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Illuminanti variazioni

Scrive Francesco Paolo Del Re a proposito del ‘Sovereto in luce 2017‘ : “In principio il buio: una cavità ipogea, all’interno della quale viene scoperta miracolosamente una sacra icona mariana. Il dipinto viene portato alla luce, restituito allo sguardo nella sua iconicità e quindi investito della chiarità del riconoscimento. Si fa spiraglio per l’irruzione dell’eccezionale nell’ordinario, suggello di una discontinuità, offerta porta al culto e alla devozione e, in ultimo, tesoro da preservare. E così, sul luogo di quel ritrovamento fortunoso, un santuario viene edificato, a perenne memoria di un’illuminazione e come baluardo di luce contro il disordine del mondo. Fuori del racconto fondativo, leggendario, resta la metafora della luce come occasione di fuoriuscita dal buio e incipit di un progetto. E questa metafora di luminosa apparenza può essere utile per descrivere una certa idea dell’arte che – più che processo o dispositivo – si pensa progetto e si finalizza, perciò, alla realizzazione di un’opera compiuta, conchiusa, offerta allo sguardo.

Ventinove interventi di trentadue artisti (alcuni lavorano in coppia) sono raccolti, nel segno della luce, da Francesco Sannicandro a Sovereto, all’interno e all’esterno delle strutture del monastero che sorge accanto alla chiesa di Santa Maria, lo scrigno medievale che custodisce la sacra icona ritrovata sotto terra. Sono raccolti in mostra interventi multiformi e variegati che declinano in modi differenti il nesso che collega arte e luce, passando dalla pittura all’installazione, dalla scultura al video, dalla fotografia all’assemblage, in una diversificazione di materiali, di supporti, di formati e di enunciati. Il titolo è manifesto – “Sovereto in luce” – per una rassegna arrivata alla seconda edizione e intrecciata con un festival di musica, cinema e incontri letterari all’aperto. E l’arte, una presenza a volte discreta e a volte sfacciata, in questo scenario dischiuso davanti alle porte dell’antica chiesa s’infiltra, s’insinua, conquista spazi, apre porte.

Sono numerosi gli artisti che utilizzano la luce stessa, i suoi supporti (la lampadina, il neon, il led), come materiale. In alcuni casi adoperando un singolo punto luminoso come elemento essenziale di un’elaborazione tipografica che, nella giustapposizione delle varie unità, affida al linguaggio scritto il compito di veicolare un messaggio (Angelo Cortese). In altri casi invece piegando la luce come fosse un segno al servizio di un’operazione di citazione e di risignificazione della storia dell’arte del Novecento (Angelo Galatola che ripensa Lucio Fontana, Guido Corazziari che sembra dialogare con Gilberto Zorio), non senza fare ricorso alla stessa pittura con la quale l’elemento luminoso si trova a convivere (Jutka Csakanyi su René Magritte). La stessa superficie illuminante di un riflettore teatrale diventa, in quest’ottica, supporto su cui si fa leggere una lastra fotografica che, schermando il raggio luminoso, svela la calligrafia di un corpo magico (Massimo Nardi).
La luce può essere inoltre strumento o pretesto per fare una scoperta o una narrazione di sé, all’interno di lavori autobiografici, di autoritratti o antropometrie (Dario Agrimi, Antonia Bufi, Aurora Avvantaggiato).

In altri modi, la suggestione luminosa s’incarna e trova un corpo o un simulacro di esso in cui incardinarsi, nella progettazione di lampade-sculture che addomesticano la tentazione del postumano a cui i linguaggi contemporanei ci hanno ormai abituato (Francesco Sannicandro, Walter Loparco, Mariangela Cassano & Gianni De Serio). Dall’umano all’animale il passo è breve: la bioluminescenza tipica di alcune specie diventa protagonista di sculture o installazioni che danno forma a rettili, molluschi o cnidari (Peppino Campanella, Bianca Rosselli & Arcangelo Ambrosi, Paolo Tinella), senza però avere alcuna pretesa di una rappresentazione fedele del dato naturalistico. E i fiori ovviamente, che di luce sono nutriti, trovano posto in mostra con tautologiche trovate (Lisa Cutrino) o in guisa di ricordi filtrati da memorie fotografiche (Giuseppe Fioriello).

Il lume torna alla sua funzione propria quando viene utilizzato per rischiarare una pittura religiosa dal sapore popolare (Raffaele Cappelluti), arrivando a mettere in scena la stessa Madonna di Sovereto, incastrata nella dimensione liminare di una soglia (Franco Valente); uscio che ricorre pure altrove, ripulito dall’elemento iconico e restituito alla semplice evidenza di una soglia da varcare o prima della quale sostare (Nicola Illuzzi). Il tema del sacro si ritrova peraltro anche in declinazioni più poveristiche, rese possibili dall’accostamento virtuoso di una scala e una stoffa retroilluminata (Grazia Savoia).

Illuminante è poi la critica al presente, alla società globale e connessa estroflessa in un flusso di comunicazione incessante, che può manifestarsi a volte con ironia attraverso l’utilizzo spiazzante dello stesso linguaggio pubblicitario (Sergio Laterza) e altre volte essere sostenuta dall’evocazione della dimensione del gioco dell’infanzia (Rossana Bucci & Oronzio Liuzzi). Materiali quotidiani, industriali o di recupero, come la lamiera, possono essere piegati e investiti di una luminosità interiore, tra tridimensionalità informale (Vincenzo Mascoli) e rigori di astratte geometrie (Franco Cortese), oppure si lasciano traforare come leggeri merletti o grattacieli in miniatura (Gabriele Liso).

Complesse strutture, tutte da decrittare, si dispiegano ulteriormente nello spazio in forza dell’incontro di una pluralità di materiali, capaci di restituire temperature emotive differenti, cariche di simbolismi o in declinazioni di stratigrafie: una polarità di ossimori collega così la leggerezza aerea di un’altalena su cui una piccola figura sta sospesa (Antonella Ventola) e la rigorosa logica gravitazionale delle stratificazioni su cui veleggia una barchetta (Pietro De Sciciolo).

La pittura non manca e sceglie come supporto sagome metalliche, accompagnandosi al neon per articolazioni installative (Beppe Labianca). Particolarmente prezioso, infine, il lavoro di Pierluca Cetera, che rimettendo in moto il meccanismo stesso del disvelamento iconico che fonda la costruzione del santuario soveretano, sceglie il buio e il fiammifero come espedienti: al pubblico il compito di sfregare la capocchia sulla superficie abrasiva che ospita la sua pittura, graffiandola, innescando la combustione e svelando il dipinto, in un gesto apotropaico di appropriazione dell’immagine che dà vita al visibile e si consuma, per la breve malia di una fiammella che scema.

È tutta qui, in questo baleno, la magia dell’arte che nel moto incessante di mettere in luce ciò che porta fuori dal buio e però al buio sempre tende – in una promessa di eterno che tutti gli attori in scena riconoscono nella sua effimera fallacia – traccia confini, delimita zone di senso, esperienze di fruizione, recinti di condivisioni, nazioni immaginifiche e arcipelaghi di affratellamento. Confini da superare, mappe da ridisegnare, esperienze da mettere in circolo, orientamenti da ritracciare. Liberando, anche se temporaneamente, zolle tettoniche di desiderio che accendono i sensi. E questo illuminarsi è tutt’uno con l’esperienza del sacro, con quell’estasi che cova e balugina come brace nel fondo del groviglio di contraddizioni che ci ostiniamo a chiamare umano. Un territorio che sconfina con un perenne altrove, un abbacinare mai cessato, “che solo amore e luce ha per confine”, come scrive il Sommo Poeta nel XXVIII canto del Paradiso.”

Varigotti Live

L’Unione dei Comuni del Finalese, la Società Promotrice di Belle Arti della Liguria e la galleria MAG di Como, presentano la mostra personale del Maestro Antonio Pedretti dal titolo Varigotti Live con inaugurazione sabato 22 luglio ore 18:00, presso l’ Oratorio dei Disciplinanti nel Complesso Monumentale di Santa Caterina in Finalborgo (SV).
La mostra sarà aperta al pubblico dal 23 luglio al 13 agosto 2017, dal martedì alla domenica dalle 17 alle 23, lunedì chiuso.L’Unione dei Comuni del Finalese, nella persona dell’Assessore alla Cultura Claudio Casanova, il Presidente della Società Promotrice di Belle Arti della Liguria, Dott. Mario Moneta e il curatore dell’Archivio Antonio Pedretti, Salvatore Marsiglione, presentano la mostra personale di uno dei più attivi Maestri pittori dell’era contemporanea, Antonio Pedretti, dal titolo Varigotti Live.

Scrive Salvatore Marsiglione a proposito di Antonio Pedretti e Varigotti Live : “Nella storia di un Maestro ormai consolidato come Antonio Pedretti, ogni mostra è come un tassello che si applica alla cronologia, ogni tessera compone la sua vita e il suo percorso artistico. La mostra in una location di prestigio come l’Oratorio dei Disciplinanti nel Complesso Monumentale di Santa Caterina a Finalborgo, è quindi un pezzo importante nella vita di Antonio Pedretti, il quale vive le stagioni più miti sulle colline di Varigotti.

La mostra si articolerà sui due piani espositivi dell’Oratorio dei Disciplinanti nel Complesso Monumentale di Santa Caterina a Finalborgo, uno dei “Borghi più belli d’Italia” con al piano terra un percorso che rappresenta nella sua completezza, l’unica serie di “Varigotti Live” composta da 25 opere create con una maggiore ricerca tecnica, che supera la materia e il supporto e ne cambia gli schemi, mentre al piano superiore è allestita una selezione di sole 22 opere, alcune storiche del Maestro Pedretti, compresa l’opera che fu alle Corderie dell’Arsenale della 54esima Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.

Il rapporto con Varigotti è viscerale come quello con il suo lago, qui trova un equilibrio ineguagliabile, dove mare e rocce s’incontrano, dove la natura è ancora incontaminata e le terre bianche fanno da capolino in questi percorsi segnati dal tempo.

In questa sua nuova ricerca, il lavoro di Pedretti prende vita da solo, egli trasforma le sue nevicate in rocce bianche, il suo bosco in alberi e cespugli, il cielo in mare, ma resta fedele alla gestualità e alla matericità che lo contraddistinguono nel panorama pittorico nazionale e internazionale. La sua indagine lo ha portato a voler scoprire altri luoghi, ma soprattutto ad approfondire e interagire maggiormente sulla materia, perché in questo caso, il supporto è parte integrante dell’estetica oltre che della tecnica, il piano in cartone incollato al supporto su tela non è solo atto ad accogliere la pittura, ma la include come la stessa include il cartone. Egli produce interpretazioni nello stesso modo come macina la materia, la carta notoriamente supporto, sostituisce e si integra con il colore e in questo modo il Maestro gli attribuisce un altro significato, non è più un supporto, lo è la tela, ma è parte integrante della figurazione.

Alla domanda lecita del fruitore: «la pittura deve andare verso la figurazione o l’informale ?», il Maestro risponde restituendoci una sinfonia, dove le varie armonie che la compongono, alzano ed abbassano i toni e l’intensità, vanno a rimescolarsi tra loro, da una roccia dipinta e impastata si passa ad un cielo che si fonde col mare come nelle migliori sceneggiature, dove un albero, tronco o cespuglio sono lì a tenere ancorati gli sguardi verso la figura. I tagli, gli strappi, le asportazioni meccaniche fatte al cartone spesso, creano rocce, terra e spiagge con la naturalezza del gesto.
L’iconografia più riconosciuta e quindi maggiormente Pop è sicuramente il paesaggio, ma egli riesce a compierlo sempre in maniera diversa e resta a noi osservarlo con occhi diversi. Noi dobbiamo sentire il suono del mare e il profumo della natura o l’aspro delle rupi come le vede l’artista e come le ricordiamo noi.”

Chao Ge

Chao Ge nasce nel gennaio del 1957 a Hohhot in Inner Mongolia, terra dai paesaggi sterminati, che da secoli affascina viaggiatori, avventurieri e conquistatori e che occupa un posto di primo piano nella vita e nella produzione dell’artista.

Nel 1978 Chao Ge supera l’esame per frequentare l’Accademia Centrale di Pechino, sezione Pittura a olio, e quattro anni dopo il primo livello universitario nello stesso ateneo. Dal 1987 il Maestro insegna Pittura a Olio all’Accademia Centrale di Pechino. Dal 1989 a oggi è stato impegnato in diverse esposizioni tra cui quella itinerante negli Stati Uniti dal titolo Pittura Contemporanea Cinese e quelle di Mosca e San Pietroburgo dedicate ai pittori dell’Accademia Centrale di Pechino (1993).

Nel 1997 prende parte alla mostra 100 anni di ritrattistica a olio in Cina svoltasi a Pechino e viene invitato alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno viene selezionato come membro della giuria in A Centennial Exhibition dedicata alla pittura a olio della Cina come membro della giuria. Nel 1999 è presente alla Biennale Internazionale di Parigi. Negli anni 2000 e 2001 riceve una borsa per studiare presso l’ex Accademia Reale di Belle Arti di Madrid: è una nuova occasione per visitare l’Europa e per conoscere altri artisti.

Da allora la sua attività espositiva rimane costante: Cina, Russia, Canada, America. Nel 2006, su invito del Governo italiano, è in mostra, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, con la personale La rinascita dei classici. Nel 2008 l’Accademia di Belle Arti Repin di Russia gli conferisce il titolo di Professore Onorario. Nel 2015 espone a Vienna, presso gli spazi espositivi della Kunstforum, nella mostra dal titolo Chao Ge. Moment und Ewigkeit, due anni dopo, nel gennaio 2017, è presente con l’esposizione La mia via sulle orme di Marco Polo all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, a cura di Adriano Bimbi, Rodolfo Ceccotti e Gao Jun. Direttore degli Accademici dell’Accademia Centrale di Pechino dal 2008, il Maestro ha ricevuto diversi premi e prestigiosi riconoscimenti.

Dal 1997 a oggi ha preso parte a molti documentari televisivi nazionali, oltre a essere stato oggetto di numerosi speciali condotti dalle reti cinesi.

Alcune note critiche:
Claudio Strinati: “(…) È la sua Mongolia che il maestro scruta e rappresenta e sono per lo più spazi che non hanno confine e di cui non si riesce a misurare l’immensità. Ma è l’immensità che il maestro vede e ci restituisce nella stesura dei suoi quadri.

Chao Ge è mongolo e della cultura mongola ha sicuramente acquisito quel senso del nomadismo, dello spostamento continuo sulla superficie di questo mondo che è così profondamente sedimentato in quella cultura che nello stesso tempo esalta i valori della famiglia, degli affetti, della vita in comune. E, realmente, quei quadri dove non si può intuire la vastità degli spazi e soprattutto non se ne vede il limite, ci parlano di una meta inquieta ma non instabile, ansiosa forse ma non angosciata. È possibile raggiungere, per un individuo per un popolo intero, un contemperamento tra lo spirito nomade e quello stanziale? È possibile certamente e la storia è piena di esempi in tal senso, ma non c’è dubbio che tanta arte di Chao Ge è scaturita proprio da un tale stato d’animo. Stato d’animo che non è turbato ma anzi spinge al rasserenamento e alla quiete.

E quiete sono le sue opere anche se è chiaramente percepibile una sorta di nervosismo a fior di pelle che le anima e le porta verso di noi con un fascino unico e incomparabile.

(…) Chao Ge dalla tradizione occidentale classica ha assimilato sia l’idea rinascimentale sia quella barocca. È un naturalista in abito rinascimentale. È uomo di forte passione nella immobilità e serenità di un immaginario discepolo di Piero della Francesca.

Ma questo non genera contraddizione, al contrario genera sintesi e perfezionamento di un ideale della forma che può essere amato e compreso da un capo all’ altro del mondo, forse proprio perché questo difensore della classicità, questo virtuoso e solenne pittore è al di là della apparente immediatezza del nomade che sposta continuamente la sua attenzione su ciò su cui va a impattare, siano esse cose o persone (…)”

Nicolina Bianchi: “(…) Epos, il titolo della mostra, che secondo il termine greco, è narrare la storia di un popolo, le sue gesta, il suo importante patrimonio spirituale, tramandandone così la memoria e la sua essenziale identità, è per Chao Ge un modo di impaginare ed evocare nel dipinto la storia delle sue origini, della sua Inner Mongolia, narrandola secondo una musicale poetica di luce. Musicale, perché molto spesso la sua pittura sembra seguire con i colori i meravigliosi ritmi della natura.

Una pittura luminosa, dalla ricca tavolozza, moderna e vigorosa, come nelle rocce di Aobao, o nelle montagne di Abag Banner, a volte accompagnata da una nota di romantica malinconia come nel suo Poema d’autunno, o nelle linee verdi azzurre del fiume Kherlen o nel blu profondo e perlaceo dei cieli che segnano l’orizzonte. Una storia infinita di quell’Oriente dove si concentra forse più che in altre parti del mondo il mistero della vita, dell’uomo, della natura stessa.

Un confine tra moderno e passato, tra momenti di grande spiritualità e cruda realtà, tra respiri profondi nelle sconfinate praterie della steppa, dove si tira il fiato a cavallo dei thaki, e dove pensose tristezze di familiari atmosfere di yurte e di lenti carri dipingono piccole ma importanti storie delle campagne mongole. Meraviglia di un mondo che accoglie e racconta la storia di secoli, dove la luce del sole riesce a cancellare anche i confini, e dipinge di rosso le rocce e i volti di persone che scrutano, nel gesto di mani a riparo della forte luce, l’infinito di paesi lontani.

Una storia di intimi colloqui, narrata da Chao Ge con i “valori più alti di una pittura classica” ma con nuovi e innovativi approcci all’attualità, una creazione artistica – come lui stesso afferma – con la quale spera di contribuire a ridestare negli uomini il senso di rispetto delle cose, ma anche di marginare gli attuali smarrimenti e drammi spirituali”.

EPOS. CHAO GE. La lirica della luce.

Ufficio Stampa SEGNI D’ARTE
Paola Pacchiani – (347/1223254) – paola_pacchiani@yahoo.it

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Fosbury Architecture

Appunti di Massimo Mazzone per ‘Fosbury Architecture. Ambienti di Resistenza per individui sociali‘ : (…) “La galleria Amy-D da anni lavora su queste complesse relazioni tra economia, ricerca scientifica, estetica e arti visive e il collettivo Fosbury Architecture è, fin dall’esordio, impegnato in ricerche che tentano di mettere in luce criticità di sistema, spesso ricorrendo a delicati e sofisticati giochi linguistici. Dobbiamo leggere infatti come un gioco evocare il termine ‘resistenza’ nel titolo della mostra ‘ambienti di resistenza per individui sociali’, il quale non allude di certo alla Resistenza e alla lotta partigiana, ma richiama invece a quella specie di naturale opposizione, resistenza morale o resistenza passiva, in un certo senso, a certe consuetudini che la contemporaneità a tutti impone. Si tratta di un processo autoindotto e pertanto autonomo, di decolonizzazione della vita quotidiana, una proposta forte nel contenuto ma necessariamente morbida nella prassi, viste le forze impari che sono in gioco.

Un gioco che bisogna rispettare anche quando fa il verso ad una moda diffusa nell’ambito dell’arte politica ufficiale, ossimoro assai in voga oggi, ovvero il paradosso di una parte di ricerca impegnata nel sociale, prodotta dal basso, prodotta tra la gente al livello del suolo, nei Centri Sociali e nelle Università che, allo stesso tempo, è continuativamente presente nelle mostre locali e internazionali, alla ricerca di un accreditamento da ricevere proprio dal ‘sistema’ – di fatto mercantile – che si tenta di mettere in discussione mediante una critica costruttiva.

Questo è anche il tentativo di uscire dall’impotenza obbligata di una generazione ridotta ad un continuo compromesso, con quasi una sola possibilità, ovvero quella di utilizzare l’ironia per affermare degli spazi di possibilità, di ragionamento ed in definitiva di ricerca. L’allestimento è essenziale e intelligente, la sequenza delle cose esposte segue un plot quasi cinematografico, con introduzione, svolgimento e finale, il tutto sempre a ricordarci questa strana relazione che in definitiva intessiamo con gli oggetti della nostra vita, i quali dicono qualcosa di noi oltre la nostra volontà di comunicarlo.

Nella galleria troviamo una struttura d’acciaio ottagonale che andrà a ridurre lo spazio espositivo, mimando uno spazio intimo per l’individuo sociale, sulla quale verrà esposto il catalogo storico e incrementale con gli Ambienti di Resistenza: composto da 430 elementi dal Medioevo ad oggi.
7 quadri a parete che rappresentano gli Ambienti di Resistenza disegnati dal collettivo. Una sorta di summa del catalogo storico che punta a riscoprire alcuni rituali domestici perduti e portarne alla luce di nuovi.
7 ambienti privati disegnati con il solo scopo di armonizzare le idiosincrasie di chi li occupa.

Una rappresentazione della condizione urbana contemporanea. L’aggiornamento della famosa No-Stop City degli Archizoom dove, in un regime spinto di sharing economy, tutto è in affitto.

Una serie di 100 cartoline intitolate Greetings from Anywhere, 100 immagini di 100 case in 100 città del Mondo su AirBnb che raccontano di come lo spazio domestico si vada omogeneizzando su scala globale.
Una carta da parati (dimensioni 2,5m x 5m) intitolata AirSpace e composta da migliaia di oggetti che caratterizzano e definiscono il paesaggio sterile nel quale ci muoviamo tutti.

Oltre che nello spazio fisico, si troverà on line ( https://we.tl/2c46ne0vJn ) sia la brochure completa di Ambienti di Resistenza per Individui Sociali, che un cv con le biografie.

Si legge in filigrana un’attenzione al dato materiale dei singoli oggetti e, allo stesso tempo, quella specie di rifiuto alla Thoreau della vita nei boschi che disegna gli oggetti come gabbie di un’identità cristallizzata in ruoli che sarebbero altrimenti molto più fluidi rispetto a quelli della realtà quotidiana che viviamo ogni giorno.”

https://cerchioquadrato.blogspot.it/2017/07/fosbury-architecture-ambienti-di.html

Roma in centocentimetriquadrati

Scrive Simona Albani a proposito di “Roma in centocentimetriquadrati” : Roma ama farsi guardare adagiata sui suoi fasti, e incurante della propria bellezza penetra il cuore dei suoi amanti in mille modi e maniere.
Musa maestosa e indolente è da sempre una fonte d’ispirazione per gli artisti e dispensatrice insaziabile di emozioni.Il grande Alberto Sordi diceva che …“Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi”, e mai questa citazione fu più calzante.

Giunta alla sua terza edizione, “Roma in centocentimetriquadrati” celebra i 2770 anni della città insieme ai trentotto artisti che hanno aderito al progetto e ai suoi curatori Fabrizio Ena e Tina Loiodice, sempre curiosi e attenti nel proporre le loro “chicche d’arte”.

I “piccolini” con il loro formato 10 x 10 esprimono in modo inconfutabile la capacità di racchiudere in un piccolo spazio la grandezza di una storia millenaria .
Roma è un’icona poliedrica dove trovano spazio pittura, assemblaggi e fotografia; la libera scelta dei materiali è il viatico da portare con sé in quest’avventura.

Ogni artista ha il suo bagaglio, una sua firma, il suo modo di raccontare la città: monumenti contaminati di paillettes e fondali marini; cieli tersi e tramonti malinconici; l’asfalto ferito; l’archeologia industriale che strizza l’occhio al Colosseo; i papi simbolo di storie controverse, lo sport e i suoi eroi, i nuovi gladiatori; i ponti di Roma e il suo fiume che scorre e attraversa la storia.

Chi con amore, chi con ironia , passione e curiosità racconta la sua Roma al microscopio, la sua visione in miniatura connotando ogni opera della capacità di cogliere un tratto identificativo, un particolare di quell’eterno mostrarsi in un caotico divenire.

Roma in 100 centimetriquadri … 2770
GALLERIA SPAZIO 40
Roma – dal 5 al 20 luglio 2017
Via Dell’Arco Di San Calisto 40 (00153)
+39 3491654628
www.spazio40galleria.it

Del sesso in eccesso e del pornotismo ottico condiviso

Scrive Giovanni Rubino a proposito di Sexual Landscape : Nel nostro attuale art world – o sistema contemporaneo dell’arte – è costantemente messo in discussione il valore estetico dell’immagine. Al di fuori del sistema-arte, la stessa rappresentazione del mondo è veicolata da una grande quantità eterogenea di immagini.

Pantaleo RagnoIn questa globale iconosfera, perciò, l’atto di disegnare significa appropriarsi di frammenti della realtà fisica o immaginifica; è attraverso tale pratica che la ricerca artistica di Pantaleo Ragno ha raggiungo il proprio climax. Nei suoi recenti disegni è riconoscibile una morfologia dell’eccesso che insiste sul rapporto tra eros e thanatos e che al tempo stesso è speculare alla nostra fruizione delle immagini on line.

Grazie ai nuovi media, alla possibilità quasi infinita di visualizzare immagini – artistiche e non – e ai grandi motori di ricerca, il nostro orizzonte visuale è finora il più vasto nella storia visiva dell’occidente. Si profila all’orizzonte della nostra percezione del mondo il momento epocale e culturale in cui è possibile affermare che le immagini sono le cose che conosciamo. Nulla esiste fino a quando non è immaginato, immagazzinato e infine immortalato nel tempo sospeso e nello spazio indefinito della rete.

Più in generale, la percezione visiva del mondo non è più legata solo al singolo osservatore, come nell’etica romantica e borghese, oppure all’ occhio ciclopico di massa, come nel secolo scorso è accaduto durante i regimi totalitari; oggi tale percezione è basata sulla pratica della condivisione che è definibile come una nuova espansione del nostro campo sensoriale capace di riunire contemporaneamente il singolo e il molteplice. Ogni immagine condivisa nella rete porta nel mondo esterno a stratificare diversi e rinnovati significati su ciò che è rappresentato dall’immagine stessa.

Il condividere questa immagine espansa richiede strumenti interpretativi più efficaci e ancora non definitivamente assimilati. Non diversamente dalla vita quotidiana, anche nello specifico dei Sexual Landscape si può sostenere che esistono due principali livelli percettivi: il primo è quello fisiologico e ottico che ci viene dalla notte dei tempi (io vedo e quindi attuo l’esperienza del disegno), il secondo invece è quello della sua visualizzazione on line (noi condividiamo la sua immagine e quindi agiamo sul tipo di esperienza che attuiamo). Ne è complice anche la tecnica impiegata, il disegno: nelle tavole si susseguono immagini disegnate che rappresentano il sesso come una visione parziale e in alcuni casi quasi larvale, accentuata dalla sinteticità dei segni tracciati ad inchiostro.

Nella cultura visiva occidentale, il disegno ha svolto in molte occasioni la funzione di rendere visibili i contorni degli oggetti oppure di manifestare idee che non erano sufficientemente esprimibili a parole. Quasi sempre, il disegno è una presa diretta del reale, fisico o ideale, così come è da noi percepito. Più di ottant’anni fa, l’epoca delle avanguardie aveva sottolineato come il proliferare della moltiplicazione fotografica stesse aprendo la via alla “riproducibilità dell’opera” e al conseguente suo depauperamento qualitativo.

Oggi, tuttavia, la riproduzione non è più considerabile come abbassamento di grado dell’aura artistica poiché chiunque abbia in potenza un’idea estetica e la metta in atto nelle forme che ritiene più opportune, non può prescindere dalla sua diffusione on line e quindi dalla sua condivisione. In tale discorso rientrano anche gli aspetti più intimi dei Sexual Landscape che, attraverso una fagocitazione batailliana, si condensano attorno a pochi nuclei densi di significato, quali il sesso, la trasgressione e la sua sublimazione invertita che è l’eccesso. Tutte le pulsioni orgiastiche, in occidente sottratte da qualsiasi giudizio ultraterreno, oggi sono in condivisione, anche gratuita, su migliaia e migliaia di siti web. Come effetto diretto della globalizzazione, ogni nostro prodotto, pensiero e azione, esiste solo quando è condiviso.

Le figure qui disegnate a loro volta designano, al di fuori dello spazio fisico della carta, immagini che non sono erotiche poiché non nascono dall’assenza di genitali ma al contrario sono figure pienamente pornografiche perché generate da altre immagini realmente porno che galleggiano – ossia immesse da terzi con altri scopi diversi da quelli artistici – sull’infinito mare della rete.

Come ogni disegno può essere una sublimazione dell’istinto erotico della morte, così anche il desiderio sfrenato e corporale delle pulsioni erotiche ricevono la propria sublimazione inversa nella pornografia o meglio nell’attuale pornocultura (http://www.treccani.it/enciclopedia/pornocultura_%-28Lessico-del-XXI-Secolo%29/).

In greco antico porne era la parola che designava la prostituta e a sua volta derivava dal verbo pernemi, ossia l’atto di vendere. Che cosa sono questi disegni per Leo Ragno se non vendere a terzi la propria mano-che-ha-disegnato?

Sexual Landscape
19 after-porn drawings by Leo Ragno
a cura di Giovanni Rubino 

1 – 28 luglio 2017 – Palazzo Tupputi – Laboratorio Urbano Bisceglie, via Cardinale Dell’Olio
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 18.00 alle 20.30

Inaugurazione mostra: sabato 1 luglio 2017, ore 19.30
ingresso libero, non adatta ai minori di 18 anni non accompagnati
Info: 340 2215793 | 340 6131760 | info@palazzotupputi.it | www.palazzotupputi.it

Moma photograph

Scrive il Prof. Giovanni Mannara a proposito di MoMa Photograph :
 
“Evanescenze, sonorità lisergiche ed emozioni contaminanti nelle foto, a tema libero, al centro della Expo Collettiva MoMa Photograph a cura di Marco Monteriso. La mostra verrà inaugurata mercoledì 7 giugno alle 18, presso la Galleria Serio di Napoli, e coinvolgerà dodici giovani fotografi che hanno dialogato, per la prima volta, col codice visivo ed esporranno un loro scatto rappresentativo.
 
Seguiti dal maestro Monteriso, mentore presente e inflessibile giudice, dunque, gli aspiranti fotografi si confrontano con il mutevole dato universale restituendo al visitatore altrettante mutevoli sensazioni. Dodici fotografi per dodici sguardi inediti sul mondo e nel mondo. Un unico mezzo espressivo per una lettura caleidoscopica della realtà. Sotto una fascinatrice lente fotografica, così, scorrono frammenti della quotidianità che sanno però elevarsi a canto elegiaco di stupore.
 
Federica Biondi, Antonio Colapietro, Federica Lamagra, Angela Limonciello, Francesco Minieri, Giulia Morrica, Anna Pane, Chiara Pisacane, Chiara Rosati, Roberta Scarano, Laura Scognamiglio e Martina Tagliatatela sono abilmente capaci di narrare, ora in toni fiabeschi ora velati da sotterranea inquietudine, la verità della vita, il perenne fluire del tempo che viene fissato in una misteriosa sospensione che è l’anima stessa della fotografia. Le immagini, materiche e lapidee o sinuose ed equoree, conducono il visitatore alla scoperta in un eccezionale pathos celato nelle pieghe usuali del tempo fluttuante. Un’immersione piena e completa, una catabasi primigenia e rigenerativa per lo sguardo e per l’anima.”
 
Moma photograph
Expo collettiva di fotografia a cura di Marco Monteriso
GALLERIA SALVATORE SERIO
Napoli – dal 7 al 23 giugno 2017
Via Guglielmo Oberdan 8 (80134)
+39 0815523193
www.galleriaserio.it

Vittorio Buratti

Scrive Massimo Cotto a proposito di ‘Omaggio alla natura‘ di Vittorio Buratti: Tutta l’arte è suono, nessuna eccezione.

Noi siamo musica, fin dall’alba dei nostri giorni.

Siamo il ritmo percussivo del cuore che ci mette in moto.

Siamo la melodia delle ninne nanne che le nostre madri hanno cantato quando eravamo ancora nel grembo materno. E siamo danza, perché per calmarci veniamo cullati, stretti in un abbraccio che raddoppia la melodia.

Anche l’arte di Vittorio Buratti è suono.

Il ritmo degli alberi che si alzano verso il cielo fino quasi a toccarlo, perché, come diceva Cesare Pavese, una volta che hai identificato la linea verticale, quella dell’orizzonte non serve più a nulla.

La melodia armonica delle figure che corrono in sincrono verso un domani migliore e alla fine scopri che tornano semplicemente alla natura, alla fonte delle cose, perché se abbiamo vissuto con coscienza noi siamo il nostro principio.

La danza delle lune che salgono sulle strisce di colore e solo apparentemente sono limitate dalle scatole, in realtà le trascendono perché non c’è nulla sopra le lune dell’arte.

Vittorio Buratti è un prodigio di innocenza. Si avvicina alle tele come un bambino alla vita. Le sue opere non conoscono corruzione, come se l’artista centese vivesse in un universo a parte, dove le uniche storture accettate sono quelle dei chiodi che reggono il quadro, perché a volte è una lieve imperfezione a dare il tocco finale. La natura che anima i suoi quadri è restituita al suo antico e primigenio splendore ed è per questo che i lavori di Buratti sono guidati da una forza invincibile, sono luce e suono, sono il mondo che canta. È bello sapere che esistono persone come lui, che vivono dentro un quadro e che non hanno altra cornice che quella della purezza, della musica che non si arresta e si moltiplica all’infinito, come una nenia perfetta, come un canto circolare che lega indissolubilmente il Creato e il Creatore, nel senso sia di artista che di Dio.

 

Omaggio alla natura – Vittorio Buratti
Galleria d’arte moderna “A. Bonzagni” – Palazzo del Governatore
Piazza del Guercino, 39 – Cento (FE)
Dal 27 maggio al 30 luglio 2017

Orari: venerdì, sabato e domenica: 10.00/13.00 – 15.30/19.30

Info: +39 051.6843390 – +39 051.6843334
informatusrismo@comune.cento.fe.it
www.comune.cento.fe.it – www.vittorioburatti.it

Natalino Tondo

Scrive Lorenzo Madaro a proposito di ‘Spazio n-dimensionale‘ dell’artista Natalino Tondo : Il percorso si apre con Tensioni strutturate (1967), opera realizzata con tubi di plastica di diverse dimensioni, mutuati dalla tecnologia industriale, su cui allora in Italia, e non solo, vi era un fervente dibattito critico e ideologico.

Tali elementi, modulando la struttura non più bidimensionale dell’opera, avviano una speculazione su un tema che sarà costante anche nella sua fase più matura: lo spazio. Tondo costruisce così strutture in grado di essere ricomposte, come veri e propri moduli dell’industria tecnologica, alternati a geometrie e a superfici cromatiche, come rileva anche Franco Sossi nel suo volume Luce spazio strutture (1967). In questo modo Tondo aggiorna il suo linguaggio alle esperienze più avanzate della ricerca artistica internazionale.

L’artista vive in una periferia della contemporaneità, ma è dinamico, viaggia e studia molto, come emerge anche dalla carta del 1969 in mostra, che rivela come l’approccio legato alla struttura della forma tiene conto di tecniche e supporti differenti. Successivamente, siamo nei primi anni Settanta, Natalino Tondo avvia una considerazione legata all’antropologia e alle ricerche sociali con il ciclo Rilevamenti salentini, di cui in mostra è esposto un significativo esempio: l’ausilio della fotografia gli consente di individuare spazi di cambiamento, mutazioni in atto in una civiltà contadina, legata con ancestrale forza a un Salento primigenio, allora in procinto di affacciarsi alla modernità.

Recuperando i particolari di un determinato spazio salentino, isolandoli dal contesto paesaggistico, e guardando alle suggestioni della Land Art, l’artista concentra l’attenzione su tracce, anche poco visibili, definendo questa sua esplorazione come “oggettiva”, perché frutto di “conoscenza tramite l’esperienza diretta che non esclude però il riconoscimento “della complessità del reale”. Negli anni Ottanta, la modularità dello spazio aniconico troverà ulteriori sviluppi nel più complesso ciclo Spazio n-dimensionale – una sintesi di tutto il suo pensiero, motivo per cui è stato scelto come titolo del presente progetto–, caratterizzato da grandi tele di formato rettangolare, in cui Tondo riscopre la magica energia del colore. Fasce parallele rette o linee curve si sviluppano in tutte le direzioni, sottraendosi allo spazio euclideo.

Le linee, quindi, in piena emancipazione, seguono direzioni differenti e il loro sviluppo cromatico subisce rinnovamenti costanti, mentre in altri casi rimane uniforme. Sebbene non in mostra, desideriamo anche citare Pagine di spazio, opere concepite nei primi anni Novanta, in cui la struttura modulare è data da pigmenti applicati a spruzzo, sicché il risultato è la progressiva stratificazione della campitura cromatica sulla superfice della tela, così da consegnare l’opera ad una spazialità indefinita, anzi “infinita”, come suggerisce lo stesso artista. Ma il percorso di Tondo non si esaurisce neanche qui, basta citare la scultura e l’istallazione, o la ricerca sulle galassie negli anni Ottanta e Novanta, fino agli anni 2000 dove la sintesi tra forma e colore raggiunge livelli di estrema sofisticazione.

Natalino Tondo – “Spazio n-dimensionale
Galleria Davide Gallo – via Farini 6 (2nd yard), 20154 – Milan
+39 339 158 61 17 | www.davidegallo.net | info@davidegallo.net

La mostra sarà visitabile fino a martedì 4 luglio, ai seguenti orari: dal 19 maggio al 27 maggio, ogni giorno dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 20. Domenica 14-20. Dal 28 maggio al 3 luglio maggio solo su appuntamento.

POIÉIN

Francesco Andrisano, dopo il successo della mostra “Uno diverso dall’altro” del 2014 al Circolo Aternino di Pescara, torna ad esporre a Pescara nell’A-maze-ing Gallery con una retrospettiva delle sue opere più significative dal titolo POIÉIN, a cura di Natalia D’Avena, Stefano Ricciuti e Marzio Santoro. Vernissage alle ore 19.00 del 7 maggio 2017.

Francesco Andrisano nasce a Fragagnano (TA) il 4 luglio del 1970 e trascorre la sua adolescenza a Francavilla F.na (BR), dopo la maturità si trasferisce nella città di Pescara per frequentare la facoltà di Architettura ed è qui nel corso degli anni affina le sue ricerche nel campo dell’Arte e della Poesia, incrociando sul suo cammino esperienze, persone, studi.

Il periodo universitario si rivela come la riscoperta di quella passione coltivata da sempre, fin da bambino e arricchita poi dagli studi classici; incomincia da qui una lunga ricerca tesa verso l’osservazione dei maestri e la sperimentazione creativa del proprio presente.

La sua poetica è come il Poiéin greco; un fare attraverso la Pittura e la Poesia che trasporta da una sponda all’altra dello stesso fiume la propria anima, così che quando dipinge scrive e quando scrive dipinge. Il risultato? Un diaframma, una ponte che attraversa e stimola le relazioni tra l’io e il mondo esterno, un atto fisico e mentale al tempo stesso tra impressione ed espressione.

Il campo di ricerca è vasto ed è molto facile perdersi, nella sua arte non ci sono metodologie da manuale o facili ricami già visti, Francesco racconta solo come è facile perdersi, racconta come sia più affascinante cercare che trovare.

La sua poetica rimanda ad un puro verbo istintivo, tutto danza in un movimento armonico: il gesto. Causa/effetto, parte dall’individuo e del suo relazionarsi col proprio sé, la libera interpretazione cosciente della realtà, il semplificare i segni e decodificare il sistema rendendolo visibile per quello che è senza orpelli. Libera interpretazione di chi lo svela e del recettore che si serve di questa porta come possibilità comunicativa col proprio io.

Delle sue opere hanno detto di lui: “L’operato artistico di Francesco Andrisano è un vasta metafora della realtà contemporanea, luogo privilegiato in cui il fantastico si intreccia vivamente ad un’acuta, ponderata riflessione sulle circostanze che oggi definiscono l’uomo, le sue emozioni, le speranze. Perché, appunto, Andrisano ci parla della realtà senza essere realista e sollecita l’immaginario e l’onirico verso la formulazione di immagini, di figure, di vere e proprie rappresentazioni capaci di caricarsi di un significato universale e evocativo sempre suggestivo. Le linee delle sue composizioni sono come sinuosamente bloccate, sigillate in un rigore assoluto, che è anche, però, agitato da una straordinaria dinamicità di impulsi, da una tensione asciuttissima e vibrante come una corda di un elastico.

Il trasporto straordinario che conduce la sua ricerca è costituito da una incandescenza assoluta della sensibilità e della fantasia. Per questo il maturare del suo linguaggio (pur nella sua interna coerenza poetica), lo ha condotto a spaziare su un ampio ventaglio di soluzioni nel volgere ormai non breve della sua carriera. E per questo, anche, sono persuaso che il suo lavoro non ha ancora fatto il giro completo di se stesso. A chi saprà ben guardare, infatti, non sfuggiranno nelle opere più recenti i sintomi e le tracce di un ulteriore approfondimento di quella che si potrebbe chiamare, cioè, la soglia di una fruttuosa maturità.” (Testo critico di Luciano Marinelli)

Francesco Andrisano – Poiéin
Pescara – dal 7 al 20 maggio 2017
Via Nazario Sauro 9/11 (65126)
+39 3280359274
amazeinggallery@gmail.com
www.facebook.com/AmazeingGallery

Una spiaggia giapponese d’inverno

Scrive Manuela De Leonardis a proposito di Una spiaggia giapponese d’inverno – Beach Japanese Winter di Vittorio Terracina : Pine Hill (2003) – è la memoria di un momento in cui l’arte sconfina con la vita, immersa nella natura, confortata dall’amicizia. Tre giorni, tre amici che si lasciano alle spalle la vitalità caotica e frenetica della Grande Mela per ritirarsi in mezzo al bosco di Woodstock nell’Upstate New York.

I protagonisti sono Vittorio Terracina, il compianto cugino Iancu Sorell, anche lui artista attivo a New York noto per le sue “invasioni” pittoriche sui bicchieri di carta per il caffè, e il loro amico Mohamed Hussein. A nutrire il momento, oltre che l’aria pura del luogo, le grandi mangiate di parmigiana di melanzane e l’assoluta libertà creativa.
Fuori piove, una pioggia sottile che diventa sempre più consistente. In quella giornata uggiosa che si ripete l’indomani, e ancora nel tempo, tutto solo nel sottotetto della casa – arredato solo dal letto – Terracina affida alla pittura il suo stato d’animo. Allinea sul pavimento, una accanto all’altra, le venticinque piccole tele bianche “leonardesche”, dipingendo dall’alto in basso.

La natura, interiorizzata come una melodia, affiora nelle pennellate che si succedono veloci. Il pittore utilizza la palette essenziale di giallo, rosso e blu, stemperando i colori e mescolandoli con il bianco per ottenere nuove identità cromatiche. L’opera nasce simultaneamente, equilibrando la visione unitaria d’insieme con i singoli frammenti. Però, diversamente dai pezzi di un puzzle, queste venticinque parti hanno anche una loro vita autonoma.

L’Espressionismo Astratto, in particolare attraverso l’opera di Mark Rothko, è per Terracina fonte d’ispirazione nella sua pratica/poetica artistica. La chiave personale con cui egli interpreta questa corrente, a cui è legato da una profonda affinità elettiva, è in parte direzionata dall’approccio intuitivo.

L’interpretazione del momento, vissuto nella sua soggettività, diventa allo stesso tempo evocazione dell’idea di un qualcosa di diverso – la spiaggia giapponese, ad esempio, a cui allude il titolo dell’opera – che è filtrata da un approccio altrettanto soggettivo, ma indiretto, di suggestioni letterarie, poetiche, forse in parte anche oniriche.

La sospensione temporale a cui alludono, poi, le sue pennellate leggere trovano nell’uso della gouache l’immediatezza resa più stabile dalla compattezza dell’acrilico. Una ad una, le piccole tavole vengono impreziosite con l’oro e l’argento: tracce discrete, quasi mimetizzate. Come per gli antichi codici miniati si tratta di segni che “illuminano”, riferendosi ad una spiritualità che, in questo contesto, è esente dal dogma e libera di riflettersi nella natura, all’insegna di un celebrativo inno alla vita e alla creatività. (Manuela De Leonardis)

Beach Japanese Winter (Fall). Un’opera unica di Vittorio Terracina
BIBLIOTHE’ CONTEMPORARY ART GALLERY
Roma – dal 19 al 26 aprile 2017
Via Celsa 4/5 (00186)
+39 066781427 , +39 066781427 (fax)

Trittici

Scrive Georges Claude Boissonnade di sè : In un documentario facilmente consultabile su internet, Gerhard Richter, nella sua giovinezza, già affermava: «Parlare di pittura è difficile, se non addirittura privo di senso. Perché infatti si può mettere in parole unicamente ciò che può essere messo in parole, espresso per mezzo del linguaggio. Ora, non è il caso della pittura.»
Ecco, qui bisogna sottolineare che queste pitture vengono esposte in una libreria, una di quelle che sanno far vivere ciò che è stato scritto.Richter prosegue: «A questo si aggiungono certi cliché come: a che cosa pensa creando questo quadro? Non si può pensare a niente… la pittura è un modo di pensiero in sé. D’altra parte in pittura, e questo concerne il che cosa e il come, mi interessa soltanto quello che non afferro. Ed è così ogni volta. Trovo cattivi i quadri che comprendo».

La scrittura offre il suo nutrimento, il suo risveglio, la caffeina della coscienza, nel suo lineare dispiegarsi (si legge e si scrive una parola dopo l’altra). La pittura invece capta in blocco l’occhio e la mente e, poiché è astratta, disturba il bisogno di comprensione agevole, lineare, discorsiva. Essa lascia “senza parole”. In questa libreria, regno della parola distesa sulla carta, io propongo delle pitture astratte su carta. Allora, quale logica paradossale si gioca qui?

«La tua pittura è musicale» mi è stato detto, un po’ con la voglia di spiegare tutto tramite questa scorciatoia. Sì, ma solo un poco, perché la musica dispiega il suo fascino anch’essa in modo lineare. E tuttavia la musica è molto importante, considerando l’enorme influenza che per me ha avuto il canto corale, da più di trent’anni. Mi fermo un momento su questo punto: la trasparenza della struttura verticale della musica, come l’ho vissuta nel mio corpo durante l’esecuzione di tutto il repertorio di canto a cappella a quattro voci, – dai canti gregoriani fino a Schönberg – è un’esperienza che impregna l’essere in primo luogo sul piano fisico, su quello intellettuale a seguire. Ho visto così ammorbidirsi il centro stesso della mia reattività pitturale in ciascuna delle mie decisioni plastiche istantanee; ho cominciato ad affrontare ogni problema sentendomi autorizzato a praticare i voltafaccia del contrappunto – fatto di frizioni, interferenze – con intento puramente ludico e altrettanto arrischiato, a volte glaciale, ma non importa, purché la sorpresa fosse abbastanza grande da farmi sorridere. E di sorriso in sorriso, una risoluzione si è imposta, una risoluzione che non vuole essere fissa né conclusiva (sennò è la morte!).

«Un quadro astratto non nasce spontaneamente, ma nasce senza disegno, senza intenzione preventiva» affermava ancora Richter al suo tempo. Io desidero fortemente andare più avanti in questo non-volere, in questa imprevedibilità liberatrice. Rifiuto la produzione in serie, specchio obbediente alla razionalizzazione consumista contemporanea. Niente giustifica ai miei occhi una ripetizione gestuale, coloristica, grafica. Sento salire la nausea al minimo riflusso di auto-déjà-vu. Da sempre coltivo l’ambizione che questo lavoro della libertà, gioiosamente rivendicato con un solido marameo, abbia un impatto forte sull’occhio di colui che guarda, lo sconcerti e nel medesimo tempo lo rassicuri. Con lui condivida la sana collera, l’attitudine a tradire le attese, smantellare le abitudini e le certezze, certo giocosamente, ma in piena coscienza degli abissi imprevedibili dell’arte e della realtà. Continuare questa strana impresa dell’astrazione che dura da più di un secolo: mostrare le cose sottosopra, come la famosa tela di Kandinsky poggiata all’inverso sul cavalletto, quella fatidica sera del 1908.

Comunque, Trittici… perché questo nome? Perché 3 sta fra 2 e 4: due è insufficiente, quattro è troppo. Scherzo, ma è vero. Gettate uno sguardo su tutte le cose di questo mondo. (Georges Claude Boissonnade )

 

Georges Claude Boissonnade – Trittici
LO SPAZIO DI VIA DELL’OSPIZIO
Pistoia – dal 9 aprile al 13 maggio 2017
Via Dell’Ospizio 26 (51100)
+39 057321744 , +39 057321744 (fax)
lo-spazio@libero.it