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Alessandro Docci

Scrive il critico d’arte Luciano Carini a proposito di Alessandro Docci : “E’ partito dal “figurativo” Alessandro Docci, un figurativo evoluto e moderno, con qualche traccia di Cubismo e Post-cubismo, illuminato, però, da squarci improvvisi di luce che evidenziano i toni e la dinamicità dei soggetti rappresentati. Poi i primi cambiamenti: in questa fase della sua produzione artistica le figure e i personaggi diventano meno dettagliati, sembrano emergere da grumi di materia e ci appaiono come sfuocati, fluidi ed evanescenti. Anche l’impianto generale dei suoi dipinti subisce una graduale metamorfosi e sempre di più sembra allontanarsi dal figurativo per ammiccare all’astratto e rimandarci ad immagini lontane, catturate dal tempo, dalla memoria e dal ricordo.

Ormai tutto è colore, solo colore e quelle sagome che affiorano dai fondi come fantasmi e apparizioni, a volte accompagnate da segni e scritture, se da una parte vogliono essere la cruda rappresentazione di emozioni e stati d’animo, ritratti interiori e tracce di vissuto, dall’altra stanno a rappresentare, anche e soprattutto, il conflitto interiore dell’artista combattuto tra l’uso della forma o della non forma, tra l’astratto e la realtà, tra l’iconico e l’aniconico. E così, dopo aver dipinto per tanti anni volti e figure, dopo aver analizzato per lungo tempo caratteri e personalità, l’attenzione di Alessandro Docci inizia ad aprirsi ad altri mondi più vasti e complessi, si sposta dalla persona alla società, dall’individuo alla pluralità.

E anche il suo linguaggio pittorico inizia una progressiva mutazione fino a pervenire ad una personale e singolarissima espressione Informale fatta prevalentemente di segno, gesto e colore. Ed è proprio in questo periodo che Alessandro, con tenacia e costanza, inizia a lavorare ad un singolare quanto ambizioso progetto che ha quale obiettivo fondamentale quello di avvicinare continenti, Stati e metropoli rendendoli una sola ed unica cosa. L’arte cioè intesa come linguaggio universale capace di unire culture e tradizioni diverse, strumento di pace e libertà, veicolo di serena convivenza e di civile progresso.

Da questo progetto, dunque, nasce e prende vita la serie dei dipinti ispirati e dedicati alle città, a quelle italiane prima di tutto e poi a quelle di tutto il mondo. Come dicevo prima, ora il suo linguaggio si è semplificato, è più libero e snello e queste città si presentano in chiave fortemente moderna e contemporanea: sono, in realtà, mappe, visioni prese dall’alto in versione “satellitare”, ma trasformate e modificate poi dall’intervento magico della pittura e da una sua felice intuizione: quella di inserire, all’interno di ogni dipinto, un vero e proprio alfabeto, un insieme di lettere, verosimili o immaginarie, che comunque attingono, nella loro conformazione grafica, alla cultura della città rappresentata. Queste lettere sono graffiti, segni, geroglifici, ideogrammi e invenzioni che non solo suggeriscono parole, storie, culture, fatti ed avvenimenti, ma che arricchiscono e rendono uniche la sue opere. Gli alfabeti del nostro artista ormai sono diventati qualcosa di peculiare, una ben chiara e definita caratteristica, un documento di personalità.

Espressione fortemente coinvolgente, quella di Alessandro Docci, viva e pulsante, moderna e attuale, soprattutto oggi che viviamo tempi di grandi trasmigrazioni, di esodi biblici, di nuovi e diversificati incontri. Allora le sue lettere si fanno messaggi di speranza, inno di libertà, alfabeti senza tempo, come recita il titolo della mostra.”

Nato a Desio, dove anche oggi vive e lavora, Alessandro Docci è un artista di vasta esperienza con alle spalle un ampio e articolato curriculum critico-espositivo.

Dal 1994 frequenta a Milano l’Associazione Sassetti Cultura e dal 2000 al 2003 il Centro Culturale Puskin. Esordisce in mostra personale nel 1991 a Bagno di Romagna dando così inizio ad un costante percorso espositivo in sedi private e pubbliche Istituzioni. Numerose anche le sue apparizioni in ambito internazionale, prevalentemente in Germania. Dal 1977 partecipa su invito a significative manifestazioni nazionali e rassegne tematiche collettive in Italia e all’estero. Nel 2006 e nel 2007 collabora con la rete satellitare Euroitaly Channel Sky 893 nel format d’Arte e Cultura Atelier William Tode e dal 2009 fa parte degli artisti del Museo La Permanente di Milano. Sue opere fanno inoltre parte di numerosi e prestigiosi spazi internazionali, di Pinacoteche pubbliche e Musei.

Alla Galleria d’Arte Contemporanea STUDIO C di via G. Campesio 39 si inaugura oggi,4 novembre 2017 , alle ore 18, la mostra personale di Alessandro Docci dal titolo “Alfabeti senza tempo”. La rassegna, che chiuderà il 16 novembre, sarà introdotta dal critico d’arte Luciano Carini.

Scripta lucis

Scrive Carmelo Cipriani a proposito di Rosemarie Sansonetti e SCRIPTA LUCIS : “L’arte – ha scritto Paul Klee – non rappresenta il visibile ma l’invisibile che si annida nell’essere e nell’esistere”.

Adottando questo assunto a principio di poetica Rosemarie Sansonetti conduce da un trentennio la sua peculiare ricerca, creando strutture di luce dal fascino arcano, archetipi di passaggio tra il tempo passato e quello futuro. Artista raffinata e sensibile, rinuncia alla narrazione del contingente per farsi portavoce di una condizione esistenziale condivisa, non legata al racconto del momentaneo o del particolare ma all’enunciazione di un messaggio di portata universale.

Una ricerca la sua incentrata su tematiche correlate all’identità e alla memoria e orientata in direzione di un lirismo magico condotto attraverso forme simboliche, luoghi dell’inconscio, affioramenti psichici, tra fisicità dei materiali ed evanescenza del ricordo. Dalle sue opere promana sempre un’aura che attrae e distanzia al tempo stesso, facendole apparire testimonianze di un altrove lontano, distante eppure familiare, inquietante ma anche attraente. Lavori che evocano più che raccontare, raccolti ora, seppur in forma numericamente contenuta, nella mostra Scripta lucis, quasi un’installazione unica entro cui riflettere sui tempi della memoria e della materia. Elevate in forma totemica o adagiate sul pavimento, le sue sculture abitano lo spazio come presenze granitiche e insieme dinamiche, trasformando la galleria in una scacchiera tra astrazione e fisicità.

Attraverso l’affiorare di parvenze spettrali (Indizi) o siderali (Reliquie astrali), l’artista racchiude in teche luminose entità impalpabili e fluide sottratte allo scorrere del tempo, quasi raggelate in una dimensione di eterna sospensione. Piccoli frammenti di vita assunti a simulacri di un’umanità che tende a sbiadire, fino a perdersi nei meandri del tempo, salvo poi riapparire privata di essenza e cronologia. Forme incongrue che si trovano a vivere in un mondo forzato ed enigmatico; visioni ben oltre l’esperienza sensoriale, “in cui lo spettatore ritrova la dimensione dell’isolamento e può sentire il silenzio del mondo” avrebbe detto Magritte.

Le opere di Rosemarie Sansonetti vivono nel ricordo e trascendono il fenomenico nella meditazione, rammentandoci che “l’arte sfida il mondo eccedendolo, lo risolve superandolo, inglobandolo, esorcizzandolo, deterrendone il simbolico” (Jean Boudrillard). La mostra coinvolge il fruitore in modo totalizzante, lo avvolge per intero accompagnandolo in un poema oggettuale in disfacimento, in un viaggio tra le intuizioni, le memorie segrete, i processi metamentali di una storia senza racconto, di un’umanità senza corpo.

Rosemarie Sansonetti – Scripta lucis
STUDIO ARTE FUORI CENTRO
Roma – dal 24 ottobre al 10 novembre 2017
Via Ercole Bombelli 22 (00149)
+39 065578101
info@artefuoricentro.it
www.artefuoricentro.it

Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Un viaggio

Scrive Giuseppe Berti a proposito di Gianni Ruspaggiari : «E’ un esploratore di colori e di segni. Placate la foga del gesto e la “cupa” violenza cromatica di precedenti esperienze, l’artista ora si esprime attraverso più morbidi registri compositivi dove il colore, fluido, libero e cangiante, si unisce ad un segno sottile che si fa figura, che diventa corpo, immagine pulsante di un desiderio carnale: una pittura, questa, che si potrebbe persino definire neo-secentesca e rubensiana, per lo meno nell’espansa e calda sensuosità della composizione.

Infatti, sia nelle opere ad olio, sia in quelle di più piccolo formato condotte a tecnica mista (acrilico e acquerello), Ruspaggiari fa uso di una tavolozza esuberante di contrappunti cromatici e di valori tattili: un “canto libero” di viola, lilla, azzurro, arancio, rosso, bianco che si dispiega sulla tela o sul foglio ora con lenti e sfumati trapassi di toni, ora attraverso palpitanti esplosioni cromatiche in cui, in una felice combinazione di tachisme e di dripping, talvolta risuonano anche le note più gravi del nero»

Gianni Ruspaggiari – Un viaggio
dal 26 ottobre al 26 novembre 2017
Casa di Cura Privata Polispecialistica Villa Verde
Viale Lelio Basso, 1
42123 Reggio Emilia
Tel. 0522 328611
info@villaverde.it
www.villaverde.it

Le parole non dette

Scrive  Rino Cardone a proposito de Le parole non dette : “Le forme, i colori e le parole. È pittura ricca di suggestioni quella di Dino Ventura. Pittura di significati e di significanti. D’immagini disegnate dalla mente, ancor prima che dal pennello, o dalla spatola. Ed è anche pittura di colori che sollecitano, oltre la vista, l’area creativa della nostra mente. Pittura di segni, di strofe poetiche e di versi tagliati. Pittura che evoca i numeri e il suono tarpato delle parole. C’è un po’ di beat generation statunitense in questo agire pittorico di Dino Ventura. C’è la cultura del frammento letterario. C’è il cut-up di William Burroughs e di Brion Gysin. Ci sono frammenti di poesie. C’è lo spirito delle “parole in libertà” dell’esperienza futurista di Filippo Tommaso Marinetti e di Guglielmo Jannelli. Ma ci sono anche le voci (ideogrammi) che Dino Ventura definisce come le “parole non dette”. Ci sono gli interrogativi esistenziali dell’artista. Uno dei quali è un “ologramma ribaltato” del pensiero sul silenzio di Federico Fellini, in ”La voce della luna” quando il protagonista del film afferma, nella scena finale: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Per Dino Ventura è tutt’altra questione. Il dilemma, che lui rappresenta, è invece questo: “Se solo ci fosse meno silenzio”. Il senso di questa sua pittura è lo stesso delle lettere d’amore di Roberto Vecchioni. È quello di voler sollecitare una riflessione sui modi del comunicare, considerando che “c’era una volta in cui si parlava, ora non più”. E c’è anche la volontà, da parte sua, di chiedersi cos’abbia, oggi, senso e cosa lo abbia meno. Di domandarsi che cos’è la poesia e che cos’è l’arte. Quella di Dino Ventura richiama, in alcuni casi in maniera testuale, i versi di Tagore e di Pablo Neruda. Richiama le suggestioni delle pietre colorate – e disegnate di rime – del poeta greco Ghiannis Ritsos. Richiama il concetto che tutte le cose sono numeri come sosteneva Pitagora. Un’arte dunque di rimandi letterari, filosofici e cantautorali. Rimandi impregnati di suggestioni. È cambiato il modo di far pittura di Dino Ventura. Secondo lui “c’è, oggi, più pienezza cromatica”. È questo un modo per dire che il vecchio segno, molto a pennello, si è arricchito di un maggior numero di strati spatolati. C’è ancora il dripping dell’Action Painting americana quello che fu di Jackson Pollock. Ma c’è anche più bitume rispetto alla pittura precedente. C’è l’uso dello straccio, per aspergere il colore sulla tela. Il significato minimale dei lemmi e dei vocaboli – da lui adottati dentro il quadro – si è trasformato in espressioni di senso letterario compiuto. C’è insomma più poesia visiva. E tutto questo senza tradire la sua scelta pittorica, espressiva e concettuale, fondata sulle cromie accese. Altri elementi di novità sono: i collage (realizzati con l’impiego di pezzetti di carta) e i tagli obliqui (eseguiti con l’uso di linee geometriche che aumentano il numero dei piani ottici e focali del quadro). E questo per dare corpo a un’emozione di Tagore che lui ha ripreso in chiave pittorica: “ (…) La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa / per uscire migliorata da te (…) ”.”

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Henri de Toulouse-Lautrec

Scrive il Prof. Francesco Morante a proposito Henri de Toulouse-Lautrec: “Toulouse-Lautrec (1864-1901) è uno degli ultimi pittori impressionisti.

Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la sua vita fu segnata, a quattordici anni, da due cadute da cavallo che gli procurarono delle fratture ad entrambe le ginocchia. In seguito le sue gambe non crebbero al pari del resto del corpo, restando egli deforme come un nano. Ciò lo portò a vivere una vita bohemien nel pittoresco e malfamato quartiere parigino di Montmartre. E in questo povero universo di ballerine e prostitute egli svolse la sua arte, prendendo di lì la propria ispirazione. Morì nel 1901 all’età di trentasette anni per problemi di alcolismo.

Egli è soprattutto un grande disegnatore, portando la sua arte su un piano che era sconosciuto agli altri pittori impressionisti: quello della linea funzionale. Egli con la linea coglie con precisione espressionistica le forme, i corpi e lo spazio. Non solo. Anche le superfici vengono tutte intessute di linee che si intrecciano a formare suggestivi intrecci.

Questa sua capacità di deformare la linea con grande capacità espressionistica rese la sua opera pittorica densa di suggestioni per i movimenti pittorici successivi. Soprattutto l’espressionismo prese ispirazione da Toulouse-Lautrec ma anche la successiva cultura figurativa liberty che fece della linea la sua principale matrice figurativa. Ed al liberty Toulouse-Lautrec fornì anche un nuovo ambito di applicazione: quello del manifesto d’autore. Egli, infatti, fu il primo pittore ad utilizzare le sue capacità artistiche per la produzione di grafica d’autore, soprattutto in occasione di spettacoli teatrali e cabarettistici.

La breve vita di Toulouse-Lautrec rimane un esempio anch’esso emblematico dell’artista di fine secolo. Ovvero di artista maledetto che vive la propria vita e la propria arte su un unico piano di intensa partecipazione emotiva. Egli, pur provenendo da una famiglia nobile ed agiata, preferì vivere la propria esistenza fuori dai comodi schemi della vita borghese, consumandola con un disprezzo per la vita stessa che lo accomuna ad altri artisti, non solo pittori, di questa fase.

Come Van Gogh e Gauguin anche egli, a suo modo, evade dalla società. Ma mentre i primi due lo fanno ricercando il mondo dei contadini o i mondi esotici delle isole del Pacifico, Toulouse-Lautrec evade rifugiandosi in quel mondo equivoco fatto di bordelli e locali di spettacoli in cui incontrava barboni, reietti, ubriachi, prostitute e con i quali condivideva anche la sua affettività. Ed essi divennero il soggetto dei suoi quadri, cogliendo in loro una vera e genuina umanità, a volte struggente e dignitosa.”

 

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec
dal 17 ottobre 2017 al 18 febbraio 2018
Palazzo Reale – Milano

Misurazioni

Come scrive Lorenzo Bruni nel testo per il catalogo che sarà pubblicato appositamente per l’occasione: “La ricerca di Eliseo Mattiacci può apparire ad uno sguardo superficiale come divisa in maniera netta tra le opere gestuali in dialogo con il corpo personale e sociale, con cui ha contribuito al dibattito dell’Arte Povera negli anni sessanta, e il periodo delle sculture dal tema cosmologico che formalizza dagli anni Novanta portando il dibattito attorno alla strategia dell’arte ambientale a soluzioni inaspettate. In realtà il percorso dell’artista si è sviluppato in maniera costante e coerente sempre all’insegna della domanda: quale è il ruolo che lo scultore può ricoprire nella riformulazione dell’etica culturale in una società in evoluzione e sempre più “liquida”? Tale questione concettuale, più che formale, lo ha portato a realizzare interventi che possono essere considerati in quanto tracce personali o istruzioni collettive della misurazione dell’attorno sia di quello visibile che invisibile”.

Inoltre il curatore intende evidenziare che “le sue installazioni esplorano da sempre i limiti e le potenzialità dello spazio architettonico e di quello naturale, delle strutture in ferro e delle tensioni magnetiche per puntare alla riformulazione dell’arte e della società con cui raggiungere un grado maggiore di consapevolezza del dialogo/confronto tra “io” e “mondo” e viceversa. Infatti, per lui visualizzare il cosmo come il corpo in quanto “presenze” è il passaggio necessario per dare concretezza e specificità all’entità che unifica e divide tutto: il tempo. Solo in questo modo può creare un meccanismo aperto con cui poter ripensare la posizione attiva dell’osservatore/artista su un piano differente che non sia semplicemente quello di voler ridurre tutto a una relazione di causa ed effetto, ma neanche di accettare l’impossibilità di spiegare i fenomeni che lo circonda”.

L’orizzonte fisico e mentale, denso e delicato, che emerge dal percorrere opera dopo opera la mostra Misurazioni permette – conclude Bruni – di comprendere appieno la ricerca di Eliseo Mattiacci in quanto indagine e stimolazione dell’interazione che può esistere tra osservatore e paesaggio. Paesaggio, però, inteso come il risultato della negoziazione tra le coppie di opposti di: visibile e invisibile, architettonico e cosmologico, privato e collettivo”.

 

Eliseo Mattiacci – Misurazioni

a cura di Lorenzo Bruni

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.

Galleria Poggiali, Via della Scala, 35/A-29/Ar e Via Benedetta 3r, Firenze

 

Dal 31 ottobre 2017 al 24 febbraio 2018

aperta dal martedì al sabato ore 9-13 e 15-19; ingresso libero.

www.galleriapoggiali.com

info@galleriapoggiali.com

tel. 0039 055287748

Kairos

Scrive Carla Guidi a proposito di Kairos : “(καιρός) nell’antica Grecia indicava “momento giusto, opportuno, occasione” o “momento supremo”, mentre Kronos (χρονος) si riferiva allo scorrere temporale misurato e sequenziale. In sintesi mentre kronos indica quantità, termine legato alla convenzionalità ma anche alla crudeltà inesorabile e livellante del desino comune, kairos ha un significato qualitativo, emotivo forse, un tempo non misurabile degli eventi e delle disponibilità. Tutto questo senza dimenticare quanto dobbiamo delle nostre radici culturali, alla mitologia ed alla cultura greca, utilizzate per indagare la nostra psiche da Nietzsche, da Freud, da Jung e da Hillman, solo per citare i più noti.

Lì noi infatti continuiamo a cercare le origini della nostra cultura, come dice lo stesso James Hillman, tentando di capire cosa attrae la nostra psiche e quali soluzioni o messaggi essa vi trovi. Miti che continuano a vivere anche oggi, con abituali rivisitazioni nei film Fantasy e nei giochi elettronici, nei fumetti, in un tempo che va considerato a buon ragione “ciclico” e verso una maggiore comprensione ed approfondimento dei fatti ad un maggiore grado di consapevolezza. Secondo lo strutturalista Lèvi-Strauss infatti, le narrazioni nei miti mettono in scena le opposizioni semantiche fondamentali su cui si basa una cultura Vita/Morte, Natura/Cultura ecc.

Strutture inconciliabili, qui trovano un modo, una conciliazione, una reciproca sopravvivenza … mentre secondo Mircea Eliade esiste continuità fra gli universi onirico e mitologico, proprio come vi è omologazione fra le figure e gli avvenimenti dei miti ed i personaggi, gli avvenimenti dei sogni; l’esperienza del sacro, l’inconscio collettivo, quello personale e l’Arte. Secondo la definizione di Károly Kerényi, mitologema è l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, riorganizzato, ma che di fatto mantiene lo stesso racconto primordiale, (per non citare Vladimir Propp e la struttura delle fiabe) mentre Hans Blumenberg riabilita il concetto di Mito, manipolato e deformato dal nazismo, sostenendo che attraverso questo, si esplicita un rinnovamento degli elementi più vitali delle culture, la cui rimozione avrebbe invece contribuito a produrre i Totalitarismi.

Cultura, informazione e temporalità. Facendo un paragone fisiologico, nel nostro corpo viaggiano informazioni almeno di due tipi, il neuronale e l’endocrino, un po’ come l’analogico e il digitale per l’informatica … Per non parlare della Triune Brain, Teoria dei tre cervelli – un modello della struttura e dell’evoluzione dell’encefalo elaborato da Paul D. MacLean – per sapere con apprensione che le tre strutture R-complex, Sistema limbico, Neocortex, adibite specificamente a determinate funzioni, dai bisogni e gli istinti innati, agli operatori dell’emotività, alla razionalità stessa, risultano indipendenti l’una dall’altra, ma in grado di dominarsi reciprocamente.

In fondo però lo sapevamo da tempo quanto fosse importante per l’essere umano l’educazione e la cultura. Il nostro cervello prosegue infatti la sua evoluzione per anni dopo la nascita, sempre sottoposto ai pericoli ed alle tempeste dell’emotività, così come alle sirene della persuasione occulta. A tutto questo bisogna aggiungere i concetti del tempo lineare della Storia e del tempo circolare o la Ciclicità delle stagioni. Non è secondario infatti che, nella nostra era informatica, il tempo Kronos stia divorando Kairos, o meglio stia divorando noi, come suoi figli, immersi ancora nell’illusione di un tempo infinito, nel quale la Natura ed il Mondo siano a nostra completa disposizione. Già nel 1967 un famoso articolo scritto da Lynn White Jr. intitolato The Historic Roots of our Ecological Crisis, si criticava le società occidentali per aver utilizzato la scienza e la tecnologia allo scopo di dominare e degradare l’ambiente, propagandando l’idea di dominio degli esseri umani sulla natura, privandola del suo carattere di sacralità, oltre di aver alimentato con ogni mezzo un’economia perversa, basata sull’illusione della crescita illimitata.

La nostra società, dopo anni di consumismo sfrenato, è divenuta infine “liquida” secondo l’acuta definizione di Zygmunt Bauman. L’asfissiante crisi economica che ci accompagna infatti, ormai da tempo, non è solo di natura finanziaria, ha una componente fisiologica: la globalizzazione, concepita come un eccesso di egocentrismo o eccesso di capitalismo. Oggi, tra l’altro, questo concetto, basato sull’incremento eccessivo di produttività, non è neanche più sostenibile, sia perché il ciclo di vita di un prodotto è sempre più breve a causa del progresso tecnologico basato sull’illusione della crescita illimitata dei consumatori e delle materie prime, sia perché i licenziamenti di massa e la penuria di materie prime, colpiscono le popolazioni generando povertà, alimentando una crisi globale dove lo scellerato abuso del territorio non lo ha solo impoverito, ma vi ha iniettato un pesante inquinamento, forse irreversibile.

La risposta non è solo passare dalla globalizzazione ad una strategia di produzione a crescita sostenibile locale o territoriale, ma tornare a pensare a quel legame profondo tra Umani e Terra che è da sempre la prima forma di economia esistita, come ci ricorda l’etimologia della parola cultura dal latino colere, “coltivare”, poi esteso a quei comportamenti che imponevano una “cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”. Un significato che ci invita ancora alla metafora del tempo logico, al territorio come base della memoria, ma anche della spiritualità come sistema mente-corpo.

Infine, sotto la pressione di strumenti informatici, utilizzati come una forma di dipendenza e in sostituzione dei rapporti sociali, in questo deforme concetto di una globalizzazione, abbiamo perduto il contatto con la realtà. Il realismo ipermoderno si misura appunto con l’angoscia di de-realizzazione che esso produce, ritmo temporale accelerato, alienante, anestetizzante, nel bombardamento di immagini con funzione ipnotica che mirano a sostituire la realtà del corpo e confondere la percezione dei suoi veri bisogni, nella scomparsa della fiducia in qualsivoglia entità che garantisca la possibilità di risolvere i problemi sociali. Oggi infatti è diffuso un individualismo sfrenato ma fragile, dove ciascuno non si fida più di nessun altro, mentre il poter apparire anche effimero sullo specchio del mondo, assume valore di presenza, di esistenza in vita, perpetuando la celebre predizione, già degli anni ’60, di Andy Warhol.

Fortunatamente oggi si rimette anche in discussione, da più parti, il culto della velocità e l’idea di una temporalità lineare, fonte della cieca fede nell’accelerazione del progresso e purtroppo anche dell’accumulo di ricchezza in poche mani, valorizzando invece un’economia sostanziale, diffusa, intesa come attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni di tutte le persone, allargando il senso di questi bisogni non esclusivamente alla sfera economica. Basti citare per esempio il Movimento per la decrescita felice ispirato da Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi, e le ricerche del premio Nobel Kenneth Arrow.

In questa emergenza sociale, mentre più della metà della popolazione mondiale risulta essere urbanizzata (Edward L. Glaeser) e mentre Slavoj Zizek ci invita a riflettere attraverso il suo libro Benvenuti nel deserto del reale, il linguaggio artistico acquista sempre la valenza di un’urgenza terapeutica. L’Arte infatti, attraverso la sua preziosa capacità simbolica, che si concretizza in oggetti dotati di una propria vitalità, può riuscire a darci quella dimensione significativa che pensavamo di aver perduto. Proprio alla ricerca di una spiritualità nell’Arte, nel recupero di uno spazio virtuale che non sia solo illusorio ma strumento di conoscenza del mondo, esteriore ed interiore, che in esso psichicamente si proiettano, si propongono una serie di mostre dove gli artisti si confrontano su queste tematiche.

Questo primo appuntamento vede la presenza dell’artista Jasmine Pignatelli con il suo ultimo ciclo di opere: Timeless e Directionless. Sono questi lavori che interrogano lo spazio e attivano con esso tensioni cinetiche e cinematiche. Il disegno del movimento e delle sue possibilità virtuali, danno luogo ad una diversa percezione del Tempo e delle dinamiche Spaziali. Un’operazione che si pone come ideale “marcatore di paesaggio”.

Valter Sambucini – Fotografo e ingegnere elettronico, attraverso lo strumento digitale, esplora lo spazio virtuale/speculare che oggi, soprattutto nelle città metropolitane, testimonia come le superfici specchianti sostituiscano illusoriamente gli orizzonti naturali, dopo aver ingoiato territorio e natura nel cemento. Tutto questo ha un significato antropologico, simbolico, politico e naturalmente delle conseguenze sul vissuto degli abitanti.

Il sociologo Pietro Zocconali, in occasione dell’inaugurazione dell’evento, affronterà i temi del suo ultimo libro in un viaggio alla scoperta delle linee di cambio dei fusi orari e di data. Insolita dimostrazione di come le “convenzioni” determinano consuetudini, usi e abitudini, falsificando la percezione dell’incessante scorrere del Tempo.”

L’evento è parte di ROME ART WEEK 2107
La mostra è aperta dal 9 al 28 ottobre 2017

Aritmie – Oreste Casalini

Scrive Paolo Aita a proposito di Oreste Casalini e delle sue Aritmie : ” Oreste Casalini da sempre fa i conti col tremendo. Invece di trovare dei segni estetici di corrispondenza ad una forma, nelle sue opere il trait-d’union è la fedeltà alla ricerca della rappresentazione del culmine. Di volta in volta, in ogni successiva esposizione, sembra giocare al rialzo della quantità di coinvolgimento. Come in questa nuova piccola/grande mostra, dove sonda le possibilità dell’installazione, della fecondazione di uno spazio in cui siamo chiamati ad entrare come in un’arena di forze che trovano finalmente una espressione integrale.

I materiali sono utilizzati in modo inconsueto, forme aperte ma solide per le opere a parete, secondo una idea di pittura che tende ad includere la dimensione della scultura, e forme chiuse ma impalpabili nelle opere in scultura, dove la tridimensionalità tende a racchiudersi nella purezza di una linea.

La bellezza è regola che incorpora l’uomo, dunque composizione e rappresentazione di ragione ed eccesso insieme. Da qui Il titolo ‘Aritmie’ che allude ad un disturbo della regolarità della forma, alla feconda alterazione del ritmo che apre a possibilità imprevedibili.

Sono opere che vivono nella totale assenza di remore estetiche, di filtri relativi al gusto e a ciò che è ‘costumato’, a ciò che secondo le convenienze sarebbe giusto far entrare nell’opera, così che finiscono per incorporare molto di più di quanto dovrebbero.

Per ‘pittura solida’ qui si intende una modalità di contenimento del caos, secondo un’idea di immanenza non rappresentata ma vissuta fino in fondo, portatrice di un rinnovato possibile realismo. L’opera è quindi il risultato di un confronto con la pratica dell’arte che si tramuta in gesto, in azione immediata da cui emerge una materia liquida come lava colata da un’eruzione interiore. Lo spazio dell’opera è confine, argine alla dispersione e al disordine, e i quadri, quasi a inseguire la loro etimologia, si danno come ‘riquadri’, superfici finite entro le quali contenere l’infinito. Non solo segno dunque, ma corpo e sostanza, materiali organici e spirituali che tracciano un orizzonte all’altezza del quale diviene possibile la nuda percezione, la rappresentazione di un desiderio di assoluto che comprende e cancella ogni speculazione intellettuale, invade l’intero quadro e lo tramuta in una forma solida come quella di una scultura. Qui la materia si fa ritmo, le immagini emergono dal nulla, come in un crescendo di stazione in stazione ad ogni sguardo solidificano una scena diversa, le forze che si affrontano da tutti i lati diventano sempre più chiare, l’architettura del quadro diventa più evidente. Fino a dissolversi nuovamente nel bianco, nella pura modulazione di luci e ombre, dove un’immagine appare e scompare a secondo delle ore del giorno, si colora dell’atmosfera, senza più confini tra un dentro e un fuori, emerge come pura traccia dell’energia segreta che tiene insieme tutte le cose.

Di fronte questo scenario giacciono le figure bianche e nere, come esseri intermedi, viventi in una sospensione di stato tra umano e divino, forme di un ideale inevitabilmente senza volto, senza rappresentazione. Per ogni bellezza si avverte sempre una sofferenza lì dove manca. In ciò c’è tutta la teoria occidentale dell’impossibile creazione del corpo come rappresentazione della bellezza. Questi corpi la rappresentano, ma nessuno può dire se siano belli perché della stessa natura ideale del bello, o se quel particolare corpo sia bello perché ben composto. Questi corpi sono belli perché rendono possibili tutte le domande sulla bellezza.

‘Aritmie’ quindi è una metafora angelica che ammanta di qualità e caratteristiche ciò che non può essere detto. Per questo motivo Oreste Casalini può proiettare su queste opere qualsiasi cosa, o far dire loro qualsiasi cosa. Esattamente come l’innamorato proietta il suo amore sull’amata, e allo stesso modo avviene l’incarnazione dello spirituale: in tutti i casi il corpo non è mai visto nella sua specificità. E’ solo immaginabile, invisibile perché indeclinabile. Convulsivo perché quel corpo è noi.”

Aritmie | Oreste Casalini
Mostra personale di Oreste Casalini dal 12 ottobre al 4 novembre 2017 presso Spazio Menexa .
Via di Montoro, 3 – 00186 Roma
+39 0666019323
Lun-Ven 10:00-19:00

www.spaziomenexa.it

 

Oreste Casalini, nato a Napoli nel 1962, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma e espone dal 1989. Ha realizzato numerose mostre in spazi pubblici e privati tra le quali: Casa Italiana Zerilli-Marimò, New York (1991), Università Federico II, Napoli (1997) Palazzo Reale, Napoli (1998), XII Biennale di Architettura, Venezia (2010), Palazzo Mochi-Zamperoli, Cagli (2010), Castello di Rivara (2011, 2013, 2015) Spazio Mercuria, Dubai (2013) Fiera Ostrale, Dresda (2014) Fondazione Telethon, Centro Olivetti, Napoli (2015). Ha realizzato installazioni permanenti in spazi privati a Napoli (1998, 2003), Roma (2003, 2005), Berlino (2010), Milano (2010, 2013) Torino (2015). Opere di Oreste Casalini sono presenti in collezioni private a Roma, Milano, Napoli, Londra, Berlino, New York, Seattle, Dublino, Dubai, Mumbai, Tokio, Mosca.

Una grande avventura

Scrive Anna Soricaro a proposito de “Una grande avventura” : Un film documentario ispira una nuova mostra di arte contemporanea in cui cinque artisti vivono la grande avventura della concettualità, dell’astrazione meditata, a volte materica altre volte gestuale, dai tratti certosini e ricamatori o dai gesti impulsivi e di impatto. Una mostra avvincente che porta in dimensioni diverse, in altrove indefiniti.

Sergio Oddone, tecnica mista su tela
Sergio Oddone, tecnica mista su tela

Il testo è stato prescelto perché questo evento sia una grande avventura che ha l’obbligo di trasportare l’osservatore in dimensioni grandiose. Questo sarà uno spettacolo mai visto prima,creato da cinque artisti prescelti per la magia che ognuno sa regalare: Marco Baruzzo, Stefano Catalini, Korso, Sergio Oddone, Juri Perin sanno distinguersi con classe ed eleganza in una mostra in cui esplosioni concettuali avvolgeranno l’osservatore in un tripudio travolgente e coinvolgente.

Marco Baruzzo dipinge per scaricare la tensione quotidiana, per questo siamo davanti ad un’arte emotiva ed emozionale che attraverso una gestualità piccola e ravvicinata crea vasti campi di colore in cui smarrirsi. Eh sì, non si può che perdersi in quell’intrigo estetico realizzato ad occhi chiusi, di ginocchia per terra; spinto da origine ignota l’artista si lascia prendere dallo stato emozionale generatore per sprigionare ogni sensazione sul supporto. Non sempre c’è un motivo ispiratore, spesso c’è l’esigenza di dipingere, per Baruzzo l’arte è un bisogno lontano dalla necessità di manifestare cosa si voglia comunicare. Questa arte è sempre diversa e non può essere diversamente poiché dettata da un animo mutabile diviene una priorità cardinale per liberarsi dal quotidiano e perdersi nelle emozioni attraverso acrilici e dita che danzano in punta di piedi sul supporto, mossi dalla musica della passione per l’arte creando spazi grandiosi di colore dall’eleganza indiscutibile.

Con Stefano Catalini l’arte nasce dal vissuto, dai ricordi anche dell’infanzia. Affidando un elevato valore tattile alle sue opere l’artista evidenzia come azione e materia siano elementi fondamentali per la comprensione . La materia è, in fondo, una forma di vita che, con discrezione e pulizia, diviene protagonista delle opere, mai invadente, in punta di piedi sembra danzare sulle opere come mezze punte a teatro. Partendo dal principio secondo cui l’opera si costruisce con il tatto si assiste a studi cromatici, ripartizioni visive e campiture di grande impatto sia visivo che tattile. Con le opere di Catalini si assiste ad una completezza tra il tatto e la vista, in una scoperta continua dell’opera d’arte che diviene un mondo da esplorare in una danza gestuale sapiente e matura.

Korso si avvale di una leggera materia insieme a colori sempre soavi per tratteggiare ciò che segretamente lo ispira. Paesaggi, attimi, situazioni, vengono rappresentati con una grazia suprema attraverso sovrapposizioni mai invadenti, la cui leggerezza della materia intrappola il colore imprimendolo sul supporto. Spesso la materia nelle opere d’arti è corposa e determinata sulla superficie, con Korso si adagia al supporto accogliendone modifiche ed alterazioni. Un’arte che fa la differenza perché riesce a mettere a tacere il pubblico lasciando che si perda tra i toni e che indaghi l’attenzione con cui ogni dettaglio acurato ed attento riuscendo a fare una grande differenza.

Sergio Oddone è ispirato dalla geometria come si palesa immediatamente dalla visione di forme astruse, non sempre definite, che aleggiano sulla superficie, ma non solo: il mondo dei motori lo stimola esprimendo con pennarelli su fondi di carta forme che si librano quasi ad apparire opere cosmiche. Molti studi, incontabili tentativi hanno determinato la scelta di una tecnica alternativa e poco comune che crea tridimensionalità stimolando la fantasia nella ricerca quasi obbligata di dare nome alla forma creata. A volte i colori si combinano dando vita a tonalità particolari, la mano si muove libera alla ricerca di forme sempre differenti prediligendo fondi sempre diversi che accendono o spengono l’entusiasmo di chi osserva. La leggerezza di un’arte poco comune viene intensificata dalle grandezze delle forme, non si ferma ai piccoli formati l’artista, ma si cimenta in dimensioni grandi che fungono da trappola per lo sguardo lasciando l’osservatore quasi sospeso nell’intrigo visivo che si spegne o nasce dal colore del fondo. E’ indubbiamente un’arte fuori dal comune la cui semplicità intriga e sorprende, frutto di una mano meticolosa e sapiente che sa fare la differenza nel panorama artistico di oggi.

Juri Perin si inserisce a metà tra figurazione ed astrazione poiché ogni paesaggio non è convenzionale né mai chiaramente identificativo. Lavorando con toni pacati e romantici alterna visioni sempre diverse lasciando trasparire rilassatezza, serenità e pace in un mondo di per sé frenetico ed avvincente creando un genere d’arte sereno e per questo avvincente. Un giovane grande artista che sa ben distinguersi in un presente artistico ricolmo di immagini ripetute e comuni, attento e perspicace nel saper fare la differenza.

[…..] E’ un’avventura, una grande avventura…voglio portarvi in dimensioni in cui non siete mai stati prima…voglio regalarvi uno spettacolo che non si era mai visto prima.
Who is it, USA, film documentario 2009, direzione Kenny Ortega, Michael Jackson

 

Una grande avventura
CENTRO CULTURALE ZEROUNO
Barletta (BT) – dal 2 al 12 ottobre 2017
Via Indipendenza 1 (76121)
+39 0883521891
arte@zero-uno.org
www.zero-uno.org

HOW MUCH IS TOO MUCH?

Nel libro ‘Le città invisibili’, Italo Calvino già nel 1972 descrive la città di Leonia come un luogo dove “non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità“.

Ancora oggi, a 45 anni dall’uscita del romanzo, come gli abitanti di Leonia siamo assuefatti da un continuo bombardamento di stimoli , dove un consumo costante di immagini, oggetti, esperienze diviene unico e necessario mezzo di affermazione. Paradossalmente, per affrontare questo eccesso, totale e spersonalizzante, l’uomo contemporaneo è costretto a organizzare e gerarchizzare, creando categorie all’interno di un proprio atlante immaginario. Un processo necessario per non essere travolti dal troppo che ci circonda e per tentare di costruire una nostra individualità, che rischia di essere travolta dall’eccedenza.

Monito ironico a questo tema, l’opera di Giles Round “You know the old story…I can’t tell you again”, apre il percorso espositivo negli spazi della galleria A plus A, dialogando con gli altri autori della mostra, come Benjamin Hirte. Il suo lavoro ci ricorda come il nostro pensiero e la nostra percezione siano influenzati da archetipi e comparti ben definiti, invitandoci invece a nuove e molteplici letture di ciò che ci circonda. Una sintesi che riscontriamo anche nella matrice negativa delle sculture di Sam Ekwurtzel in cui prodotti della nostra quotidianità, privati del loro brand, divengono nuovamente decodificabili, continuando però a sedurre per la familiarità della loro forma.

Ordini mentali che creiamo e distruggiamo in un infinito gioco di possibilità, come i protagonisti del video del duo sud-coreano Rohwajeong, che ci prepara all’eccesso visivo del piano successivo. Daniel Faust, Oliver Czernetta, Paloma Munoz & Walter Martin e Amelia Crouch, in un allestimento volutamente caotico, costringono il visitatore a cercare un ordine, un sistema, a creare delle strutture. Esattamente come noi nella vita reale, quando questo bisogno ci induce a creare playlist, a conservare immagini nei social network, ad aggiornare Pinterest e a dividere generi, partiti, nazioni e religioni, per dare significato e ordine alla sovrabbondanza presente nella società.

Infine lo stesso processo viene messo in dubbio, in quanto sorge spontaneo domandarsi se la classificazione di pensieri, oggetti, immagini e ricordi altro non sia che una negazione degli stessi in strutture predefinite. Ma soprattutto viene da chiedersi quali sono i rischi che derivano da questo agire a schemi di cui la storia è stata frequentemente un testimone.
Confrontandosi con l’urgenza di queste domande, la mostra HOW MUCH IS TOO MUCH? invita i visitatori a inoltrarsi in un percorso coinvolgente per scoprire non solo il contenuto e la sostanza dei nostri archivi, ma anche a riflettere sul pericolo che questi processi possono comportare.

HOW MUCH IS TOO MUCH?

A plus A gallery
School for curatorial Studies Venice
San Marco 3073
Venezia 30124
info@corsocuratori.com
info@aplusa.it
Tel. 041 2770466
www.aplusa.it

Le lacerazioni del mondo

Scrive Paolo Repetto a proposito di Carol Rama: “Le particolari e intense opere di Carol Rama (Torino 1918 – 2015) hanno caratteristiche estetiche ed un gusto molto più vicino all’espressionismo austriaco e tedesco che non alla nostra tradizione mediterranea e solare. Duramente provata dalla tragica e prematura morte di suo padre (probabilmente suicidatosi) e dai forti problemi psichici di sua madre, la Rama ha sempre svolto il suo mestiere di artista come un’intensa autoterapia.

Il lavoro, la pittura, per me, è sempre stata una cosa che mi permetteva poi di sentirmi meno infelice, meno povera, meno bruttina, e anche meno ignorante… Dipingo per guarirmi. Quando dipingo non ho nessun garbo professionale, nessuna gentilezza, non ho regole. Non ho mai seguito corsi regolari di pittura, né avuto un’educazione artistica, accademica. La mia insicurezza tecnica, il mio non avere un metodo, è diventato un aspetto del mio lavoro. E questo mi ha aiutato moltissimo, perché, al di là della tecnica, l’idea è sempre molto chiara.

Se questo mondo fosse perfetto e felice, l’arte probabilmente non esisterebbe. In molti casi, in molti artisti, il gesto artistico è stato soprattutto il tentativo di indagare e trasfigurare un disagio, un dramma, una disperazione. Nella Rama una forte sessualità vissuta insieme come gioco e colpa, felicità e paura, segno e cicatrice. Una carnalità fatta di corpi, volti, mani, presenze, insieme reali e impossibili, concrete e quasi surreali. Corpi o segmenti di corpi privati di ogni armonia; corpi e genitali e membra indagati come presenze ovvie ed oscene, vitali ed inquietanti. Curiosi, enigmatici occhietti avvolti tra vapori informali ci spiano come sentinelle di una coscienza acuta e moltiplicata. Piccole e misteriose scritte e segni indagano una razionalità che sfuma tra i grandi enigmi dell’esistenza. Figure femminili, autoritratti, intaccati da presenze ambigue, misteriose, tra l’organico ed il vegetale.

Come la sua bizzarra, lunghissima treccia di capelli legata alla sua fronte, un fiume di forme segue il vasto e strano ciclo delle metamorfosi, degli istinti, delle pulsazioni più profonde. Altri occhi, questa volta disegnati, dialogano con rosse lingue ironiche e beffarde, su fogli di altri disegni, altre tracce, altre stampe. L’armonia del corpo, nella Rama, è sempre intaccata e distrutta da una sessualità preponderante, violenta, ironica, malata. Un normale piede si confonde con una legnosa protesi; un ramo di foglie si trasforma in corona di spine.

Poi, in altri periodi, in altre opere, un netto allontanamento dalla figura umana, a favore di un gioco eminentemente formale ed estetico: il gioco delle camere d’aria; il nero della gomma, variamente declinato come tubo appeso, presenza, icona, elegante superficie nera. O, in altre opere di gusto informale, ancora una pausa dal vasto fuoco organico ed erotico, a favore di una ricerca estetica più pacifica, pacata, armonica. Tra questi due principali temi, il percorso della Rama ha esplorato due mondi apparentemente opposti: l’universo espressionista, organico, riccamente corporeo in parte derivato da Egon Schiele; e quello formale, estetizzante e più lirico, in parte ispirato ad Alberto Burri.

Da una parte il mondo della corporeità, della sessualità, fatto di lacerazioni, frammenti, tragiche divisioni e visioni. Dall’altra un universo ordinato, astratto, unito, dove l’armonia della forma ricompone ogni lacerazione. Così tutta la sua opera, come un inquieto pendolo descritto da Edgar Allan Poe, oscilla incessantemente tra i due inconciliabili poli della nostra esistenza: la lacerazione e l’unità, il caos e l’armonia, il frammento e la totalità, il fuoco e il cristallo.”

Carol Rama – Le lacerazioni del mondo
DE PRIMI FINE ART SA
Lugano – dal 13 settembre al 13 ottobre 2017
Piazza Cioccaro 2 (6900)
+41 0919234833
info@deprimi.ch
www.deprimi.ch