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Vento e sole con le stelle

[…] ‘Che tu possa avere il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto, a danzare con le stelle’ Blow, film di Ted Demme, USA 2001.
 
Una citazione che è un augurio semplice in un periodo storico e sociale abbruttito da ogni forma di evento; un invito ai giovani, ai figli perché tutto possa essere leggero e perché nell’arte si trovi la dimensione per riflettere, gioire e fortificarsi. In un evento di fine estate si è pensato alla libertà artistica come forma di espressione suprema perché con le opere d’arte si possa davvero riuscire a distrarsi, librarsi e trovare la carica positiva per danzare con le stelle.
 
Un inno alla libertà artistica e alla leggerezza di esprimersi quello dei quattro artisti prescelti Carla Freddi, Enrica Mazzuchin, Antonio Giovanni Mellone, Milena Tortorelli; astrazione e figurazione volutamente a confronto, tecniche differenti, gestualità e tratti sorprendenti, slanci cromatici avvincenti, ricerche che lasciano riflettere, donne e natura, colori intensi e vibranti, semplicità e complessità. Fortificante ed avvincente è il percorso espositivo diviso in due sale in un evento differente dal consueto affinchè l’arte riesca a far splendere il sole nel viso di chi osserva, sia da stimolo in chi dipinge e serva a non arrendersi con il ‘vento in poppa’.

Carla Freddi lascia che l’osservatore si perda in orizzonti rasserenanti e colori emozionanti. Protagonisti indiscussi di un’arte soave e leggiadra i toni individuano una raffinata ed elegante poesia visiva in cui rime e frequenza sono dettati dai gesti, mai invadenti o fuori posto. In quest’arte non c’è dripping, non c’è un istinto che si scatena sul supporto, come spesso accade, c’è pace, serenità e tanta meditazione in soluzioni di grande impatto che si impongono con determinazione agli osservatori. Le emozioni dell’artista vengono impresse sul supporto, è così che il colore diviene vita ed ogni opera ha la capacità di accogliere ed avvolgere l’osservatore nel suo grande affascinante mistero.

Enrica Mazzuchin lascia che il pubblico si districhi tra forme non concrete e colori intensi e fervidi in una musica estetica sempre vibrante, coinvolgente e dinamica. Un’arte in continuo divenire è segno di una mano esperta e matura che si muove con abilità e grandezza sul supporto. Si assiste ad una dispersione dei colori che sono la traduzione di sentimenti e attimi di riflessione che si imprimono come solchi indelebili. Un’arte avvincente quella della Mazzuchin che lascia che lo sguardo non si fermi mai e che sia in continua ricerca, partendo dalla descrizione della natura si giunge ad un linguaggio onirico per un altrove che può sempre e continuamente modificarsi.

Antonio Giovanni Mellone è maestro d’arte che con la sua maturità pittorica unitamente alla poliedricità, meglio ‘eclettismo’ come lui stesso lo definisce, spazia tra tematiche sempre differenti che vanno, in ordine non preciso, dai ‘cavalieri’ al ‘luminismo’ e ai ‘Moai dell’isola di Pasqua’ per fermarsi in questo evento alle ‘donne’, dame aggrazziate, dai tratti sempre rettilinei che definiscono scene dai colori intensi mai invadenti per soluzioni finali sempre molto accurate. E’ una figurazione per nulla convenzionale quella di Mellone, decisamente accurata che si avvale di linee e forme geometriche per tratteggiare donne dagli sguardi spesso bassi, inquadrate nei contesti e particolareggiate nelle forme.

Sempre composte, eleganti si pongono con gran classe anche quando sono chinate a raccogliere olive, sono il risultato di una mano esperta, di una mente colta e di un animo sensibilissimo per una soluzione finale di gran classe. E’ un’arte meditata ed elegante che si impone con determinazione nel panorama artistico di oggi certo di lasciare un segno evidente e preponderante nella storia dell’arte.

Tratti fugaci, a volte confusi, marcati e mai pesanti appaiono danzare sulla superficie, sinchè l’estasi della creazione non termina, questa è l’arte di Milena Tortorelli che in un turbamento emotivo dipinge volti dai cromatismi intensi con grande abilità, calibrando i toni che inquadrano perfettamente la posa, gli sguardi, i dettagli. Una palesata pittura del non finito emerge a primo acchito, segno distintivo ed alternativo che lascia subito comprendere lo studio e la ricerca che ogni opera sottende; la Tortorelli non è un’artista qualunque, non è l’appassionata d’arte che disegna tutto ciò che vede, nelle forme e figure iperrealiste e realiste che spesso si trovano in figurazione, con lei si va oltre: a tutto c’è un perchè, almeno mentale, di fronte a questi volti c’è una passione insita che chiama l’artista e quasi la costringe a dipingere. L’incompiuto e l’indefinito sono la grandezza di un’artista che ha raggiunto alti vette e che mira ad andare sempre più in alto.

Vento e sole con le stelle
CENTRO CULTURALE ZEROUNO
Barletta (BT) – dal 13 al 27 settembre 2017
Via Indipendenza 1 (76121)
+39 0883521891
arte@zero-uno.org
www.zero-uno.org

Viaggi dell’anima

Scrive Angela Troilo a proposito de ‘Viaggi dell’anima‘ di Giampiero Marcocci : “Le fotografie sono la nostra memoria nel tempo. Sono ricordi, attimi, istanti. Una memoria che racconta. Giampiero Marcocci, attraverso l’opera Viaggi dell’Anima, racconta storie che vivono e respirano di frammenti, i cui motivi costanti sono il sogno, la fuga dal mondo reale; uno scrigno di testi di taglio simbolista, le cui atmosfere rarefatte proiettano il fruitore in un mondo onirico, atemporale e suggestivo. L’opera ripercorre un viaggio nel quale l’artista si lascia trasportare come un navigante in mare aperto alla ricerca di se stesso e del mistero della vita. Una sorta di spaesamento nell’infinito dello spazio e del tempo dove è difficile trovare un fine, un senso.

Scrive Nietzsche: «La vita è una favola assurda scritta da un genio in un momento di follia». In questa favola trovano posto, però, i ricordi, l’amore, l’infanzia, la nostalgia e soprattutto, in modo preponderante, il sogno. «Le cose sono la materia dei miei sogni, non ho mai fatto altro che sognare, e come ogni sognatore, ho sempre considerato che il mio dovere fosse quello di creare», citando il Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, filo conduttore dell’opera di Marcocci. Trattasi però non di una fuga dalla realtà, come a volte può sembrare, ma di un grande attaccamento all’esistenza.

Da questa visione del mondo e delle cose nasce il percorso fotografico di Marcocci. L’artista si esprime attraverso la continua ricerca di nuove modalità espressive che gli permettono di realizzare e dare forma all’emozione e al vissuto. Ogni scatto possiede al suo interno una forza propulsiva, che si traduce nella immediatezza di una narrazione condivisa con il fruitore delle immagini. La leggera velatura presente nella maggior parte delle fotografie racconta di un passato lontano, malinconico, sognante, surreale. L’opera di Marcocci rimanda al rumore delle onde, al profumo dell’amore, alla nostalgia dell’infanzia, alla leggerezza delle nuvole, ai silenzi.”

Giampiero Marcocci – Viaggi dell’anima
A cura di Angela Troilo
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – I-00162 Roma – Tel. +39.06.44258243 – Mob. +39.347.7900049)
Fino a lunedì 2 ottobre 2017 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento

Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.giampieromarcocci.it
Via Apuania, 55 – I-00162 Roma – Tel. +39.06.44258243 – info@galleriagallerati.it – www.galleriagallerati.it

Interpretazioni materiche

L’esperienza personale è il punto focale della ricerca di Carla Casanova che attraverso la scultura sceglie di raccontare la malattia. Il suo busto femminile imperfetto e ferito è un richiamo alla precarietà dell’esistenza, alla fragilità ma anche al coraggio delle donne che affrontano una prova così difficile e, soprattutto, intende porsi come un messaggio di positività e di speranza, un invito alla consapevolezza e alla condivisione, infrangendo il silenzio che ancora avvolge temi tanto delicati quanto comuni.

Ada Grüebler-Tribò esprime invece i sentimenti più intensi attraverso il colorismo acceso dei suoi dipinti, realizzati in acrilico o con tecnica mista, caratterizzati da pennellate ampie e distese a cui fanno da contrappunto rapidi guizzi di colore, modulando un ritmo visivo veloce ed istintivo. Scelti evidentemente in accordo allo stato d’animo del momento, i colori spesso richiamano le tonalità cromatiche di paesaggi amati dall’autrice, come l’Africa e la Toscana, o le terre assolate del deserto a cui si può ricollegare anche la serie dei cactus realizzati in bronzo. Il cactus è indagato in quanto forma naturale dotata di una peculiare geometria ma potrebbe anche essere visto come l’emblema della tenacia e della resistenza, fisica e morale, alle avversità della vita. Per Ada l’Arte è di per sé un’alternativa, un atto di reazione, uno spazio di libertà e di espressione individuale.

Anche Claudia Hartmann trae spunto dalla natura e ci presenta una variegata serie di bronzi ispirata agli splendidi coralli che vivono nel mare. Trasmette la fascinazione provata al cospetto di forme e strutture complesse e delicate, fragili e leggere; accoglie come una sfida la loro riproposizione formale e tattile tramite un materiale di notevole durezza. La lavorazione superficiale con una patina colorata sui toni del rosso accende le opere di una calda e raffinata brillantezza che comunica una visione serena e gioiosa della vita.

Una visione luminosa dell’esistenza condivisa da Elisabeth Hübscher che ama sperimentare, tanto in pittura quanto in scultura, l’incontro tra gli opposti. Se nelle tele ricerca un equilibrio armonico tra pochi ma significativi elementi formali, nelle sculture il discorso si arricchisce di elementi che invitano a ricreare una situazione verosimile, spesso metaforica. Pensiamo alle composizioni che affiancano più figure umane, persone stilizzate colte nella loro gestualità e nel loro relazionarsi le une alle altre, ma anche alle nature morte; ogni lavoro presenta una duplicità che può essere data dalla scelta dei materiali, dei colori, del trattamento superficiale lucido od opaco, sottolineata da graffi e interventi che conferiscono espressività anche ad elementi di per sé semplici ed essenziali.
La grande ricchezza espressiva e una ricercata qualità formale contraddistinguono una mostra che si pone pertanto come un punto di incontro, un punto di arrivo, ma anche come un ponte rivolto verso il futuro e di cui sarà interessante seguire gli sviluppi.

Carla Casanova, scultrice. Vive a Bosco Luganese.
Si avvicina alla scultura in bronzo nel 2013 spinta dalla curiosità, realizzando dapprima piccoli lavori figurativi di ispirazione naturalistica e approdando col tempo a sculture più astratte di dimensioni maggiori. Ama sperimentare con materiali diversi come cera, gesso, plastilina. Nel 2015 inizia a frequentare i corsi della Fonderia Perseo, dove realizza busti femminili che recano su di sé i segni della malattia e dà vita anche ad un ciclo ispirato alle sirene, figure mitologiche dal fascino arcano, creature anfibie e pertanto capaci di travalicare i confini tra due mondi distinti e comunicanti.

Ada Grüebler-Tribò, pittrice e scultrice. Dal 2003 vive ad Agnuzzo – Muzzano, dove lavora nel proprio studio e organizza i corsi di pittura che tiene in Ticino e a Zurigo, in Toscana e Liguria.
Lavora su tele di dimensioni medie o grandi sia con l’acrilico sia con tecniche miste. Le superfici informali mostrano segni, tratti e forme concentrandosi su temi vissuti che si traducono in cicli: I colori d’Africa, Tratti e intrecci vegetali, Ombra e luce nella Toscana, Sabbia, cenere e terra. Grazie al lavoro scultoreo la tecnica pittorica si è arricchita di materiali come il gesso, la sabbia e altri materiali solidi. Nel suo percorso è stato fondamentale l’incontro con Gianmarco Torriani, che l’ha affiancata per oltre dieci anni guidandola verso quell’autonomia che le sculture oggi manifestano. Attualmente collabora con la Fonderia Perseo di Mendrisio.
https://www.adatribo.com/

Claudia Hartmann, pittrice e scultrice. Nasce a Sorengo ma presto si trasferisce a Milano, dove cresce. L’incontro con l’arte avviene fin da subito grazie alla nonna artista, tanto che a 5 anni già frequenta un corso di pittura a olio tenuto da Cicci Manetti. La sua vena creativa la porterà a lavorare nel campo delle ristrutturazioni tutelate dall’Ufficio dei monumenti storici elvetici, malgrado il Bachelor in economia conseguito alla HSG di San Gallo.
Claudia si trasferisce per sette anni a Shanghai e quattro a Singapore, dove l’incontro con culture così diverse la spinge a tornare alla pittura a olio attraverso una nuova visione.
Nel 2006, rientrata in Ticino, si avvicina alla scultura grazie all’artista Gianmarco Torriani, passione che la porterà a intraprendere un costante percorso di crescita sia stilistica che personale. Da allora ha approfondito il suo sapere frequentando workshop con l’artista Sighanda, sperimentando la scultura su marmo presso le cave di Arzo, a cui si sono aggiunti numerosi corsi di perfezionamento delle tecniche di lavorazione presso la Fonderia Perseo di Mendrisio.
https://www.claudiahartmann.com

Elisabeth Hübscher, pittrice e scultrice. Nata a San Gallo, abita dal 2004 vicino a Lugano, dove ha il proprio atelier. Diplomata commerciale, in arte autodidatta, ha frequentato corsi presso diversi artisti di pittura (Prof. Carlo Pizzichini, Fredi Kobel, Brigitte Frey-Bär) e in scultura (Gianmarco Torriani e Fonderia Perseo). Espone con regolarità dalla metà degli anni Novanta in Canton Ticino e nella Svizzera tedesca. Da quando risiede in Ticino si è dedicata con maggiore intensità alla ricerca artistica, prima con la pittura, soprattutto tempere all’uovo e tecniche miste, poi con la scultura in gessi e bronzi. https://elisabeth-huebscher.ch/

 

Interpretazioni materiche

Mostra collettiva delle artiste Carla Casanova, Ada Grüebler-Tribò, Claudia Hartmann ed Elisabeth Hübscher
Dal 4 al 29 settembre 2017
Vernissage: GIOVEDI’ 7 settembre 2017, dalle 18.00 alle 20.00

Presso BIM Banca Intermobiliare di Investimenti e Gestioni
Contrada Sassello, 10 – Lugano
Orari: da lunedì a venerdì, dalle 8.30 alle 17.30

Evento organizzato dalla Galleria Alter Ego di Ponte Tresa Svizzera
con la partecipazione della Fonderia d’Arte Perseo di Mendrisio

Ceramiche improbabili

Scrive Giuliano Galletta a proposito delle Ceramiche improbabili di Valerio Diotto : “Le ceramiche di Valerio Diotto, sembrano in fuga, nel senso musicale del termine. Nonostante siano fondate su un’approfondita ricerca storica e tecnica, che riguarda la tradizione delle manifatture arabe e dei “laggioni” genovesi del Cinquecento, forzano le regole, rompono gli schemi, debordano dagli spazi geometrici, in altre parole, tendono all’infinito. Non a caso il punto di partenza di queste sculture-collage è l’opera di Escher, in particolare la serie di xilografie “Metamorfosi”, realizzate dall’artista olandese negli anni 1939-40.

L’infinito interviene ampiamente in molti disegni di Escher” ha scritto Douglas Hofstadterspesso ci sono più copie di uno stesso tema giustapposte l’una all’altra in modo armonioso e ciò che ne risulta è un equivalente visivo dei canoni di Bach”. Ma qualcosa del genere accadeva già proprio in quella mattonelle dell’Alhambra studiate dall’artista. Lo spiega il cosmologo John Barrow: “In alcune culture divieti di carattere religioso hanno impedito la rappresentazione degli esseri viventi, incanalano l’impulso creativo in un’affascinante esplorazione dell’infinito in forma finita. I più significativi esempi antichi si ritrovano nel mondo islamico dove la tassellatura degli spazi piani e curvi esplorò tutte le simmetrie matematiche che oggi sappiamo possibili”.

Come ci ricorda Borges però l’infinito è anche l’indeterminato, il non finito, il disordinato, ha quindi un “lato oscuro”, inquietante, come osserva lo scrittore argentino: “C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito».

Le opere di Diotto lasciano chi guarda in sospeso, in attesa di uno sviluppo possibile ma non garantito, l’argilla modellata, cotta e dipinta ci appare in movimento, scorre quasi come su uno schermo cinematografico o in quadro di Boccioni. Se simmetrie e regolarità matematiche vengono evocate in moduli o tessere che riproducono elementi naturali – pesci, uccelli, rettili – è soprattutto, crediamo, per sottolinearne l’elemento ipnotico, in certo modo sacrale (basti ricordare le geometrie dipinte dagli aborigeni australiani); l’illusione, o forse l’aspirazione, a un ordine che è però continuamente minacciato dal caos. “Una volta costruito un mosaico che riempie perfettamente uno spazio sono tentato di continuare all’infinito” spiega l’artista “presto ritorno alla ragione, ma ogni mosaico è veramente un pezzo di infinito, si può aggiungere un pezzo sopra, sotto, di fianco, i confini sono arbitrari. Per questo tipo di ossessione esiste un nome scientifico ‘riempimento progressivo dello spazio’”.

Se per i matematici l’infinito è una realtà (matematica), i fisici hanno molti dubbi, anzi quando si ritrovano un infinito fra le loro teorie cominciano subito a pensare che ci sia qualcosa che non funziona. Fanno però eccezione i sostenitori dell’ipotesi del Multiverso, per loro, infatti, non solo l’universo è infinito ma esistono infiniti universi. Probabilmente gli artisti la pensano allo stesso modo.”

 

Ceramiche improbabili – Valerio Diotto
Circolo degli Artisti
Pozzo Garitta, 32 17012 Albissola Marina (SV)
Dal 9 al 24 settembre

www.circoloartistialbisola.it
circ.artistialbisola@libero.it

Vincent van Gogh

La mostra racconterà, attraverso 129 opere in totale (43 dipinti e 86 disegni), l’intero percorso artistico di Vincent van Gogh, dai disegni di esordio assoluto al tempo del Borinage in Belgio nel 1880, quando svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise nel luglio del 1890, pochi giorni prima di suicidarsi. Accanto alle opere di Van Gogh, per utili e puntuali confronti, troverete il Seminatore di Jean-François Millet e alcuni dipinti dei pittori della Scuola dell’Aia, che il giovane Vincent guardava con ammirazione, da Israëls ai due Maris.
La mostra si svolge grazie al fondamentale contributo del Kröller-Müller Museum di Otterlo, uno dei due veri santuari dell’opera vangoghiana nel mondo. Il museo olandese, la cui collezione raggiunge una qualità a dir poco superba, presta infatti oltre cento delle opere di Van Gogh in arrivo a Vicenza. Un’altra decina di istituzioni e collezioni private poi, aggiungono capolavori per sigillare l’intero percorso, a cominciare dalla versione da Vincent più amata de Il ponte di Langlois (1888), una tra le immagini simbolo della sua parabola artistica e per questa occasione concessa eccezionalmente dal museo di Colonia. Quadro che abbiamo eletto a manifesto della nostra esposizione.Lettere a Théo. Un nuovo libro come fondamentale apporto alla mostra
La mostra, al di là della vastissima presenza di opere, l’ho pensata anche come la precisa ricostruzione della vita di Vincent vanGogh, seguendolo non solo nei dieci anni che vanno dal 1880 al 1890, ma anche nel decennio precedente, quello che prepara l’attività artistica. In questo senso, di fondamentale importanza è stata per me la rilettura, e il nuovo studio, delle lettere, soprattutto all’amato fratello Théo. Anche quelle scritte dal 1872 all’estate del 1880, quando da Cuesmes in Belgio annuncia, appunto a Théo, di voler diventare un artista. E’ il tempo dei suoi vagabondaggi, per i vari tentativi, e fallimenti, tra lavoro e aspirazioni teologiche, tra Olanda, Inghilterra, Francia e Belgio. Prima del suo percorso vero e proprio tra Brabante olandese e Francia, da Parigi, alla Provenza a Auvers. Per questo motivo abbiamo editato un nuovo libro, che accompagnerà la mostra, con cento lettere appositamente tradotte, includendo prima di tutto quelle che riguardano le opere esposte a Vicenza, oltre ad alcune altre fondamentali per la storia di Van Gogh.

Allestimento come un viaggio
Negli spazi ampi e meravigliosi della Basilica Palladiana a Vicenza, la mostra si snoderà come un vero e proprio viaggio anche nei luoghi nei quali Vincent ha vissuto: il Borinage, Etten, l’Aia, il Drenthe, Nuenen, Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers-sur-Oise. Al di là delle lettere che faranno da contrappunto ai singoli momenti, certamente uno dei punti di maggior fascino sarà la sala nella quale, attraverso un grande plastico di 20 metri quadrati, è stato ricostruito alla perfezione – architetture romaniche e orti e giardini e sullo sfondo la catena delle Alpilles – l’istituto di cura per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, il luogo nel quale Van Gogh sceglie di farsi ricoverare da maggio 1889 a maggio 1890. Sarà un’immersione in un luogo sì di sofferenza ma nel quale, e attorno al quale, il pittore ha generato tanta bellezza.

Un film appositamente creato sulla vita e l’opera di Van Gogh
Permettetemi di dirvi quanto sia felice di comunicarvi adesso come un film documentario accompagni la mostra, appositamente realizzato per questa circostanza. Van Gogh. Storia di una vita il suo titolo, avrà la durata di un’ora e sarà proiettato in una vera e propria sala cinema, studiata in ogni dettaglio tecnico e funzionale, all’interno della Basilica Palladiana, come ultima, grande stanza del percorso espositivo. Ve ne parlerò diffusamente nella prossima newsletter, in uscita tra una settimana. Per adesso voglio dirvi che è stato per me entusiasmante realizzare questo mio primo film documentario, arricchito dalle meravigliose immagini che abbiamo girato in tutti i luoghi di Van Gogh, tra Provenza e Auvers. Un film che vivrà come un prodotto anche slegato dalla mostra e per questo lo abbiamo raccolto in un dvd in vendita, unito a tante foto del backstage. Vi anticipo che, nei giorni in cui sarò già impegnato a Vicenza con l’allestimento della mostra, faremo quattro serate di proiezione in anteprima di questo film, nei teatri di Vicenza (25 settembre), Verona (26 settembre), Padova (27 settembre) e Treviso (28 settembre). L’introduzione che farò del film nei teatri, sarà ovviamente anche l’occasione per introdurre la mostra stessa.

I quadri di Matteo Massagrande e lo spirito di Van Gogh
Per un anno e mezzo mi sono aggirato prima attorno, e poi sempre più dentro, la vita e l’opera di Van Gogh. Nella scorsa primavera, mentre mettevo mano a uno spettacolo teatrale sulla sua storia, e che vedrà la luce sul finire dell’anno prossimo, ho scritto, proprio per questo spettacolo, il breve monologo che l’attore che impersonerà Vincent sul palcoscenico reciterà sotto un ultimo albero della vita, accanto a un ultimo campo di grano. Gli ho dato come titolo Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh), ed è il movimento straziato di un’anima che avrebbe voluto amare e mai ha potuto esprimere invece la grandezza di questo amore. Un testo che ovviamente trae spunto da alcuni passaggi di vita contenuti nelle lettere a Théo. Sono davvero brandelli d’anima e di cuore, occhi sgranati sul mondo. Tempo dopo averlo scritto, ho provato il desiderio che un pittore potesse non illustrarne alcune scene, ma entrandovi desse loro una temperatura insieme d’anima e di colore. Allora ho chiamato un artista che stimo molto, Matteo Massagrande, e gli ho mandato il testo, dicendogli solo: “Matteo, non aggiungo altro a quello che ho scritto, non ti spiego, non ti chiedo di illustrare una scena piuttosto che un’altra, falla diventare, se ti va, la tua storia. Io l’ho scritta, tu la dipingerai. Come vorrai tu”. Ecco, così effettivamente è stato, ed è nata pertanto una mostra, fatta di qualche decina di studi preparatori e di sette quadri finali che sono in questo momento ancora in lavorazione. Li vedremo nella sala successiva all’ultima dell’esposizione dedicata a Van Gogh, sempre in Basilica Palladiana, prima della sala cinema. Chi mi conosce, sa che amo da sempre scoprire come la pittura contemporanea di qualità possa dialogare con la pittura dei secoli passati. Una volta ancora, ho voluto farlo. E un libro ne resterà quale testimonianza.

Per le vostre prenotazioni e informazioni
Come avete potuto capire, gli argomenti, pur trattati in brevi capitoletti, erano tanti e vi ringrazio se avrete avuto la pazienza di leggermi fin qui. Mi auguro in ogni caso che questo ampio progetto alla fine possa portare per voi nuovi motivi di conoscenza e tanta emozione, in un rapporto con Van Gogh che dovrebbe avere, io credo, alcuni elementi di novità. Così almeno è stato per me, pur dopo tanti anni che ho dedicato a Van Gogh.
Chiudo ricordandovi che il nostro call center 0422 429999 è a vostra disposizioneper tutte le prenotazioni di biglietti delle varie tipologie, poi visite guidate per gruppi e scuole, prenotazione audioguide e anche serate esclusive a mostra chiusa per le aziende. Come sempre, il nostro sito www.lineadombra.it resta il punto di riferimento, anche per le prenotazioni dei singoli visitatori.
Non mi resta che ringraziarvi ancora per l’attenzione che mi avete dedicato e darvi appuntamento, per chi lo vorrà e potrà fare, nei teatri (ingresso libero fino a eventuale esaurimento posti, inizio serate ore 20.30) di Vicenza, Verona, Padova e Treviso, dal 25 al 28 settembre, e poi a Vicenza per la mostra a partire dal 7 ottobre.

Vi saluto cordialmente.

Marco Goldin

1 settembre 2017

Selvatico[dodici]

Selvatico è una geografia fatta di luoghi, persone e cose. Una mappa che congiunge una pluralità di spazi e artisti all’interno di un percorso che si disegna e ramifica attraverso una costellazione di mostre diffuse in alcuni dei luoghi del contemporaneo in Romagna.

Selvatico è un arcipelago e le sue mostre isole interconnesse.

Paesi e musei, spazi espositivi e gallerie, edifici recuperati per l’occasione, contenitori e contenuti collegati da un progetto che tiene insieme e intreccia, arti visive e provincia intorno a un quasi tema, o suggestione.

A governare la mostra e le sue sezioni articolate nel territorio, così come a orientare la chiamata agli artisti, è un’immagine, aperta e interrogante; un umore.

L’immagine di questa edizione è quella della Foresta, intesa non solo come sguardo rivolto a quell’attenzione che da parte di molti artisti si volge ancora e nuovamente alla natura, e sua rappresentazione, e alla re-invenzione del paesaggio tutto per certi versi, ma anche come condizione della pittura stessa, linguaggio che guida la scelta e presenza dei quaranta autori in mostra.

E l’idea di foresta che ci riporta infine alla condizione periferica e laterale, di selva appunto, che ha sempre caratterizzato Selvatico a partire dal suo titolo e dalla sua ostinata presenza e posizione ai margini. Qualcosa che ha a che fare con una certa idea di confine e sua mobilità e ambiguità. Geografia ripensata attraverso il movimento. Risposta a un vuoto; reazione. Una rete, per quanto abusata sia questa parola.

Una rassegna di campagna alle sue origini, dodici anni e dodici mostre fa, e che ora chiude un cerchio, a partire dal suo stesso titolo e sguardo non addomesticato.

Una mostra diffusa in più sedi che guarda principalmente, se non esclusivamente, alla pittura, con preziose ramificazioni nel disegno e collage. Una pittura che prova ancora a misurarsi con la reinvenzione del paesaggio e, parallelamente, con la presenza centrale del segno, a creare un quasi ossimoro di una pittura disegnata.

Un invito al viaggio. Piccolo. Tremante. Una giungla da bambini; dipinta. Minuta e gigante.

 

Selvatico[dodici] / FORESTA. Pittura Natura Animale
MUSEO CIVICO LUIGI VAROLI
Cotignola (RA) – dal 30 agosto al 26 novembre 2017
A cura di Irene Biolchini, Lorenzo Di Lucido, Massimiliano Fabbri, Massimo Pulini
Partecipano gli artisti Marco Andrighetto, Antonio Bardino, Giovanni Blanco, Jacopo Casadei, Silvia Chiarini, Rudy Cremonini, Vittorio D’Augusta, Domenico Grenci, Giovanni Lanzoni, Matteo Nuti, Vera Portatadino, Massimo Pulini, Denis Riva, Debora Romei, Marco Salvetti, Marco Samorè, Alessandro Saturno, Alberto Zamboni, Giulio Zanet

Corso Sforza 21/24 (48010)
www.museovaroli.blogspot.it

Corrado Veneziano

Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista.
 
Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
 
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”.
 
Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.
 
Alcune note critiche:
Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.
 
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.
 
Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo; la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.
 
SEGNI – Corrado Veneziano
Galleria Nazionale di Lanzhou – Via Wuquanxilu, 35 – Lanzhou , Gansu
Apertura al pubblico: da sabato 2 settembre 2017 (con anteprima per le autorità venerdì 1 settembre) al 10 ottobre 2017
Orario: 9.00 – 18.00 Ingresso libero

De rerum natura

Scrive Carlo Franza a proposito de Il respiro degli alberi: “La nostra epoca è decisamente postmoderna, anzi epoca di postmodernità avanzata, visto che molti filosofi ed esteti già parlano di nuovi orizzonti che purtroppo sono ancora non vivibili.

E dovendo mettere in piedi una mostra sul tema dell’albero, invitando taluni artisti italiani e stranieri a parteciparvi in funzione di una costituenda pinacoteca all’interno dell’Accademy dell’Olivo Secolare che già vive a Palmariggi nel Salento, noto che tutte le arti contemporanee hanno abbandonato il principio d’invenzione a favore di quello di citazione. E questo non avviene a caso, ma decisamente perché c’è mancanza di fiducia nel futuro, situazione che ha portato gli artisti in ogni ambito linguistico a trasferire la propria ansietas al riparo sotto l’ombrello protettivo della memoria.

E allora “creazione” o “ricreazione” ? Il concetto di ricreazione è decisamente rapportabile al livello di creazione possibile in un’epoca come la nostra, segnata in primis dal primato della finanza e dall’influenza globalizzante di ogni fenomeno sociale, economico, politico e religioso. La “ricreazione” diventa il parametro di una creatività consapevole della impossibile frontalità col mondo attuale, nel senso che l’artista non descrive più la sua epoca, la storia del suo tempo, ma volge stoicamente il pensiero e la creatività protesa verso una “ricreazione” come necessaria funzione di testimonianza e perenne domanda. Dico questo perché da ciò si può partire per leggere l’arte contemporanea del terzo millennio.

Tornando al nostro tema e per significare il titolo della rassegna “Il respiro degli alberi” voglio citare una frase di Rabindranath Tagore: “gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”. L’albero, il mondo naturale, il “de rerum natura” di Lucrezio si definiscono in un mondo ricreato attraverso la pittura, la scultura e ogni altra forma, utilizzando quel linguaggio universale, presente nel cuore e nella mente. L’albero è fonte di vita, simbolo della natura in movimento, sale al cielo, e nella forma verticale accende l’idea di cosmo vivente, mette in relazione i tre livelli naturalistici, ossia le radici, il tronco e i rami con le foglie che fanno la chioma. Le radici affondano nel sottosuolo, sono nascita e sostegno vitale, il tronco esprime fermezza e robustezza, i rami con le ramificazioni geometriche muovono essenza e potenza.

I quattro elementi del mondo vivono nell’albero, l’acqua che fluisce con la linfa, la terra che trattiene le radici, l’aria che nutre e alimenta le foglie, il fuoco che si sprigiona dalla materia lignea. Testi sacri e mitologie ci parlano di alberi, dall’albero dell’Eden all’albero della vita, dall’albero genealogico all’albero degli ulivi che attorniavano Cristo nell’orto del Getsemani, dall’Albero della Croce agli alberi cedri del Libano, dall’Albero dell’Arca di Noè all’Albero del sapere, dall’Albero del bene e del male all’Albero dei simboli, dall’albero dei pomi d’oro nel giardino delle Esperidi all’albero sefirotico della Cabala, senza dimenticare che Platone osservava che l’uomo stesso è “arbor inversa” e cioè le radici sono i capelli, i rami le braccia, poiché è piantato nei cieli. L’albero nasce cresce e muore. Nell’arte moderna l’albero è fonte iconografica dalle forme plurime, dall’albero di Van Gogh all’albero della vita di Klimt, dalle stilizzazioni di Klee a Mondrian con l’albero rosso; certo numerosi sono stati gli artisti del contemporaneo a rappresentare l’albero.

Così nasce questa rassegna, capace di trovare ancor oggi nell’albero la vita del mondo, il valore simbolico, l’organismo vivente particolarmente vicino all’uomo, nel suo essere e nel suo divenire biologico”.

Il respiro degli alberi
ASSOCIAZIONE AMICI DELL’OLIVO SECOLARE
Palmariggi (LE) – dal 29 agosto al 30 settembre 2017
Strada Vicinale San Nicola 3 (73020)
+39 0836.354473

 

 

Rosamaria Dell’Erba per Leonardo Basile

Scrive Rosamaria Dell’Erba a proposito di Leonardo Basile “(..) In un’opera del 2008: colpodocchio, Basile fissa l’ istante della percezione visiva, l’ attimo in cui il dinamismo dell’ ambiente e la sensorialità del singolo entrano in contatto, è il momento della consapevolezza, il passaggio dal vedere all’ osservare, è entrare “dentro la situazione”, attivare questo tratto della percezione è indispensabile davanti ad un dipinto Informale: questa capacità attentiva ci condurrà ad un approdo della coscienza che è solo nostro, personalissimo.

leonardo basileGrazie al dipinto senza forme ciascuno di noi vive le proprie epifanie e prende coscienza della vita interiore.
Questo processo è realistico perché è dentro “la situazione”.

Le opere della mostra ripropongono il simbolismo dell’ occhio nel flash della ripetizione modulare di Terza Grande Policromia Modulare realizzati su 36 piccole tele di uguale formato. Nei due dipinti che ripetono i particolari di opere più grandi è presente l’accenno alla capacità di fissare nella retina messaggi subliminali: scritte, marchi, frammenti di oggetti, come parte di una montatura di occhiali. Il nostro occhio agisce come una periferica di input e noi siamo nel gioco senza esserne consapevoli. L’ artista denuncia senza raccontare, ma entrando “dentro la situazione”.

Le tecniche di Basile manifestano questa espressività aggiornata sul piano tecnologico. L’artista non rinuncia, tuttavia, alla tentazione di rappresentare un paesaggio, ma lo realizza con piccole tessere lignee multicolori. E’ un paesaggio marino si intitola “Il mare” ,una sua policromia modulare. Non c’è traccia di action painting, tutto è controllato e razionale, se si osserva l’opera nel suo insieme, nella sintesi. Ad un occhio attento, però, le tessere racchiudono un microcosmo informale e l’ immancabile dripping ce lo rammenta. I titoli delle opere sono indizi sulla pregnanza materica, cromatica, dunque sulla fisicità: 2° particolare Seconda grande policromia modulare ; Terza grande Policromia modulare ; 1° particolare seconda grande Policromia modulare ;Tricromia modulare.

Il concetto del frammento viene esaltato dall’ uso del modulo e della tecnica del mosaico realizzata con tessere di legno di pioppo o piccole tele usate in alternativa.(..)”.

Colpodocchio

Dalle presentazione (a cura della prof.ssa Rosa Dell’Erba ) della mostra “Il Tratto delle Emozioni

Stefano Serusi

Scrive Mariolina Cosseddu a proposito di Sleeping Giant e Stefano Serusi : “Stefano Serusi è entrato a passo lento a Casa Manno, attento a cogliere gli aspetti-chiave dell’esistenza di un uomo passato alla Storia.

A cominciare dall’immagine severa del Presidente del Senato del Regno di Sardegna e del Regno d’Italia, di cui la giacca conservata al Museo è oggetto prezioso e icona del ruolo istituzionale di un sardo alla corte Sabauda. Quella divisa musealizzata e perciò intoccabile diviene l’oggetto dell’indagine di Stefano Serusi che, in collaborazione con lo stilista Sergio Palimodde, propone la giacca in quattro esemplari apparentemente identici se non per alcuni dettagli. Di non poco conto: il colletto e le maniche variano di colore, dal giallo chiaro al rosso cupo, segno di una trasformazione luminosa legata al trascorrere delle ore.

Legata al senso del Tempo che modifica le cose e le altera quel tanto che basta a non essere più uguali a se stesse. Rileggere la storia passata per un aggiornamento critico e creativo è prassi ormai consolidata nel lavoro di Stefano Serusi che, in questo caso, con un intervento site specific, offre la possibilità di entrare nell’intimità della Storia per coglierne i momenti più densi di significato.

Aprire il guardaroba di Casa Manno equivale a superare il limite tra l’ideale e il reale, tra l’immagine solenne consegnata all’iconografia ufficiale e la semplice concretezza del quotidiano; significa, in altre parole, rendere viva, tattile, a portata di mano, la dimensione del passato. In questo sistema di rivisitazioni, dove il tema centrale rimane lo scorrere del tempo e i mutamenti legati al passaggio delle stagioni ( ne sono un ulteriore esempio i lavori a parete, che vedono l’estate in particolare il luogo della metamorfosi del corpo) si inserisce il progetto a due che Stefano Serusi ha ideato con un abile e sorprendente capacità di attualizzazione.

Ha chiesto a un giovane autore algherese, Ignazio Caruso, di rispondere alle lettere che Giuseppe Manno scrisse tra il 1816 e 1817 quando, al seguito di Carlo Felice in qualità di segretario privato, lo accompagnò in visita nelle principali città italiane. Frutto di quel viaggio di ritorno da Cagliari verso il Piemonte liberato sono le “Lettere di un sardo in Italia”: Ignazio Caruso diventa l’amico immaginario a cui erano destinate quelle lettere che, a due secoli esatti di distanza, trovano finalmente risposta. Così, nel gioco inesauribile delle corrispondenze, un giovane sardo interpreta, come ieri Manno, la generazione attuale che al di là del mare cerca altre opportunità di vita.

Si capisce allora l’intento più profondo della poetica di Serusi: se il divenire delle cose è processo inarrestabile, se il tempo annulla e fagocita ogni cosa, solo nella riflessione che l’arte consente si assiste alla rivelazione più profonda e appagante. Nella sospensione magica del tempo si possono riannodare i fili tra un allora perduto e un adesso aperto a nuovi significati”.

 

Stefano Serusi – Sleeping Giant
CASA MANNO
Alghero (SS) – dal 6 al 28 agosto 2017
Via Santa Barbara 1 (07041)
info@museocasamanno.it
www.casamanno.it

Paul Paiement – Hybrids

Scrive Adelinda Allegretti a proposito di Paul Paiement e Hybrids : Chiunque si ponga di fronte alle opere di Paul Paiement, che ne conosca già la ricerca o meno, subisce sempre una sorta di corto circuito percettivo.

Tra l’azione del guardare e quella del riconoscere passano secondi interminabili; uno scarto temporale che varia da un individuo ad un altro, dettato dal background culturale e dalla dimestichezza/conoscenza del mondo animale e di quello tecnologico. Sì, perché tutto si gioca su un connubio, tanto straordinariamente originale quanto storicamente portato in auge dal pensiero barocco, tra Naturalia ed Artificialia, che insieme danno forma alle Mirabilia.

Come accadeva nella Wunderkammer, termine tedesco che nel Cinquecento, e per circa due secoli, caratterizzava degli ambienti, vere e proprie camere delle meraviglie, creati ad hoc da collezionisti colti e principeschi che qui riunivano oggetti effettivamente esistenti in natura (resti di animali rari, per esempio) o creati artificialmente (unendo ossa di animali diversi per dare l’idea di esseri primordiali, magari estinti e quindi non più “verificabili” scientificamente) con l’unico scopo di lasciare senza fiato, meravigliare appunto, un pubblico di pochi eletti cui era consentito il privilegiato accesso a tali spazi, precursori dei moderni musei.

La ricerca di Paiement va esattamente in questa direzione, hybrids i-musca Ducatia (2013) ne è uno dei lavori più rappresentativi, non fosse altro per l’importante dimensione che inevitabilmente finisce col fagocitare il fruitore, attirandolo a sé anche con la curiosità di verificarne la tecnica di esecuzione, per poi scoprire, e qui la meraviglia raddoppia, che si tratta di straordinario virtuosismo pittorico (aspetto fondamentale, sul quale mi riprometto di soffermarmi in altra sede, in un’era in cui l’uso del pennello è stato surclassato da metodi di riproduzione che non richiedono più alcuna maestria manuale).

Qui lo stupore è dettato dalla capacità di sovrapporre due soggetti distinti, una mosca ed una moto Ducati, appartenenti a separate realtà, naturale la prima, tecnologica la seconda, ma perfettamente unite in simbiosi, a creare qualcosa di altro, di ex novo, che varia il significato originario di entrambi gli elementi ed introduce ad una terza realtà: l’ibrido. Mi viene in mente, quale esempio più rapido e facile, almeno per quanti appartengano alla mia generazione, “La mosca” (1986) di David Cronenberg, in cui Jeff Goldblum alla fine dell’esperimento di teletrasporto (ovviamente anche in “Star Trek” era già accaduto qualcosa di simile) si ritrova a non essere più né uomo né mosca, ma un ibrido, un miscuglio di DND del primo col secondo. Ecco, i lavori di Paiement sono esattamente questo, implicazioni orrorifiche a parte.

Anzi, a ben riflettere, questa nuova entità ha una valenza esclusivamente positiva, perché non è la Natura a farsi scientifica, ma la tecnologia ad imitare la perfezione della Natura. Che sia arrivato davvero il tempo di ricercare nella tecnologia, come già il Rinascimento fece per l’uomo, quella stessa valenza di microcosmo? Il “come sopra così sotto” di Ermete Trismegisto? Allora forse l’umanità svilupperebbe una tecnologia più etica, in grado di integrarsi alla Natura nel suo senso più ampio, fatto di esseri che con(di)vivono in simbiosi ed in totale rispetto reciproco.

Paul Paiement – Hybrids
ADELINDA ALLEGRETTI CURATOR STUDIO&GALLERY
Gualdo Tadino (PG) – dal 3 al 31 agosto 2017
Via Frattale (06023)
+39 328 6735752
allegretti@allegrettiarte.com
www.allegrettiarte.com

Colori in movimento

Scrive Mara Germinario a proposito di “Colori in movimento” di Giuseppe Sciancalepore: << Ua mostra personale che dirige gli sguardi verso pensieri lontani. Contestualizzare il tutto in un istituto culturale dal forte valore come la Pinacoteca De Napoli di Terlizzi crea una suggestiva cornice d’insieme data dalla mescolanza di beni storico-artistici e arte contemporanea.

Pinacoteca De Napoli, Terlizzi (BA)
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Fino a che punto si possa spingere l’intrecciarsi di trame tra passato e presente non è definibile con un limite segnato in chiaro. Tuttavia è certo che, in questo caso, l’uno stia creando valore per l’altro in una logica di gioco dove entrambi i giocatori restano soddisfatti dallo scambio. Cerchiamo, ora, di capire quale sia l’oggetto dello scambio che avviene in quelle sale. Da un lato, l’ammaliante patrimonio della Pinacoteca ci offre il valore dell’eredità culturale. Dall’altro, il processo di creazione di valore è in fieri. Sicuramente non è ancora definibile un valore storico ma, senza ombra di dubbio, dietro le pennellate di Giuseppe Sciancalepore si riconosce il valore del presente.Parlo di un valore non oggettivabile in parametri definiti aprioristicamente. Con “valore del presente” intendo indicare il valore che esiste negli occhi di chi guarda l’arte.

Il critico d’arte potrebbe dire che i quadri di Giuseppe Sciancaleporesi colleghino alla discendenza degli artisti afferenti alla corrente nucleare relativa all’era atomica [1951]. Un legame esiste ed è evidente se si pensa al loro universo atomico; ma al contempo esiste un confine di distacco netto dalla corrente: il nostro pittore non considera la forza dell’atomo come punto di distruzione ma come vita. Nei suoi quadri i pianeti, le stelle, i meteoriti non sono masse oscure ma luminose fonti di vita primordiale. L’occhio non fugge dai colori, sapientemente intrisi di tocchi caldi e freddi a seconda degli usi, ma è totalmente attratto da quei fulcri di energia pulsante. Pennellate non casuali quelle di Giuseppe Sciancalepore, pittore che colpisce la tela senza esitazione puntando direttamente a dare forma alle astratte idee che affollano la sua mente creativa. Le forme che ne derivano sono frutto di un attento studio visibile sulle realistiche forme dei pianeti o delle costellazioni.

A rendere uniche le sue opere, però, non sono le parole di un critico o di un soggetto chiuso nella sua singolarità. Unico è ciò che i suoi tratti riescono a trasmettere quando gli sguardi si posano e i pensieri iniziano a viaggiare. Quello che le sue astuzie ci concedono sono tracce. Tracce di ricordi legati alla famiglia, -punti visibili solo ad occhi attenti da cui tutto ha origine. E il pittore si assicura che questi segni restino indelebilmente scalfiti nell’immensità dell’universo. Come la mente dirige i propri desideri verso l’ignoto quando guarda le stelle cadere e illuminare le speranze, allo stesso modo il pittore ci chiede di lasciare che l’arte svolga la sua funzione catartica. Ci chiede di non interrogarci su cosa si stia guardando, su quale sia il senso di tutto ciò, e di lasciare che i colori ci appaghino la mente e che si possa sospirare sollevati davanti ai suoi quadri, per creare un’atmosfera in cui gli animi possano perdersi e ritrovarsi all’unisono guidati dalla sinfonia di atomi vibranti.”