La scoperta dell’energia del colore nell’opera di Leonardo Basile

Leonardo Basile

Ha scritto Gianni Latronico a proposito dell’opera di Leonardo Basile: ” L’avventura pittorica di Leonardo Basile nasce dal talismano nabis di Gauguin , con colori squillanti , in quadri da fiaba . Per staccarsi dalla narrazione , egli fa dei colori un esercizio spirituale : anziché aggiungere , sottrae , toglie , scarnifica la materia , fino a coglierne la segreta essenza , l’intima sostanza , la scintilla creativa .

Quando la sua percezione visiva viene a coincidere con il palpito vitale , insito nella molecola , allora scatta il momento magico . Proseguendo questo iter interiore , la vecchia figurazione si affievolisce sempre più , fino a scomparire del tutto.

Multiplo del Conflitto_59 (elaborazioni grafiche dell’artista realizzate in data 3 dicembre 2019)

Nascono così le sue cascate di topazi , i suoi globi rutilanti , le sue acque zampillanti . Questa esplosione di energia vitale soddisfa i sensi ma raggela l’anima , che aspira all’autodisciplina e che cerca di placare il tormento geniale . Leonardo Basile ricorre allora alle scatole cinesi , al quadrato nel quadrato , alla scacchiera , ai cubi magici.

I suoi dipinti attuali devono qualcosa al cubismo ed al surrealismo , per la combinazione di frammenti visivi , capaci di evocare atmosfere oniriche , mondi di fiaba , paesaggi di sogno . Queste fonti dotte gli derivano dagli studi artistici ma il brio , la luminosità , l’esplosione dei colori , gli derivano dalla sua sensazione visiva e dal suo talento artistico.

All’irruenza dell’action painting , Leonardo Basile ha aggiunto la passione per il colore , il senso della luce e la musicalità dei toni cromatici . La sua percezione penetra in profondità e tira a galla movimenti reconditi dell’anima e paesaggi interiori mai visti prima d’ora.

L’optical art è solo un ricordo , Mondrian è superato da tempo e questa è la stagione degli amori , la vibrazione dell’inconscio , il fremito esistenziale , il cromatismo modulare. Se nella vita il sonno della ragione genera mostri , nell’arte il trionfo dell’irrazionale crea capolavori , quali risultati di uno stato di grazia e di intima fluidità . L’effervescenza del colore , la ieraticità del gesto , l’aflato della poesia provocano nel fruitore un impatto immediato e condizionato.

Leonardo Basile dà tutto se stesso per realizzare un’opera nuova , che entri a far parte dell’immaginario collettivo , capace di esprimere il linguaggio universale dell’arte , facendo continuare ad agire l’effetto di quell’iniziale talismano nabis.”

Sito web dell’artista : Arte & leonardo Basile

Immagini collegate:

Maria Enrica Ciceri

Scrive Ambrogio Sozzi a proposito dell’opera di Maria Enrica Ciceri : ” La pittura di Maria Enrica Ciceri è diventata nel tempo un mezzo di lettura di ciò che, fattosi segno, rappresenta l’elogio del capace.

Seguendo la traccia che l’ha portata ad ampliare la propria scelta stilistica, concentrandosi su temi che parlano il linguaggio del contemporaneo, cercando nell’antropologia urbana il respiro del metropolitano fatto di un incedere nevrotico, la sua pittura risponde di rimando, con squarci e lacerazioni d’humus coloristico, rifrangendone le immagini, dilatandone gli spazi.

Espressione pittorica, la sua, che risente dello stato di cattività entro cui l’uomo contemporaneo si dibatte.
Così le sue tele si fanno spazi fisici, ampliati a supportare le tensioni dinamiche che le animano.
Talvolta lo spazio è costruito partendo da un centro, da una silenziosa luce, frammento bianco della tela sfuggito volutamente al racconto che gli sta accanto, arrivando ad essere un punto di fuga, l’inizio di un dialogo con lo spettatore. Le sue figure, spesso singole, vengono calate in algide metropoli, universi di cemento e asfalto, emblemi di città dove l’uomo dimora, confinato in continue connessioni che non garantiscono l’anonimato, ma ne esasperano l’opposto lato, l’abissale solitudine.

Così nell’opera di Maria Enrica Ciceri il rapporto tra singolo e metropoli viene indagato, talvolta supportato da immissioni di materiali fotografici, estrapolati da riviste patinate o da giornali di cronaca, che servono da spunto, da canovaccio per arrivare a creare uno spazio proprio, sospeso tra esistente ed evocato. In questo modo le foto si fondono con la pittura e diventano il riflesso di una forma mutabile, nella fissità di un fotogramma che viene assorbito dalla materia pittorica, generando lucide visioni che non si assoggettano a facili sentimentalismi o a razionali antagonismi. Così nelle sue tele la città immagina sé stessa, tra periferie cresciute sregolatamente, perdendo d’identità.

I nuclei abitativi s’assommano, stratificandosi in un dedalo di vie. Lingue e dialetti nuovi risuonano su lucidi asfalti bagnati dalla pioggia. Città confinate in solitudini, in assenza di passanti che, mossi da frettolose frenesie, svaniscono soli dietro angoli bui. Tutt’intorno, sui muri, manifesti laceri smorzano sorrisi, interrompono frasi. Le guglie di un duomo si riflettono, sciogliendosi, mischiandosi ai neon in umide pozze d’acqua dai riflessi vividi, metallici. Le forme imprigionate nell’acqua si spezzano ogni volta che un moto le sfiora, cedono e cadono ad ogni fruscio per tornare a ricomporsi nel solco dell’onda. L’unico momento umano in questa dimensione è una presenza femminile, forse personificazione della stessa artista.

Le rotaie dei tram si intrecciano come il destino sul palmo di una mano. Metrò che scendono fin dentro le viscere della terra, tra cunicoli e gallerie, traversandola e colmandone le distanze riemergono sfrecciando tra vertigini verticali, fra scatole di cemento e vetro, specularità che imprigionando il cielo e la terra lo restituiscono riflesso e ripetuto in palazzi lucenti, in grigie vetrate, in luci evanescenti nella notte, abbacinanti e spietate nel crudo giorno.
Periferie fattesi città troppo in fretta, divenute loculi per dormienti. Un graffito ininterrotto come un urlo le segna, scalfisce la caverna ove il primitivo tecnologico dimora. Quel segno, quell’impronta è lì a parlarci di ciò che siamo, ancora ci mostra quell’ombra sulla parete della caverna, racconto della vita intorno al fuoco.”

Maria Enrica Ciceri. Il visibile e l’invisibile
San Pietro in Atrio, via Odescalchi, 3 – 22100 Como (CO)
Dal 7 al 22 dicembre 2019

Vernissage: sabato 7 dicembre 2019, ore 17.30

Orari: da mercoledì a venerdì 16.00-19.00
sabato e domenica 10.30-12.30 / 15.00-19.00

Biglietto: ingresso libero

Evita Andùjar

Scrive Carmelo Cipriani a proposito dell’artista spagnola Evita Andùjar : “Nel corso dell’ultimo secolo in molti, a più riprese e con varie motivazioni, hanno annunciato la morte della pittura. Sospesa tra protagonismo e sopravvivenza, essa resiste (ed esiste) nelle opere di quanti hanno saputo rinnovarla, compendiando idea e tecnica, mimesi e astrazione. Evita Andujar è tra questi.

Educatasi in Spagna dove ha posto le basi per una tecnica impeccabile, si è poi perfezionata in Italia, meta sognata e agognata. Qui lo studio delle esperienze informali e trasfigurative l’hanno indotta ad abbandonare la pura mimesi per intraprendere una rappresentazione discostante e pensosa. Un cambiamento che non equivale a rinuncia dell’immagine ma al suo completamento in termini di concetto, salvaguardando per intero il patrimonio tecnico faticosamente acquisito.

Partendo dalle ricerche di Bacon – riferimento mai celato né negato – Evita ha trasfigurato la figura entro ragionati accordi cromatici, infondendovi l’inquietudine e il dramma della contemporaneità. In ogni sua opera inscena una parodia della società dell’immagine negando proprio quell’identità a cui le opere invece fanno riferimento. L’era dei selfie, dei social media e dell’iperesposizione, per paradosso,p si rivela nel lavoro dell’artista l’era dell’annullamento, della smaterializzazione, della confusione d’identità.

In relazione alla sua ricerca Roberto Gramiccia ha prospettato suggestioni futuriste per via della dinamicità che le sue figure assumono nel loro conformarsi nello spazio. L’artista, infatti, focalizzandosi su processi e identità mutevoli, allude alla transitorietà del tutto ricordandoci come la realtà che ci circonda non sia statica ma in continuo movimento. Una rinnovata forma di interazione spaziale tra oggetti, ambiente e figure, ottenuta non per compenetrazione di piani ma per scivolamento del colore. Ampie pennellate, dense e corpose, simili a macchie, strutturano le sue composizioni contraddicendo volutamente la tridimensionalità e alludendo alla flatness teorizzata da Clement Greenberg, vera essenza della pittura.
Pittrice della realtà, sceglie i suoi modelli dall’umanità che la circonda, esaltandoli attraverso sapienti impasti di luce e colore. Mai seriale né generica nelle composizioni, fissa contesti e ambienti di vita autentica, catturando istanti e atteggiamenti spontanei attraverso cui inscena una commedia umana, tenera, operosa e riservata. Dietro le pennellate apparentemente indefinite e liquide, volti e figure umane, raccontano, al di là dell’immediata bellezza, i drammi individuali, verso i quali ci sentiamo solidali e partecipi.

Tanto nei ritratti quanto nell’inquadramento ambientale dei soggetti, l’artista rimette al mondo il disequilibrio dell’inquietudine, inscenando figure solitarie, talvolta suadenti, altre nostalgiche. Rinunciando all’intento puramente narrativo, Evita conferisce poeticità e visionarietà alle scene rappresentate, dando vita ad una pittura ampia, che parla ormai più per energia e contrasti cromatici che per descrizione formale. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un mondo affascinante eppure problematico, lo stesso a cui ciascuno di noi appartiene, nel quale, come in una tela di ragno, più si tenta di fuggire e più si invischiati.”

Evita Andùjar – Camera Picta
Galatina (LE) – dal 15 giugno al 15 luglio 2019
MUSEO CIVICO PIETRO CAVOTI – PALAZZO DELLA CULTURA
Piazza Dante Alighieri 51 (73013)
info@museocavoti.it
www.comune.galatina.le.it/museocavoti/

Patrizia Riccioli – Noi

Scrive Salvatore Vendittelli a proposito di Patrizia Riccioli e della sua mostra al Museo Nuova Era di Bari: “La pittura della Riccioli rivela l’essenza del “NOI”, il vivere insieme sotto lo stesso tetto, la casa, l’abitazione del vivere civile, ma lontani, conosciuti e insieme sconosciuti, con un linguaggio volutamente deformante, ma attento al suo comporsi e al suo equilibrio, spesso necessitato dalla sua poetica, il vivere civile, che ne è la sua guida.

Le sue opere negano il senso dell’atmosfera e la persistenza dello spazio prospettico. E’ “una pittura bidimensionale che si affida ai valori della linea e del piano, ma soprattutto ai valori dei moti dell’animo”.

La semplificazione dell’immagine, l’espressione delle passioni profonde, ma elementari, che si manifestano entro la ritmica robusta dei contorni, attraverso un segno netto e preciso, preclude, con un grafismo che si fa stile, ad un’architettura civile, che non si esaurisce nel singolo quadro, ma nell’insieme della sua produzione, esprimendo con essa una coerenza morale.

Ciò che determina il valore estetico di questa pittura, è la necessità formativa che trova la sua conclusione esterna nel suo stesso formarsi. Essa esprime se’ stessa. Essa esprime un puro atto mentale, una diversa attitudine nei confronti della realtà.

Va’ tenuto presente che il valore dell’opera della Riccioli non si esaurisce nel singolo quadro, ma nell’insieme della sua produzione. Per altro, questi dipinti sembrano proseguire un solo discorso, indicando, accanto alla componente estetica, anche una coerenza morale, stilisticamente legata alle esperienze dell’avanguardia. Ecco, per la Riccioli l’equilibrio nella sua pittura è essenziale come nella vita. Basta rileggere l’entrata e l’uscita dal quadro in alcuni dei suoi lavori, per capire come la libertà pittorica va’ sempre dove il significato vuole. Così la Riccioli, da’, dell’opera sua, un significato originale, che è la libertà e l’invenzione, che sono sempre nuove in tutto il suo lavoro.”

 

Patrizia Riccioli – Noi
MUSEO NUOVA ERA
Bari – dal 14 giugno al 15 luglio 2019
Strada Dei Gesuiti 13 (70122)

Riccardo Dametti

Scrive Luca Pietro Nicoletti, curatore della mostra ‘La Muerte‘ dell’artista Riccardo Dametti : “Scrivendo per la prima volta su Dametti nel 2009, mi era piaciuto parlare di una pittura “gremita”, in cui un grande affollamento di segni e di immagini contribuiva a restituire il senso di una confusione paragonabile al ritmo caotico e alienante dei centri urbani[….].

In quel momento era necessario chiarire l’alterità del lavoro di Riccardo Dametti da una facile e banalizzante assimilazione ai modi della “street-art”, allora sulla cresta dell’onda come fenomeno espositivo di tendenza. Alla prova dei fatti, a dieci anni di distanza esatti e una volta spentasi la vampata di quel fuoco di paglia “alla moda”, è possibile vedere il percorso di Riccardo sotto una luce diversa, constatando innanzitutto la costanza e la tenacia di un discorso espressivo approfondito nel corso del tempo senza rincorrere la mostra a tutti i costi e l’evento a tutti i costi. Per dieci anni, infatti, egli non ha quasi più esposto a Milano, tornandovi come punto di passaggio di una rotta più articolata che ha portato la sua pittura molto lontano.

Sulla lunga durata, insomma, si trova conferma all’idea che la pittura di Riccardo è uscita da qualsiasi schema di identità territoriale per sposare un linguaggio globalmente esportabile perché fondato su un lessico nuovo e sovraregionale, capace di entrare in sintonia con una sensibilità undeground che si replica da Milano a Londra e a Berlino, per poi spostarsi su altri capoluoghi senza perdere di intensità nella declinazione da una situazione ad un’altra. Per certi versi, lo si potrebbe definire più facilmente a partire da cosa “non” è, in modo da sgombrare il campo da facili fraintendimenti.

Il primo e più clamoroso, come s’è detto, era nei confronti del graffito urbano, a cui certo non è indifferente ma che presenta una struttura e una funzione differente: Riccardo, infatti, punta a un’immagine e a una sua collocazione entro uno spazio, che poco ha a che vedere con l’idea del grande fregio pensato per essere visto nel suo sviluppo temporale in concomitanza con una situazione di movimento. Al contrario, anzi, quella di Dametti è un’immagine ferma, come avesse congelato un momento di quel tumulto per immortalarlo davanti all’osservatore.

[……]Il secondo punto importante, poi, è chiarire che Riccardo Dametti non è propriamente un artista “pop”: pur attingendo da quel mondo motivi e iconografie, il suo discorso si sposta senza indugio nel campo dei valori retinici. Se non mancano punti di contatto sul piano iconografico, la pittura rifugge dalle banalizzazioni di una vera estrapolazione “pop” di motivi nati entro campi diversi. Il motivo, infatti, viene manipolato e tradotto con un intreccio reiterato di tratti larghi e veloci, privi di incertezze. A monte della pittura, infatti, c’è un lungo esercizio con l’opera su carta – autonoma ma correlata pur senza che la sua propedeuticità sia finalizzata poi al dipinto su tela – che nel tempo lo ha portato a fogli di grandi dimensioni, come una conferma che lo spazio entro cui si svolge la narrazione pittorica è circoscritto sul piano: il segno non va spazialmente in profondità ma si ferma sulla superficie e si poggia su di essa, assumendo maggior risalto tridimensionale soltanto in cui la somma di segni distinti e chiaramente leggibili va a formare il volume di un occhio, di una testa o di un teschio.”

Riccardo Dametti – La Muerte
MA-EC MILAN ART & EVENTS CENTER
Milano – dal 22 maggio all’otto giugno 2019
Via Santa Maria Valle 2 (20123)
Palazzo Durini
+39 02 39831335 , +39 02 39831335 (fax)
info.milanart@gmail.com
www.ma-ec.it

Transiti

Scrive Irene Spada, Direttrice del Museo Nazionale di Castello Pandone, a proposito della mostra “Transiti. Borgese-Cecola-Godi” : L’evento, organizzato con il patrocinio della Regione Molise, del Comune di Venafro e di Aratro (Centro di arte contemporanea dell’Università degli Studi del Molise) ripercorre il sodalizio umano e creativo di tre artisti accomunati da profonde affinità di visione e ricerca stilistica: Ugo Borgese, Carmine Cecola e Goffredo Godi.
 

Le sale al piano nobile del Castello ospitano l’allestimento delle opere dei tre artisti, diventando così tappa di questo incontro, che i figli degli artisti hanno chiamato “Amici d’arte”.

L’esposizione, in un dialogo con gli affreschi cinquecenteschi del salone centrale e le pareti delle sale adiacenti, vero palinsesto di segni e testimonianze del passato, vuole mettere in evidenza il rapporto dei tre con il paesaggio, la natura e il corpo umano e riportare alla luce, nell’ambito della storia molisana del Novecento, la figura di Carmine Cecola, scultore originario di Monteroduni di cui sono esposte opere inedite.

Il testo critico del curatore Tommaso Evangelista e la riedizione del testo critico di Lorenzo Canova mettono in luce la qualità artistica dei tre offrendo letture complementari.

La mostra presenta quindi un’ampia selezione delle opere dei tre artisti, tra pitture e sculture, in rapporto con gli spazi e gli affreschi del Castello e vuol essere una prima tappa di una rinnovata programmazione espositiva pensata per il Museo Nazionale di Castello Pandone, punto di riferimento artistico del territorio molisano.

dal catalogo della mostra

 

Transiti. Ugo Borgese – Carmine Cecola – Goffredo Godi.
24, Maggio – 24, Agosto 2019
C a s t e l l o P a n d o n e
Via Tre Cappelle – Venafro (IS)

Antonio Laurelli – Destrutturazioni e dissolvenze

Scrive Alfredo Pasolino a proposito del maestro Antonio Laurelli : “Dal limite allo spazio, l’astrazione di campi colorati, un periodare alla ricerca del soggetto, l’opera del pittore progredisce verso la chiarezza nella lettura, non verso paludose generalizzazioni da cui si possono trarre parodie di idee, cioè fantasmi, ma idee vere e proprie. E proprio dall’identità spazio-colore muove la ricerca di Laurelli.

Composizione – olio su tavola cm 40×40 anno 2008

Il ruolo di memoria, geometria, astrazione, tra l’idea e l’osservazione, raggiunge la chiarezza, nella sua pittura, a ruolo di comprensione, pervenendo a un’intensità di cromatismi che dà anima e corpo, è il caso di dirlo, al quadro. Filtri sospesi tra un mondo e l’altra dimensionalità atemporale , fino a diventare spazio-colore, superfici e aggregazioni di un impianto, di cui riesce a coniugare gli elementi e le superfici, cui stende calme velature di colore che assorbono ogni gesto pittorico fino a diventare spazio.

Un impianto non più avvertito come limite, ma divenendo esso stesso «spazio», nell’ambito di una profonda coerenza dell’opera. L’impasto è denso, steso con pennellata larga e compatta a formare il fondo; le tonalità sono calde e decise, in accostamenti vivaci e forti.

La sperimentazione di Laurelli, intesa come ricerca, tende quindi a rivelare strutture sommerse, che contribuiscono a configurare una gnoseologia della sua creazione, operando la ricerca di geometrie, campi di forze, condensazioni o rarefazioni della normale densità visiva e oggettuale del reale.

Tensioni tra le forme e i colori, texture, piani sovrapponibili e sfalsati rappresentano un’entità alla ricerca di un equilibrio che ogni elemento ha contribuito a creare spazio; un rapporto spazio/colore che regola dall’interno il sistema dell’opera.”

 

Antonio Laurelli – Destrutturazioni e dissolvenze
Giovinazzo (BA) – dal 18 maggio al 2 giugno 2019
SPAZIO START

Via Cattedrale 14 (70054)
+39 3891911159
spaziostart.giovinazzo@gmail.com


Antonio Laurelli nato ad Isernia il 23/01/1943, vive e opera a Bari: ha insegnato presso il liceo artistico. 
Ha al suo attivo numerose mostre e premi, tra cui significativo è il “Carlo Levi”, attribuitogli per la notevole professionalità artistica e per l’impegno civile nella società meridionale. La straordinaria simbiosi tra colore, forma, simbolismo, e comunicazione di Laurelli vivifica la scenografia concettuale di molte opere, creando un’atmosfera di brillante dinamismo e elevazione spirituale.

L’arte della matematica

La matematica non è altro che un’arte; una sorta di scultura in una materia estremamente dura e resistente (come certi porfidi che a volte usano, credo, gli scultori) André Weil, Lettera alla sorella Simone, Rouen, 1940

Scrive Angela Tecce a proposito di Eugenio Giliberti e della sua mostra personale ‘indici.casa.volo‘ dal 16 maggio al 11 luglio 2019 a Intragallery : “Per l’opera di Eugenio Giliberti il paradosso di André Weil è forse vero al contrario: è il modello, matematico o teorico che sia, la prima sbozzatura della materia poetica della sua riflessione; in questa mostra il tema – la “materia poetica” – è univoco ed è il ‘progetto di artista abitante’, che avrà come esito una installazione site-specific sulla facciata del palazzo di via Santa Teresa dove Leopardi visse gli anni napoletani e, per pura casualità, è l’edificio su cui affaccia l’abitazione di Giliberti.

Quattro tele costituiscono il nucleo centrale della mostra indici.casa.volo alla Intragallery di Napoli: le sequenze di quadratini colorati dipinti rigorosamente ‘a mano’ con la tecnica dell’encausto, pigmenti di colore emulsionati con cera naturale, si dispongono secondo una logica combinatoria, frutto di una opzione stabilita a priori. I colori scelti corrispondono infatti ai numeri degli Indici di Giacomo Leopardi, vergati dal poeta e oggi conservati alla Biblioteca nazionale di Napoli per offrire una traccia di lettura secondo gli argomenti del suo Zibaldone.

Le scritte sulle tele, teorica delle arti, lettere, ec, trattato delle passioni, della natura degli uomini e delle cose, memorie della mia vita ricalcano le sezioni degli indici e alludono ai contenuti dell’opera, ma l’andamento dei quadrati colorati procede invece secondo la successione astrattamente prestabilita, spostando l’attenzione, anzi costringendo a focalizzare l’attenzione non tanto sulla natura simbolica del procedimento quanto invece sulla libera casualità delle alternanze dei colori, delle dimensioni dei singoli moduli, del loro disporsi sulla superficie.

E così, come nella sua lettera al padre Leopardi ne impetrava la clemenza per la sua ‘strana immaginazione’, l’immaginazione di Eugenio Giliberti ci porta senza mediazione nel suo universo creativo, la cui chiave interpretativa è il metodo e la pratica del suo fare di uomo e artista a tutto tondo, di stampo rinascimentale, in cui le discipline diverse si fondono nel raggiungimento dello scopo etico ed espressivo.

Se le tele con i quadratini dipinti sono una costante nell’opera dell’artista – in quanto precipitato ‘estetico’ dei suoi meccanismi inventivi – affascinante e produttivamente differente ne è qui la resa formale con l’effetto di un decorativismo in cui la nozione perde ogni connotato di vacua superfluità per attingere a una definizione autenticamente significativa: la bellezza e la forza di una sintassi tutt’altro che puramente astratta ma stringente nella sua ‘logica’.

Struggente poi, nella sua libertà e poeticità, la serie dei disegni su carta sempre dedicati al ‘progetto’ da cui sarà tratta anche una cartella di stampe: in esse l’artista dispiega la sua versatile abilità di disegnatore, pittore e in questo caso fine ricercatore, indicando nelle diverse tavole un percorso che va dalla memoria storica della radicale trasformazione urbanistica dell’area, con la costruzione del ponte della Sanità nel primo decennio dell’Ottocento, alla poetica dell’idea sottesa al suo intervento.

E infine, ancora una volta, ripercorrendo il cerchio di passato e presente, altra costante dell’arte di Giliberti, attraverso una animazione tridimensionale ancora di matrice meccanica, una piccola scultura che rappresenta un ‘omino giallo’ spiccherà il volo riconducendoci ad una delle più famose Operette morali di Leopardi ma riportandoci anche, a ritroso, a medesimi espedienti visivi che hanno ispirato il nostro ‘artista abitante’. Confermando, se ce ne fosse bisogno, la sua attitudine a tener fede a temporalità diverse, quella della lavorazione e quella della rappresentazione, consentendoci con elegante sottigliezza di pensare a un altro spazio, a un altro tempo, a un altro luogo.”

indici.casa.volo
di Eugenio Giliberti

dal 16 maggio al 11 luglio 2019

OPENING
Giovedì 16 maggio 2019
Dalle 18.00 alle 21.00

Intragallery
Via Cavallerizza a Chiaia, 57, Napoli
info@intragallery.it

Giuliano Vangi

Dal catalogo di Bottegantica edizioni, a proposito della mostra ” Dalla matita allo scalpello” di Giuliano Vangi: [..] Tra i meriti di Vangi c’è quello di aver rinnovato il concetto di scultura, allargandolo oltre il confine dell’architettura e della dimensione spaziale, giungendo a creare un linguaggio personale e di estrema originalità. A lui il merito di essere, per primo, riuscito a realizzare compiutamente una ‘saldatura’ tra l’uomo e il suo significato; espandendo il suo concetto estetico dalla pietra alla terracotta, dalla resina all’avorio, dal design all’architettura.

Tra il 1959 e il 1962 Vangi si trasferisce in Brasile dove si dedica a studi astratti, lavorando cristalli e metalli quali ferro e acciaio. Le sue opere iniziano ad attirare l’attenzione pubblica: vince il Primo Premio al Salone di Curitiba, espone al Museo di San Paolo e partecipa ad una mostra itinerante negli Stati Uniti. Al suo ritorno in Italia recupera la figurazione, ricorrendo alle doti plastiche per imprimere la forza e lo spirito del Tempo: l’uomo, maschio o donna che sia, diventa esempio e riflesso della società contemporanea.

Uomo che cammina (1967), opera con cui la mostra prende avvio, esprime pienamente la centralità dell’arte di Vangi e la sua innata curiosità verso le culture del passato. Interesse che lo ha portato nel tempo a dialogare con la tradizione assiro-babilonese (Beatrice del 1997), con quella egizia (Donna e poesia del 2002) e del primo rinascimento, a cui l’artista rivolge sempre un occhio di riguardo, specie all’opera dell’amato Donatello. Parallelamente Vangi si pone in continuità con i grandi maestri della Scultura italiana del XIX e XX secolo: da Medardo Rosso a Adolfo Wildt, da Arturo Martini a Marino Marini.

Dopo la prima grande esposizione italiana, tenutasi nel 1967 presso Palazzo Strozzi di Firenze, Vangi attraversa un periodo di lunga e introversa sperimentazione di nuovi stilemi e contenuti avanguardisti. “Egli innalza la sua espressione artistica ad un livello esasperato e tragico, con implicazioni di una quasi insuperabile coscienza di solitudine”, scrive Enrico Crispolti. Nel percorso espositivo ci si imbatte in statue solitarie colte in attitudini riflessive, come Ragazzo con le mani in tasca (1986), esposto alla Promotrice di Torino del 1989 e a Castel Sant’Elmo a Napoli nel 1991, in cui la compattezza della materiale dialoga con l’evocazione spirituale del personaggio: aspetti che invitano a riflettere sul tema dell’impersonificazione, tipica dei nostri tempi.

Diverse poi le opere dedicate alla complessa relazione uomo-natura, osservata nei suoi aspetti più eclatanti e contraddittori, con una particolare attenzione alla carica drammatica di quei fenomeni del mondo che sfuggono al dominio dell’uomo: la potenza distruttrice appare infatti deflagrante in opere come Katrina (2014), dedicata all’uragano che nel 2005 si è abbattuto sugli Stati Uniti. [..]

GIULIANO VANGI – Dalla matita allo scalpello

Galleria Bottegantica, Milano

12 aprile – 12 maggio 2019

Orari: da martedì al sabato 10-13; 15-19

Ingresso libero

Visite guidate: su prenotazione, € 5 cad. Gruppi compresi tra le 10 e le 20 persone

Info: 02 35953308 – www.bottegantica.com

Stories

Scrive Marina Guida a proposito della mostra ‘Stories e del duo artistico J&Peg: “Corpi che diventano sculture; sogni ed incubi che strutturano la trama della realtà; visioni che diventano proiezioni; la vita che diventa un palcoscenico e la finzione scenica che s’insinua nelle pieghe della vita reale; verità, verosimiglianza, simulazione e finzione; la fotografia che incontra la scultura, la pittura, la computer grafica, la scenografia, l’installazione, l’azione.

Partendo da questi elementi Antonio Managò e Simone Zecubi, in arte J&PEG, riproducono il mondo, consegnandoci un inquieto universo popolato di fantasmi e allegorie, assemblando modelli iconografici desunti dalla storia dell’arte, dalla mitologia, dalle religioni, da antichi e nuovi miti e riti; fondendo pezzi di mondo, frammenti di visioni, fatti di cronaca, stati dell’essere, in un grande atemporale puzzle, disseminato di incongruenze visive e sorprendenti fantasmagorie.

Imbattersi nelle loro fotografie è come entrare in una dimensione parallela, sospesa tra sogno e realtà. Può capitare di essere catturati ora della nitidezza dei dettagli delle composizioni fiamminghe, ora dallo splendore cromatico delle serigrafie wharoliane; o smarrirsi in talune opere che sembrano concepite a cavallo tra gli incubi lucidi del “Giudizio Universale” di Hieronymus Bosch e set fantasy di derivazione cinematografica; o ancora di essere risucchiati dal buio di certe visioni caravaggesche, o dall’ipercolore acido e squillante di alcune opere di Rosso Fiorentino. I due artisti scompongono e rimescolano gli elementi dell’atto creativo nelle loro opere, fondendo la materia, la forma, la finalità ed il fare manuale; anticamente le quattro cause del concetto aristotelico di téchne, cioè la capacità dell’uomo di creare e di produrre opere.

La materia è presente nella veste di una realtà ripresa e riprodotta; la forma è data all’opera attraverso l’uso combinato di tecniche e molteplici linguaggi; la finalità consiste nel mettere criticamente in evidenza le moderne modalità della fruizione dell’arte e delle immagini ai tempi dei social media e del web, ma anche i modelli sociali che questo utilizzo determina, e, più in generale, i comportamenti dell’uomo contemporaneo in quanto tali; e in fine, non manca certo la mano e soprattutto la mente degli artisti, una vera e propria causa efficiens, in cui sono messe insieme, prima con il pensiero e l’idea e poi con l’opera stessa nella sua realizzazione, le altre tre cause o elementi della creazione della fotografia, pensandola previamente ed elaborandone i concetti, le strutture e i componenti, in un vero e proprio atto di astrazione.

E’ tuttavia nel rimescolamento di questi elementi dell’opera d’arte, e di quelli che concorrono alla sua realizzazione, che il processo creativo dei J&Peg si allontana decisamente dal modello di fotografia classica e palesa non solo di avere i piedi saldamente piantati nella modernità, o meglio nella contemporaneità del nostro vivere ed agire, ma di essere un valido strumento di indagine della realtà stessa, e del medium fotografico, per approdare ad un tipo di ricerca che non esiteremmo a definire: metafotografica. Questo si scorge fin dalla prassi con cui sono realizzate le opere, che è diversificata e complessa. Guardandole, siamo di fronte a realtà dissimulate, scomposte e ricomposte, identità apparenti, celate ed evidenziate, diverse a seconda del punto di vista e della prospettiva che l’osservatore sceglie di assumere.

C’è una materia manifesta: gesti quotidiani di persone, figure perturbanti in posa, che ci parlano di potere, dominio, incomunicabilità, alienazione, come nelle opere “ LD 03-943” oppure “LD 01-955”; oppure di stati dell’essere, come la metamorfosi della creatura in trasformazione di “R02” del 2010; o di spinta verso l’evoluzione come nelle opere, “Smell Out” del 2010, e “Freedom Ride” del 2010; oppure prendono spunto da fatti di cronaca accaduti in passato, come il terremoto che devastò Haiti nel 2010, nelle opere “Caso 02-010” e “Caso 010” entrambe del 2011. I soggetti sono scelti in parte tra i modelli della cultura iconografica occidentale, in parte da immagini mentali ideate per la loro posa plastica, al fine di dare vita a nuove, atemporali, icone. Nelle opere del ciclo realizzato per la mostra “J&Peg/G8” del 2012, le figure apparivano da sole o in gruppi, parzialmente celate da veli, i quali come dei diaframmi frapposti tra l’opera e l’osservatore, ne trasfiguravano i dettagli ed i contorni, senza tuttavia impedirne la visione completa; nel ciclo più recente, a colori, realizzato tra il 2018 e 2019, appaiono collocate dietro un elemento trasfigurante, parziale, che ne lascia intravedere le forme.

In virtù del modo di essere trasfigurate dai vari strati di veli frapposti, rispetto alla loro piena e completa percezione, queste figure risultano essere vere e proprie allegorie di una realtà “altra”. In entrambi i casi, in questi due cicli fotografici, il piano della realtà ripresa e raffigurata, e quindi della materia, risulta essere più d’uno, si tratta in buona sostanza della rappresentazione di una realtà in cui noi fruitori dell’immagine, ci rispecchiamo, perché siamo chiamati a leggere, dietro i veli, le storie che le figure nascondono e al tempo stesso rivelano. In tutti i cicli fotografici ora in mostra, quello che il visitatore osserva, non è la mera fotografia di un istante colto e fissato una volta per tutte, e non è nemmeno il rimaneggiamento dello scatto fotografico in un atto successivo di postproduzione, ma è la molteplice rielaborazione e ripresa di figure messe in scena, su cui gli artisti sono intervenuti in qualche caso con la pittura e il cui risultato è stato ulteriormente ripreso e successivamente riprodotto in fotografia, fino a diventare un tutt’uno, come un’opera quasi totale per la laboriosità e la sovrapposizione di interventi ormai diventati indistricabili tra di loro. Chi può dire ormai a quale categoria quest’opera unica e d’insieme appartiene?

Nel loro risultato, nello scatto finale, queste opere sono riproducibili, come le immagini consumate fugacemente nel web e nei social media, con tutte le distorsioni che ciò comporta. Questo contrasta però, paradossalmente, con il fatto che appare, invece, quasi del tutto irripetibile la loro stessa riproduzione, se non fosse altro che per la loro complessa realizzazione materiale e formale. Ai tempi della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte ciò è, tuttavia, un fenomeno che contraddistingue profondamente la fruizione dell’arte ed è ancor più evidente se si considera l’uso dei social e delle tecniche digitali, e l’infinita diffusione di immagini e parole nella profondità del web. Il web, da questo punto di vista, è come la notte in cui tutte le mucche sono nere – come descriveva Hegel nel suo “Prefazione alla fenomenologia dello spirito” – che tutto accoglie e in cui nulla sembra perdersi o potersi cancellare, ma in cui nulla si distingue più e nulla dura più dell’istante in cui si consuma, pur rimanendo nello spazio buio di un’eternità che appare persino più eterna dell’eterno divino e religioso.

Non è dunque un caso che i J&Peg si chiamino J&Peg – che a partire dal loro nome d’arte, dimostrano l’attitudine alla riflessione per quel che concerne la strutturazione e diffusione delle immagini – e che la loro personale porti il titolo “Stories”, dal momento che le opere di questa mostra sono concepite in relazione alle dinamiche delle stories di Instagram, si riferiscono alla modalità di approccio alla realtà, all’opera d’arte e al mondo, fortemente condizionata e segnata dal nostro, ormai comune, uso dei social media.

Nell’intervento creativo ed artistico dei J&Peg e quindi nella concettualizzazione e realizzazione della causa efficiens, si rimescolano ulteriormente le carte per quanto riguarda la finalità delle opere. Partendo da un pensiero non ancora trasformato in immagine, i J&Peg concepiscono la loro opera come un’insieme di complesse stratificazioni di linguaggi diversi, poi fusi insieme. Ma perché? Qual è il loro intento? Non si tratta certo di uno scopo legato ad una mera contemplatio di una realtà estetica, bensì, come dicevamo, di una critica del contemporaneo, della modalità di fruizione e di consumo delle immagini e non solo, ma anche delle modalità di comunicazione e delle implicazioni a queste legate, che tutto condizionano e tutto determinano. Nella dimensione dei social media, per dirla con Jorge Luis Borges nel suo “Finzioni”, è come se ci trovassimo in un “labirinto ordito dagli uomini”. Qui conta apparire, si è perché si appare, non conta la sostanza, la sostanza è la forma che si vede, senza più una verità.

La sostanza è impostata in una gestualità rituale, per essere poi celata, tanto la fruizione fugace del web ne trasfigura comunque e in ogni caso l’essenza a proprio uso e consumo, in un tempo eternamente provvisorio. In questo contesto, l’identità, mediata da rappresentazione e percezione, non è ciò che è, ma ciò per cui la si vuole far passare, e nei lavori recenti che chiudono il percorso espositivo, risulta ben evidente il meccanismo che gli artisti affrontano di questa “messa in finzione della realtà”, come lo definì Marc Augè nel suo memorabile, “La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction”, nel quale, spiegava che “non è più la finzione che imita la realtà, ma la realtà che riproduce la finzione” in un’eterna farsa dell’apparire, che tutto trasfigura e nel breve tempo di un giorno, fa consumare.

Stories
J&Peg
A cura di Marina Guida
Dal 20 aprile al 11 maggio 2019
Inaugurazione sabato 20 aprile 2019, ore 12
Sale espositive di Castel dell’Ovo, via Eldorado 3, Napoli

Orari feriali ore 10.30 – 18; domenica e festivi ore 10.30 – 13
Ingresso libero
Catalogo edito dalla Galleria Poggiali, con testo di Marina Guida
Organizzazione Galleria Poggiali Firenze
info@galleriapoggiali.com
www.galleriapoggiali.com

In collaborazione con Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Ufficio media: Marco Ferri – mob.+39-335-7259518; @mail: press@marcoferri.info

Nicoletta Belli

Scrive Maria Palladino (critico d’arte e curatrice) a proposito della pittrice Nicoletta Belli e della mostra personale ” La Vibrazione del Colore” presso Ocragialla Faber di Conegliano : « L’opera di Nicoletta Belli si configura, fin dalle origini, quale un approccio al reale di tipo razionale ed empatico al contempo, che grazie ad un procedimento di destrutturazione della forma e del contenuto in componenti distinte, secondo un’interpretazione analitica, giunge ad una fase sintetica di ricostruzione di una propria personale visione, di uno stile, non esente da una componente spirituale del rappresentato.

Muovendo da una prima fase di riproduzione figurativa secondo canoni tradizionali, la pittrice sperimenta la linea quale contorno e definizione dei volumi e delle masse, ovvero strumento per arginare e giustificare entro precise e delimitate campiture la sua materia, ovvero il colore.

Successivamente questa delimitazione si rompe e si scompone alla ricerca della forma pura negli oggetti del suo interesse pittorico, che sono essenzialmente elementi naturali quali: nature morte, paesaggi, animali, ritratti. La totalità si frange e si scompone in costituenti geometrici regolari e irregolari, secondo la lezione di Cèzanne, padre delle Avanguardie del primo ‘900 e in particolare del Cubismo, e che già nel 1907 teorizzava la sintesi della realtà secondo “il cilindro, la sfera e il cono”, giungendo altresì ad un abbandono del concetto di prospettiva inteso in senso rinascimentale come originantesi da un punto di vista unico, prendendo in esame invece una molteplicità di punti di vista in una stessa immagine. A Cèzanne si devono inoltre importanti innovazioni dal punto di vista cromatico, che sfruttano gli accostamenti e le giustapposizioni di diverse tonalità e gli effetti di luminosità, volumetria e sensorialità derivanti.

Allo stesso modo il pittore e teorico russo Vasilij Kandinskij, nel suo trattato del 1912 “Lo spirituale nell’arte” prende in esame gli abbinamenti possibili fra colori primari e secondari e la loro riconducibilità a forme geometriche pure, come ad impressioni sensoriali, prima di tutto uditive e musicali, sviluppando il concetto di una sinestesia possibile per cui ad ogni tonalità corrisponderebbe un timbro, riconducibile anche ad una lettura in chiave spirituale e intuitiva, teosofica degli oggetti.

E’ ad una sinestesia sensibile, per cui ad ogni creatura vivente o costituente naturale è possibile abbinare una propria peculiare armonia e ad una metonimia che in un primo tempo dissolve, per poi ricomporre, tutto quanto oggetto della sua arte, che Nicoletta Belli opera, tracciando una linea ideale che ripercorre le Avanguardie dall’inizio del secolo scorso al primo ventennio del ‘900, fino ad arrivare ai giorni nostri e ad una ridefinizione del concetto di Pop Art.

In particolare vengono prese in esame e messe in discussione le dimensioni possibili del soggetto: la tridimensionalità suggestivamente indotta attraverso la scomposizione di forma-contorno e materia-colore dà adito ad osservarne la quarta, ovvero il tempo, il quale attraverso il movimento generato dalla presa in esame di differenti punti d’osservazione: frontale, di tre quarti e dall’alto, produce un’impressione cangiante, vibratile e sfociando nell’ambito della psiche, alla ricerca di un approccio spirituale e metafisico con le cose.

E’ come se l’artista stessa cercasse un rispecchiamento, confrontandosi con l’oggetto della sua creazione, riversando in esso la propria inclinazione razionale ed empatica che si propone di essere oggettiva pur perseguendo un proprio linguaggio, una propria traduzione stilistica, conferendo allo stesso tempo autonomia ed un carattere di universalità a quanto preso in esame, come Kandinskij usava descrivere quegli artisti che secondo lui meritavano di essere definiti “cercatori di interiorità nell’esteriorità”: ovvero coloro che sanno riconoscere e far affiorare in una natura morta una natura viva, arrivando a cogliere, ravvisandola, l’anima delle cose.

La pittura di Nicoletta Belli è pertanto una pittura vibrante, non solo nel riempimento cromatico delle tassellature che appaiono sostrato e sostanza delle griglie-strutture che vi si sovrappongono e negli ultimi esiti vi si giustappongono, ma in queste stesse schematiche sagome disincarnate le quali riprendono i tratti essenziali dei ritrattati rendendone possibile l’identificazione senza perdersi in dettagli eccessivamente descrittivi. E’ una pittura pulsante, che comunica vitalità, non bidimensionale, non si arresta nell’ambito dello spazio limitato della tela, ma suggerisce qualcosa di esistente di là da essa.

Concorre ad ottenere ciò la natura luminosa del colore, che si fonda su uno studio meditato degli abbinamenti e degli effetti cromatici, contrasti di simultaneità, polarità, complementarietà che si rifanno alle teorie dei colori sviluppate dal teorico, pittore, designer e insegnante alla scuola multidisciplinare del Bauhaus Johannes Itten, in particolare nel suo saggio “Arte del Colore” del 1961, per cui il colore stesso diviene sostanza viva, prescindendo dalla figurazione.

Nei ritratti l’iconicità di stampo Pop conferita ai personaggi rispecchia la volontà di attribuire agli stessi una qualità di unicità e sovratemporalità, la cui impressione di fissità è data come abbiamo visto dalla scissione di forma-contenuto, dal colore acceso, quasi puro dei dettagli in primo piano di contro all’ariosa luminosità degli accordi di fondo; una staticità contraddetta dall’apparente rotazione che all’occhio suggerisce la fusione di differenti prospettive in un’unica sagoma o griglia.

Tutto ciò nel ciclo relativo ai mesi dell’anno appare superato: la linea di contorno è a questo punto unificata e non più sospesa nel vuoto, come in un cloison gotico di nuovo racchiude e imbriglia il colore, sempre vivace e brillante, stagliandosi sulla scacchiera cromatica di base, ma senza bloccarlo. E’ perciò il colore stesso che, prendendo il sopravvento, ha ottenuto la sua vittoria sull’apparenza formale degli oggetti, l’essenza psichica, spirituale, di questi stessi che è arrivata a far brillare la sua intuizione oltre la comprensione scientifica dei principi fisici dell’esistente.»

LA VIBRAZIONE DEL COLORE – Nicoletta Belli
Fino al 28 Febbraio 2019
presso la Galleria Ocragialla Faber di Conegliano,
via Beato Marco Ongaro 44
Orario di apertura: martedì – domenica 16,00 – 19,00. Ingresso libero.

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SELFIE – Searching for Identity

Scrive Sandro Bongiani a proposito della mostra “SELFIE / Searching for Identity” : “Mai prima d’oggi l’uomo si era trovato di fronte a una situazione di “s-naturazione totale” come ai nostri giorni.

La civiltà tecnologica ha sconvolto il normale rapporto uomo-natura, frantumato il consueto concetto di spazio/tempo e consolidato il senso della perdita. La rapidità e l’accelerazione della nostra esistenza ha condizionato negativamente tutta la civiltà moderna. L’isolamento del nostro tempo da quello della natura, il movimento continuo e nomade dei nostri spostamenti è diventato un elemento essenzialmente “artificiale” non più legato ai normali ritmi.

La dimensione spazio-tempo della terra e dell’universo si è contratta a tal punto da cedere il passo alla velocità della trasmissione televisiva in tempo reale in una dimensione essenzialmente “immateriale” e inoggettiva. Una società capitalistica che ha perso i consueti punti di riferimento e ha creato la costrizione e il grande vuoto dell‘uomo contemporaneo; ormai nulla è misurabile, non esistono più neanche modelli stabili. Viviamo in una situazione molto precaria dove gli spostamenti, le comunicazioni in tempo reale, la televisione, l’uso distorto dei social come Facebook, Instagram, il paranoico e maniacale selfie fotografico, assieme ad altri fattori contingenti hanno modificato e cancellato l’identità di ognuno di noi.

Spesso cambiamo l’identità di ciò che siano a seconda, del contesto in cui ci troviamo utilizzando gli stessi gesti e lo stesso linguaggio, forse per paura di essere emarginati; abbiamo paura di apparire “diversi” dagli altri e quindi guardiamo l’altro” nel tentativo di essere la stessa persona. In questo confronto vi è l’urgenza di ridisegnare i contorni dell’io, l’io e l’altro sono continuamente coinvolti e condizionati in un processo trascorrente e indeterminato di definizione e rimodulazione. L’alterità significa confronto tra l’io e l’altro e ci suggerisce somiglianza, differenza e modo di stabilizzare un’identità. Inoltre, è anche la capacità di cambiare, di attraversare i confini certi e diventare “altro”.

Con l’alterità si creano nuovi confini, ma anche nuovi limiti. Con l’assimilazione e la simulazione si tende a eliminare la distinzione e la diversità in un processo in base al quale l’alterità dell’altro (o la nostra), viene chiamata ad uniformarsi. Per certi versi, l’uomo contemporaneo perpetua i concetti di assimilazione, di somiglianza e di diversità. Tuttavia, “essere” significa non uniformarsi a nessuno; non desiderare di raggiungere la somiglianza in alcuna cosa.

La perdita dell’identità dell’uomo contemporaneo ormai assuefatto a modi precostituiti e imposti dal sistema sociale genera confusione e dissociazione in questa società carica di profondi cambiamenti culturali, sociali e politici, segnata dall’alterità e dai nuovi e possibili modi nella costruzione dell’io, smantellando i consueti concetti tradizionali sostituiti da nuove e provvisorie percezioni e dal nuovo modo di relazionarsi; non più l’immagine di come siamo, ma come possiamo “essere” sostituendo all’immagine di se stesso quella riflessa e appetibile dell’altro. Tutto ciò fa apparire l’uomo complicatamente inespressivo e inutile. Solo l’artista, da bravo e curioso analista, mette a nudo l’uomo di fronte a se stesso, al suo specchio culturale e sociale, facendo intendere come la tecnologia odierna abbia sconvolto definitivamente in nostro vivere.

Con ciò non desidera affatto costruire l’io come registrazione del bello, bensì come possibilità per accedere ad un livello più profondo di coscienza nella realtà, definendo un modello molto più concreto rispetto alla convinzione di un modello stereotipato e anonimo dell’attuale presente, imposto e condizionato attraverso la pubblicità e gli strumenti di persuasione occulta. Viviamo in un’epoca uniformata con esseri profondamente omologati e scissi, caratterizzati da una profonda dissociazione dalla realtà che condiziona pesantemente il nostro vivere. L’uomo potrà tentare di superare i suoi limiti e le sue certezze ma, non dovrà perdere la coscienza di sé, del suo “io personale” e la differenza “dell’altro”.

L’essere ridotto a una dimensione evidenzia in modo problematico la propria fragilità condividendo la similitudine, la ripetitività, la somiglianza dell’altro e negando la conoscenza di un io che non riesce e non desidera definirsi e consolidarsi in forme più stabili. Di certo, questi condizionamenti accettati ormai per consueti e normali smantellano la costruzione di un io personale accettando passivamente i luoghi comuni e preferendo un falso modo di essere nel tentativo estremo di appropriazione di una pseudo unità per trovare se stesso. Non è un caso, se abbiamo utilizzato volutamente, per la prima volta in una nostra mostra virtuale, una ricercata cornice di grande fattura e bellezza, ciò vuol far riflettere sulla precaria condizione del singolo individuo che demanda supinamente all’apparenza dell’altro, in questo caso la cornice, il ruolo prioritario di gestire e dare corpo alla propria visibilità.

Un’individualità del tutto lacerata che non riesce a ritrovare una sua dimensione logica. Nel sentirci smarriti e indifesi siamo tutti costretti a scrutarci allo specchio del nostro “io impersonale” alla ricerca di una qualsiasi identità anonima e sterilizzata, ma perfettamente aderente alla precarietà del nostro esistere e di come siamo diventati.”

 

SELFIE / Searching for Identity

SPAZIO OPHEN VIRTUAL ART GALLERY
Inaugurazione: venerdì 28 dicembre 2018,ore 18.00

Via S. Calenda, 105/D – Salerno, Tel/Fax 089 5648159
e-mail: bongianimuseum@gmail.com

Web Gallery: http://www.collezionebongianiartmuseum.it
Orario continuato tutti i giorni dalle 00.00 alle 24.00