteranno un contesto intimo e privato evocando una malinconia e un romanticismo raramente
associati all’opera di Förg. Grazie all’integrazione del ricco corpus di opere di Förg negli interni delle sale del Palazzo, la mostra illustrerà l’interesse dell’artista per il dialogo tra arte, architettura e fruizione.

Lungo tutto il Palazzo, singoli quadri, arazzi ed elementi decorativi in determinate posizioni saranno sostituiti con le opere dell’artista. Al piano terra, un dipinto minimalista di grandi dimensioni raffigurante una finestra, “Untitled” (2004), affiancato da alcuni schizzi preparatori dell’opera, prenderà il posto di uno stemma dando l’impressione che ci sia una finestra dove in realtà non c’è. Nonostante la loro forte geometria, le finestre di Förg sono provocatorie poiché offrono una cornice dentro cui guardare ma senza fornire alcuna visuale: al contrario, dirigono e limitano lo sguardo, mettendo in discussione l’atto visivo e l’estetica in sé.

Nel Salone del Palazzo, quattro straordinari dipinti in stile Spot Painting realizzati tra il 2007 e il 2009 saranno presentati di fronte a quattro ampi arazzi. In queste opere astratte e gestuali, i segmenti orizzontali delle pennellate verticali richiamano i raffinati scarabocchi di Cy Twombly, ma con differenze sia a livello cromatico – con un diverso uso del bianco e del grigio chiaro che sembrano richiamare la base di una tavolozza – sia per quanto concerne l’impiego di pennelli puliti. Questi Spot Painting danno l’idea di essere stati prodotti velocemente, ma sono in realtà frutto tanto di una rapida intuizione quanto di un’attenta riflessione dell’artista. Insieme, i quattro dipinti daranno prova della ponderata e incessante sperimentazione di abbinamenti cromatici, applicazioni di pittura, composizioni e ritmi dell’artista, il tutto all’interno di una sola serie di quadri. Collocate di fronte agli arazzi figurativi del Palazzo, che si potranno ancora intravedere, queste opere di Spot Painting evocheranno – attraverso le pennellate fluttuanti sulle superfici piane – una sorta di potere autonomo dell’astrazione modernista, sottolineando il rapporto stesso dell’artista con questa forma artistica, tanto coinvolto quanto distaccato.

Nella maestosa sala degli specchi del Palazzo, una serie di sculture di Förg, realizzate nel 1990, verranno installate vicino alle finestre. Queste sculture figurative, tra cui maschere di bronzo su piedistalli in compensato grezzo, esplorano le possibilità e i limiti della materia. Le superfici corpose, lavorate rapidamente, fanno pensare alla distruzione: deliberatamente imperfette, dimostrano che Förg preferiva esplorare un’idea anziché realizzare un ideale di piacere e perfezione estetica. Le superfici palpabili recano i segni delle impronte digitali di Förg, di agenti esterni casuali e danni fisici che spingono il bronzo e la sua lavorazione lontani dalle associazioni gerarchiche, classiche e monumentali di tale materiale.

Lungo le sale laterali del Palazzo saranno infine in mostra diversi dipinti astratti di Förg datati dagli anni Ottanta agli anni Novanta, che sostituiranno le opere d’arte solitamente esposte. Nella sua interezza, l’offerta espositiva della mostra dà prova dell’ampia portata della carriera di Förg e della sua tendenza alla sperimentazione, raggruppando i vari filoni e le influenze concettuali che hanno interessato la sua produzione – dall’agile esecuzione, complessità tonale e composizione stratificata, alla libera gestione delle discipline formali e delle strutture geometriche.

Förg in Venice è presentata con il supporto dell’Estate di Günther Förg e di Hauser & Wirth.

 

Ufficio stampa internazionale
Delaney Smith, Resnicow and Associates, dsmith@resnicow.com, +1 212 671 5160

Italian Media:
Roberta Barbaro, Studio Esseci, gestione3@studioesseci.net, +39 331 614 7373

Günther Förg

Günther Förg nacque nel 1952 nella regione dell’Algovia, Germania. Dal 1973 al 1979 studiò sotto Karl Fred Dahmen all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, realizzando quasi esclusivamente dipinti monocromi.

Negli anni Ottanta iniziò a sperimentare con fotografia, pittura e scultura e tenne la sua prima personale alla Galleria Rüdiger Schöttle di Monaco.

Nel 1992 fu invitato a prendere parte alla Documenta IX a Kassel. Dal 1992 insegnò all’Università di Arte e Design di Karlsruhe. Nel 1996 ricevette il prestigioso premio Wolfgang Hahn, e due anni più tardi divenne professore dell’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, dove insegnò fino alla sua morte nel 2013, all’età di 61 anni.

La sua arte è nota per i suoi riferimenti ai maestri modernisti come Barnett Newman, Clyfford Still, Philip Guston, Mark Rothko e Edvard Munch.

FÖRG IN VENICE. Evento Collaterale della Biennale Arte 2019
11 Maggio 2019 – 23 Agosto 2019
Venezia, Palazzo Contarini Polignac

L’arte della matematica

La matematica non è altro che un’arte; una sorta di scultura in una materia estremamente dura e resistente (come certi porfidi che a volte usano, credo, gli scultori) André Weil, Lettera alla sorella Simone, Rouen, 1940

Scrive Angela Tecce a proposito di Eugenio Giliberti e della sua mostra personale ‘indici.casa.volo‘ dal 16 maggio al 11 luglio 2019 a Intragallery : “Per l’opera di Eugenio Giliberti il paradosso di André Weil è forse vero al contrario: è il modello, matematico o teorico che sia, la prima sbozzatura della materia poetica della sua riflessione; in questa mostra il tema – la “materia poetica” – è univoco ed è il ‘progetto di artista abitante’, che avrà come esito una installazione site-specific sulla facciata del palazzo di via Santa Teresa dove Leopardi visse gli anni napoletani e, per pura casualità, è l’edificio su cui affaccia l’abitazione di Giliberti.

Quattro tele costituiscono il nucleo centrale della mostra indici.casa.volo alla Intragallery di Napoli: le sequenze di quadratini colorati dipinti rigorosamente ‘a mano’ con la tecnica dell’encausto, pigmenti di colore emulsionati con cera naturale, si dispongono secondo una logica combinatoria, frutto di una opzione stabilita a priori. I colori scelti corrispondono infatti ai numeri degli Indici di Giacomo Leopardi, vergati dal poeta e oggi conservati alla Biblioteca nazionale di Napoli per offrire una traccia di lettura secondo gli argomenti del suo Zibaldone.

Le scritte sulle tele, teorica delle arti, lettere, ec, trattato delle passioni, della natura degli uomini e delle cose, memorie della mia vita ricalcano le sezioni degli indici e alludono ai contenuti dell’opera, ma l’andamento dei quadrati colorati procede invece secondo la successione astrattamente prestabilita, spostando l’attenzione, anzi costringendo a focalizzare l’attenzione non tanto sulla natura simbolica del procedimento quanto invece sulla libera casualità delle alternanze dei colori, delle dimensioni dei singoli moduli, del loro disporsi sulla superficie.

E così, come nella sua lettera al padre Leopardi ne impetrava la clemenza per la sua ‘strana immaginazione’, l’immaginazione di Eugenio Giliberti ci porta senza mediazione nel suo universo creativo, la cui chiave interpretativa è il metodo e la pratica del suo fare di uomo e artista a tutto tondo, di stampo rinascimentale, in cui le discipline diverse si fondono nel raggiungimento dello scopo etico ed espressivo.

Se le tele con i quadratini dipinti sono una costante nell’opera dell’artista – in quanto precipitato ‘estetico’ dei suoi meccanismi inventivi – affascinante e produttivamente differente ne è qui la resa formale con l’effetto di un decorativismo in cui la nozione perde ogni connotato di vacua superfluità per attingere a una definizione autenticamente significativa: la bellezza e la forza di una sintassi tutt’altro che puramente astratta ma stringente nella sua ‘logica’.

Struggente poi, nella sua libertà e poeticità, la serie dei disegni su carta sempre dedicati al ‘progetto’ da cui sarà tratta anche una cartella di stampe: in esse l’artista dispiega la sua versatile abilità di disegnatore, pittore e in questo caso fine ricercatore, indicando nelle diverse tavole un percorso che va dalla memoria storica della radicale trasformazione urbanistica dell’area, con la costruzione del ponte della Sanità nel primo decennio dell’Ottocento, alla poetica dell’idea sottesa al suo intervento.

E infine, ancora una volta, ripercorrendo il cerchio di passato e presente, altra costante dell’arte di Giliberti, attraverso una animazione tridimensionale ancora di matrice meccanica, una piccola scultura che rappresenta un ‘omino giallo’ spiccherà il volo riconducendoci ad una delle più famose Operette morali di Leopardi ma riportandoci anche, a ritroso, a medesimi espedienti visivi che hanno ispirato il nostro ‘artista abitante’. Confermando, se ce ne fosse bisogno, la sua attitudine a tener fede a temporalità diverse, quella della lavorazione e quella della rappresentazione, consentendoci con elegante sottigliezza di pensare a un altro spazio, a un altro tempo, a un altro luogo.”

indici.casa.volo
di Eugenio Giliberti

dal 16 maggio al 11 luglio 2019

OPENING
Giovedì 16 maggio 2019
Dalle 18.00 alle 21.00

Intragallery
Via Cavallerizza a Chiaia, 57, Napoli
info@intragallery.it

L’Orizzonte degli Eventi

Nuovo evento allo Spazio COMEL Arte Contemporanea di Latina: sarà inaugurata sabato 11 maggio la mostra “L’Orizzonte degli Eventi. Il Viaggio della Musa Spaziale di Carmelo Minardi”.

Carmelo Minardi è stato il vincitore del Premio del Pubblico durante la VII edizione del Premio COMEL grazie all’eterea scultura “Musa Spaziale”. Un’opera molto amata non solo per le linee sinuose e riconoscibili di un busto femminile, ma per la grande forza evocativa unita alle evidenti capacità tecniche del suo autore.

Ebbene l’artista siciliano torna a Latina con una personale che accompagna l’osservatore in un viaggio che conduce lontano: verso universi lontani e mondi paralleli. Partendo dall’uso di vari materiali, oltre l’alluminio si potranno osservare opere in rame, acciaio, resine, cemento e argilla, l’artista propone una riflessione sull’interazione tra materia ed energia.

È proprio dall’osservazione delle leggi naturali della fisica che parte la sua ricerca: dalla concretezza della materia fino a giungere alle forze magnetiche ed elettromagnetiche che governano il nostro mondo e lo spazio. L’Orizzonte degli Eventi, espressione che dà il titolo alla mostra, è infatti in astronomia la zona liminale attorno ai buchi neri, dove la materia è ancora intatta ma si muove inesorabilmente verso un luogo che ancora non conosciamo e dove perderà tutti i suoi connotati conosciuti. E se a un primo sguardo tutto ciò può atterrire, apre in realtà infinite possibilità di rigenerazione e nuova vita. È proprio questo slancio positivo, l’andare incontro verso nuova vita e nuovi orizzonti, che Carmelo Minardi sottolinea con le sue opere.

La mostra, a cura di Dafne Crocella, antropologa, scrittrice e curatrice d’arte, sarà inaugurata alla presenza dell’artista. L’evento gode del patrocinio del Comune di Caltagirone.

Cenni biografici: Carmelo Minardi è nato a Caltagirone nel 1962. Artista autodidatta, esordisce nel 1994 con la mostra personale “Fabbricando”, che già dal titolo esprime il carattere e la vocazione dell’artista; infatti, a partire dal suo lavoro che lo mette giornalmente a contatto con i materiali metallici, l’energia elettrica, il magnetismo, si connota fin dall’inizio come “faber”, recuperando dell’antica denominazione, e dell’aura che gli antichi attribuivano a questa figura, l’aspetto della sperimentazione, del fascino della materia, di una curiosità e sapienza manipolativa profondamente alchemica. Dopo e insieme ad una ricca ed apprezzabile stagione pittorica, l’artista passa alle limature di ferro che orienta con il magnete creando sulla tela un microcosmo affascinante e misterioso. Approda infine al tutto tondo, nel quale felicemente si coniugano, le componenti essenziali della sua arte: materica, espressionistica e sottilmente metaforica. Vive e lavora a Caltagirone.

INFO:

L’Orizzonte degli Eventi. Il Viaggio della Musa Spaziale di Carmelo Minardi.

A cura di Dafne Crocella

Dall’11 al 26 maggio 2019

Tutti i giorni dalle 17.00 alle 20.00

Spazio COMEL Arte Contemporanea, Via Neghelli 68 – Latina

Ingresso Libero

Spazio COMEL Arte Contemporanea
via Neghelli, 68 – Latina
tel. 0773.487546 – email: info@spaziocomel.it
sito: www.spaziocomel.it

In Dante Veritas

Le opere del designer visionario e artista russo Vasily Klyukin (Mosca, 1976), conosciuto a livello internazionale per i suoi successi come businessman e filantropo, sono esposte all’Arsenale di Venezia in concomitanza alla Biennale Arte, dall’8 maggio al 26 novembre 2019.
La mostra dal titolo “In Dante Veritas“, organizzata con il patrocinio dello State Russian Museum di San Pietroburgo – che ospita la più grande collezione di arte russa al mondo – e del Comune di Venezia, è visitabile nei suggestivi spazi dell’ Arsenale Nord, presso la Tesa 94.
Nella stessa location, in prossimità del bacino dell’Arsenale, è esposta una nuova versione della grande scultura “Why People Can’t Fly” (2019), con un altezza di 10 metri, realizzata per denunciare l’inquinamento causato dalla plastica.
 

Come il nome della mostra suggerisce, “In Dante Veritas” – curata da Paola Gribaudo – nasce come un’interpretazione moderna della più grande opera letteraria di tutti i tempi, la Divina Commedia di Dante Alighieri. In particolare, le opere in mostra si ispirano alla prima parte dell’Inferno dantesco, con i suoi nove cerchi concentrici che ospitano le anime dannate, destinate alla punizione eterna.

Vasily Klyukin traspone ai nostri tempi questo scenario apocalittico, creando quella che egli definisce una vera e propria “esperienza dell’inferno”, attraverso un unicum artistico formato da oltre 100 elementi multimediali su 900 metri quadrati di spazio espositivo: sculture, sound, opere di video mapping, riproduzioni digitali e lightboxes. Parte integrante del percorso è l’audio-guida, disponibile gratuitamente in 10 diverse lingue: la voce narrante dell’artista accompagna il visitatore con un testo in poesia e prosa in questo viaggio “infernale”, aiutandolo a comprendere il vero messaggio di ogni opera.

Nucleo della mostra, 32 grandi sculture in acciaio che raccontano, come un terribile ammonimento, l’Inferno che l’uomo può decidere di fare della propria vita e del mondo , se non si ravvede in tempo: 22 opere rappresentano i vizi e i peccati umani – come Gola, Lussuria, Ipocrisia – 4 invece sono i Cavalieri dell’Apocalisse, maestosi nei loro 3,5 metri di altezza. Tra le altre opere troviamo poi una maschera mortuaria di Dante, e le sculture rappresentanti Beatrice e una grande Tigre, come unione di delicatezza e forza.

Non si tratta di una semplice trasposizione artistica dell’opera poetica di Dante, ma di una riflessione critica sui nostri tempi, le loro grandi problematiche e paure. Significativi in tal senso sono i nomi con cui Klyukin chiama i cavalieri dell’Apocalisse di oggi: Disinformazione, Sovrapopolazione, Sfruttamento incontrollato delle risorse, e Inquinamento Ambientale. Un discorso estremamente attuale, per noi che viviamo l’epoca delle fake news, delle grandi migrazioni e dei cambiamenti climatici, con l’incertezza che tutto questo comporta.

Le opere mostrano l’Inferno, tuttavia il male è esposto come un richiamo alla responsabilità, un’esortazione al cambiamento e alla riflessione , sia sulla propria vita personale che sulle conseguenze che il comportamento di ciascuno può causare nel destino del mondo. La speranza non è mai eliminata: Klyukin mostra vizi, peccati e debolezze perché è necessario guardare il nemico negli occhi per poterlo affrontare e sconfiggere.

Le 32 sculture in acciaio sono definite da Klyukin”Live Sculptures”, perché realizzate attraverso una particolare tecnica ad incastro di lastre di acciaio che non richiede nessun elemento aggiuntivo per l’assemblaggio, e conferisce alla scultura un senso di tridimensionalità e grande mobilità che ricorda il movimento delle pagine di un libro, permettendo inoltre di scomporre e ricomporre le figure.

La mostra è un percorso immersivo e multisensoriale, in cui i visitatori sono chiamati a una partecipazione attiva, confrontandosi con le opere a partire dalla propria esperienza, come nel caso della scultura “Betrayal” (Tradimento), dove il pubblico è invitato a scrivere le iniziali di coloro che in passato hanno tradito la loro fiducia.

Nelle parole di Klyukin, “l’apocalisse moderna non è una pestilenza, la guerra o la morte – bensì la sovrapopolazione, lo sfruttamento incontrollato, la disinformazione, l’inquinamento. La mostra è una “esperienza dell’inferno”, che vuole essere un tentativo di risposta alle domande: cos’è l’aldilà? come siamo veramente? per cosa potremmo essere all’inferno, e possiamo cambiare?”.

Dopo l’Arsenale di Venezia, “In Dante Veritas” sarà esposta negli Stati Uniti, a New York e Miami.

Vasily Klyukin

Nato a Mosca nel 1976, Vasily Klyukin è scultore, designer, architetto e scrittore. Businessman di successo e filantropo, fondatore di un gruppo di sviluppo e di un fondo immobiliare e di una banca , dopo 15 anni di attività si è ritirato dal mondo della finanza per dedicarsi all’arte nelle sue diverse declinazioni a Monaco, dove vive dal 2011.

Eclettico e visionario, Klyukin è noto per i suoi concept architettonici e design avveniristici, raccolti nel volume “Designing Legends” (2013, Skira) e per le sue sculture provocatorie che riflettono sui temi più difficili del nostro presente. Tra queste ricordiamo “Why People Can’t Fly” (2018), scultura che denuncia l’inquinamento degli oceani dalla plastica , realizzata in parte con rifiuti provenienti da oltre 150 paesi; le opere dell’artista spesso attirano l’attenzione sulle problematiche ambientali ed ecologiche.

Di Klyukin sono anche l’installazione on-site “The Beating Heart” realizzata per il Burning Man Festival nel deserto del Nevada (2017) e la grande tigre “6/9″ acquistata da Leonardo di Caprio.

Dal 2016 lavora sulla tecnica delle”Live Sculptures” in acciaio , con cui ha realizzato le opere di “In Dante Veritas” – frutto della sua esperienza ingegneristica. “Collective Mind” è il titolo del romanzo fantascientifico pubblicato da Klyukin (2016) al cui seguito sta attualmente lavorando. Nel 2017 la statuetta della “Golden Madonina” è stata il premio ufficiale Design Prize per la Milano Design Week.

Klyukin sostiene amfAR, la fondazione di Elton John per la ricerca sull’AIDS, e le sue opere si trovano spesso ad importanti aste di beneficienza . Le sue sculture possono essere ammirate a Mosca, Londra, Monte Carlo, Lucerna, Cannes e Ibiza, e sono presenti in alcune prestigiose collezioni d’arte a livello internazionale. Tra i suoi collezionisti troviamo Alberto II, Principe di Monaco, Charles Saatchi, Sir Leonard Blavatnik, Eva Longoria e Leonardo di Caprio.

Luca Piovaccari

Luca Piovaccari è nato a Cesena nel 1965. Dopo gli studi inizia a muovere i primi passi espositivi nella città di origine paterna Forlì, in un’ esposizione del 1993 a Palazzo Albertini intitolata Forlìarte, una rassegna dedicata ai giovani artisti a cura di Vittoria Coen e Gilberto Pelizzola. La pratica del disegno comincia molto presto a “gareggiare” con la fotografia, attraverso virtuosismi e rimandi visivi, dando luogo a spaesanti viaggi interiori.

Nel pieno degli anni ‘90 Piovaccari lavora già su grandi immagini fotografiche in cui rappresenta volti e paesaggi e spesso su acetati trasparenti e a toni monocromi. In questi anni continua la sua ricerca attraverso uno sguardo che penetra nella solitudine del paesaggio e nella malinconia del quotidiano. Nel 1997 espone al Premio Trevi Flash Art Museum, alla mostra Aperto Italia, sempre a Trevi, e a Realismo Italiano, Collezioni Nordstern.

Alcuni suoi lavori entrano a fare parte della collezione AXA. Sempre nel 1997 espone a Ezra Pound e le Arti, rassegna presentata da V. Scheiwiller al Palazzo Bagatti Valsecchi di Milano e partecipa all’ottava edizione della Biennale del Mediterraneo, Alta marea, per giovani artisti presso lo spazio Adriano Olivetti di Ivrea. Nel 2000 espone all’ Istituto di Cultura Italiana di Berlino per la mostra Formae con presentazione di Maurizio Cecchetti e Andrea Beolchi.

Nel 2001 prende parte alla mostra Il nuovo paesaggio in Italia a cura di M. G. Torri, presso lo Spazio Electra di Parigi, e a Sui Generis, al PAC di Milano. Presentato da Sabina Ghinassi prende parte alla mostra 8 artisti, 8 critici, 8 stanze, curata da Dede Auregli e Peter Weiermair, alla Galleria d’Arte Moderna Villa delle Rose di Bologna. Nel 2002 è presente a Outdoor – Italian artists in Germany, a cura di Lorella Scacco, Kunst und Kulturverein, Aschersleben.

Nel 2003 partecipa alla grande mostra Alto impatto ambientale a cura di Marinella Paderni ai Chiostri di S. Domenico a Reggio Emilia. Nel 2004 viene organizzata una personale di sole fotografie a Foto encuentros 2004 nella città spagnola di Murcia, dal titolo Paisajes de los confines. Nel 2005 a Milano partecipa al Premio Cairo presso il Palazzo della Permanente. Prende parte alla XIV Quadriennale d’ Arte ANTEPRIMA al Palazzo della Promotrice a Torino e al 55° Premio Michetti al Museo di Palazzo S. Domenico a Francavilla al Mare. Di seguito è invitato a Più opere al Mar di Ravenna, Le nuove acquisizioni del Museo, a cura di Claudio Spadoni.

Partecipa anche al Premio Maretti alla Galleria d’Arte Moderna nella repubblica di S. Marino e al Premio Lissone a cura di Luigi Cavadini presentato da Claudio Spadoni al Museo d’Arte Contemporanea di Lissone. A Mestre è invitato da Alberto Zanchetta e Lara Facco a OPEN SPACE, al Centro Candiani. Nel 2007 espone ad ALLARMI 3, rassegna curata da Cecilia Antolini, Ivan Quaroni, Alessandro Trabucco e Alberto Zanchetta alla Caserma De Cristoforis di Como. Partecipa alla grande mostra ricognitiva su La nuova figurazione italiana dal titolo To be continued a cura di Chiara Canali, alla Fabbrica Borroni di Bollate (MI). Nel 2008 è invitato da Valerio Dehò al Premio Termoli. Nel 2009 espone alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino dove è presente per la mostra Plenitudini curata da Alberto Zanchetta.

Nel 2010 alla Fondazione Pomodoro di Milano partecipa a Still a live, un progetto di Ugo Pastorino e Giuseppe Maraniello. Nel 2011 invitato da Gianluca Marziani presso la Fondazione Rocco Guglielmo, nel Complesso monumentale Del San Giovanni a Catanzaro, partecipa a La costante cosmologica. In occasione della 54° Esposizione d’arte di Venezia è invitato al Padiglione Regionale dell’ Emilia Romagna presso i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Nel 2012 partecipa a Selvatico spore due E bianca, a cura di Massimiliano Fabbri alle Pescherie della Rocca di Lugo. Nel 2015 Close – UP – Il primo piano sulla pittura Italiana è la ricognizione a cura di Gianluca Marziani che lo vede coinvolto nelle bellissime sale storiche di Palazzo Collicola a Spoleto.

Presso Casabianca, Zola Predosa di Bologna, partecipa ad un progetto di Gino Giannuizzi: Casabianca – Disseminazioni. Germinal è la mostra collettiva a cui partecipa, un progetto sotto la direzione artistica di Roberta Bertozzi nelle sale del Palazzo Don Baronio di Savignano. Del 2015 il progetto con l’artista Federico Guerri a cura di Marisa Zattini Fragilitas mortalis per il centenario dalla morte del letterato cesenate Renato Serra, nella casa museo di Cesena, progetto che verrà in seguito ospitato con un’esposizione nel 2016 alla Maison de l’Union Européenne in Lussemburgo. Nel 2017 le personali al palazzo Ducale di Massa, Rivoluzioni, con la presentazione di Alberto Zanchetta, e al Far, Palazzo del Podestà di Rimini, La stagione del disincanto a cura di Giancarlo Papi; poi le collettive Five years alla galleria Montoro 12 a Roma e Mias Mid-career Italian artists alla galleria Giampiero Biasutti di Torino.

Nel 2018 al MAC di Lissone una personale a cura di Alberto Zanchetta intitolata Ascolta il tuo respiro; sempre al MAC partecipa alla mostra Ixion dove vengono esposti i lavori delle nuove acquisizioni del Museo. In Slovenia tiene una personale, Fragile levità, durante il Festival Art Stays e alla galleria Mesta di Ptuj partecipa alla collettiva omaggio al fotografo Stjan Kerbler curata da Dusan Fiser. Partecipa ala terza edizione della Biennale del Disegno di Rimini a cura di Massimo Pulini dal titolo Visibile Invisibile Desiderio e Passione. A Cesena una bipersonale con Verter Turroni per la rassegna ViePeriferiche negli spazi di Cristallino in Corte Zavattini a cura di Roberta Bertozzi.

Ad inizio 2019 partecipa alla collettiva Assonances, curata da Giovanna Sarti, negli spazi dell’Alliance Française a Bologna, evento collaterale di Art City.

Nulla che non sia ovunque
di Luca Piovaccari
a cura di Milena Becci

TOMAV – Torre di Moresco Centro Arti Visive
Comune di Moresco (FM)
Tel_0734 259983 / Cell_351 5199570
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Tre Lune alla Galleria Reggio Arte ReArt

Alla Galleria Reggio Arte ReArt (Viale Umberto I, 42/B – Reggio Emilia), tre artiste affrontano il tema del sogno, della visione e dell’onirico.

Curata da Michael Peddio con opere di Barbara Nicoletto, Alessandra Binini e Barbara Giavelli, l’esposizione, intitolata “Tre Lune”, sarà inaugurata sabato 11 maggio alle ore 17.00.

In mostra, venti dipinti materici di Barbara Nicoletto, in cui si assiste all’ibridazione tra umano e animale, sei opere ad olio su tavola e su carta di Alessandra Binini, caratterizzate da corpi che si librano in un cielo celeste, ed una quindicina di mosaici di Barbara Giavelli, generati da pietre che appartengono al mondo.

La recente produzione pittorica di Barbara Nicoletto (Padova, 1968) si differenzia dalle precedenti ricerche condotte dall’artista per l’accentuato carattere materico. Il colore ad olio si sovrappone, infatti, a fondi stratificati, ottenuti con miscele di blu oltremare, ossidi metallici e pomice. Una figurazione che abbraccia corpi umani e animali, lune e pianeti, facendo uso di suggestioni cromatiche che alludono all’ambito onirico per trattare temi connessi all’attualità e al vivere quotidiano.

Nella ricerca di Alessandra Binini (San Polo d’Enza, Reggio Emilia, 1963) s’incontrano studio della tradizione pittorica italiana e sensibilità contemporanea. Se con le opere d’arte sacra la pittrice indaga il lato spirituale dell’esistenza umana, nei dipinti profani predilige una narrazione simbolica, alimentata da un continuo esercizio espressivo. Figure e forme che si librano in cielo, affrancandosi dai vincoli imposti dalla società contemporanea.

Barbara Giavelli (Reggio Emilia, 1970) presenta, infine, una selezione di opere d’arte musiva: mosaici e micro mosaici generati da un’intima consuetudine con le pietre. Il percorso espositivo comprende una selezione di lavori di matrice figurativa, che rendono omaggio a Marylin Monroe così come alla musa Euterpe (tratta da Raffaello), ma anche alcune opere tendenti all’astratto, esito di un percorso introspettivo che si risolve in una vera e propria elegia del colore.

La mostra sarà visitabile fino al 1 giugno 2019, da martedì a venerdì ore 9.30-13.00 e 16.30-19.30, sabato ore 9.30-13.00 oppure su appuntamento. Ingresso libero.

Per informazioni:

cell. 370 3462813, spazioreart@gmail.com,
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La Collezione Queer

Collettiva di arte contemporanea dal 28 aprile al 14 maggio 2019 presso Ospizio Giovani Artisti (via Cernaia 15 – Roma). Opere degli artisti Flora Bradwell, Werther Germondari, Wrik Mead, Melanie Menard, Cristiano Sousa, Andrew Thomas, Maximilian Wasinski, Alejandro Zenha.

Werther Germondari, Il Trasloco, 2019

La mostra presentata in questa occasione è dedicata alle filosofie e teorie ‘queer’, un termine di difficilissima definizione e spiegazione in poche parole. Quello che qui si può dire, semplificando al massimo, è comunque che la sessualità indefinita, fluida, lgbt, ecc, con tutte le implicazioni e provocazioni anche politiche e sociali che la riguardano, sono il tema di base di trattato dagli otto artisti presenti in mostra, con opere come sempre provenienti dalla Collezione OGA.

Flora Bradwell (Londra, GB, 1984) è un artista e filmmaker londinese che ha studiato Fine Art alla City & Guilds della London Art School. Vincitrice del David Ballardie Travel Award nel 2008. Le idee di facciata e il fantastico continuano ad influenzare le vibranti pitture, le installazioni interattive site specific e i lavori di azione e performance di Flora Bradwell. Il suo video anarchico presente in mostra vede l’alter-ego di Flora, la diva disco band Bella & The Lordwarfs, esplorare il tema del dominio della voce maschile nella vita di tutti i giorni.

Werther Germondari (Rimini, 1963) Artista visivo, performer e filmmaker. Attento a dinamiche innovative sperimentali neo-concettuali che si caratterizzano per un gusto ironico e surreale, svolge dai primi anni ottanta una ricerca attraverso numerosi media espressivi. Ha partecipato a esposizioni in gallerie private e spazi sperimentali internazionali, alternando installazioni d’ambiente, videowork e atti performativi, focalizzando l’attenzione su elementi nascosti, attinenti a una visione reale, sociale e politica. Nel 2013 ha ideato l’Ospizio Giovani Artisti.

Melanie Menard (Rouen, Francia, 1983) vive a Brighton. Lavora con la fotografia, il video e la performance. Gli interessi alla base di tutto il suo lavoro sono le tensioni tra l’individuo, il luogo le circostanze in cui vivono, e i conflitti della mente umana. La sue performance mescolano il popolare cabaret alt-drag con l’estetica dal vivo per mettere in discussione le identità di genere e ritrarre individui che combattono norme sociali restrittive. “Tricyclic Transform”, in mostra, teatralizza la creazione e l’autodistruzione del suo alter-ego “drag queen”, Miss Liliane.

Wrik Mead (Toronto, Canada, 1962) utilizza il film, il video, la serigrafia e la fotografia. I temi del suo lavoro esplorano le questioni relative all’identità queer, al desiderio, al corpo e all’allegoria delle fiabe. L’animazione è anche un punto focale nei suoi lavori basati sul tempo, sperimentando varie forme di manipolazione fotogramma per fotogramma. “Summer 1975”, il suo video in questa mostra, è la rielaborazione di un’animazione di 50 minuti che fa parte di un’installazione esposta per la prima volta alla PayneShurvell Gallery di Londra, nel Regno Unito.

Cristiano Sousa (Goiânia, Brazil, 1977). Scrittore, produttore e regista audiovisivo, ha vinto diversi premi in festival cinematografici in Brasile e all’estero. Curatore e direttore di festival pioneristici, è stato anche membro di giuria e curatore di festival nazionali e internazionali, e produttore teatrale. Laureato in Arti Visive all’Università Federale di Goiás, è stato insignito del Trofeo Buriti conferito dal Consiglio Comunale della Cultura e Segretario della Cultura del Municipio di Goiânia come punto culminante dell’audiovisivo a Goiânia 2016/2017. Direttore della Cristos Produções.

Andrew Thomas (Leamington, GB, 1970) diplomato al Central Saint Martin’s College of Art & Design di Londra, Andrew Thomas è un artista che lavora attraverso vari media, con base a Berlino. “Thet Called Us Animals”, il lavoro in mostra, è un video sperimentale incentrato sull’omofobia contemporanea e che fa riferimento all’arte creata intorno all’attivismo gay negli anni ’80.

Maximilian Wasinski (Londra, Regno Unito, 1994) esplora l’incarnazione spirituale mettendo in discussione la dualità tra il corpo e l’anima, realizzando installazioni in cui i confini tra queste dualità sono offuscati per produrre convivenza tra la critica queer delle restrizioni religiose e il rabdomante celebrativo, che vede la singolarità come fonte di un nuovo spiritualismo. Attraverso la separazione della spiritualità dalle religioni istituzionalizzate, Wasinski sviluppa una spiritualità queer auto-realizzata per guarire e proteggere dalle restrizioni normative sentite nei confronti della comunità queer e celebrare questa prospettiva come una divinazione per il cambiamento.

Alejandro Zenha (Goiânia, Brasile, 1979). Architetto, sviluppa attualmente la sua ricerca nelle arti visive attraverso la fotografia, esplorando il dialogo tra il corpo e l’edificio, l’uomo e il suo habitat, avendo il nudo come principale risorsa estetica, dall’influenza data dall’arredamento d’arte, al linguaggio visivo della danza contemporanea. Ricercatore presso il Laboratorio di Filosofia delle Immagini dell’Università Federale di Goiás (LABFOTOFILO – UFG).

 

LA COLLEZIONE QUEER

Inaugurazione: Domenica 28 aprile 2019, h11.30 (fino h14)

Periodo: 28 aprile – 14 maggio 2019

Visite: solo su appuntamento, scrivendo a wgermondari@mac.com

Tutto sulle donne

Ad Abano Terme (Pd), presso la Casa Museo Villa Bassi, dal 17 Maggio all’ 08 Dicembre 2019 verrà presentata la mostra fotografica di Eve Arnold Tutto sulle donne‘, a cura di Marco Minuz.

Di seguito il comunicato stampa :

Marilyn Monroe, Hollywood, USA, 1960 © Eve Arnold / Magnum Photos

Che si tratti delle donne afroamericane del ghetto di Harlem, dell’iconica Marylin Monroe, di Marlene Dietrich o delle donne nell’Afghanistan del 1969, poco cambia. L’intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale.

A questa intensa interprete dell’arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi, nel cuore di Abano Terme, dedica un’ ampia retrospettiva, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Quella proposta in Villa Bassi dal Comune di Abano Terme e da Suasez, con la curatela di Marco Minuz, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense.

Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell’agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947. Un’agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof.

Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia entrambe promosse per iniziativa di Suazes: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e ora la Arnold ad Abano Terme in questa mostra.

Marlene Dietrich at Columbia records studios, New York, USA, 1952 © Eve Arnold / Magnum Photos
Marlene Dietrich at Columbia records studios, New York, USA, 1952 © Eve Arnold / Magnum Photos

A chiamare Eve Arnold In Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier -Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo “scandalose”, vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post.

Nel 1952 insieme alla famiglia Eve Arnold si trasferisce a Long Island, dove realizza uno dei reportage più toccanti della sua carriera: “A baby’s first five minutes”, raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Nel 1956 si reca con un amica psicologa ad Haiti per documentare i segreti delle pratiche Woodoo.

Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le celebreties di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l’incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell’attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza. Nel 1960 documenta le riprese del celebre film ”The Misfits”, “Gli spostati”, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell’epoca di Marylin Arthur Miller.

Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio: in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente tra cui Afghanistan, Cina e Mongolia.

Fra il 1969 e il 1971 realizza il progetto “Dietro al velo”, che diventa anche un documentario, testimonianza della condizione della donna in Medio Oriente.

«Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. Benché il suo lavoro sia testimonianza di una lotta per uscire dalla definizione limitante di “fotografa donna”, la sua fortuna fu proprio quella capacità di farsi interprete della femminilità, come “donna fra le donne”.

COLORINCOLOR

Campiture, aloni, sfumature, turbolenze e equilibri cromatici animano gli spazi espositivi di YURTA in provincia di Siena dal 23 aprile al 15 giugno 2019. Tutti i colori sono gli “amici dei loro vicini e gli amanti dei loro opposti ” amava dire Marc Chagall e noi siamo costantemente influenzati dai colori.

La mostra a cura di Maria Mancini con la collaborazione di Wang Yao indaga attraverso l’opera di quindici artisti il colore inteso sia come gestualità istintiva sia come definizione di una progettualità linguistica ben definita. Un’enunciazione visiva, come sottolinea la curatrice, talvolta chiassosa con movimenti di luce e energia si alterna a opere costruite su velature cromatiche e pigmentazioni calibrate alla continua e indomita ricerca di nuove prospettive. Ogni colore modifica il suo aspetto in base alla materia che lo costituisce e lo accoglie. Senza voler tacere sulle abilità tecniche e sui materiali il campo percettivo della mostra si coniuga con elementi plastici e esperienze tattili condivise.

ENZO BERSEZIO – SAURO CARDINALI – MARCO CARDINI – SEOK WON KANG – HAN CHANG KYU – GABRIELE – LANDI – JAILDO MARIHNO – LUCIANO MASSARI – MICHELE D’AGOSTINO – MATTHIAS MILHAUD – DANIELA NOVELLO – PATRIZIA NOVELLO – MARIA ISABEL SALAZAR – TIZIANA TACCONI – WANG YU

INFO:
23 APRILE – 15 GIUGNO 2019 su appuntamento
YURTA via dei manufatti n 1, loc. Sentino, Rapolano Terme, Siena, Italia
e-mail yurta.r.c@outlook.it

Brescia Photo Festival – Donne

La terza edizione del Brescia Photo FestivalDonne (www.bresciaphotofestival.it), in programma dal 2 al 5 maggio, promossa da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. – Centro della fotografia italiana, esplorerà il complesso universo femminile. Quattro giornate dedicate alla fotografia con mostre, visite guidate, laboratori, proiezioni cinematografiche, musica e incontri con grandi firme della fotografia.

Giosetta Fioroni fotografa Talitha Getty nel suo studio, Roma, 1967

La rassegna internazionale di fotografia, da quest’anno con un format completamente rinnovato, propone 19 esposizioni tra mostre tematiche, monografiche e one-off, in gran parte produzioni originali, che valicheranno i confini temporali del festival e proseguiranno fino all’estate.

Al Museo di Santa Giulia, antico monastero femminile di origine longobarda, 9 mostre tra cui un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico:

Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan, racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J. Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Man Ray, Joel Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Dietrol’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, con 100 immagini di 70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti espressivi diversi, tra cui: Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero, Adelita Husni-Bey, Allegra Martin, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari. Attraverso le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali – affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.

Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

 

di Annalisa Fattori e Paola Nobile

via San Simpliciano 6, 20121 Milano

Tel 02.8052151 – www.delosrp.it