Marcello Carlino per Trentatreesimo Canto

Scrive il Prof. Marcello Carlino a proposito del Trentareesimo canto di Mariangela Calabrese: ” Se al culmine della Commedia, un cui segno distintivo, come scrisse Capitini, è quello del più, Dante confessa che la parola, di per sé insufficiente, può tradurre solo in minima parte, e per incommensurabile difetto, la vista di Dio, manifestatasi miracolosamente per istanti assai fugaci; e se, per renderne la suggestione come in un’eco, egli scrive un’immagine astratta, che delinea in monocromo un profilo umano per subito riassorbirlo in un trionfo di luci e di colori, Mariangela Calabrese, intrattenendosi in dialogo con il XXXIII del Paradiso, sceglie di accrescere, ancora nel segno del più, le trame e i modi di una rappresentazione indiretta, per accenni, per rinvii, per riflessi di riflessi. Perciò, nella sua installazione, s’attiene alla poetica del minimalismo e schiera lungo il percorso una sequela di simboli, in una semantica dalle cangianze allusive.

Ecco, per un verso, il rimando al capolavoro dantesco, in forza di frammenti citati con discrezione, con pudore, come letture di memorabilia compiute in un silenzio ammirato, non davvero come didascalie; ed ecco, al contempo, la via celeste posata sull’impiantito, quale indice del cammino che si può compiere colorando di chiaro e di puro la terra (e colorata, in un monocromo che reca però le tracce dell’intervento dell’uomo, è la tela lungamente sciorinata nel corpo della chiesa); ecco, infine, le sagome antropomorfe, nelle quali il personaggio-uomo si moltiplica, così che è di scena l’intera umanità, e la stilizzazione che ritaglia le figure e il bianco che ne scorpora il sembiante valgono a rammentare la necessità di un superamento del troppo umano che ci appesantisce, che ci stringe.

Anche il modello del viaggio, qui restituito all’essenziale (un sentiero, alcuni viandanti, la compunzione racchiusa in un marcato rasciugamento espressivo: il tutto per scansioni lievi e sommesse), sa di configurazione minimalista, mentre pure conserva intera la sua carica simbolica e la sua funzione di architesto a fondamento delle testualità espressive. Il chiamarsi dei simboli in corrispondenza avviene su di uno spartito numerologico, che conduce al tre; ma in particolare una simbologia caratteristica della tradizione dell’arte occidentale, ovvero la ripresa del leitmotiv iconografico delle figure in movimento o di una teoria di attanti (volta all’agnizione del sacro; o indirizzata verso il mistero, come in Canova), e la simbologia in proiezione minimalista dall’architettura di una chiesa, nel suo disporsi tra navata centrale ed altare, assumono nell’opera di Mariangela Calabrese un rilievo ben marcato. Ad esse specialmente è affidata la postulazione dei significati e, al contempo, è demandata la definizione dell’evento, speso tra la sperimentazione delle forme propria di una installazione, che si alloca appunto nei domini dell’evento, e il racconto archetipo, in una riduzione “astratta”, del presepe.

Il trittico apicale, che è l’analogo del riflesso di un riflesso di una pala d’altare, appare da meta sullo sfondo. Come il percorso suggerito dalla dislocazione delle sagome antropomorfe, il trittico suppone una scala ascendente, misurata dalla simbologia dei colori, fino all’oro che è, nelle religioni, simbolo di regalità e di sacralità, a richiamare il divino. Che poi il trittico racchiuda i segni di una matericità, che riporta per metafora alla condizione dell’uomo e al suo difficoltoso cammino di liberazione, si deve ancora all’intento di sottolineare l’intreccio che mai viene meno tra immanenza e trascendenza, fallibilità e perfezione, redenzione ed esperienza mai davvero conclusa del percorso che salva. Non irriferibile a questa dinamica polisensa è, letta nella contemporaneità, la consapevolezza dantesca della istantaneità, che non si lascia fermare e trattenere, della vista di Dio, ovvero del suo farsi riflesso di riflesso, in predicato di svanire, nella rappresentazione.

L’installazione di Mariangela Calabrese, infatti, “racconta” la ricerca del sacro e, contemporaneamente, concerne metalinguisticamente la dialettica dell’arte tra potere e impotere, tra realtà e utopia.”

Mariangela CalabreseTrentatreesimo Canto
Dal 17 al 28 Settembre 2020
Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli

Rocco Zani per Trentatreesimo canto

Scrive il critico d’arte Rocco Zani a proposito del Trentareesimo canto di Mariangela Calabrese: ” C’è un lavoro che più di altri sembra accogliere e risolvere la preferenzialità poetica di Mariangela Calabrese perché l’articolata “scrittura” dell’opera poggia su piani autonomi ma confinanti, in un sottile gioco di supposizioni, di riferimenti predati, di intervalli decodificati. Finanche la titolazione, “Trentatreesimocanto” è una sorta di offerta dovuta, percepita come viaggio introspettivo nei possibilismi di una verità celata. Verità storica, spirituale, intima. E come ogni verità, assediata dal dubbio.

L’opera segna, a mio avviso, il recupero di un pluralismo espressivo – e pertanto linguistico – assai caro a Mariangela Calabrese, ovvero quella “dimensione aperta” in cui l’artista rimescola le carte del suo personale sillabario covando, nello spazio, l’equilibrata ed efficace mistura di simboli e artifici. L’opera sembra snodarsi in un formulario comunque strutturato tra piani, volumi, identità tonali, indizi di memoria, prospettive di luce. Come ci fosse una sorta di solidarietà incalzante tra l’autrice e gli “strumenti del dire”. Senza privilegio alcuno nei rapporti di forza – materia, trasparenze, sguardi – piuttosto spogliando ogni disciplina della propria identità narrativa per ricomporle tutte in una sorta di recuperato “cortile” dove l’uso/abuso della scrittura suggerisce una inedita visione.

E’ in quello spirito di costruzione culturale – nell’intimo palinsesto di Mariangela Calabrese – che il “Trentatreesimo canto” si delinea come percorso capace di integrare, accogliere e mediare l’apparente intransigenza di ogni modello espressivo. E’ allora che le sagome scultoree si fanno interlocutori tonali e lo spazio alveo di umori e residenza di un ininterrotto incedere. E’ allora che le cromie dell’oro, della biacca e del lapislazzuli si fanno cielo di intenti e di stupore. ”

Mariangela Calabrese – Trentatreesimo Canto
Dal 17 al 28 Settembre 2020
Chiesa di San Severo al Pendino, Napoli

Gallerie d’arte: Angamc scrive al ministro Franceschini

L’ Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, unica voce a livello nazionale a rappresentare la categoria dei Galleristi, ha inviato una lettera al Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, on. Dario Franceschini, per sollecitare l’apertura di un immediato dialogo su temi strategici per un settore duramente colpito dalla prolungata chiusura degli spazi espositivi e dalla sospensione degli eventi fieristici; provvedimenti che hanno aggravato ulteriormente un mercato già in sofferenza a causa di norme restrittive e anacronistiche che non trovano corrispondenza nei concorrenti paesi esteri.

Preso atto dei provvedimenti adottati dal Governo per fare fronte alla grave emergenza sanitaria che ha colpito anche il nostro Paese e atteso l’avvio della “Fase 2”, il presidente Mauro Stefanini e il Consiglio direttivo dell’Angamc hanno ritenuto doveroso, nel rispetto degli associati e di tutta la categoria, richiamare l’attenzione del Governo sulla necessità di dare risposte concrete e immediate alla filiera artistica e in particolare al sistema delle gallerie.

Il settore conta circa 500 gallerie d’arte, il cui forte impatto economico, culturale e sociale sul Paese è facilmente immaginabile. Basti pensare alle 5.000 mostre private realizzate ogni anno, ai 10.000 posti di lavoro creati da attività di gallerie, artisti, curatori, restauratori e trasportatori specializzati, agli ingenti investimenti in cultura per un volume d’affari di centinaia di milioni di euro, a cui si aggiunge tutto l’ indotto che arricchisce il tessuto economico delle città, in particolare nei settori turistico, alberghiero, ristorativo e fieristico.

Quest’ultimo rappresenta l’occasione principale per le gallerie di fare mercato, generando affari per circa il 70% dell’intero fatturato. La prospettiva, sempre più concreta, di posticipare o annullare le principali manifestazioni fieristiche nazionali e internazionali sta creando nella categoria una diffusa preoccupazione. Questa eccezionale fase di crisi potrebbe, infatti, mettere in discussione la riapertura di molte gallerie in Italia, rischiando così la perdita di un know how unico al mondo, oltre ad un’opportunità di crescita e sviluppo per tutto il Paese.

La maggior parte delle gallerie d’arte sono piccole imprese con lavoratori dipendenti e reti di artisti che fanno affidamento esclusivamente su ricavi generati dalle vendite delle gallerie stesse. L’inattività di questo periodo e la conseguente perdita di entrate renderanno sempre più difficile per queste gallerie sostenere i costi dei propri addetti e supportare gli artisti.

«In questa fase – dichiara il presidente Mauro Stefanini – accogliamo favorevolmente gli interventi del Governo mirati alla concessione di esenzioni, a momentanei blocchi dei pagamenti di mutui e utenze, alla proroga dei pagamenti F24 e altre eventuali imposte, ma riteniamo fondamentale riprendere il dialogo su temi strategici per la categoria, come Art Bonus, IVA primo mercato, IVA importazioni e SIAE / diritto di seguito, che abbiamo già avuto modo di portare all’attenzione del Ministero della Cultura e che saranno fondamentali per porre le basi per il rilancio del Sistema dell’Arte. L’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea è pronta e disponibile a dare tutto il suo supporto al ministro Franceschini e per questo auspica l’apertura di un tavolo di confronto post emergenza. Musei, artisti, operatori e collezionisti condividono le stesse preoccupazioni e la politica ha il dovere di ascoltarli».

Angamc – Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea nasce nel 1964 presso l’Unione Commercio, Turismo e Servizi di Milano come Sindacato Nazionale Mercanti d’Arte Moderna; nel 2001 assume la sua attuale denominazione. Suo obiettivo primario è di rafforzare sempre più la struttura del mercato dell’arte incentivandone le potenzialità grazie alla professionalità degli operatori, anche con interventi in ambito giuridico e amministrativo. La figura e l’attività del gallerista sono così definite con chiarezza nei loro aspetti giuridico-amministrativi, culturali, etici e sociali. L’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, organizzata in sei delegazioni distribuite sull’intero territorio nazionale, ha lo scopo di rappresentare e tutelare, in ogni sede, gli interessi morali, economici e culturali della categoria. In campo internazionale, Angamc aderisce a Feaga – Federation of European Art Galleries Association.

Per informazioni: T. +39 02 866737, info@angamc.com, www.angamc.com, www.facebook.com/angamc.official/, www.instagram.com/angamc_official/

Segnalato da CSArt di Chiara Serri

Le occasioni del silenzio

Scrive Rocco Zani a proposito della mostra ‘Le occasioni del silenzio nell’ambito del progetto ‘ad Arte in Dimora – Discovery of Urban Site‘, ideato assieme all’artista Mariangela Calabrese :

“Il rischio di un abbandono riflessivo si fa marcato in questo tempo malconcio, come se lo spaesamento defluisse in una nuova condizione: di assenza, di vuoto, di vertigine. Tempo malato e non identificabile e pertanto capace di un inedito pencolamento. L’arte – finanche l’arte – sembra ritrarsi come bassa marea, riponendo lo sguardo e l’idea – falcidiati, offesi, imbarazzati – in un periferico largario di assenze. Come in attesa di un divenire smarrito, orfano di coordinate e accenti.

Sarà di nuovo la memoria a ripristinare il volano? O tutto accadrà per ressa, per sfinimento, per lampi lunari? Resta oggi un crinale incerto su cui disporre sacchi di sabbia e incidere trincee d’avamposto. Non per difendere l’indifendibile piuttosto per testimoniare la presenza – non già l’assenza – di un accampamento sopravvissuto, di anime in transito, di occhi che custodiscono – ancora stralci di immaginifico.

Ecco allora che Le occasioni del silenzio possono (e devono) essere altre e propiziatorie, epilogo di una temporalità non completamente esaurita ed esordio acerbo, al contempo, di rinnovate possibilità, di germinali traiettorie. Nasce in un mondo altro questa esperienza di comuni sguardi, senza un orientamento preallertato o come resa dei conti, piuttosto come voce estesa, guardiana, ventosa. Nasce nella bellezza del vuoto, come tassello testimoniale di un mosaico assai più ampio. E mai come ora senza confronto alcuno di echi e indizi, di affabulazioni o di parole non dette. Dieci autori come comunità. Ovvero luci diffuse in un attraversamento notturno, paletti di appiglio e di sosta. Per ognuno di loro, per ognuno di noi. Come i loro indirizzi cromatici, al pari dei segnali riposti sui piani o sull’indolenza del legno e del ferro. Opere sospese tra i rovi e i fiori di un paesaggio che non è più emarginato o alveo occasionale, ma anch’esso universo finalmente (e diversamente) percettibile. Bagliore e presenza. Anzi, pare quasi che le opere siano affidate alla magnanimità della natura, come figliolanza gracile tra le braccia e il cuore di una madre consolante.

Affida al pronunciamento del rosso la “custodia del dire” Mariangela Calabrese, quasi a insanguinare le ore del cielo mentre il mare è cucitura ardita di aliti e boati. Sa di echi campestri e di memorie mai disperse il viaggio di Alberto D’Alessandro, di minuscoli crateri in cui le voci e gli occhi hanno trovato ripari appartati. Scie o traiettorie senza bavaglio sono quelle che Viviana Faiola accende sulla campitura come estrema e reiterata pronuncia di presenza. Di lotta, di sguardo. Anime o presagio per Elmerindo Fiore, quasi a ribadire l’incustodita assenza, l’ombra generosa e la recita durevole che profetizza l’epilogo e di questo l’oltre. La pittura di Giovanni Mangiacapra consuma vertigini e attese e l’occhio penetra i vizi e l’inedia. Come folate di cenere per ridisegnare ipotesi di luoghi o cortili. Un dire di tracce tonali quello di Bruno Paglialonga, di indizi soffocati, quasi a sopprimere l’alito e l’argine della tela. Senza compromesso alcuno perché la scrittura sia incantamento e appiglio. Saldo e spoglio il tempo narrativo di Michele Peri. Arroccato sui cardini del tramonto – la sua ora – quando la terra gravida si offre alla luna e le litanie della ricordanza si fanno sagome. E’ luce profetica quella che Enzo Sabatini sparge e dilunga nella ritualità della forma. Incastonandola a mo’ di specchi minuti perché con essa – con la forma – tutto diventi lievito. La fusaggine si fa ferro e viceversa nel segno primitivo e sensuale di Jano Sicura. In un periscopico gioco di legature e intrecci – di abbracci e di rimozioni – tutto appare pronunciatamente sospeso. Trasparire, quasi fosse parola ormeggiata. E’ uno svelamento accecante quello che Antonio Tramontano sperimenta lasciando all’occhio lembi e varchi, sollievi e percettibili ragioni.”

Il giorno 15 aprile prossimo alle ore 17:00 avrà luogo un “virtuale vernissage in diretta” interamente ospitato nella pagina Facebook di ad Arte in Dimora – Discovery of Urban Site.

Il vegliardo e il cane rosso di Michele Ardito

Questa la recensione della scrittrice Maria Marcone ad un dipinto del maestro pittore Michele Ardito: ” La grande pittura non solo rappresenta, ma racconta la vita per immagini, qualunque ne sia il codice descrittivo: è quel che succede assai spesso alla pittura di Michele Ardito, uno dei maestri più interessanti e significativi di questo scorcio di millennio.

Il vegliardo e il cane rosso, opera del maestro Michele Ardito presentata a Expo Arte di Bari del 1994 dal Centro d’Arte Il Faro di Noci (BA)

E non è un caso che il suo ultimo lavoro, un grande quadro dal titolo “Il vegliardo e il cane rosso” ci riporti proprio a una situazione di fine millennio su cui non si può fare a meno di meditare, oltre che ammirare la tecnica, l’impasto colorico, il contrasto fra toni forti e tenui, la mano felice.

In primo piano la figura emblematica di un vegliardo dall’ampia fronte e dalle gote scavate che fissa lo sguardo diritto davanti a sé, le mani abbandonate sulle ginocchia, come a rappresentare una resa.

Intorno a lui un sipario assai frantumato di strade e percorsi molteplici, tutti a tinte fosche, in mezzo a cui campeggia uno sfiancato improbabile cane rosso, simbolo di tutte le passioni e di tutti gli ideali che hanno attraversato la vita del personaggio, ora divenuti rovello della memoria implacata e non rassegnata: metafora inquietante di tutte le generazioni in là con gli anni, specchio della nostra stessa coscienza macerata.

Al di là di questo sipario-sudario i toni sfumati di una città dell’uomo senza finestre e senza uomini, quasi paesaggio lunare. E ancora al di là del cielo rosato, forse un tramonto, ma forse più probabilmente di una nuova aurora, e in fondo al vicolo una luce bianca, piena di promesse: la vita continua e c’è ancora speranza.” 

Maria Marcone,  marzo 1994

 

La scoperta dell’energia del colore nell’opera di Leonardo Basile

Leonardo Basile

Ha scritto Gianni Latronico a proposito dell’opera di Leonardo Basile: ” L’avventura pittorica di Leonardo Basile nasce dal talismano nabis di Gauguin , con colori squillanti , in quadri da fiaba . Per staccarsi dalla narrazione , egli fa dei colori un esercizio spirituale : anziché aggiungere , sottrae , toglie , scarnifica la materia , fino a coglierne la segreta essenza , l’intima sostanza , la scintilla creativa .

Quando la sua percezione visiva viene a coincidere con il palpito vitale , insito nella molecola , allora scatta il momento magico . Proseguendo questo iter interiore , la vecchia figurazione si affievolisce sempre più , fino a scomparire del tutto.

Multiplo del Conflitto_59 (elaborazioni grafiche dell’artista realizzate in data 3 dicembre 2019)

Nascono così le sue cascate di topazi , i suoi globi rutilanti , le sue acque zampillanti . Questa esplosione di energia vitale soddisfa i sensi ma raggela l’anima , che aspira all’autodisciplina e che cerca di placare il tormento geniale . Leonardo Basile ricorre allora alle scatole cinesi , al quadrato nel quadrato , alla scacchiera , ai cubi magici.

I suoi dipinti attuali devono qualcosa al cubismo ed al surrealismo , per la combinazione di frammenti visivi , capaci di evocare atmosfere oniriche , mondi di fiaba , paesaggi di sogno . Queste fonti dotte gli derivano dagli studi artistici ma il brio , la luminosità , l’esplosione dei colori , gli derivano dalla sua sensazione visiva e dal suo talento artistico.

All’irruenza dell’action painting , Leonardo Basile ha aggiunto la passione per il colore , il senso della luce e la musicalità dei toni cromatici . La sua percezione penetra in profondità e tira a galla movimenti reconditi dell’anima e paesaggi interiori mai visti prima d’ora.

L’optical art è solo un ricordo , Mondrian è superato da tempo e questa è la stagione degli amori , la vibrazione dell’inconscio , il fremito esistenziale , il cromatismo modulare. Se nella vita il sonno della ragione genera mostri , nell’arte il trionfo dell’irrazionale crea capolavori , quali risultati di uno stato di grazia e di intima fluidità . L’effervescenza del colore , la ieraticità del gesto , l’aflato della poesia provocano nel fruitore un impatto immediato e condizionato.

Leonardo Basile dà tutto se stesso per realizzare un’opera nuova , che entri a far parte dell’immaginario collettivo , capace di esprimere il linguaggio universale dell’arte , facendo continuare ad agire l’effetto di quell’iniziale talismano nabis.”

Sito web dell’artista : Arte & leonardo Basile

Immagini collegate:

Maria Enrica Ciceri

Scrive Ambrogio Sozzi a proposito dell’opera di Maria Enrica Ciceri : ” La pittura di Maria Enrica Ciceri è diventata nel tempo un mezzo di lettura di ciò che, fattosi segno, rappresenta l’elogio del capace.

Seguendo la traccia che l’ha portata ad ampliare la propria scelta stilistica, concentrandosi su temi che parlano il linguaggio del contemporaneo, cercando nell’antropologia urbana il respiro del metropolitano fatto di un incedere nevrotico, la sua pittura risponde di rimando, con squarci e lacerazioni d’humus coloristico, rifrangendone le immagini, dilatandone gli spazi.

Espressione pittorica, la sua, che risente dello stato di cattività entro cui l’uomo contemporaneo si dibatte.
Così le sue tele si fanno spazi fisici, ampliati a supportare le tensioni dinamiche che le animano.
Talvolta lo spazio è costruito partendo da un centro, da una silenziosa luce, frammento bianco della tela sfuggito volutamente al racconto che gli sta accanto, arrivando ad essere un punto di fuga, l’inizio di un dialogo con lo spettatore. Le sue figure, spesso singole, vengono calate in algide metropoli, universi di cemento e asfalto, emblemi di città dove l’uomo dimora, confinato in continue connessioni che non garantiscono l’anonimato, ma ne esasperano l’opposto lato, l’abissale solitudine.

Così nell’opera di Maria Enrica Ciceri il rapporto tra singolo e metropoli viene indagato, talvolta supportato da immissioni di materiali fotografici, estrapolati da riviste patinate o da giornali di cronaca, che servono da spunto, da canovaccio per arrivare a creare uno spazio proprio, sospeso tra esistente ed evocato. In questo modo le foto si fondono con la pittura e diventano il riflesso di una forma mutabile, nella fissità di un fotogramma che viene assorbito dalla materia pittorica, generando lucide visioni che non si assoggettano a facili sentimentalismi o a razionali antagonismi. Così nelle sue tele la città immagina sé stessa, tra periferie cresciute sregolatamente, perdendo d’identità.

I nuclei abitativi s’assommano, stratificandosi in un dedalo di vie. Lingue e dialetti nuovi risuonano su lucidi asfalti bagnati dalla pioggia. Città confinate in solitudini, in assenza di passanti che, mossi da frettolose frenesie, svaniscono soli dietro angoli bui. Tutt’intorno, sui muri, manifesti laceri smorzano sorrisi, interrompono frasi. Le guglie di un duomo si riflettono, sciogliendosi, mischiandosi ai neon in umide pozze d’acqua dai riflessi vividi, metallici. Le forme imprigionate nell’acqua si spezzano ogni volta che un moto le sfiora, cedono e cadono ad ogni fruscio per tornare a ricomporsi nel solco dell’onda. L’unico momento umano in questa dimensione è una presenza femminile, forse personificazione della stessa artista.

Le rotaie dei tram si intrecciano come il destino sul palmo di una mano. Metrò che scendono fin dentro le viscere della terra, tra cunicoli e gallerie, traversandola e colmandone le distanze riemergono sfrecciando tra vertigini verticali, fra scatole di cemento e vetro, specularità che imprigionando il cielo e la terra lo restituiscono riflesso e ripetuto in palazzi lucenti, in grigie vetrate, in luci evanescenti nella notte, abbacinanti e spietate nel crudo giorno.
Periferie fattesi città troppo in fretta, divenute loculi per dormienti. Un graffito ininterrotto come un urlo le segna, scalfisce la caverna ove il primitivo tecnologico dimora. Quel segno, quell’impronta è lì a parlarci di ciò che siamo, ancora ci mostra quell’ombra sulla parete della caverna, racconto della vita intorno al fuoco.”

Maria Enrica Ciceri. Il visibile e l’invisibile
San Pietro in Atrio, via Odescalchi, 3 – 22100 Como (CO)
Dal 7 al 22 dicembre 2019

Vernissage: sabato 7 dicembre 2019, ore 17.30

Orari: da mercoledì a venerdì 16.00-19.00
sabato e domenica 10.30-12.30 / 15.00-19.00

Biglietto: ingresso libero

Evita Andùjar

Scrive Carmelo Cipriani a proposito dell’artista spagnola Evita Andùjar : “Nel corso dell’ultimo secolo in molti, a più riprese e con varie motivazioni, hanno annunciato la morte della pittura. Sospesa tra protagonismo e sopravvivenza, essa resiste (ed esiste) nelle opere di quanti hanno saputo rinnovarla, compendiando idea e tecnica, mimesi e astrazione. Evita Andujar è tra questi.

Educatasi in Spagna dove ha posto le basi per una tecnica impeccabile, si è poi perfezionata in Italia, meta sognata e agognata. Qui lo studio delle esperienze informali e trasfigurative l’hanno indotta ad abbandonare la pura mimesi per intraprendere una rappresentazione discostante e pensosa. Un cambiamento che non equivale a rinuncia dell’immagine ma al suo completamento in termini di concetto, salvaguardando per intero il patrimonio tecnico faticosamente acquisito.

Partendo dalle ricerche di Bacon – riferimento mai celato né negato – Evita ha trasfigurato la figura entro ragionati accordi cromatici, infondendovi l’inquietudine e il dramma della contemporaneità. In ogni sua opera inscena una parodia della società dell’immagine negando proprio quell’identità a cui le opere invece fanno riferimento. L’era dei selfie, dei social media e dell’iperesposizione, per paradosso,p si rivela nel lavoro dell’artista l’era dell’annullamento, della smaterializzazione, della confusione d’identità.

In relazione alla sua ricerca Roberto Gramiccia ha prospettato suggestioni futuriste per via della dinamicità che le sue figure assumono nel loro conformarsi nello spazio. L’artista, infatti, focalizzandosi su processi e identità mutevoli, allude alla transitorietà del tutto ricordandoci come la realtà che ci circonda non sia statica ma in continuo movimento. Una rinnovata forma di interazione spaziale tra oggetti, ambiente e figure, ottenuta non per compenetrazione di piani ma per scivolamento del colore. Ampie pennellate, dense e corpose, simili a macchie, strutturano le sue composizioni contraddicendo volutamente la tridimensionalità e alludendo alla flatness teorizzata da Clement Greenberg, vera essenza della pittura.
Pittrice della realtà, sceglie i suoi modelli dall’umanità che la circonda, esaltandoli attraverso sapienti impasti di luce e colore. Mai seriale né generica nelle composizioni, fissa contesti e ambienti di vita autentica, catturando istanti e atteggiamenti spontanei attraverso cui inscena una commedia umana, tenera, operosa e riservata. Dietro le pennellate apparentemente indefinite e liquide, volti e figure umane, raccontano, al di là dell’immediata bellezza, i drammi individuali, verso i quali ci sentiamo solidali e partecipi.

Tanto nei ritratti quanto nell’inquadramento ambientale dei soggetti, l’artista rimette al mondo il disequilibrio dell’inquietudine, inscenando figure solitarie, talvolta suadenti, altre nostalgiche. Rinunciando all’intento puramente narrativo, Evita conferisce poeticità e visionarietà alle scene rappresentate, dando vita ad una pittura ampia, che parla ormai più per energia e contrasti cromatici che per descrizione formale. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un mondo affascinante eppure problematico, lo stesso a cui ciascuno di noi appartiene, nel quale, come in una tela di ragno, più si tenta di fuggire e più si invischiati.”

Evita Andùjar – Camera Picta
Galatina (LE) – dal 15 giugno al 15 luglio 2019
MUSEO CIVICO PIETRO CAVOTI – PALAZZO DELLA CULTURA
Piazza Dante Alighieri 51 (73013)
info@museocavoti.it
www.comune.galatina.le.it/museocavoti/

Patrizia Riccioli – Noi

Scrive Salvatore Vendittelli a proposito di Patrizia Riccioli e della sua mostra al Museo Nuova Era di Bari: “La pittura della Riccioli rivela l’essenza del “NOI”, il vivere insieme sotto lo stesso tetto, la casa, l’abitazione del vivere civile, ma lontani, conosciuti e insieme sconosciuti, con un linguaggio volutamente deformante, ma attento al suo comporsi e al suo equilibrio, spesso necessitato dalla sua poetica, il vivere civile, che ne è la sua guida.

Le sue opere negano il senso dell’atmosfera e la persistenza dello spazio prospettico. E’ “una pittura bidimensionale che si affida ai valori della linea e del piano, ma soprattutto ai valori dei moti dell’animo”.

La semplificazione dell’immagine, l’espressione delle passioni profonde, ma elementari, che si manifestano entro la ritmica robusta dei contorni, attraverso un segno netto e preciso, preclude, con un grafismo che si fa stile, ad un’architettura civile, che non si esaurisce nel singolo quadro, ma nell’insieme della sua produzione, esprimendo con essa una coerenza morale.

Ciò che determina il valore estetico di questa pittura, è la necessità formativa che trova la sua conclusione esterna nel suo stesso formarsi. Essa esprime se’ stessa. Essa esprime un puro atto mentale, una diversa attitudine nei confronti della realtà.

Va’ tenuto presente che il valore dell’opera della Riccioli non si esaurisce nel singolo quadro, ma nell’insieme della sua produzione. Per altro, questi dipinti sembrano proseguire un solo discorso, indicando, accanto alla componente estetica, anche una coerenza morale, stilisticamente legata alle esperienze dell’avanguardia. Ecco, per la Riccioli l’equilibrio nella sua pittura è essenziale come nella vita. Basta rileggere l’entrata e l’uscita dal quadro in alcuni dei suoi lavori, per capire come la libertà pittorica va’ sempre dove il significato vuole. Così la Riccioli, da’, dell’opera sua, un significato originale, che è la libertà e l’invenzione, che sono sempre nuove in tutto il suo lavoro.”

 

Patrizia Riccioli – Noi
MUSEO NUOVA ERA
Bari – dal 14 giugno al 15 luglio 2019
Strada Dei Gesuiti 13 (70122)

Riccardo Dametti

Scrive Luca Pietro Nicoletti, curatore della mostra ‘La Muerte‘ dell’artista Riccardo Dametti : “Scrivendo per la prima volta su Dametti nel 2009, mi era piaciuto parlare di una pittura “gremita”, in cui un grande affollamento di segni e di immagini contribuiva a restituire il senso di una confusione paragonabile al ritmo caotico e alienante dei centri urbani[….].

In quel momento era necessario chiarire l’alterità del lavoro di Riccardo Dametti da una facile e banalizzante assimilazione ai modi della “street-art”, allora sulla cresta dell’onda come fenomeno espositivo di tendenza. Alla prova dei fatti, a dieci anni di distanza esatti e una volta spentasi la vampata di quel fuoco di paglia “alla moda”, è possibile vedere il percorso di Riccardo sotto una luce diversa, constatando innanzitutto la costanza e la tenacia di un discorso espressivo approfondito nel corso del tempo senza rincorrere la mostra a tutti i costi e l’evento a tutti i costi. Per dieci anni, infatti, egli non ha quasi più esposto a Milano, tornandovi come punto di passaggio di una rotta più articolata che ha portato la sua pittura molto lontano.

Sulla lunga durata, insomma, si trova conferma all’idea che la pittura di Riccardo è uscita da qualsiasi schema di identità territoriale per sposare un linguaggio globalmente esportabile perché fondato su un lessico nuovo e sovraregionale, capace di entrare in sintonia con una sensibilità undeground che si replica da Milano a Londra e a Berlino, per poi spostarsi su altri capoluoghi senza perdere di intensità nella declinazione da una situazione ad un’altra. Per certi versi, lo si potrebbe definire più facilmente a partire da cosa “non” è, in modo da sgombrare il campo da facili fraintendimenti.

Il primo e più clamoroso, come s’è detto, era nei confronti del graffito urbano, a cui certo non è indifferente ma che presenta una struttura e una funzione differente: Riccardo, infatti, punta a un’immagine e a una sua collocazione entro uno spazio, che poco ha a che vedere con l’idea del grande fregio pensato per essere visto nel suo sviluppo temporale in concomitanza con una situazione di movimento. Al contrario, anzi, quella di Dametti è un’immagine ferma, come avesse congelato un momento di quel tumulto per immortalarlo davanti all’osservatore.

[……]Il secondo punto importante, poi, è chiarire che Riccardo Dametti non è propriamente un artista “pop”: pur attingendo da quel mondo motivi e iconografie, il suo discorso si sposta senza indugio nel campo dei valori retinici. Se non mancano punti di contatto sul piano iconografico, la pittura rifugge dalle banalizzazioni di una vera estrapolazione “pop” di motivi nati entro campi diversi. Il motivo, infatti, viene manipolato e tradotto con un intreccio reiterato di tratti larghi e veloci, privi di incertezze. A monte della pittura, infatti, c’è un lungo esercizio con l’opera su carta – autonoma ma correlata pur senza che la sua propedeuticità sia finalizzata poi al dipinto su tela – che nel tempo lo ha portato a fogli di grandi dimensioni, come una conferma che lo spazio entro cui si svolge la narrazione pittorica è circoscritto sul piano: il segno non va spazialmente in profondità ma si ferma sulla superficie e si poggia su di essa, assumendo maggior risalto tridimensionale soltanto in cui la somma di segni distinti e chiaramente leggibili va a formare il volume di un occhio, di una testa o di un teschio.”

Riccardo Dametti – La Muerte
MA-EC MILAN ART & EVENTS CENTER
Milano – dal 22 maggio all’otto giugno 2019
Via Santa Maria Valle 2 (20123)
Palazzo Durini
+39 02 39831335 , +39 02 39831335 (fax)
info.milanart@gmail.com
www.ma-ec.it

Transiti

Scrive Irene Spada, Direttrice del Museo Nazionale di Castello Pandone, a proposito della mostra “Transiti. Borgese-Cecola-Godi” : L’evento, organizzato con il patrocinio della Regione Molise, del Comune di Venafro e di Aratro (Centro di arte contemporanea dell’Università degli Studi del Molise) ripercorre il sodalizio umano e creativo di tre artisti accomunati da profonde affinità di visione e ricerca stilistica: Ugo Borgese, Carmine Cecola e Goffredo Godi.
 

Le sale al piano nobile del Castello ospitano l’allestimento delle opere dei tre artisti, diventando così tappa di questo incontro, che i figli degli artisti hanno chiamato “Amici d’arte”.

L’esposizione, in un dialogo con gli affreschi cinquecenteschi del salone centrale e le pareti delle sale adiacenti, vero palinsesto di segni e testimonianze del passato, vuole mettere in evidenza il rapporto dei tre con il paesaggio, la natura e il corpo umano e riportare alla luce, nell’ambito della storia molisana del Novecento, la figura di Carmine Cecola, scultore originario di Monteroduni di cui sono esposte opere inedite.

Il testo critico del curatore Tommaso Evangelista e la riedizione del testo critico di Lorenzo Canova mettono in luce la qualità artistica dei tre offrendo letture complementari.

La mostra presenta quindi un’ampia selezione delle opere dei tre artisti, tra pitture e sculture, in rapporto con gli spazi e gli affreschi del Castello e vuol essere una prima tappa di una rinnovata programmazione espositiva pensata per il Museo Nazionale di Castello Pandone, punto di riferimento artistico del territorio molisano.

dal catalogo della mostra

 

Transiti. Ugo Borgese – Carmine Cecola – Goffredo Godi.
24, Maggio – 24, Agosto 2019
C a s t e l l o P a n d o n e
Via Tre Cappelle – Venafro (IS)

Antonio Laurelli – Destrutturazioni e dissolvenze

Scrive Alfredo Pasolino a proposito del maestro Antonio Laurelli : “Dal limite allo spazio, l’astrazione di campi colorati, un periodare alla ricerca del soggetto, l’opera del pittore progredisce verso la chiarezza nella lettura, non verso paludose generalizzazioni da cui si possono trarre parodie di idee, cioè fantasmi, ma idee vere e proprie. E proprio dall’identità spazio-colore muove la ricerca di Laurelli.

Composizione – olio su tavola cm 40×40 anno 2008

Il ruolo di memoria, geometria, astrazione, tra l’idea e l’osservazione, raggiunge la chiarezza, nella sua pittura, a ruolo di comprensione, pervenendo a un’intensità di cromatismi che dà anima e corpo, è il caso di dirlo, al quadro. Filtri sospesi tra un mondo e l’altra dimensionalità atemporale , fino a diventare spazio-colore, superfici e aggregazioni di un impianto, di cui riesce a coniugare gli elementi e le superfici, cui stende calme velature di colore che assorbono ogni gesto pittorico fino a diventare spazio.

Un impianto non più avvertito come limite, ma divenendo esso stesso «spazio», nell’ambito di una profonda coerenza dell’opera. L’impasto è denso, steso con pennellata larga e compatta a formare il fondo; le tonalità sono calde e decise, in accostamenti vivaci e forti.

La sperimentazione di Laurelli, intesa come ricerca, tende quindi a rivelare strutture sommerse, che contribuiscono a configurare una gnoseologia della sua creazione, operando la ricerca di geometrie, campi di forze, condensazioni o rarefazioni della normale densità visiva e oggettuale del reale.

Tensioni tra le forme e i colori, texture, piani sovrapponibili e sfalsati rappresentano un’entità alla ricerca di un equilibrio che ogni elemento ha contribuito a creare spazio; un rapporto spazio/colore che regola dall’interno il sistema dell’opera.”

 

Antonio Laurelli – Destrutturazioni e dissolvenze
Giovinazzo (BA) – dal 18 maggio al 2 giugno 2019
SPAZIO START

Via Cattedrale 14 (70054)
+39 3891911159
spaziostart.giovinazzo@gmail.com


Antonio Laurelli nato ad Isernia il 23/01/1943, vive e opera a Bari: ha insegnato presso il liceo artistico. 
Ha al suo attivo numerose mostre e premi, tra cui significativo è il “Carlo Levi”, attribuitogli per la notevole professionalità artistica e per l’impegno civile nella società meridionale. La straordinaria simbiosi tra colore, forma, simbolismo, e comunicazione di Laurelli vivifica la scenografia concettuale di molte opere, creando un’atmosfera di brillante dinamismo e elevazione spirituale.