Dov’è finita la bellezza?

Firma questo articolo pubblicato sul n° 9 di Pentagrammi, Rivista di Cultura , Musica, Arte, Ambiente e Società, il noto pittore barese Manlio Chieppa.

 

Never ends = Non finisce mai. Bari (il cui sostantivo, rammentandoci le due versioni picaresche di Caravaggio, sa d’imbrogli!) ha racchiuso, con il motto in english e un logo in quattro lettere, l’identità «culturale» della città: dove, nella simbologia dei caratteri, i riferimenti «attrattivi» – ci dicono – sono storia, tradizioni, mare, enogastronomia, e innovazione. Gadget e varie per 57mila euro! Quando si dice la comunicazione! Se Sgarbi l’ha marchiato «aberrante», ha raccolto il pensiero intelligente di una città sotto l’assedio ingannevole. Di chi per le Arti Visive impone il mito onnivero degli sperimentalismi d’Oltreoceano, sottraendo risorse con espedienti intraducibili. Quanto un logo, viceversa, dev’essere d’impatto! Colpire nell’immediatezza di un messaggio comprensibile, rappresentativo e identificativo, perché resti memorizzato.

«La grande impostura, fatti e misfatti dell’Arte Moderna e Contemporanea», è il titolo azzeccato da Sigfrido Bartolini (Pistoia 1932 – Firenze 2007, pittore, incisore, scrittore, narratore, poeta,…), apposto ad uno dei suoi ultimi libri, 2002 (ed. Polistampa). Una raccolta di suoi articoli e pensieri, apparsi sulla stampa, etichettata di destra: Roma, L’Indipendente, Il Giornale, Libero… Uniche testate a consentirgli «libera espressione» su verità ch’erano, e sono, scomode.
A svelare il «sistema» delle Arti Visive Contemporanee; incancrenito in una «repellenza visiva», che desertifica l’affluenza ai musei e le sparute gallerie! Ostaggio di cosiddetti critici, divenuti storici, curatori e consigliori di Enti, direttori museali e di fondazioni, poli, etc…, agganciati alle scorrerie del mercato! Ovvero accaparratori, pennivendoli e ciarlatani; insinuatisi nei gangli della comunicazione, della pubblicità e del business, per gonfiare quotazioni stratosferiche d’inconsistenze artistiche.

Autentici bluff. Così le pubblicazioni sui social network, tracimanti d’improvvisati aspiranti alla visibilità globale. Di qui il rapporto comunicazione-etica-estetica. Ovvero i «Persuasori occulti», altro libro poetico-urticante, del giornalista sociologo statunitense Vance Packard (1914/1996), del 1957, aggiornato anni ’80 (Einaudi Ed.), a svelare i trucchi psicologici e le tattiche usate dal marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare. Allora fu definito inquietante; ignorando quel che sarebbe subentrato, con strumenti pubblicitari più pressanti sulla psicologia cognitiva e le neuroscienze, che scrutano nel profondo, invogliando a consumare.

Ecco, l’Arte Visiva, alla stregua di volgare prodotto, va consumata! Nel vortice perverso «dell’industria» artistica, che macina furbe strategie esibizionistiche e provocatorie, a snobismi di moda. Secondo un’azione immediata di comunicazione estemporanea, di performance. La «spettacolarizzazione» di uno schiocco di dita, in una «contaminazione» che disorienta. Alibi abusato dai «concettuali» e loro installazioni. Dove tutti (ma proprio tutti!) sono talenti, con ciarpame da rigattiere e mano d’opera artigiana. In scenografici teatri dell’assurdo frastornante. Perciò sottoposti al suggerimento, o alla «mediazione» del critico, dall’onnipotente «verbo», che affabula il significato sull’incomprensibile, autoreferenziandosi! Ben distanti dal godimento individuale e spontaneo di una visione che «comunica», affrancandoci l’animo.
Discesa da un’ispirazione, uno studio, di come l’artista sia giunto, magari con sofferenza, a talune soluzioni poetiche, comprese e condivise. Quale traccia di una «emozione» ai posteri. E qui subentra la storia.

«L’arte del passato è più viva che mai!» esclamò Picasso nel 1923, affermandosi il più grande artista dell’Età Moderna e Contemporanea! Mentre, oggi, il déjà vu sa di stantìo. Correndo nella falsa avanguardia dell’effimero, che, nello scalpore, fa notizia! E vai! Tanti Marcel Duchamp, con la profetica «Fontana» di un orinatoio, vecchio di cent’anni (1917), e tanti barattoli di «Merda d’artista» (1961) di Piero Manzoni. Ad occupare spazi pubblici e musei di mezzo mondo! Così Bari, disinvoltamente, il 2011, con l’ipotetica BAC, requisendo l’ex Teatro Margherita, sulla facciata sistemò l’insegna «Museo della Rivoluzione», con caratteri bastone: «opera artistica» del serbo Marko Lulic! E tutti a bocca aperta, con sorrisi imbecilli, a scattarsi selfie!

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