Cleto Munari: elogio all’arte quale invenzione della verità

Scrive Cristina Ossato : “Molto è stato scritto sulla produzione artistica di Cleto Munari. Troppo poco è stato detto sul rapporto sinergico tra quest’uomo colto spesso con le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto mentre respira “il cuore delle cose”, e l’artista che nel fulgore della propria creatività tramuta quel “cuore” in veri e propri oggetti d’arte, siano essi gioielli, orologi, oggetti d’arredo domestico o urbano.
Pochi infatti sanno che dietro a questa postura e a questo sguardo è racchiuso tutto il segreto della sua arte.E’ un distacco, il suo, un benevolo, talvolta anche beffardo ma quanto mal necessario distacco dal mondo circostante.
Come è possibile infatti far parlare “il cuore delle cose” se non allontanandosene leggermente, in atteggiamento di ricezione ed ascolto, interrogazione e riflessione?“La tenerezza / dirà quello che non sa il desiderio”. Come quel poeta portoghese Eugenio de Andrade, così Cleto Munari osserva la vita amorevolmente, affinché essa gli riveli – liberamente – quella “figura”, quella forma, che traduce in segno visibile e tangibile l’enigma dell’animo umano: “la figura delle cose”.

Se il desiderio privilegia il tatto mentre la tenerezza favorisce la vista, allora qui non si tratta di stabilire la supremazia di un senso rispetto ad un altro. Come Cleto spesso afferma: “ogni senso dischiude una porta al mistero della vita e come una mano contiene cinque dita, ognuna con una propria funzione, così i cinque sensi hanno il compito di far gustare, vedere, sentire, udire, toccare il labirinto terreno”.

Si tratta semmai – sempre per citare Eugenio de Andrade – di “mantenere il cuore vulnerabile” e pertanto, attraverso lo sguardo sul mondo si tratta di intuire emotivamente e ri-costruire pragmaticamente quell’armonia primordiale dell’uomo con la molteplicità, quell’ Idea di Suprema Bellezza e Bontà di cui Platone tanto parla nella Repubblica e che da millenni costituisce il motore di ricerca per ogni viandante, e molto spesso, mendicante, di verità.

La ricerca della “figura delle cose” è dunque il perno su cui poggia il genio creativo di Cleto Munari.
Si ricordi in tal senso la mostra La figura delle cose: Cleto Munari in Castel Sant’ Angelo tenutasi a Roma dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Questa ricerca a sua volta si basa su una filosofia di sintesi, dove non solo vengono utilizzati e sperimentati assieme materiali diversissimi tra loro, quali l’oro e l’argento, il vetro Murano, ed alcune pietre preziose (si pensi agli oggetti ad uso decorativo domestico ed alla collezione gioielli, ad esempio) ma dove vengono coinvolti prestlgiosi architetti e designers internazionali allo scopo di organizzare manifestazioni culturali quali luogo di incontro e dibattito di idee e progetti, come esemplifica l’imminente mostra a Palazzo Ducale a Venezia che raccoglie per la prima volta in assoluto ben 72 calici in vetro Murano per la Electrolux, i quali verranno esposti al Metropolitan Museum di New York, già sede permanente della collezione di gioielli Cleto Munari.

Altrettanto importante è il recentissimo progetto relativo alla creazione di alcune penne stilografiche che verranno anch’esse esposte a fine anno in anteprima al Metropolitan di New York. Ed è proprio questo progetto che ha permesso al designer vicentino di unire alla propria ispirazione quella di Hans Hollein, Oscar Tusquets, Alessandro Mendini, Toyo Ito e di coinvolgere anche cinque scrittori premi Nobel per la letteratura, ovvero Saul Bellow, Toni Morrison, Naguib Mahfouz, Wole Soyinka e Josè Saramago.

Anche in quest’ultimo caso, l’uomo ‘Cleto’ è riuscito a cogliere sapientemente “il cuore” di uno dei capolavori di M.C. Escher (1898- 1972) Drawing Hands (1948) mentre l’artista ‘Munari’ è riuscito a tradurre la linfa di quella tela in “figura” di penna stilografica.

Se nel quadro di M.C. Escher vi è una circolarità perfetta tra la realtà e la finzione, la vita e l’arte, dove le mani dell’artista colte nell’atto di impugnare una matita ed abbozzare un disegno diventano esse stesse l’opera creata, ebbene Cleto Munari ha voluto plasmare un elogio alla fluidità delle arti (in questo caso, letteratura e design), proprio con queste cinque penne stilografiche. Si tratta dunque di un elogio all’invenzione della verità intesa come unica risposta monolitica agli interrogativi umani. Cinque penne stilografiche rappresentano simbolicamente cinque modi tra tutte le infinite possibilità di apprendere il “cuore delle cose” e trasformarle, riscriverle in “figura”.

L’intreccio delle arti dunque, e la circolarità dell’esperienza umana sembrano rappresentare quella frontiera dove il corpo si fa anima, o l’anima si fa corpo senza più sapere dove inizia l’uno e dove termina l’altra.

La ricchezza della produzione artistica di Cleto Munari nasce dunque dalla scoperta dell’indeterminatezza di ogni confine e dal conseguente bisogno di creare una “collezione di sillabe”, ovvero una “collezione di figure” che proprio per la loro incompletezza suggeriscano luminosamente l’irrefrenabile ricerca dell’ingegno umano di trasfigurare il mondo in base alla propria visione.

E’ questa perfetta complicità tra il sussurro del “cuore della cose” e l’urlo della loro “figura” che fa di Cleto Munari il poeta delle forme.”

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

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