Metamorfosi

Scrive Simone Soldini per Metamorfosi : “Sotto l’ampio e comodo cappello di Metamorfosi abbiamo radunato sculture e installazioni scultoree di forma complessa, spesso – diciamo meglio – di forma indefinibile: aperta, frammentaria, tortuosa, organica, proliferante. Una forma in divenire, in trasformazione, estroflessa e introflessa, e che seguendo vie diverse conduce all’idea di metamorfosi.

La fonte d’ispirazione di tutte queste opere è da rintracciare nel mondo naturale, spesso in fenomeni che ne evidenziano la bizzarria, l’eccentricità, il fascino conturbante o la mostruosità. Un tempo, questi oggetti-sculture li assemblavano e conservavano in salotti principeschi, conosciuti come camere delle meraviglie. Erano lì per stupire e per incuriosire i visitatori, esibiti principalmente perché esotici e preziosi.

Metamorfosi con riferimento al mondo naturale, ma anche come sviluppo formale, o riferita al corpo umano, oppure ancora relativa alla mutazione delle cose da un materiale a un altro. Metamorfosi è quindi un titolo, un cappello, servito da stimolo; da intendere qui in un’accezione flessibile, che non osa neppure lontanamente prendere a modello, ad esempio, le indagini storiche condotte nei suoi stimolanti libri da Christa Lichtenstern, ricerche che risalgono fino alle fonti del mito classico ovidiano. Gli artisti e le opere sarebbero potuti essere centinaia; ne abbiamo riuniti 24 e distribuiti con cura negli spazi del Museo d’arte nell’intento di creare di generazione in generazione un discorso fluido e continuo.

«Avrei voluto che il mio lavoro trovasse il suo umile posto nei boschi, sulle montagne, nella natura» scrive Jean Arp. Quando si cita il termine “metamorfosi”, non si può fare a meno di pensare al surrealismo, a quello che può essere indicato come il movimento dal quale ha tratto origine in tempi moderni il principio estetico di biomorfismo, di forma organica. Quante volte incappiamo in opere di matrice surrealista che riportano nel titolo la parola “metamorfosi”? Non poche di sicuro. In sintonia con l’estetica e i principi surrealisti, Arp ha dato vita con le sue concrezioni umane a una forma in continua e imprevedibile trasformazione. Il suo era il rifiuto di un linguaggio che limitasse in qualche modo le potenzialità infinite di uno sviluppo formale. Erotique-végétale di Serge Brignoni e Unterirdische Schleife di Meret Oppenheim sono poi altre incursioni nel surrealismo, sulle tracce dell’opera metamorfica nella scultura contemporanea: da una parte (Brignoni) la manifestazione più appariscente di un trasformarsi; dall’altra invece (Oppenheim) l’idea di metamorfosi, accompagnando l’incurvarsi nella materia, non si palesa nella piccola scultura, ma viene evocata – al pari di un calembour duchampiano – solo nel titolo, lasciando intuire l’insondabilità dei percorsi sotterranei.

Scriveva il ricercatore naturalista tedesco Ernst Haeckel a cavallo tra Ottocento e Novecento: «Sia che noi ammiriamo lo splendore delle alte montagne o il mondo meraviglioso del mare, sia che osserviamo col telescopio le meraviglie infinitamente grandi del cielo stellato, o col microscopio le meraviglie ancor più sorprendenti della vita infinitamente piccola, ovunque la natura-dio ci apre una sorgente di piaceri estetici». È chiaramente la natura a ispirare nelle forme e nei colori buona parte delle installazioni in mostra. Una natura magmatica, opaca o scintillante, traboccante di energia, che l’artista esalta nel suo aspetto materico, soprattutto accentuando i valori tattili dell’opera. Un universo naturale che appare in tutto il suo splendore, la sua varietà, la sua esuberanza: in cielo fissando la trama delle costellazioni, per terra seguendo l’intricato diramarsi e intrecciarsi delle radici.

Ma è anche ovviamente la natura umana e animale a generare un processo di trasformazione. Non è raro che un artista sia attratto dal corpo umano, dai suoi organi; e che li estragga dal corpo, li esibisca nella loro nudità, li trasformi ingigantendoli o dipingendoli con tinte sgargianti. Nominiamo spessissimo le parti del nostro corpo come qualcosa che ci è familiare, ma qui stentiamo a riconoscerle o non le riconosciamo per niente; le percepiamo invece con un certo fastidio come se fossero corpi estranei a noi stessi, realtà completamente diverse da quelle che per forza di consuetudine o per senso del pudore ci ostiniamo astrattamente a pensare come qualcosa di asettico. Un salto di percezione enorme.

Poi qui metamorfosi indica anche la trasformazione della forma senza che siano lasciati punti fermi: una linea che si sviluppa liberamente e varia a ogni nostro minimo spostamento, forme che si ispirano alla natura ma che crescono indipendentemente, assumendo le sembianze di organismi paralleli ad essa, assecondando l’immaginazione. In artisti quali Tony Cragg o Jean Arp avviene un processo di astrazione, la metamorfosi si sos tanzia grazie al movimento, al ritmo e all’armonia.

A partire dal primo Novecento, la crescita esponenziale dei materiali adoperati nella scultura ha contribuito a estendere il concetto di metamorfosi. Basterebbe pensare – risalendo a tendenze storiche – alla stagione dell’informale, della land art o dell’arte cinetica. In questo senso, segnando una netta cesura con il passato, l’uso innovativo e immaginativo dei materiali nella scultura è stato alle origini di uno sviluppo straordinario anche del concetto di metamorfosi. Uno sviluppo, naturalmente, reso possibile e incanalato dai prodotti di recente tecnologia. Superfluo sottolineare come plastiche, nuovi tipi di metallo, prodotti artificiali, ognuno con le sue specifiche qualità, alimentino essi stessi un processo di trasformazione. Con i nuovi materiali, l’immaginazione dell’artista si è aperta a centottanta gradi e nel territorio della scultura c’è ora spazio per le meduse modellate con la rete per recinzioni, per le viscere plasmate con i copertoni delle ruote di veicoli, per i garofani in poliuretano.”

METAMORFOSI – Uno sguardo alla scultura contemporanea

www.mendrisio.ch/museo

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