Le parole non dette

Scrive  Rino Cardone a proposito de Le parole non dette : “Le forme, i colori e le parole. È pittura ricca di suggestioni quella di Dino Ventura. Pittura di significati e di significanti. D’immagini disegnate dalla mente, ancor prima che dal pennello, o dalla spatola. Ed è anche pittura di colori che sollecitano, oltre la vista, l’area creativa della nostra mente. Pittura di segni, di strofe poetiche e di versi tagliati. Pittura che evoca i numeri e il suono tarpato delle parole. C’è un po’ di beat generation statunitense in questo agire pittorico di Dino Ventura. C’è la cultura del frammento letterario. C’è il cut-up di William Burroughs e di Brion Gysin. Ci sono frammenti di poesie. C’è lo spirito delle “parole in libertà” dell’esperienza futurista di Filippo Tommaso Marinetti e di Guglielmo Jannelli. Ma ci sono anche le voci (ideogrammi) che Dino Ventura definisce come le “parole non dette”. Ci sono gli interrogativi esistenziali dell’artista. Uno dei quali è un “ologramma ribaltato” del pensiero sul silenzio di Federico Fellini, in ”La voce della luna” quando il protagonista del film afferma, nella scena finale: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Per Dino Ventura è tutt’altra questione. Il dilemma, che lui rappresenta, è invece questo: “Se solo ci fosse meno silenzio”. Il senso di questa sua pittura è lo stesso delle lettere d’amore di Roberto Vecchioni. È quello di voler sollecitare una riflessione sui modi del comunicare, considerando che “c’era una volta in cui si parlava, ora non più”. E c’è anche la volontà, da parte sua, di chiedersi cos’abbia, oggi, senso e cosa lo abbia meno. Di domandarsi che cos’è la poesia e che cos’è l’arte. Quella di Dino Ventura richiama, in alcuni casi in maniera testuale, i versi di Tagore e di Pablo Neruda. Richiama le suggestioni delle pietre colorate – e disegnate di rime – del poeta greco Ghiannis Ritsos. Richiama il concetto che tutte le cose sono numeri come sosteneva Pitagora. Un’arte dunque di rimandi letterari, filosofici e cantautorali. Rimandi impregnati di suggestioni. È cambiato il modo di far pittura di Dino Ventura. Secondo lui “c’è, oggi, più pienezza cromatica”. È questo un modo per dire che il vecchio segno, molto a pennello, si è arricchito di un maggior numero di strati spatolati. C’è ancora il dripping dell’Action Painting americana quello che fu di Jackson Pollock. Ma c’è anche più bitume rispetto alla pittura precedente. C’è l’uso dello straccio, per aspergere il colore sulla tela. Il significato minimale dei lemmi e dei vocaboli – da lui adottati dentro il quadro – si è trasformato in espressioni di senso letterario compiuto. C’è insomma più poesia visiva. E tutto questo senza tradire la sua scelta pittorica, espressiva e concettuale, fondata sulle cromie accese. Altri elementi di novità sono: i collage (realizzati con l’impiego di pezzetti di carta) e i tagli obliqui (eseguiti con l’uso di linee geometriche che aumentano il numero dei piani ottici e focali del quadro). E questo per dare corpo a un’emozione di Tagore che lui ha ripreso in chiave pittorica: “ (…) La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa / per uscire migliorata da te (…) ”.”

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
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