Eva Hide

Scrive Ginevra Bria a proposito di Eva Hide in Dad is God: “L’innocenza ha due volti. Quando rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione ne rimaniamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere e rimanere nascosti, fuori dalla portata della consapevolezza, insabbiati nel non-sapere. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza, o tra natura e cultura, ma tra un approccio sistemico all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia inconscia di una figura dominante in declino: il padre, non più ambasciatore della realtà, ma normatore del categorico impulso a creare.

La vera questione è : a chi propriamente appartiene la norma del significato dell’arte ? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie del futuro ?

Nella pratica di Eva Hide, all’interno della personale che porta il titolo di un collage recente Dad is God, le tracce del passato, non essendo mai raggiungibili nella loro interezza, fanno sì che l’inevitabile moto verso di esse, un apparente volgersi all’indietro, generi un continuo ripensarle e costruirle, strutturando e inventando, in perpetua oscillazione, una vita, la propria vita, come costante progressione in avanti.

Il progetto Eva Hide, dichiarano Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia, ha avuto inizio nel 2013 ed è il frutto di un lungo ed estenuante percorso volto alla ricerca di una possibilità di dare forma e sostanza alle nostre proiezioni interiori. Opportunità che abbiamo trovato nella ceramica, materia che per un decennio abbiamo usato esclusivamente per dare continuità alla tradizione artigianale settecentesca della maiolica laertina e che solo successivamente, come durante un’illuminazione improvvisa, si è rivelata un mezzo artistico perfetto per mediare direttamente tra il mondo delle idee e quello tangibile, del Reale. Nel luogo in cui viviamo, per fortuna o per sfortuna, l’arte è una pratica estremamente solitaria, solipsistica, forse: non ci sono gallerie, critici, collezionisti o amici artisti. Non si è travolti dal fiume in piena di parole e azioni che spesso ne offuscano il significato. Amiamo con dedizione il lavoro di molti artisti del passato e di artisti contemporanei da cui traiamo spesso ispirazione, ma due dipinti in particolare: La crocifissione di Grünewald e i Sette vizi capitali di Otto Dix, visti alla Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, città in cui abbiamo vissuto per diverso tempo, sono stati per noi folgoranti, nel senso più mistico del termine. Questi due scenari hanno segnato profondamente, in modo irreversibile, il nostro sentire artistico e umano.

Per Eva Hide ogni risultante artistica si trasforma in protesi esterna, in estensione dell’apparato psichico, tale da permettere a quest’ultimo di inscrivere e così di delineare, reinventandole, le imprendibili tracce sensoriali-emotive di un passato composto da ferite in costante trasformazione. La deformazione, la devitalizzazione di Fontana (2017), ad esempio, si presenta divisa, come in un autoritratto, tra un sentimento di vuoto, di rinuncia, di mancanza di un’impronta nella propria identità sessuale, quasi costretta a farsi assente a se stessa e una capacità di evasione e di trascendenza, una sorta di tensione liberatoria verso uno spazioso universo di transustantazione e di immaginazione.

Nel trasporsi all’esterno, acquisendo una configurazione oggi abbordabile, avvicinabile da parte della consapevolezza e della riflessione, la ferita impressa dallo sguardo paterno diventa però anche materia da plasmare artisticamente, vale a dire da far evolvere sul suo stesso terreno, quello sensoriale ed emotivo (Dad is God collage, 2016). Lì, nell’interiorità esteriorizzatasi in opera d’arte, divenuta l’oggetto sensoriale ed emotivo che è il prodotto artistico sotto forma di presente ricordato, accade che il mancato riconoscimento dell’identità del figlio da parte del padre. Un mancato riconoscimento che è come un sole nero o una pupilla bianca e cieca (Hero, video, 2016), e che rende futile ogni cosa come un circo di melanconia, all’interno della quale si ritrova anche un nuovo sguardo, quello che il dominio sulla devastazione rende appunto possibile.

L’opera stessa infatti (come il collage Giuditta vittoriosa, 2017), grazie al contatto che offre con l’ambiente artistico, con i suoi esponenti, ma anche con un’intera tradizione di stili, di linguaggi, di persone, e grazie poi all’interiorità sensoriale ed emotiva che in essa si delinea e che si rende persino modificabile, è adesso un nuovo padre: un potente strumento di riflessione. Ovviamente, qui per riflessione bisogna intendere non solo una capacità di pensare e di ripensarsi, ma anche la possibilità di ricevere un nuovo riflesso, una nuova immagine di sé, da parte di uno schermo, di una lama o di uno specchio. O da parte, appunto, di uno sguardo che seziona e attraversa il tempo.

La ricerca dell’evento passato, ma non ancora sperimentato, si presenta in Dad is God sotto forma di ricerca di tale evento nel futuro (Wedding, 2017). Questo accade perché l’esperienza originale non può essere collocata nel passato finché lo sguardo di Eva Hide non riesca a inserirla oggi nella sua formulazione presente e nel controllo onnipotente. La coscienza primaria, infatti, come nella serie di Why Children Steal (2016), nasce dall’interazione dinamica tra memoria e percezione in atto. Questa interazione dinamica permette di ricategorizzare il presente alla luce del passato e di costruire in questo modo una scena percettiva coerente. Isole di divertita, delicata, leziosissima indecenza, lo sguardo individuale equivale in ogni suo istante a un paradossale presente ricordato: un passato infantilizzato che può esistere e definirsi soltanto nella reinvenzione che si plasma all’interno dell’attimo presente.

In questa mostra personale, cercando all’indietro quel che proprio lì sempre sfugge, perché costituito da tracce magmatiche, come ricorda la superficie esondata della maiolica, da vissuti essenzialmente corporei di natura sensoriale ed emotiva, lo spettatore assimila e ricategorizza alcuni vissuti alla luce e nella forma dell’esperienza presente, ricostruendo ogni volta il passato come realtà antica e tuttavia inevitabilmente nuova.

Ma quale duttilità, quale capacità plastica concede, ed è insita nella maiolica rispetto altri materiali scultorei? La ceramica materia primordiale, rispondono Eva Hide, per eccellenza, imperitura e fragile allo stesso tempo, nella sua dimensione umanista di arte fatta con la terra ha nella sua lavorazione qualcosa di magico e di alchemico. L’argilla, offre una morbidezza e immediatezza plastica difficile da riscontrare in altri materiali. La lavorazione della maiolica, uguale da secoli, nei suoi passaggi fondamentali ha in sé un aspetto che ci intriga, ed è l’impossibilità di avere ripensamenti nelle fasi successive alla modellazione. La creazione di una scultura in maiolica ha molto in comune con una messa in scena di una rappresentazione teatrale, deve essere buona la prima, senza possibilità di appello, altrimenti tutto il lavoro è compromesso. Un aspetto che ci piace sottolineare del nostro lavoro è la lucida volontà di non perdersi mai nei meandri dei tecnicismi virtuosistici praticabili nell’ambito ceramico e rimanere fedeli alla dimensione umana sopra citata.

La maiolica, un tempo considerata decorativa e leziosa, ben si adatta a conferire una tridimensionalità sardonica al faceto, alla lucidità dell’osceno, attraendo lo sguardo. La maiolica dipinta ci consente, inoltre, di perpetrare l’inganno dato dai colori rassicuranti e dalla familiarità del materiale, rispetto alla tragicità dei temi usati.

Il passato non può quindi essere concepito come memoria statica, come fotografia riposta in un archivio e lì esistente, bensì come creazione di un senso assente, vera invenzione di un senso rimasto, come si usa dire, in sofferenza.

L’identità umana rappresentata da Eva Hide rifugge la percezione della mancanza e del vuoto, condizioni immanenti all’esistenza. Perciò solitamente, e in maniera difensiva, l’identità rifugge i vissuti di mancanza e compone una propria posizione di stabilità: una statica coerenza di se stessi e degli oggetti esterni. Tuttavia un’identità più autentica si fonda sul contatto consapevole con la mancanza, con il vuoto interno. Ogni artista, attraverso la propria pratica può ripudiare la falsa identità di provenienza paterna, difensivamente rigida e stabile, per lanciarsi alla ricerca di una nuova identità, di per sé sempre mancante e in fondo sofferente, ma per questo motivo anche feconda e propulsiva.

Inoltre, la poetica dell’anonimato, di Eva Hide ribalta la ferita nel suo contrario, vale a dire in una recuperata autoaffermatività: in una sorta di aggressività mediata, non piena e diretta ma pur sempre vivibile, parzialmente conquistata. Lo pseudonimo assimila l’accettazione creativa del vuoto e della depressione, e di una fondamentale carenza nella sfera pulsionale paterno-virile. Grazie a questa accettazione la passività e l’immobilità, anzi la loro spinta a esprimere solo per vie traverse l’identità, diventano l’unica possibile fonte di un’identità più vera, in costante e mai conclusa costruzione. Un’identità che si dipana perciò nel presente sempre nuovo di un passato che ricrea e che trasforma le sue tracce più ferite e dolenti.

Attraversando Dad is God, necessitiamo della banalità che troviamo nel momento iniziale dello svelamento, perché essa si radica e ci rinsalda alla realtà. La contingenza promettendoci il familiare, il proverbiale meccanismo del sesso, offre allo stesso tempo, la possibilità della soggettività condivisa del sesso. La perdita di mistero avviene nello stesso momento in cui ci vengono offerti i mezzi per dar vita ad un mistero condiviso. A questo punto si può comprendere la difficoltà di creare un’immagine statica del denudamento sessuale (Veronica, 2017). Nell’esperienza sessuale vissuta, il denudamento è un processo, piuttosto che uno stato. Se si isola un istante di questo movimento, la sua immagine apparirà banale, invece di fare da ponte tra due intensi stati dell’immaginazione, e potrebbe risultare fredda. Questa è una delle ragioni per cui, i corpi nudi di Eva Hide contengono tempo ed esperienza del tempo. Il loro corpo restituito alla molteplicità ci sfida non come una visione improvvisa, ma come esperienza, l’esperienza degli artisti. Ogni immagine viene rimodellata dalla personalità dei due artisti. La coerenza di quel che i corpi permettono di vedere non è più intrinsecamente connessa ai corpi, al loro cortocircuitare, ma segue lo sguardo delle mani che li hanno disposti. Questo sguardo consente alla metà inferiore e alla metà superiore dei corpi di vivere separatamente, talvolta in direzioni opposte, attorno al fulcro sessuale che è celato: il torso verso destra e le gambe verso sinistra, oppure il contrario. A parte la necessità di trascendere il singolo istante e di ammettere la soggettività, vi è un altro elemento essenziale: ad ogni grande rappresentazione sessuale della nudità. L’elemento della banalità deve essere manifesto ma non freddo, questo l’elemento che distingue il voyeur dall’amante. Qui tale banalità andrà rinvenuta nella coazione di Eva Hide a comporre la grassa pastosità della carne che di continuo rompe ogni ideale convenzione di forma e di continuo offre la promessa della sua straordinaria particolarità.

Il genere deframmentato dei corpi che in Eva Hide viene ricostruito all’estremo, con eccesso di scrupolo, in realtà sottolinea l’incapacità di codificare un gender. Le definizioni di genere sono solo un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità, ma la grande accumulazione di teorie che si sono avvicendate sulla questione è la prova che la realtà non è ferma, si sposta continuamente cambiando i suoi scenari e rendendo praticamente nulle molte certezze in merito. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti relativi e dinamici. Dato che pensare con certezza è impossibile, potremmo quindi provare a pensare insieme all’errore invece che escluderlo, consapevoli che possiamo sbagliare. In assenza di riscontri oggettivi, possiamo affidarci al criterio delle probabilità, evitando di bloccare la realtà in un pensiero. Affidandoci allo scorrere delle cose e generando momenti di finzione, possiamo trovare la libertà di far fluire la realtà verso l’esplorazione della mente e accogliere nuove definizioni.

Il corpo non è mai incluso interamente nella vostra pratica compositiva, ma si trova ridistribuito per parti essenziali, per parti narrative. Che cosa significa incarnare, lavorare e poi disincantare l’uomo attraverso la sua fisicità ? Noi non possiamo prescindere dal pesante fardello iconografico dell’arte italiana antica onnipresente in chiese e musei, dai fiumi straripanti di corpi nudi e di madonne che allattano, di molteplici Susanna che si mostrano, di tanti Adamo, Eva, santi con atteggiamenti erotici e martiri dilaniati. Tutto questo, mescolato al costante flusso di immagini della realtà quotidiana, da origine alle nostre narrazioni. Il nostro è un regno di morti e di fantasmi, di allucinazioni impregnate di polvere e di un tempo che non si muove mai; è un inno trionfale alla condizione miserabile dell’ uomo. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Tutto viene distrutto e tutto viene ricostruito.

Quindi il prodotto artistico di Eva Hide, insieme al processo che ripetutamente lo lavora (come in Kiss me, 2017) e lo compone, agisce elettivamente, quale organizzatore esterno: un vero contenitore che per effetto di una materializzazione proiettiva, e grazie alla natura sensoriale ed emotiva di quest’ultima, accoglie elementi psichici non integrati, spesso di natura enfatica e prevalentemente anch’essi di natura sensoriale ed emotiva.

Infatti il processo creativo, in qualunque modo si compia, in veste di collage, di pittura, di video e di scultura è costituito da tre componenti: gli elementi riversati all’esterno, il processo insieme gestuale e intellettivo che opera questa materializzazione, e infine il risultato, il prodotto artistico. E poiché le tre componenti, nel percorso di Dad is God, possiedono tutte una qualità eminentemente sensoriale ed emotiva, questa rende il processo un tutto unico, uno snodo nel quale il passato più sfuggente, inscritto nell’originariamente inconscio in forma corporeo-affettiva, ottiene una riformulazione presente, la sola possibile e realmente esistente, incarnata nella malizia di My Dad Loves Me (2017).
Questo gruppo scultoreo può mostrarsi nella reiterazione di uno scenario bloccato, pur sempre poco definito e informe, soffocato e contratto, costituendosi anche come semplice riformulazione di un sintomo preesistente, di un peccato commesso a scapito dell’innocenza, sebbene adesso collocato e distanziato, nella sua interpretazione, all’esterno; oppure potrà essere riletto come uno scenario in costante e dolorosa evoluzione, sempre lo stesso e tuttavia ogni volta diverso, strutturalmente lontano dall’informità bloccata di una colpa.

In Dad is God, l’unione delle due componenti, attiva e passiva, terrena e celeste, orizzontale e verticale è il frutto dell’arte di Eva Hide, riduttore di frattura esterno, luogo di inscrizione di un sogno che è sembrato vero, che permette alle sfuggenti tracce sensoriali-affettive, soprattutto alle più pungenti, le più nascoste, non solo di delinearsi ma di reinventarsi in modo trasformativo. Il supporto esterno offerto dai materiali sensoriali e affettivi come la ceramica e la carta agisce come vero e proprio prolungamento dell’apparato psichico di Eva Hide, sovvertitore di ogni norma imposta, patriarcale perché manipolabile, da un lato, con consapevolezza e riflessione, e dall’altro lato con la più intima partecipazione corporeo-affettiva. Inoltre tale supporto, pur di per sé solipsistico perché auto-gestito, consente tuttavia un rinnovato contatto con la realtà esterna, anzi un fermo inserimento in essa, e quindi in parallelo il già detto fecondo legame con corrispondenti metamorfosi psicologiche interne.” – Testo Critico di Ginevra Bria

Eva Hide. Dad is God
dall’8 aprile al 24 giugno 2017

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882
info@trafficgallery.org
www.trafficgallery.org

One Comment

Add a Comment