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Il senso segreto della natura. Takako Hirai

L’Associazione Giardini e Dintorni, nell’ambito della manifestazione Meraviglie segrete. Giardini aperti nel territorio ravennate, in collaborazione con il Museo d’Arte della città, presenta la mostra “Il senso segreto della natura. Takako Hirai” a cura di Linda Knifftz, dal 6 al 14 maggio 2017.

Takako Hirai è un’artista giapponese nata a Kumamoto nel 1975. Si è laureata in pittura alla Hiroshima City University, e in seguito ha deciso di apprendere la tecnica musiva venendo a Ravenna. La conoscenza approfondita di entrambi i linguaggi artistici, e del disegno, fa sì che Takako approcci il tema che più d’ogni altro la coinvolge il rapporto fra l’uomo e la natura con una sensibilità insieme formale (quale ricava dalla tradizione artistica del suo Paese), coloristica e materica.

Ma tutto nel segno d’una poetica sobria, asciutta, che nell’osservazione attenta e partecipe del dato naturale e nella sua elaborazione evocativa, ma sempre concentrata al massimo, trova la sua cifra. I suoi lavori sono pensieri che rivolge a sé stessa, usando pochi materiali, quasi solo materiali naturali, che compone da virtuosa. A volte nasconde una figura umana nelle sue opere, ma in maniera non perfettamente criptica: Takako desidera in realtà che essa venga cercata e infine scoperta da noi, che siamo invitati a percorrere insieme a lei il suo cammino nel gran bosco della Natura.

Ugualmente nasconde i suoi sentimenti in una rappresentazione naturalistica accurata, che rimanda a un universo interiore segreto e malinconico dove possa sentirsi riparata, al sicuro, sperando però che i suoi segreti vengano disvelati, in una contraddizione palese e feconda. Il suo rapporto con la natura è costante, in senso fisiologico e istintivo, ma con una connotazione introspettiva di carattere più etico che psicologico.

Scrive: “Io sono un essere della natura. Come devo vivere?

Orari mostra: da martedì a domenica: 9-18; chiuso lunedì e domenica
Ingresso: libero

 

Ufficio relazioni esterne e promozione 

Nada Mamish – Francesca Boschetti
via di Roma 13
48121 Ravenna
tel. 0544  482017

Spontaneo quotidiano

Presso lo Spazio Espositivo della Farmacia Meltias di Conselve (Padova) continuano gli appuntamenti con l’arte a cadenza mensile. Dall’8 aprile al 6 maggio sarà protagonista l’arte della ceramica contemporanea con i preziosi oggetti d’uso quotidiano nati dall’immaginazione della padovana Daniela Barone.

Curata da Sonia Strukul, con il patrocinio della Città di Conselve, la mostra “Spontaneo quotidiano” sarà inaugurata sabato 8 aprile alle ore 18.00. La mostra è visitabile da lunedì a sabato con orario 8.30-12.45 e 15.30-19.45. Ingresso libero.

Daniela Barone crea i suoi oggetti a mano, sperimenta e azzarda per creare pezzi unici e non ripetibili. Creati con le argille, come terraglie, grès, porcellana, terra refrattaria e semi-refrattaria, e decorati con smalti, ossidi e cristallina colorata, i suoi vasi aggrovigliati sono diventati pezzi unici da collezione. «Questa materia è libera di porsi limiti, per ridefinirli quando è ora di cambiare – spiega Daniela Barone – Con la ceramica è possibile seguire l’istinto: questi oggetti d’arte sono in continua mutazione perché nel formarli mi lascio trasportare dalle loro metamorfosi».

La ceramica contemporanea italiana è ricca sia nel numero di artisti che nelle diversità espressive e rappresenta una fusione unica fra grande tradizione e una moderna interpretazione dell’arte. Nel ceramista-artista c’è unità di disegno e di esecuzione, cooperazione tra mani e personalità: designer e artigiano sono la stessa persona. I vasi “Fascia” di Daniela Barone sono sintesi di tecnica e pensiero poetico-intuitivo, come dice l’artista: “Per me la cosa importante è vivere la bellezza nella vita quotidiana” ed è in questo momento che l’arte dell’uomo viene investita di un più ricco significato.

Daniela Barone si è avvicinata al mondo della ceramica più di vent’anni fa, lavorando all’interno di un laboratorio creativo legato al sociale. È partita senza seguire una scuola di pensiero predefinita, ma orientandosi esclusivamente su intuizioni ed ispirazioni del momento. Poco per volta ha appreso le varie tecniche sperimentandosi, con successi e disastrosi fallimenti. Successivamente ha partecipato a diversi corsi di forgiatura e smaltatura a Nove, Faenza e anche a Padova affinando alcune nuove tecniche, che nel tempo ha rielaborato fino a renderle proprie. Da dieci anni con impegno costante lavora nel proprio laboratorio.

Presso lo Spazio Espositivo della Farmacia Meltias di Conselve (Padova) continuano le mostre a cadenza mensile a cura di Sonia Strukul. Un’opportunità per far conoscere e promuovere non solo artisti, ma anche artigiani, designer e orafi del territorio. L’artigianalità e l’inventiva italiana sono un’eccellenza apprezzata in tutto il mondo che va riconosciuta e preservata.

Grazie alla lungimiranza di imprenditori come i due fondatori del gruppo Meltias, il dott. Lucio Merlo e del dott. Roberto Sannito, dal 2014 è stato creato uno spazio dedicato ad eventi culturali e formativi, mirati alla divulgazione delle varie sfaccettature del mondo artistico e culturale. Un nuovo concetto di Farmacia come luogo di benessere sia fisico che emotivo; un insieme di spazi, professionisti, servizi e prodotti d’eccellenza che propongono un approccio olistico al benessere dei propri clienti. Arte come conforto dell’anima, messaggio salvifico per la cura del corpo e della mente.

SPONTANEO QUOTIDIANO / Daniela Barone
a cura di Sonia Strukul
Spazio Espositivo Farmacia MELTIAS
Via Vittorio Emanuele II, 21 – Conselve (Padova)
dall’8 aprile al 6 maggio 2017
vernissage sabato 8 aprile ore 18.00

Orari di apertura:
da lunedì a sabato ore 8.30-12.45 e 15.30-19.45
Ingresso libero

Per informazioni:
Farmacia Meltias Conselve
Tel. 049 5384165
www.farmaciemeltias.it
conselve@farmaciemeltias.it

Per informazioni sulle opere esposte:

Daniela Barone
barone.daniela@email.it
www.dibaroneceramicheartistiche.it
Sonia Strukul
Tel. 392 4541345
strukulsonia@alice.it

Les Sculptures Utilitaires di Pierre Cardin

“I miei mobili sono sculture. Mi piace lavorare come uno scultore, è la mia vita, la mia passione, la mia felicità e la mia gioia. La ragione del mio lavoro.” Pierre Cardin

In occasione del Salone del Mobile 2017, la Galleria Carla Sozzani presenta Pierre Cardin. Les Sculptures Utilitaires.
La mostra rende omaggio a Pierre Cardin, straordinario precursore di forme e idee attraverso i progetti di design che negli anni Settanta hanno definito la visione del grande couturier.

Le “Sculptures Utilitaires” sono arredi e luci in cui Pierre Cardin, lo scultore della moda, traduce le sue figure geometriche, i tagli simmetrici, le curve, nell’arredo quotidiano. «Ragiono come uno scultore, creo una forma. È un procedimento per cui ciò che conta è la creazione di una linea che non c’era prima. E che è destinata a durare».

Da questo percorso nascono forme futuristiche che conciliano le tecniche della lacca tradizionale e dell’ebanisteria con le geometrie elementari. L’intuizione innovativa di Pierre Cardin diventa struttura e componente estetica.

Dice Pierre Cardin: «Volevo dar forma a mobili come a sculture da poter guardare da diverse angolazioni come i corpi che vesto».

Mobili spaziali, lampade lunari, oggetti funzionali come armadi, cassettiere, scaffali, sono progettati da più prospettive e la loro funzionalità viene quasi nascosta dalla superficie laccata.
Con le parole di Maurice Rheims de l’Académie française «Una vera evoluzione si verifica nel design di Pierre Cardin, là dove l’idea di un mobile dà luogo a un’immagine scolpita. Di rado nelle arti decorative abbiamo potuto percepire come l’artigiano fosse toccato dalla grazia».

Pierre Cardin, 1922, di origine italiana e di formazione francese, è stato il primo designer a creare il prêt-à-porter nel 1959 sfilando dai grandi magazzini Printemps; il primo a creare la collezione moda per l’uomo nel 1960; il primo ad andare in Giappone, in Cina e in Russia aprendo boutiques; il primo ad applicare le licenze nella distribuzione di prodotti che non fossero solo abbigliamento, il primo ad allestire mostre e il primo a vestire ogni ambito del vivere, dagli occhiali ai ristoranti, dalle navi agli aerei.

Profondamente attratto dal mondo del teatro e del cinema, Cardin ha lavorato con Jean Cocteau e Jeanne Moreau, fino ad aprire nel 1970 a Parigi, l’Espace Pierre Cardin, dedicato al teatro, al cinema e alla danza, e a fondare nel 2000 il Festival Château Lacoste in Provenza.
Nel 2006 ha disegnato le coreografie di Marco Polo per l’Opera di Pechino. Nel giugno 2016 Pierre Cardin ha prodotto Dorian Gray al Teatro La Fenice di Venezia e ha disegnato i costumi. Nel novembre dello stesso anno ha luogo la sfilata Pierre Cardin per settanta anni di Design all’Institut de France a Parigi. Nella primavera 2017 presenterà il libro «Seventy Years of Design» di Jean-Pascal Hesse, Assouline editore.
Tra i molteplici riconoscimenti, i tre Gold Thimbles dalla Haute-Couture di Francia nel 1977, 1979, 1982; la Legione d’onore nel 1982, la nomina ad Ambasciatore Onorario dall’Unesco nel 1991 e a Membro dell’Académie des Beaux Arts nel 1992, Goodwill Ambassador FAO nel 2009, il Legend Award della città di New York nel 2010, il Leone d’Oro della Regione Veneto nel 2012, l’ Ordine dell’Amicizia della Federazione Russa nel 2014.

Lisette Model

Il Centro Phos presenta una mostra di Lisette Model (Vienna 1901 – New York 1983), fotografa americana di origine austriaca, conosciuta per le sue immagini “street” assolutamente non convenzionali e per i suoi ritratti assurdamente spontanei, immagini che le garantirono un’enorme fama. Non solo artista ma anche insegnante e fonte d’ispirazione per una vasta generazione di giovani fotografi, tra i quali Diane Arbus.

Tra le sue serie di ritratti, la sorprendente “Promenade des Anglais”, ambientata nella strada che percorre il lungomare di Nizza, fu realizzata nel 1934 e si impone per lo stile unico e diretto, attento alla posizione del corpo e ai gesti rivelatori di un preciso status sociale. Si tratta spesso di ritratti della classe locale agiata, ritratti che caratterizzeranno lo stile inconfondibile di Lisette: primi piani spassionati, esposizioni di vanità, insicurezza e solitudine, ottenuti allargando e tagliando i negativi in camera oscura.

Dopo il periodo francese, fu la Grande Mela a ispirarla. Qui realizzerà alcune delle sue serie più famose, in primis “Reflections”. Gli scatti catturano la multi-dimensionalità della città, riflessa nelle vetrine dei negozi, spesso lungo la Fifth-Avenue. Lisette passa molto del suo tempo anche nei semplici caffè della Lower East Side, dove elabora la serie che potremmo definire più libera, “Running Legs”, nella quale fornisce una straordinaria visione della città, catturandone il ritmo freneticamente “malato”.

Lavora con neri profondi, senza mai rinunciare ai dettagli e sviluppando un realismo intransigente, mai compiacente. Si sofferma sulle rughe di una donna truccata sotto il suo cappellino, su delle mani deformate e piene di anelli o sulla fragilità di un corpo che si rivela sotto l’apparenza del vestito.

Lisette Model si è guadagnata un ruolo di spicco nella cosiddetta Street Photo della scena newyorchese degli anni ’40. Ha inaugurato uno stile fotografico immediato e spontaneo, volto a immortalare una realtà in perenne mutamento, realizzando una galleria di ritratti grotteschi ma carichi di umanità.

“I just picked up a camera without any kind of ambition to be good or bad. And especially without any ambition to make a living… My whole freedom working in photography comes because I say to myself, “Let’s see what is going on in this world. Let’s find out. How do these people look?” L. Model.

Mostra in collaborazione con Mc2Gallery

Lisette Model
PHOS TORINO
Torino – dal 4 aprile al 10 maggio 2017
Via Giovanni Battista Vico 1 (10128)
Torino
phos@phosfotografia.it
www.phosfotografia.it

Ten Years and Eighty-Seven Days

Dopo il successo della mostra a Berlino (EMOP Berlin 2016) e il premio dell’International Photography Awards del 2016, giunge a Siena, al Santa Maria della Scala, che ne ha curato la produzione, il progetto fotografico Ten Years and Eighty-Seven Days/Dieci anni e ottantasette giorni di Luisa Menazzi Moretti che sarà visibile dal 13 aprile al 4 giugno 2017.

La mostra è composta da 17 fotografie di grande formato (esposte come opere singole, dittici e trittici) e 9 testi tratti da lettere e interviste rilasciate dai prigionieri del braccio della morte del carcere di Livingston, vicino ad Huntsville, in Texas e il titolo – Ten Years and Eighty-Seven Days/Dieci anni e ottantasette giorni – fa riferimento al tempo medio che deve attendere un condannato a morte, in solitudine, dal momento della condanna all’esecuzione. Le opere sono una sorta di trasposizione delle storie e dei testi con cui i condannati del braccio della morte raccontano le loro vite o descrivono le emozioni vissute nel carcere texano, dove tutt’oggi vengono eseguite più esecuzioni di ogni nazione democratica del mondo occidentale.

Scrive Daniele Pitteri, direttore del Museo Santa Maria della Scala di Siena: “…Queste esistenze Luisa Menazzi Moretti non le documenta, né le interpreta. Le trasfigura. Le compenetra, le filtra attraverso la propria sensibilità e le rimanda, trasfigurate appunto, sotto forma di immagini che non raccontano, ma che danno forma ai pensieri, alle sensazioni e alle emozioni provocate in lei dai pensieri, le sensazioni e le emozioni non di reietti a scadenza, ma di esseri umani che, nonostante tutto, esistono”.

Distante da ogni realismo, la fotografia di Luisa Menazzi Moretti richiama, in effetti, a una profonda riflessione sulla pena di morte. Sono, infatti, 29 gli Stati che ancora oggi negli USA praticano la pena di morte; se Luisa Menazzi Moretti ha scelto di lavorare su quanto continua ad accadere nel ricco ed evoluto Texas (dove ha vissuto per molti anni) è per il triste primato che rappresenta tra gli Stati confederati d’America, modello di democrazia liberale che non riesce a risolvere questa feroce contraddizione. 

Scrive Bruno Valentini, Sindaco di Siena: “Quando mi fermo e penso che i civilissimi Stati Uniti d’America, simbolo delle democrazie occidentali, applicano ancora la condanna a morte, un brivido mi attraversa la schiena. Com’è possibile? Come può essere giustificata questa barbarie? Come può uno Stato decidere sulla vita e la morte dei propri cittadini? Queste stesse domande mi hanno ossessionato per tutto i percorso artistico che Luisa Menazzi Moretti propone. Un percorso fatto di immagini e di parole, di significati che si intrecciano, di richiami continui tra due diverse sostanze dell’espressione e soprattutto è fatto di sensazioni forti.”

La mostra, curata da Luisa Menazzi Moretti è prodotta dal Complesso Museale Santa Maria della Scala con la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, è patrocinata dal Comune di Siena con il supporto organizzativo di Opera-Civita, il catalogo è edito da Contrasto.

Siti web

www.santamariadellascala.com
www.luisamenazzimoretti.it

 

Testi di recensione alla mostra: 

Luisa Menazzi Moretti per Ten Years and Eighty-Seven Days >>>
Daniele Pittèri per Ten Years and Eighty-Seven Days >>>
Luigi Reitani per Ten Years and Eighty-Seven Days >>>
Lothar Müller per Ten Years and Eighty-Seven Days >>>
Bruno Valentini per Ten Years and Eighty-Seven Days >>>

Paolo Manaresi. I colori dell’inquietudine

Con la mostra “Paolo Manaresi. I colori dell’inquietudine“, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Francesca Passerini con la collaborazione di Donatella Agostoni Manaresi, la Raccolta Lercaro ricorda Paolo Manaresi (1908-1991), protagonista dell’arte bolognese del Novecento, di cui è stato Maestro nel campo dell’incisione.

Rispetto alle precedenti esposizioni che hanno celebrato l’artista, la mostra della Raccolta Lercaro si presenta in modo inusuale: non sono infatti esposte (solo) le sue straordinarie incisioni, ma soprattutto le opere pittoriche, per lo più sconosciute al grande pubblico. All’interno del percorso espositivo vengono alla luce un centinaio di oli, pastelli e tempere, in gran parte inediti. Una vera e propria scoperta, che permetterà un’immersione nel lungo arco temporale che va dagli anni Trenta all’inizio degli anni Novanta, quando Manaresi concluderà la sua esperienza di vita.

Se la mostra si presenta in modo articolato e complesso, un filo rosso unifica le diverse sezioni: che si tratti di paesaggi, di scene religiose o, ancora, di nature morte realizzate in periodi diversi, il denominatore comune è sempre una profonda inquietudine. Nei primi ritratti o nelle scene d’interni degli anni Trenta i tratti sono ancora distesi, ma con l’arrivo della Seconda guerra mondiale la mano inizia a farsi nervosa. I lavori degli anni Cinquanta e Sessanta – siano essi paesaggi o periferie cittadine, che risentono delle lezioni metafisiche di Carrà e di Sironi – sono orientati da una ricerca estetica che privilegia il contrasto chiaroscurale: è la proiezione, in pittura, delle strade tortuose percorse interiormente dall’artista.

Nel succedersi delle diverse sale della mostra emergono infatti i suoi interrogativi sul senso della vita, espressi con grande intensità soprattutto nelle scene di carattere religioso.

Facendo uso di colori accesi e di segni forti che ricordano l’arte nord-europea, in particolare Munch e Nolde, Manaresi mostra come la sua ricerca esistenziale sia inseparabile da una riflessione sulla fede. In particolare si concentra sulle scene di Crocifissione, che dipinge in infinite varianti. Al centro, sempre la rappresentazione del Christus patiens: la sofferenza del Figlio Dio sembra rivelare il dolore stesso dell’artista. Oltre a Cristo, il personaggio maggiormente ricorrente è la Maddalena, rappresentata come una macchia cromatica di colore rosso vivo che, ai piedi della croce, grida dolore e amore.

Sono questi gli stessi anni in cui la Chiesa vive il concilio Vaticano II, anni di grandi aperture, ma anche di dolorosi scontri tra diverse visioni del mondo. Manaresi partecipa a questo dibattito attraverso la sua pittura: nel Cristo morto e nella Maddalena riversa il suo grido muto di uomo ferito dalla vita ma, nonostante tutto, ancora tenacemente capace di cercare risposte e riconciliazioni.

Questa irrequietezza si presenta in tutta la sua potenza espressiva nelle ultime composizioni, realizzate tra fine anni Ottanta e inizio Novanta: dopo una progressiva compressione dei volumi, una sintesi delle forme e un’intensificazione dei contrasti cromatici, alla fine della vita Manaresi elabora composizioni in cui le visioni dell’anima si mescolano e si fondono con la realtà naturale. Da un lato recupera elementi appartenenti alle precedenti ricerche formali, dall’altro risolve l’urgenza espressiva ricorrendo all’astrazione, via inedita per lui. Queste «opere nuove» – come lui stesso le definisce – appaiono quasi implodere su loro stesse. Il tratto nervoso e acuto sembra perdersi nell’iterazione. Qual è il senso di queste forme “informi”, nate da un urlo senza suoni e da un gesto colmo di energia, ma irretito e immobilizzato da un segno agitato? Tutto sembra perdersi in un buio esistenziale, in una sofferta sconfitta, come nella Composizione rosso-nera che chiude la mostra. Questi inediti lavori segnano il drammatico esito di un artista che ha ancora tanto da rivelare e che la mostra indaga da un punto di vista nuovo. Una riflessione sul senso delle cose e della vita.

La mostra resterà aperta fino al 2 luglio 2017

Catalogo disponibile in museo

Il progetto è stato realizzato con il contributo di:
Banca Popolare dell’Emilia Romagna
UniCredit
Ambos-Accessori per il mobile, Valsamoggia (Bologna)
Cantina Manaresi, Zola Predosa (Bologna)

Allestimento e direzione lavori: Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati, Bologna
Responsabile tecnico: Claudio Calari

Virtuosismi tecnici

Da quest’oggi (vernissagge alle ore 17,30) al 9 aprile 2017 al Museo “Emilio Greco” di Catania è visitabile la doppia mostra personale, dal titolo “Virtuosismi tecnici“, delle artiste siciliane Nelly D’Urso e Antonella Serratore.

Promossa dall’Accademia Federiciana e curata dal noto critico d’arte Fortunato Orazio Signorello, la mostra propone opere di medio e grande formato – molte delle quali sono state già esposte, riscuotendo unanimi consensi di pubblico e di critica, a prestigiose expo e rassegne d’arte contemporanea nazionali e internazionali – frutto dell’interessante e personale ricerca espressiva delle 2 valide artiste; che sono approdate con successo a uno stile subito riconoscibile.

Nata a Catania nel 1950, Nelly D’Urso ha completato gli studi all’Accademia di Belle arti di Catania, dove è stata anche allieva di Piero Guccione. Pittrice figurativa attiva nell’ambito del realismo e dell’espressionismo, ella realizza prevalentemente pastelli e oli. Il culmine del suo operato è costituito da opere, proponenti tematiche sociali in grado di suscitare riflessioni ed emozioni, caratterizzati spesso da toni cromatici vividi. Tra i critici d’arte più noti che si sono occupati di lei figurano Paolo Levi, Fortunato Orazio Signorello, Giorgio Falossi e Riccardo Campanella. Ha partecipato, su invito, a mostre nazionali e internazionali. È socia dell’Accademia Federiciana (Catania). È presente in molti annuari e dizionari d’arte. Nel 2010 la Kritios Edizioni ha pubblicato, curata da Fortunato Orazio Signorello, la monografia “Nelly D’Urso. Mimesi figurativa”. Nel 2015 al Museo Emilio Greco di Catania si è svolta, organizzata dall’Accademia Federiciana e curata da Fortunato Orazio Signorello, una sua mostra personale dal titolo “Esplicitazioni cromatiche”.

Formatasi studiando all’Istituto statale d’arte di Catania, Antonella Serratore, che nata a Lentini (Siracusa) nel 1948, nel corso della sua attività ha approfondito, al fine di approdare a una proprio linguaggio espressivo, vari stili. Tra i critici d’arte più noti che si sono occupati di lei figurano Paolo Levi, Fortunato Orazio Signorello (che all’artista ha dedicato una pubblicazione monografica, editata nel 2012 dalla Kritios Edizioni, dal titolo “Antonella Serratore. Dinamismo stilistico”) e Giorgio Falossi. È presente in diversi annuari e dizionari d’arte. È socia dell’Accademia Federiciana (Catania). Negli ultimi anni ha preso parte, tra l’altro, alle seguenti mostre ed expo: Rassegna d’arte visiva “Stili contemporanei” (Lentini, 2015), VI Rassegna d’arte visiva “Arte al femminile” (Catania, 2015-2016), “Spoleto Festival Art” (Spoleto, 2015), II Esposizione internazionale d’arte contemporanea “GenovaContemporanea” (Genova, 2015), “Art today” (Catania, 2016).

La mostra è visitabile – fino al 9 aprile – domenica dalle 9 alle 13; da lunedì a sabato dalle 9 alle 19. È supportata da una brossura e da 2 monografie sulle 2 artiste, curate da Fortunato Orazio Signorello ed editate dalla Kritios Edizioni, che saranno date in omaggio a tutti i visitatori. Ingresso libero.

“Virtuosismi tecnici”- Nelly D’Urso e Antonella Serratore.
Museo Emilio Greco di Catania (piazza San Francesco d’Assisi, 3)
dall’ 1 al 9 aprile 2017.

Accademia Federiciana
Via Borgo, 12 – 95125 Catania

http://www.accademiafedericiana.org

accademiafedericiana@libero.it

Luca Lischetti: BUZ BAZ, il gioco della vita

A trent’anni dalla mostra di pittura “Gli allegri funamboli”, organizzata nell’allora “Civica Raccolta di Terraglia”, tornano a Palazzo Perabò, ora sede del Museo Internazionale del Design Ceramico, Luca Lischetti e le sue opere.

Elemento centrale della mostra è la metafora cara a Lischetti, quella del burattino Buz Baz, quella di un genere umano formato da burattini tanto vitali quanto inconsapevolmente privi di autonomia, manovrati dai non sempre invisibili fili e suggestioni della società contemporanea, di quello che Italo Calvino definiva “l’inferno dei viventi”, qui rappresentato dalle manipolazioni quotidiane nelle quale siamo immersi e delle quali non riusciamo più ad accorgerci, o delle quali fingiamo di non accorgerci per non esserne esasperati.

A questo “mondo sociale”, che pretende conformismo, omogeneizzazione di pensiero linguaggio ed espressione e pieno controllo da parte di un potere che manovra gli individui come marionette, in modo disordinato, senza altro obiettivo preciso se non quello del riconoscimento unanime della propria forza, Lischetti risponde usando il libero e autonomo linguaggio della sua arte.

Non si tratta questa volta “solo” di un’esposizione d’arte contemporanea, ma di un’idea progettuale maturata nel tempo e finalmente realizzata negli spazi espositivi del MIDEC, che ancora una volta cerca di distinguersi per l’attenzione con cui seleziona e presenta i suoi artisti.

Quello proposto dall’opera di Lischetti è un percorso fatto di sculture in legno, dipinti elaborati in assemblages e immagini, ancora dipinte o scolpite o proiettate in videoistallazioni, capaci di suscitare suggestioni molto intense, non solo sul piano emotivo.

L’articolata proposta nasce dalla collaborazione di diverse “anime artistiche”, differenti per formazione e per natura, che hanno lavorato accanto a quella dell’artista, noto per i suoi spettacolari teatrini polimaterici e per le sue enigmatiche figure umane dal volto inespressivo: uno scrittore di talento, un appassionato d’informatica e una studiosa di filosofia estetica. Tutti impegnati in un contesto interattivo, di ricerca, progettazione, sviluppo e realizzazione, in cui ciascuno ha messo volentieri a disposizione del gruppo così costituito le proprie specifiche competenze, per elaborarne un intervento culturale interessante e innovativo.

Ecco così, nella sala del Gioco della vita, la palestra dei Buz Baz in un’ambientazione in cui il pannello contenente decine di omini si riflette in un monitor che trasmette continuamente una serie di video, realizzati dall’appassionato d’informatica Mattia Lischetti (figlio dell’artista), in cui i Buz Baz vengono animati.

La profonda conoscenza del materiale, che tra le mani dell’artista diviene straordinariamente malleabile, duttile, plastico e vitale, risulta intimamente connessa al sapiente uso di una tecnica in grado di valorizzare la materia stessa, attraverso la creazione di un’opera che lo scrittore rende dinamica narrazione, l’informatico stupefacente sorpresa e la studiosa un problema degno di una rinnovata ricerca filosofica.

L’energia e l’esuberanza, contenute nell’impianto scenico di ciascuna delle opere esposte, esplodono tra le austere pareti di Palazzo Perabò, dando vita alla mostra di Luca Lischetti “Buz Baz, il gioco della vita”, a cura di Stefania Barile.

 

Luca Lischetti: BUZ BAZ, il gioco della vita

a cura di Stefania Barile

8 aprile – 21 maggio 2017

MIDeC, Palazzo Perabò

via lungolago Perabò, 5

Cerro di Laveno Mombello (Varese)

inaugurazione

sabato 8 aprile 2017, ore 16

ORARIO: martedì 10.00 -12.30, da mercoledì a domenica 10.00 – 12.30 e 14.30 -17.30, lunedì chiuso. ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura

ingresso a pagamento comprensivo della visita alla collezione permanente biglietto intero € 5 – ridotto € 3

bambini fino a 14 anni ingresso gratuito.

INFO: 0332/625551, segreteria@midec.org SITO: www.midec.org

 

http://www.lucalischetti.it/

Ottorino Davoli – Maestro del naturalismo padano

Ad oltre quindici anni dalla retrospettiva allestita ai Musei Civici, Ottorino Davoli (Reggio Emilia 1888 – Venezia, 1945) torna a Reggio Emilia con una mostra promossa da Phidias Antiques.

Dall’8 aprile al 27 maggio 2017 la galleria di via Roma 22/A ospiterà un ampio approfondimento dedicato al maestro del naturalismo padano, con opere di grande rilievo provenienti da collezioni private.

In esposizione, una ventina di dipinti ad olio su tela, prevalentemente degli anni ’20 e ’30: ritratti di uomini illustri, nature morte, paesaggi padani e scene di vita quotidiana, unitamente ad alcune marine e città d’arte.

Come scriveva Giuseppe Berti all’interno del volume pubblicato a corredo della mostra “Ottorino Davoli, 1888-1945” (Musei Civici di Reggio Emilia, 2001), nel decennio 1924-1934 «Ottorino Davoli, cresciuto nel grembo dei caldi umori della campagna, conserva per tradizione di sangue un amore fedele verso la terra, verso i suoi sapori densi e carnosi (…). Per lui il Novecento non è altro che una rilettura postimpressionista del naturalismo padano: una correzione di rotta, insomma, che gli consente di consolidare i volumi e le forme, di operare una calibrata sintesi formale sostenuta da un’esigenza di ordine plastico (…). Due cose, dunque s’avvertono in tutti i suoi temi, ritratti, paesaggi, nature morte o nudi che siano: una risoluzione stilistica a favore di una più netta semplificazione formale e una forte fisicità conferita alle cose e ai corpi (…). Alla maggiore fermezza plastica si contrappone, sempre, una materia fragrante di toni in cui mai viene meno la luce che varia per l’ora e per la stagione».

La mostra, che sarà inaugurata sabato 8 aprile alle ore 17.30, sarà visitabile fino al 27 maggio 2017, da lunedì a sabato ore 10.30-13.00 e 16.30-19.30, chiuso giovedì e domenica. Ingresso libero. Per informazioni: tel. 0522 436875, Cell. 339 4774065 / 335 8125486,
info@phidiasantiques.com, www.phidiasantiques.com.

 

Ottorino Davoli nasce a Reggio Emilia nel 1888. Dal 1903 al 1907 studia a Milano, prima ai corsi speciali della Società Umanitaria e poi all’Accademia di Brera. Dal 1907 al 1909 frequenta la Scuola del Nudo di Firenze con brevi soggiorni a Roma e Venezia. Nel 1924 viene nominato insegnante di Figura e successivamente di Ornato presso la scuola di disegno Gaetano Chierici di Reggio Emilia. A questo periodo risale l’inizio della corrispondenza con il critico e storico dell’arte Lionello Venturi. Negli anni 1927-1928 realizza la facciata della chiesa di San Francesco a Reggio Emilia, opera controversa che suscita accesi dibattiti e che causa la rottura tra l’artista e l’ambiente reggiano. Nel 1934 vince il concorso per la cattedra di Ornato presso il Liceo Artistico di Venezia. Tra le principali mostre si segnalano le personali presso l’Hotel Posta (Reggio Emilia, 1912) e la Galleria Vinciana (Milano, 1923), nonché la partecipazione alla XX edizione della Biennale di Venezia (1936). Muore a Venezia nel 1945. Mostre retrospettive sono allestite presso il Palazzo del Capitano nel Popolo (Reggio Emilia, 1966), il Ridotto del Teatro Municipale Valli (Reggio Emilia, 1980-81) e i Musei Civici (Reggio Emilia, 2001). Alcune sue opere, tra le quali “Il Paggio” o “Paggetto” (1905) sono conservate ai Musei Civici di Reggio Emilia.

Aperta nel 1976 a Reggio Emilia da Antonio e Claudio Esposito, la galleria Phidias è specializzata in arredi neoclassici, pittura e scultura europea del XVIII e XIX secolo. Dal 1988 al 1998 alla sede reggiana si affianca uno spazio milanese, nel quale si tengono varie esposizioni tematiche (pittura orientalista del XIX secolo, candelabri francesi del periodo della Rivoluzione , scultura del XIX secolo). Alle fine degli anni ’90 si sceglie di privilegiare ed ingrandire la sede di Reggio Emilia con l’apertura di un nuovo showroom in un palazzo nobiliare del centro storico. Phidias partecipa a diverse mostre dell’antiquariato come l’Internazionale di Milano, il Gotha a Parma e Modenantiquaria. La galleria associata alla FIMA dal 1988. Phidias, oltre alla attività legata all’antiquariato, si occupa di arredamenti di interni seguendo il cliente nella scelta degli oggetti e nella divisione degli spazi. Diversi lavori sono stati pubblicati sulle maggiori riviste del settore. In dialogo con l’antico, la galleria propone, inoltre, periodiche esposizioni d’arte moderna e contemporanea.

Ottorino Davoli, Maestro del naturalismo padano
Phidias Antiques, Via Roma 22/A, 42121 Reggio Emilia
8 aprile – 27 maggio 2017
Inaugurazione: sabato 8 aprile, ore 17.30
Orari: da lunedì a sabato ore 10.30-13.00 e 16.30-19.30, chiuso giovedì e domenica.

PER INFORMAZIONI:
Phidias Antiques
Via Roma, 22/A
42121 Reggio Emilia
Tel. 0522 436875
Cell. 339 4774065 / 335 8125486
info@phidiasantiques.com
www.phidiasantiques.com

UFFICIO STAMPA:
CSArt – Comunicazione per l’Arte
Via Emilia Santo Stefano, 54
42121 Reggio Emilia
Tel. 0522 1715142
info@csart.it
www.csart.it

Il viaggio nell’arte

Prosegue l’attività incentrata sulle mostre di arte contemporanea della giovane Associazione Culturale PromArte, che in questa occasione propone dall’ 8 al 20 aprile 2017, negli spazi della Galleria Wikiarte di Bologna, la mostra collettiva “IL VIAGGIO DELL’ARTE”.

L’anima dell’evento è l’avventura, sia che essa abbia un orizzonte fisico sia che si ponga in una prospettiva squisitamente esistenziale: il viaggio è il fil rouge che tiene unite le opere di ben 40 artisti attivi sul territorio nazionale e internazionale, per la prima volta riunite in mostra, ad ingresso gratuito.

Ad inaugurare questo excursus nei sentieri artistici, sabato 8 aprile 2017 alle ore 17:30, in occasione del vernissage, si esibirà al violino il maestro Antonio Laganà con un programma che prevede l’esecuzione di brani del repertorio classico. Contestualmente, uno degli artisti presenti in mostra sarà protagonista di una performance che lo vedrà impegnato nella creazione di un’opera d’arte realizzata ad hoc, davanti agli occhi del pubblico presente in galleria.

L’aleatorietà che caratterizza le due performances, l’incertezza relativa agli esiti, è il biglietto da visita perfetto per avviare la mostra, perché, citando la critica d’arte Francesca Bogliolochi compie il passo deciso nell’arte non torna più indietro e non è più lo stesso. Non cerca certezze o un riparo sicuro. Le emozioni come sole compagne, l’anima come paese lontano, esotico e misterioso, dove trovare l’essenza della propria vita, tra domande e risposte che attendono di essere svelate.

Tra pittura, grafica, fotografia e scultura, gli artisti in mostra si propongono proprio questo: camminare nei misteri e nei labirinti della vita e dell’anima, cercando di disvelarne le essenze e i sapori, perdendosi in essi.

Tu che sei in viaggio, sono le tue orme la strada, nient’altro; Tu che sei in viaggio, non sei su una strada, la strada la fai tu andando. Mentre vai si fa la strada e girandoti indietro vedrai il sentiero che mai più calpesterai. Tu che sei in viaggio, non hai una strada, ma solo scie nel mare.”Antonio Machado

 

IL VIAGGIO DELL’ARTE

Presentazione critica a cura della storica dell’arte Dott.ssa Francesca Bogliolo

Spazio espositivo: Galleria d’Arte “Wikiarte” via San Felice 18 – 40122 Bologna – www.wikiarte.com

Vernissage: sabato 8 aprile 2017 ore 17:30 con presentazione, performance live del violinista Antonio Laganà, realizzazione di un’opera dal vivo e cocktail di benvenuto.

Durata: 8 – 20 aprile 2017

Orario: 11.00 – 19.00 (domenica e lunedì chiuso)

Ingresso gratuito

Artisti in mostra: Carlo Balljana, Claudio Barbugli, Elena Bellaviti, Michele Berlot, Marco Bordieri, Anna Maria Calamandrei Santi, Margherita Casadei, Margi Cavanna, Elisabetta Cocco, Angelo Colangelo, Luigi Curreli, Zeno Da Verona, Ciro D’Alessio, Daniela de Scorpio, Mara Destefanis, Sinikka Elfving, Angelica Flores, Rosalba Fogliazza, Giacomo Frigo, Sergio Gandini “Serge”, Maria Gonaria Gattu, Frederik Ivanaj, Marisa Lelii, Beata Makowska, Nino Manasseri, Maria Caterina Mariano “Mari’”, Samuele Massaro, Giuseppe Mucci, Graziella Paolini Parlagreco, Paola Augusta Pettini, Francesca Piccinni, Fabrizio Picone, Vincenzo Pinto, Laura Pozzi Rinaldi, Tonino Santeusanio, Ugo Benvenuto Sarteur, Gabriella Teresi, Mario Testa, Luigi Tosti, Roberto Urbani.

Organizzatori: PromArte – Via di Morena, 17 – 00043 Ciampino Roma – tel. 0664833225 – info@promarte.it – www.promarte.it

Stilelibero

La Galleria 8,75 Artecontemporanea di Reggio Emilia (Corso Garibaldi, 4) presenta, dall’8 al 26 aprile 2017, la collettiva “Stilelibero”, con opere realizzate dagli artisti iscritti all’omonima associazione, luogo d’incontro e confronto.

In esposizione, opere pittoriche di Giorgio Bonilauri, Attilio Braglia, Antonella Davoli, Gino Di Frenna, Giovanna Magnani, Paolo Manganelli ed Oscar Piovosi, autori diversi per tematiche affrontate, esperienza e linguaggio, che si muovono con libertà nel panorama artistico contemporaneo.

Giorgio Bonilauri nasce a Reggio Emilia, dove vive e lavora. Artista che ama la figura ed il corpo, dipinge anche paesaggi agresti caratterizzati da filari di vite e scenari urbani, in cui i tetti delle città diventano forme di una composizione pressoché astratta, guidata da assonanze cromatiche.

Attilio Braglia, nato sulle colline reggiane, analizza la natura all’interno di partiture definite. Le sue opere coniugano definizione scientifica del dettaglio e ricerca cromatica per dare vita ad una tessitura pittorica densa di stratificazioni e rimandi. Vive e lavora a Reggio Emilia.

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Antonella Davoli, nata a Cavriago e residente a Reggio Emilia, da anni si dedica al tema del corpo. Oggetto di continua frammentazione, la figura umana trova nelle sue opere un nuovo equilibrio che, proprio nella sua precarietà, evidenzia i problemi del vivere contemporaneo.

Gino Di Frenna, nato in Sicilia, vive a Reggio Emilia. La sua pittura di paesaggio stempera la linearità del tratto in un gioco cromatico fatto di colori ferrosi, quasi metallici, contrapposti a superfici liquide che sfiorano codici visivi astratti. Dirupi con applicazioni di cellophane, retaggio di civiltà industriali.

Giovanna Magnani nasce a Reggio Emilia, dove vive e lavora. Nelle sue opere ad olio e tecnica mista su tela o su carta la figura femminile abita mondi incantati, in cui il corpo si solleva gradualmente da un fondo ovattato, con puntuali accensioni di colore e di luce.

 

Paolo Manganelli nasce a Parma, vive e lavora a Noceto (PR). Nei sui dipinti, caratterizzati da forme dinamiche che possono essere colte solo per frammenti, si alternano campiture uniformi e sfumature, ma anche effetti materici, ottenuti a partire dai fondi trattati a stucco o da carte incollate e successivamente rimosse.

Oscar Piovosi nasce a San Polo d’Enza (RE), vive a Reggio Emilia. Nella sua nuova produzione – “Ground” – l’attenzione si concentra sulle figure dei madonnari, intenti a dipingere nel momento in cui sono loro stessi ritratti. Una metafisica del visibile che, attraverso lo strumento pittorico, suggerisce ciò che non può essere detto.

La collettiva, che sarà inaugurata sabato 8 aprile alle ore 17.00, sarà visitabile fino al 26 aprile 2017, di martedì, mercoledì, venerdì e sabato con orario 17.30-19.30, oppure su appuntamento.

Per informazioni: tel. 340 3545183, ginodifrenna875arte@yahoo.it,
www.csart.it/875
www.facebook.com/galleria875/.

Botero Fernando

Una dimensione onirica, fantastica e fiabesca dove si percepisce forte l’eco della nostalgia e di un mondo che non c’è più o in via di dissoluzione. Uomini, animali, vegetazione i cui tratti e colori brillanti riportano immediatamente alla memoria l’America Latina dove tutto è più vero del vero, dove non c’è posto per la sfumatura e che anzi favorisce l’esuberanza di forme e racconto.

Questa è la cifra stilistica di Fernando Botero, origini colombiane, famoso e popolare in tutto il mondo per il suo inconfondibile linguaggio pittorico, immediatamente riconoscibile.

Alla sua arte, nel suo ottantacinquesimo genetliaco, si rende omaggio con un’esposizione che ripercorrerà attraverso una cinquantina dei suoi capolavori, molti dei quali in prestito da tutto il mondo, oltre 50 anni di carriera del Maestro dal 1958 al 2016.

La mostra, che si presenta come la prima grande retrospettiva dell’opera di Botero in Italia, apre a Roma al Complesso del VittorianoAla Brasini il 5 maggio sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, con il patrocinio della Regione Lazio.

Organizzata e co-prodotta da Gruppo Arthemisia e MondoMostreSkira, è curata da Rudy Chiappini in stretta collaborazione con l’artista.

La mostra vede come sponsor Generali Italia e special partner Ricola.
L’evento è consigliato da Sky Arte HD.
Il catalogo è edito da Skira.