Kairos

Scrive Carla Guidi a proposito di Kairos : “(καιρός) nell’antica Grecia indicava “momento giusto, opportuno, occasione” o “momento supremo”, mentre Kronos (χρονος) si riferiva allo scorrere temporale misurato e sequenziale. In sintesi mentre kronos indica quantità, termine legato alla convenzionalità ma anche alla crudeltà inesorabile e livellante del desino comune, kairos ha un significato qualitativo, emotivo forse, un tempo non misurabile degli eventi e delle disponibilità. Tutto questo senza dimenticare quanto dobbiamo delle nostre radici culturali, alla mitologia ed alla cultura greca, utilizzate per indagare la nostra psiche da Nietzsche, da Freud, da Jung e da Hillman, solo per citare i più noti.

Lì noi infatti continuiamo a cercare le origini della nostra cultura, come dice lo stesso James Hillman, tentando di capire cosa attrae la nostra psiche e quali soluzioni o messaggi essa vi trovi. Miti che continuano a vivere anche oggi, con abituali rivisitazioni nei film Fantasy e nei giochi elettronici, nei fumetti, in un tempo che va considerato a buon ragione “ciclico” e verso una maggiore comprensione ed approfondimento dei fatti ad un maggiore grado di consapevolezza. Secondo lo strutturalista Lèvi-Strauss infatti, le narrazioni nei miti mettono in scena le opposizioni semantiche fondamentali su cui si basa una cultura Vita/Morte, Natura/Cultura ecc.

Strutture inconciliabili, qui trovano un modo, una conciliazione, una reciproca sopravvivenza … mentre secondo Mircea Eliade esiste continuità fra gli universi onirico e mitologico, proprio come vi è omologazione fra le figure e gli avvenimenti dei miti ed i personaggi, gli avvenimenti dei sogni; l’esperienza del sacro, l’inconscio collettivo, quello personale e l’Arte. Secondo la definizione di Károly Kerényi, mitologema è l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, riorganizzato, ma che di fatto mantiene lo stesso racconto primordiale, (per non citare Vladimir Propp e la struttura delle fiabe) mentre Hans Blumenberg riabilita il concetto di Mito, manipolato e deformato dal nazismo, sostenendo che attraverso questo, si esplicita un rinnovamento degli elementi più vitali delle culture, la cui rimozione avrebbe invece contribuito a produrre i Totalitarismi.

Cultura, informazione e temporalità. Facendo un paragone fisiologico, nel nostro corpo viaggiano informazioni almeno di due tipi, il neuronale e l’endocrino, un po’ come l’analogico e il digitale per l’informatica … Per non parlare della Triune Brain, Teoria dei tre cervelli – un modello della struttura e dell’evoluzione dell’encefalo elaborato da Paul D. MacLean – per sapere con apprensione che le tre strutture R-complex, Sistema limbico, Neocortex, adibite specificamente a determinate funzioni, dai bisogni e gli istinti innati, agli operatori dell’emotività, alla razionalità stessa, risultano indipendenti l’una dall’altra, ma in grado di dominarsi reciprocamente.

In fondo però lo sapevamo da tempo quanto fosse importante per l’essere umano l’educazione e la cultura. Il nostro cervello prosegue infatti la sua evoluzione per anni dopo la nascita, sempre sottoposto ai pericoli ed alle tempeste dell’emotività, così come alle sirene della persuasione occulta. A tutto questo bisogna aggiungere i concetti del tempo lineare della Storia e del tempo circolare o la Ciclicità delle stagioni. Non è secondario infatti che, nella nostra era informatica, il tempo Kronos stia divorando Kairos, o meglio stia divorando noi, come suoi figli, immersi ancora nell’illusione di un tempo infinito, nel quale la Natura ed il Mondo siano a nostra completa disposizione. Già nel 1967 un famoso articolo scritto da Lynn White Jr. intitolato The Historic Roots of our Ecological Crisis, si criticava le società occidentali per aver utilizzato la scienza e la tecnologia allo scopo di dominare e degradare l’ambiente, propagandando l’idea di dominio degli esseri umani sulla natura, privandola del suo carattere di sacralità, oltre di aver alimentato con ogni mezzo un’economia perversa, basata sull’illusione della crescita illimitata.

La nostra società, dopo anni di consumismo sfrenato, è divenuta infine “liquida” secondo l’acuta definizione di Zygmunt Bauman. L’asfissiante crisi economica che ci accompagna infatti, ormai da tempo, non è solo di natura finanziaria, ha una componente fisiologica: la globalizzazione, concepita come un eccesso di egocentrismo o eccesso di capitalismo. Oggi, tra l’altro, questo concetto, basato sull’incremento eccessivo di produttività, non è neanche più sostenibile, sia perché il ciclo di vita di un prodotto è sempre più breve a causa del progresso tecnologico basato sull’illusione della crescita illimitata dei consumatori e delle materie prime, sia perché i licenziamenti di massa e la penuria di materie prime, colpiscono le popolazioni generando povertà, alimentando una crisi globale dove lo scellerato abuso del territorio non lo ha solo impoverito, ma vi ha iniettato un pesante inquinamento, forse irreversibile.

La risposta non è solo passare dalla globalizzazione ad una strategia di produzione a crescita sostenibile locale o territoriale, ma tornare a pensare a quel legame profondo tra Umani e Terra che è da sempre la prima forma di economia esistita, come ci ricorda l’etimologia della parola cultura dal latino colere, “coltivare”, poi esteso a quei comportamenti che imponevano una “cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”. Un significato che ci invita ancora alla metafora del tempo logico, al territorio come base della memoria, ma anche della spiritualità come sistema mente-corpo.

Infine, sotto la pressione di strumenti informatici, utilizzati come una forma di dipendenza e in sostituzione dei rapporti sociali, in questo deforme concetto di una globalizzazione, abbiamo perduto il contatto con la realtà. Il realismo ipermoderno si misura appunto con l’angoscia di de-realizzazione che esso produce, ritmo temporale accelerato, alienante, anestetizzante, nel bombardamento di immagini con funzione ipnotica che mirano a sostituire la realtà del corpo e confondere la percezione dei suoi veri bisogni, nella scomparsa della fiducia in qualsivoglia entità che garantisca la possibilità di risolvere i problemi sociali. Oggi infatti è diffuso un individualismo sfrenato ma fragile, dove ciascuno non si fida più di nessun altro, mentre il poter apparire anche effimero sullo specchio del mondo, assume valore di presenza, di esistenza in vita, perpetuando la celebre predizione, già degli anni ’60, di Andy Warhol.

Fortunatamente oggi si rimette anche in discussione, da più parti, il culto della velocità e l’idea di una temporalità lineare, fonte della cieca fede nell’accelerazione del progresso e purtroppo anche dell’accumulo di ricchezza in poche mani, valorizzando invece un’economia sostanziale, diffusa, intesa come attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni di tutte le persone, allargando il senso di questi bisogni non esclusivamente alla sfera economica. Basti citare per esempio il Movimento per la decrescita felice ispirato da Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi, e le ricerche del premio Nobel Kenneth Arrow.

In questa emergenza sociale, mentre più della metà della popolazione mondiale risulta essere urbanizzata (Edward L. Glaeser) e mentre Slavoj Zizek ci invita a riflettere attraverso il suo libro Benvenuti nel deserto del reale, il linguaggio artistico acquista sempre la valenza di un’urgenza terapeutica. L’Arte infatti, attraverso la sua preziosa capacità simbolica, che si concretizza in oggetti dotati di una propria vitalità, può riuscire a darci quella dimensione significativa che pensavamo di aver perduto. Proprio alla ricerca di una spiritualità nell’Arte, nel recupero di uno spazio virtuale che non sia solo illusorio ma strumento di conoscenza del mondo, esteriore ed interiore, che in esso psichicamente si proiettano, si propongono una serie di mostre dove gli artisti si confrontano su queste tematiche.

Questo primo appuntamento vede la presenza dell’artista Jasmine Pignatelli con il suo ultimo ciclo di opere: Timeless e Directionless. Sono questi lavori che interrogano lo spazio e attivano con esso tensioni cinetiche e cinematiche. Il disegno del movimento e delle sue possibilità virtuali, danno luogo ad una diversa percezione del Tempo e delle dinamiche Spaziali. Un’operazione che si pone come ideale “marcatore di paesaggio”.

Valter Sambucini – Fotografo e ingegnere elettronico, attraverso lo strumento digitale, esplora lo spazio virtuale/speculare che oggi, soprattutto nelle città metropolitane, testimonia come le superfici specchianti sostituiscano illusoriamente gli orizzonti naturali, dopo aver ingoiato territorio e natura nel cemento. Tutto questo ha un significato antropologico, simbolico, politico e naturalmente delle conseguenze sul vissuto degli abitanti.

Il sociologo Pietro Zocconali, in occasione dell’inaugurazione dell’evento, affronterà i temi del suo ultimo libro in un viaggio alla scoperta delle linee di cambio dei fusi orari e di data. Insolita dimostrazione di come le “convenzioni” determinano consuetudini, usi e abitudini, falsificando la percezione dell’incessante scorrere del Tempo.”

L’evento è parte di ROME ART WEEK 2107
La mostra è aperta dal 9 al 28 ottobre 2017

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