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Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Disadorna e altre storie

Storie sospese, schegge di vite. Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali e il Turismo, torna al suo mondo di narratore con ‘Disadorna e altre storie‘, appena arrivato in libreria per La Nave di Teseo.

 

Il politico-scrittore, tradotto in Francia da Gallimard, che ha esordito come romanziere nel 2006 con ‘Nelle vene quell’acqua d’argento‘, con cui ha vinto fra l’altro nel 2007 il Premier Roman di Chambery, questa volta ha scelto il racconto, una forma narrativa che nell’era dei social e della velocità dovrebbe avere più fortuna e invece continua ad essere sottovalutata.

In meno di cento pagine, dedicate alla piccola figlia ‘Irene che ride al giorno’, si sviluppano venti racconti senza titolo quasi a comporre un romanzo per frammenti in cui si ritrovano anche i luoghi, Ferrara o il Delta del Po, originari e cari a Franceschini. Anche se il ministro-scrittore ricorda in apertura del libro – citando il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, scomparso nell’agosto di quest’anno – che “è’ inutile cercare sulla carta le località nominate. L’esattezza geografica non è che una illusione. Il Delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto”. Il titolo fa riferimento alla prima storia di cui è protagonista uno scrittore di Bogotà, Paco Tovar, in crisi creativa, che ritrova l’ispirazione nella stanza di un albergo sul Delta del Po, vuoto da oltre 40 anni. “Tutto sommato la camera era decente, anche pulita, ma si intuiva che non veniva abitata da molto tempo, forse dall’aria stantia o da quei colori sbiaditi, chissà” scrive Franceschini.

L’ultimo racconto vede invece un ex ministro, ormai anziano e malato di Alzheimer, che non ricorda più di essere stato un politico importante, ritrovare la memoria tornando con la nipote nella sua città, Ferrara, dove Franceschini è nato nel 1958. Nel viaggio compiuto con Disadorna troviamo poi un contadino analfabeta, Nebore Morelli, che a 85 anni passati comincia a suonare all’improvviso il violino del nipote; Angiolina che cuce, nel “maledetto buio del coprifuoco”, la notte prima della liberazione di Ferrara, un grande tricolore; Bruno Guarelli che cambia vita quando gli viene recapitata, in un pacco grande “come una stanza” alla stazione di Borgovelino, una motocicletta col sidecar e nel 1950 parte verso Parigi.

Commovente la storia del siriano Nizar in cui c’è la Roma multietnica dell’Esquilino, di piazza Dante, dove una gelida mattina di gennaio quest’uomo, diventato un barbone, viene trovato morto di freddo. Dopo aver perso tutto, anche la dolce e bella Aalia, a Nizar restava solo una borsa con le ruote in cui i carabinieri trovano libri scritti in tutte le lingue più antiche del mondo. Tra sogno e nostalgia, Franceschini – che è anche autore del romanzo ‘La follia improvvisa di Ignazio Rando’, diventato uno spettacolo teatrale, e di ‘Daccapo e ‘Mestieri immateriali di Sebastiano Salgado – mostra anche una vena umoristica.

Come accade nella storia del magistrato che durante un noiosissimo discorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, viene avvolto nella tela che un ragno tesse attorno a lui, o nel racconto che vede un uomo con la passione di osservare le altre persone attraverso le fessure, innamorarsi di una donna intravista nello spazio vuoto tra due sedili del treno.

Con ‘Disadorna e altre storie’ Franceschini è protagonista di un minitour che, dopo la prima tappa il 20 settembre a Milano, lo vedrà sabato 23 settembre a Ferrara, con Daria Bignardi e Diego Marani e lunedì 25 a Roma, con Marino Sinibaldi e Paolo Fresu e letture di Alberto Rossatti e il 10 ottobre al Circolo dei Lettori di Torino con Chiara Fenoglio.

da ANSA.

Perché l’Italia non ama più l’Arte Contemporanea

Questo libro-inchiesta di Ludovico Pratesi ( Castelvecchi Editore ) fotografa la situazione di un paese che non investe più sul futuro della propria arte, solo centoventi anni dopo aver lanciato la Biennale di Venezia, la più prestigiosa mostra d’arte contemporanea nel mondo, per promuovere gli artisti italiani nel contesto internazionale. Dati alla mano, cerca di spiegare il perché.

Alla fine dell’Ottocento l’Italia, unita da poco più di vent’anni, lanciò la prima Biennale d’arte contemporanea a Venezia, diventata la più importante del mondo. Un gesto coraggioso che non ebbe seguito: all’alba del XXI secolo, il nostro Paese non possiede un grande museo degno di competere con la Tate Modern, il Moma o il Pompidou; non è riuscito a sostenere la carriera dei migliori artisti italiani delle ultime generazioni, e sembra riconoscere fama e prestigio solo all’arte del passato.

Come mai l’Italia non ama anzi odia l’arte contemporanea ? È a causa del peso del nostro patrimonio artistico o ci sono altre ragioni? Perché non siamo in grado di promuovere i nostri giovani talenti sulla scena internazionale? Come mai non abbiamo una grande collezione nazionale dedicata all’arte di oggi? Partendo da queste domande, il libro di Pratesi suggerisce alcune direzioni per individuare, in Italia, un nuovo rapporto con l’arte del nostro tempo.

Ludovico Pratesi
Curatore e critico d’arte. Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e Direttore della Fondazione Guastalla per l’arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Management per l’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell’AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.

Andare per i luoghi del cinema

Presentazione dell’ultimo libro di Oscar Iarussi ‘Andare per i luoghi del cinema’ – edito da il Mulino – sulla terrazza di Santa Teresa dei Maschi, sede della Biblioteca metropolitana “De Gemmis” (strada Lamberti, 4), a Bari Vecchia, Giovedì 27 luglio 2017 (ore 20:30)

Oscar Iarusi e alle sue spalle la copertina del libro

Giovedì 27 luglio (ore 20:30) si terrà il terzo ed ultimo appuntamento de “Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate” – appuntamento estivo che si propone di offrire spunti e riflessioni sul Sud – con “Andare per i luoghi del cinema”, che mutua il titolo dal nuovo libro di Oscar Iarussi, giornalista e saggista, Andare per i luoghi del cinema, appena pubblicato da Il Mulino.

Con l’autore dialogheranno il produttore cinematografico Domenico Procacci e l’editore Alessandro Laterza. Un percorso fatto di trame, luoghi, volti e aneddoti che fa tappa a Sud per svelarne la bellezza e le contraddizioni.

La conversazione sarà introdotta dal saluto della delegata ai Beni Culturali della Città Metropolitana di Bari, Francesca Pietroforte.

 

Il libro – Il Paese del neorealismo con i suoi attori «presi dalla strada» è anche un set favolistico per le produzioni hollywoodiane, da Guerra e Pace girato in Piemonte alla Passione di Cristo in Basilicata, all’Inferno nella Firenze dei nostri giorni. Trame, luoghi, volti e avventure produttive con cui il nostro cinema ha continuato a ispirare generazioni di cineasti. L’Italia oggi ha ripreso a vincere premi e a far parlare nel mondo della sua Grande Bellezza. Una bellezza sfaccettata e contraddittoria, mai convenzionale, che vibra nel racconto di dieci «città del cinema»: Torino col suo Museo, Milano borghesissima e proletaria sullo schermo, Venezia decadente e festivaliera, Bologna e la sua Cineteca, Firenze con vista sulla storia, Roma eterno caos calmo, Napoli da Totò a Gomorra, Palermo gattopardesca e «paradisiaca», Bari capitale di Lamerica e Matera della cultura europea nel 2019.

L’autore – Oscar Iarussi, giornalista e saggista, responsabile Cultura e Spettacoli della «Gazzetta del Mezzogiorno». Critico cinematografico, fa parte del Comitato esperti della Mostra di Venezia; ha presieduto la Apulia Film Commission e ideato la rassegna «Frontiere. La prima volta» (catalogo Laterza, 2011). Tra i suoi libri: «L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini» (Ente dello Spettacolo, 2009), «Ciak si Puglia. Cinema di frontiera 1989-2012» (Laterza – Edizioni della Libreria, 2012), «Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee» (Adda, 2012); per il Mulino «C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita» (2011).

Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate

Dopo il successo della prima edizione del 2016, torna sulla terrazza di Santa Teresa dei Maschi, sede della Biblioteca metropolitana “De Gemmis” (strada Lamberti, 4), a Bari Vecchia, TU NON CONOSCI IL SUD – E LA CHIAMANO ESTATE, l’appuntamento estivo che si inserisce nel progetto culturale TU NON CONOSCI IL SUD, ideato dall’omonima associazione culturale.

Ancora una volta sarà un luogo simbolo della città di Bari ad accogliere nel mese di luglio il ciclo di incontri che si propone di offrire spunti e riflessioni sul Sud, partendo dalle sue immagini e dagli stereotipi in cui è ingabbiato, passando per le contraddizioni che lo rendono estremamente moderno.

Il primo incontro, “Non c’è più la Sicilia di una volta”, si terrà giovedì 13 luglio alle 20:30, con lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri, autore dell’omonimo libro Non c’è più la Sicilia di una volta (Laterza, 2017), e l’editore Alessandro Laterza. La conversazione sarà incentrata su un racconto della Sicilia alternativo rispetto a quello abusato e stereotipato, legato ai tanti capolavori dei primi del ‘900 o ripiegata su se stessa per il versante criminale. L’incontro sarà introdotto dai saluti di Clara Gelao, direttrice della Biblioteca metropolitana “De Gemmis”, e Anna Maria Montinaro, presidente dell’associazione Presìdi del libro.

Protagonisti dell’incontro “IL DIVARIO È CULTURALE?”, mercoledì 19 luglio (ore 20:30), saranno Massimo Bray, Presidente della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura ed Eva Degl’Innocenti, Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MarTA. Con Alessandro Laterza si indagherà sulla natura del divario esistente tra (i) Nord e (i) Sud e sull’offerta culturale come elemento decisivo per lo sviluppo territoriale del Sud. La serata avrà inizio con il saluto del sindaco della Città Metropolitana di Bari, Antonio Decaro.

Giovedì 27 luglio (ore 20:30) ci sarà l’ultimo appuntamento, “Andare per i luoghi del cinema”, che mutua il titolo dal nuovo libro di Oscar Iarussi, giornalista e saggista, Andare per i luoghi del cinema, appena pubblicato da Il Mulino. Con l’autore dialogheranno il produttore cinematografico Domenico Procacci e l’editore Alessandro Laterza. Un percorso fatto di trame, luoghi, volti e aneddoti che fa tappa a Sud per svelarne la bellezza e le contraddizioni. La conversazione sarà introdotta dal saluto della delegata ai Beni Culturali della Città Metropolitana di Bari, Francesca Pietroforte.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili.

Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate” è ideato dall’associazione Tu non conosci il Sud e promosso dalla Libreria Laterza in collaborazione con la Città Metropolitana di Bari e i Presìdi del Libro

Atlas Italiae

Sulla copertina ci sono dei puntini rossi su fondo azzurro e rappresentano il viaggio in Italia di Silvia Camporesi alla ricerca di ciò che non vediamo più.
 
In un anno e mezzo la fotografa di Forlì ha raccolto immagini di borghi disabitati, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti. Atlas Italiae è una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Il libro raccoglie anche gli scatti realizzati sull’isola di Pianosa per Fotografia Europea, in mostra nell’edizione 2014 del festival con la curatela di Marinella Paderni.
Silvia Camporesi, proprio insieme a Marinella Paderni, presenta Atlas Italiae a Fotografia Europea 2017 venerdì 16 giugno alle 18.30 a Palazzo Magnani.Venerdì 16 giugno riaprono anche le mostre di Fotografia Europea e si potranno visitare dalle 18 alle 23 di venerdì, sabato 17 giugno dalle 10 alle 23 e domenica 18 giugno dalle 10 alle 20.

Ma in questo nuovo fine settimana di mostre ed eventi ci attende anche la visita guidata alla mostra a Palazzo Magnani Un Paese. La storia e l’eredità insieme ai curatori Laura Gasparini e Alberto Ferraboschi, sabato 17 giugno alle 16.30.
Sabato e domenica sono in programma due laboratori per bambini e, come sempre, domenica pomeriggio torna #askthevolunteer.

http://www.fotografiaeuropea.it

Immaginare la musica

Giovedì 25 maggio presso Erratum di Milano si terrà la presentazione del volume di Giancarlo Schiaffini  ‘Immaginare la musica’ – per un’estetica fenomenologica della composizione contemporanea edito da Auditorium Edizioni nel 2017.

Il libro chiude un’approfondita e originale riflessione sulla musica del nostro tempo. Dopo E non chiamatelo jazz (2011), sulla pratica dell’improvvisazione attraverso i diversi stili musicali, e Tragicommedia dell’ascolto (2015), che affrontava il tema dell’ascolto musicale, Immaginare la musica si occupa ora della Nuova Musica dal suo interno, attraverso un’indagine sulle tecniche compositive più salienti del ‘900. Questa trilogia di Giancarlo Schiaffini risulta quindi essenziale per strumentisti e musicisti, ma anche preziosa e ricca di sollecitazioni per l’ascoltatore e l’appassionato.

In esposizione fino al 1 giugno presso Erratum una serie di ritratti fotografici di Schiaffini realizzati da Luca d’Agostino / Phocus Agency contenuti nel libro, insieme alla diffusione in sede di materiale sonoro su Giancarlo Schiaffini. Il progetto è a cura di Sergio Armaroli e Steve Piccolo, in collaborazione con MADE4ART.

Spazio di ascolto e sperimentazione, Erratum si presenta al pubblico come un laboratorio di idee dove la contaminazione tra le arti e il loro incontro con la musica porta a risultati inaspettati proponendosi come punto di riferimento per creativi, musicisti, poeti e artisti.

Giancarlo Schiaffini, nato a Roma, fisico, compositore-trombonista, è fra i primi esecutori di free-jazz (anni ’60). Ha studiato a Darmstadt con Stockhausen, Ligeti e Globokar e a Roma con Franco Evangelisti. Ha fondato Nuove Forme Sonore e fatto parte del Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza e della Italian Instabile Orchestra. Ha insegnato a Pesaro, L’Aquila, Roma in conservatorio, a Siena Jazz e tenuto seminari in Italia, a Freiburg, a Melbourne e alla New York University. Ha lavorato con John Cage, Karole Armitage, Luigi Nono e Giacinto Scelsi e alla Scala, IRCAM, Donaueschingen, Bimhuis, JazzYatra (India). È stato Composer in Residence (Composers & Improvisers Forum Munich).

Ha registrato per le radio di molti paesi e ha inciso più di 150 LP e CD. Ha pubblicato composizioni (BMG, Curci, Edipan, Ricordi), un trattato sul trombone (Ricordi), uno sull’improvvisazione e uno sull’ascolto (Auditorium). È citato dalla Biographical Encyclopedia of Jazz (Oxford Un. Press) e dall’Enciclopedia della Musica (Garzanti).

Immaginare la musica
Presentazione del volume di Giancarlo Schiaffini giovedì 25 maggio ore 18
25 maggio – 1 giugno 2017 | apertura su appuntamento

ERRATUM |Via Doria 20, 20124 Milano
www.erratum.it – erratumemme@gmail.com – m. 333 9692237

In collaborazione con

MADE4ART | Comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo | www.made4art.it- press@made4art.it

Auditorium Edizioni

Dov’è finita la bellezza?

Firma questo articolo pubblicato sul n° 9 di Pentagrammi, Rivista di Cultura , Musica, Arte, Ambiente e Società, il noto pittore barese Manlio Chieppa.

 

Never ends = Non finisce mai. Bari (il cui sostantivo, rammentandoci le due versioni picaresche di Caravaggio, sa d’imbrogli!) ha racchiuso, con il motto in english e un logo in quattro lettere, l’identità «culturale» della città: dove, nella simbologia dei caratteri, i riferimenti «attrattivi» – ci dicono – sono storia, tradizioni, mare, enogastronomia, e innovazione. Gadget e varie per 57mila euro! Quando si dice la comunicazione! Se Sgarbi l’ha marchiato «aberrante», ha raccolto il pensiero intelligente di una città sotto l’assedio ingannevole. Di chi per le Arti Visive impone il mito onnivero degli sperimentalismi d’Oltreoceano, sottraendo risorse con espedienti intraducibili. Quanto un logo, viceversa, dev’essere d’impatto! Colpire nell’immediatezza di un messaggio comprensibile, rappresentativo e identificativo, perché resti memorizzato.

«La grande impostura, fatti e misfatti dell’Arte Moderna e Contemporanea», è il titolo azzeccato da Sigfrido Bartolini (Pistoia 1932 – Firenze 2007, pittore, incisore, scrittore, narratore, poeta,…), apposto ad uno dei suoi ultimi libri, 2002 (ed. Polistampa). Una raccolta di suoi articoli e pensieri, apparsi sulla stampa, etichettata di destra: Roma, L’Indipendente, Il Giornale, Libero… Uniche testate a consentirgli «libera espressione» su verità ch’erano, e sono, scomode.
A svelare il «sistema» delle Arti Visive Contemporanee; incancrenito in una «repellenza visiva», che desertifica l’affluenza ai musei e le sparute gallerie! Ostaggio di cosiddetti critici, divenuti storici, curatori e consigliori di Enti, direttori museali e di fondazioni, poli, etc…, agganciati alle scorrerie del mercato! Ovvero accaparratori, pennivendoli e ciarlatani; insinuatisi nei gangli della comunicazione, della pubblicità e del business, per gonfiare quotazioni stratosferiche d’inconsistenze artistiche.

Autentici bluff. Così le pubblicazioni sui social network, tracimanti d’improvvisati aspiranti alla visibilità globale. Di qui il rapporto comunicazione-etica-estetica. Ovvero i «Persuasori occulti», altro libro poetico-urticante, del giornalista sociologo statunitense Vance Packard (1914/1996), del 1957, aggiornato anni ’80 (Einaudi Ed.), a svelare i trucchi psicologici e le tattiche usate dal marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare. Allora fu definito inquietante; ignorando quel che sarebbe subentrato, con strumenti pubblicitari più pressanti sulla psicologia cognitiva e le neuroscienze, che scrutano nel profondo, invogliando a consumare.

Ecco, l’Arte Visiva, alla stregua di volgare prodotto, va consumata! Nel vortice perverso «dell’industria» artistica, che macina furbe strategie esibizionistiche e provocatorie, a snobismi di moda. Secondo un’azione immediata di comunicazione estemporanea, di performance. La «spettacolarizzazione» di uno schiocco di dita, in una «contaminazione» che disorienta. Alibi abusato dai «concettuali» e loro installazioni. Dove tutti (ma proprio tutti!) sono talenti, con ciarpame da rigattiere e mano d’opera artigiana. In scenografici teatri dell’assurdo frastornante. Perciò sottoposti al suggerimento, o alla «mediazione» del critico, dall’onnipotente «verbo», che affabula il significato sull’incomprensibile, autoreferenziandosi! Ben distanti dal godimento individuale e spontaneo di una visione che «comunica», affrancandoci l’animo.
Discesa da un’ispirazione, uno studio, di come l’artista sia giunto, magari con sofferenza, a talune soluzioni poetiche, comprese e condivise. Quale traccia di una «emozione» ai posteri. E qui subentra la storia.

«L’arte del passato è più viva che mai!» esclamò Picasso nel 1923, affermandosi il più grande artista dell’Età Moderna e Contemporanea! Mentre, oggi, il déjà vu sa di stantìo. Correndo nella falsa avanguardia dell’effimero, che, nello scalpore, fa notizia! E vai! Tanti Marcel Duchamp, con la profetica «Fontana» di un orinatoio, vecchio di cent’anni (1917), e tanti barattoli di «Merda d’artista» (1961) di Piero Manzoni. Ad occupare spazi pubblici e musei di mezzo mondo! Così Bari, disinvoltamente, il 2011, con l’ipotetica BAC, requisendo l’ex Teatro Margherita, sulla facciata sistemò l’insegna «Museo della Rivoluzione», con caratteri bastone: «opera artistica» del serbo Marko Lulic! E tutti a bocca aperta, con sorrisi imbecilli, a scattarsi selfie!

L’arte nel cesso

Con l’ironia che immancabilmente lo contraddistingue, Francesco Bonami, uno dei più noti critici d’arte internazionali, riprende il ragionamento iniziato dieci anni fa con Lo potevo fare anch’io proponendoci L’arte nel cesso come continuazione o, se vogliamo, come conclusione.

La verve non muta col passar degli anni e le ghiotte considerazioni sullo status dell’arte si mostrano sempre interessanti e condivisibili, nell’ulrimo libro di Francesco Bonami : “L’arte nel cesso – Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea“.

Bonami ammette, dopo dieci anni dal suo Lo potevo fare anch’io, che in fondo, tante opere alla cui vista restiamo sgomenti forse avremmo potute farle pure noi, e comunque, anche se le ha fatte qualcun altro prima, questo non significa affatto che si tratti di arte.

Provocatoriamente ma non del tutto, l’autore sentenzia che l’arte contemporanea – che ha avuto inizio nel 1917 con l’orinale capovolto di Marcel Duchamp – nel 2017, a un secolo esatto, è giunta a conclusione, ha perso la sua spinta propulsiva e deve lasciare il posto a una nuova fase. E con che cosa si è chiusa? Con il cesso d’oro 18 carati di Maurizio Cattelan esposto nell’autunno 2016 al Guggenheim di New York, dove lo si può non solo ammirare ma persino usare.

In questi cento anni, ci scrive Bonami, abbiamo visto davvero di tutto: dagli artisti che sulla scia di Duchamp espongono un oggetto, a chi propone un’ idea, un concetto (come Una e tre sedie di Joseph Kosuth), a chi mostra un progetto, ovvero parole, disegni, grafici che vengono presentati come opere d’arte ma al momento sono semplici ipotesi in attesa di essere realizzate (come accade per esempio con Christo, ma non con Peter Fend, che in genere espone solo fantasiose e irrealizzabili ipotesi sul mondo, come cambiare i confini di certe nazioni o deviare il corso del Danubio).

Tutti accomunati dall’intento di sorprendere. Attraverso una serie di racconti e riflessioni, l’autore ci mostra perché ora all’arte non bastano più solo idee che si rincorrono con l’obiettivo di essere una più rivoluzionaria dell’altra. E perché, provocazione dopo provocazione, la contemporaneità ha esaurito il suo potere di stupire. E conclude che, per tornare a essere utile, l’arte deve ritrovare la capacità d’inventare e narrare storie, recuperando quell’essenziale cocktail di ingenuità e genialità che è alla base della creatività umana. Un po’ come fa Charles Ray, in polemica con l’astrazione del Novecento, con il suo bambino che gioca con una macchinina.

«Il bambino di Ray non è semplice, ma è accessibile. Il gesto semplicissimo ma universale» scrive Bonami chiudendo il suo saggio. «Qualsiasi persona di qualsiasi parte del mondo comprende quel gesto. L’oggetto, quale che sia nella mano del bimbo, diventa un universo di pensieri, l’inizio di una storia, di un viaggio che il bambino farà stando fermo quasi sdraiato per terra, praticamente senza muoversi. Ecco il destino dell’arte. Farci entrare in una storia, farci iniziare un viaggio senza doversi mai spostare. Ma questo non posso farlo io, non potete nemmeno farlo voi. Lo possono solo fare i veri artisti. Amen. L’arte contemporanea è finita, andate in pace. Liberate il bambino dentro di voi.»

TuttoPasotti

In occasione dell’uscita della monografia edita di Skira TuttoPasotti sarà presentato il volume e verranno esposte una serie di opere realizzate a quattro mani da Silvio Pasotti e Debora Barnaba.
 
Sono fotografie di Debora Barnaba di formato 70×100 in bianco e nero montate su alluminio; una copia di ciascuna foto, affiancata all’originale, riporta gli interventi pittorici di Silvio Pasotti.
TuttoPasotti, Skira, edizione limitata con litografia originale dell’artista, tiratura 100 copie.Silvio Pasotti (Bergamo 1933) si forma ai corsi di Achille Funi all’Accademia Carrara di Bergamo. Dal 1949 entra a far parte dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche dove sperimenta nel campo della litografia. Tra 1953 e 1957 lavora in Spagna e in Francia. Vive tra Parigi, Venezia e Milano. Prima personale alla Galleria della Torre di Bergamo nel 1955. Nel 1957 espone alla Arthur Gefies Gallery di Londra, nel 1958 da Schettini a Milano e alla Galerie Rindermarkti di Monaco di Baviera. In ambito Pop art attorno al 1960 esegue il ciclo di dipinti delle “Automobili” e delle “Lavatrici”. Del 1964 è una personale alla Galleria del Cavallino di Venezia. Collabora con architetti nella realizzazione di opere pubbliche: del 1964 sono le ambientazioni plastiche di grandi decorazioni a moduli seriali nelle scuole di San Donato Milanese e nel Palazzo dei Convegni di Sirmione. Nello stesso 1964 è tra gli artisti presenti nell’operazione “13 Festoman” alla Galleria Trivulzio di Milano e Parigi con Adami, Alechinsky, Arroyo, Errò, Lam Lebel, Matta, Pardi, Recalcati, Romagnoni, Rotella, Volpini. Nel 1967 partecipa alla rassegna milanese alla Galleria d’arte moderna “L’uomo e lo spazio”. La sua iconologia dell’oggetto quotidiano si ammanta di valenze ironiche. Del 1973 sono pannelli murali in alluminio per il Comune di Segrate e un grande mosaico per la scuola di Pieve Emanuele. Attorno al 1970 giunge a una pittura ancora memore della lezione del Pop art inglese ma in cui Il disegno semplificato e la forte riduzione cromatica amplificano l’ambiguità dell’immagine rilevando le contraddizioni della pittura in generale e della pittura figurativa in particolare, per la quale l’artista elude la produzione di belle immagini risiedendo in ogni modo l’essenziale nel messaggio visivo stesso. Nel 1970 espone alla Galleria Borgogna di Milano presentato da R.Gassiot Talabot; nel 1971 alla Galleria Alfieri di Venezia. Agli inizi del decennio si situano il ciclo “Matrimonio all’italiana” e dipinti come “L’appartamento” in cui è ancora l’ironia a supportare la trasgressione dei canoni compositivi. Perciò l’artista è considerato all’interno del clima surrealista e come tale invitato tra i rari italiani nel 1973 alla rassegna ideata da José Pierre alla Pinacoteca di Bari “Dans la lumière du surréalisme”. Al 1975 datano “Omaggio a Newton” e “Mon amour”, opere eseguite durante un lungo soggiorno parigino in cui Pasotti espone alla Galérie Daniel Gervais (1975, vi ritornerà nel 1979). Nel 1976, rientrato a Milano, vi dipinge una serie di ritratti di famiglie lombarde, presentati in personale nel 1977 alla Galleria Schubert e nel 1978 alla Galleria Borgogna. Si accentua nella sua pittura lo stile di superficie che propone campiture piatte allo scopo di evidenziare l’artificio dell’immagine. Compie un cicli di dipinti dedicati al mito dell’auto Ferrari. Presentato da O.Calabrese espone nel 1982 “Grand Tour” alla Galleria Borgogna, “Candyde” alla Galleria Schubert nel 1983 e “Dalle Alpi alle Piramidi” nel 1987, anno delle personali alla Galérie Platanes di Ginevra e alla Galleria del Naviglio di Milano. Nuove personali nel 1990 al Naviglio e alla Borgogna nel 1992, anno in cui espone il ciclo “Italian People’s” al Teatro Sociale di Bergamo. Pasotti vive tra Milano e Parigi. Bibliografia: R.L.Lippard, Pop Art, Milano 1987; G.Rancati: Silvio Pasotti. La Ferrari, Milano 1990; S.Zenoni, Pasotti, Italian People’s, Milano 1992.

Nata a Milano nel 1985, Debora Barnaba è artista e fotografa. Dopo gli studi artistici in disegno e pittura si accosta da autodidatta al medium fotografico che, dal 2006, diventa la sua principale forma espressiva.
Ha collaborato con nomi prestigiosi quali Maurizio Montagna, Roger Weiss, Giovanni Gastel e Oliviero Toscani, con cui, nel 2009, realizza un progetto riguardante la città di Firenze, successivamente pubblicato nel catalogo “Santo Spirito”. Nel 2010 la rivista Il Fotografo, importante testata di settore, le dedica la cover story. Nel 2011 esce la sua prima monografia “Visioni del vuoto: Varese” (Arterigere Edizioni, 2011), un catalogo comprendente i testi critici di Riccardo Crespi, Riccardo Manzotti e Sandro Iovine, che documenta in modo originale ed inedito la Città Giardino. Dal 2012 estende la sua sperimentazione anche nel video e collabora con il pittore Silvio Pasotti per alcuni nuovi progetti sul corpo. Sin dall’inizio della sua carriera partecipa a diverse mostre collettive.
Lavora come fotografa di moda e pubblica con riviste in tutto il mondo, tra cui L’Officiel, Cosmopolitan, OOB.

Orario mostra 10.00-12.30 / 16.30-19.30, chiuso domenica e lunedì mattina.

Silvio Pasotti / Debora Barnaba – Nude / Presentazione libro TuttoPasotti
ASSOCIAZIONE CULTURALE RENZO CORTINA
Milano – dal 9 al 13 maggio 2017
Via Mac Mahon 14 (20155)
+39 0233607236
artecortina@artecortina.it
www.artecortina.it

L’amante alchimista

LE DONNE DEL RINASCIMENTO E IL POTERE: DAI MEDICI AGLI SFORZA, DAGLI ESTE AI GONZAGA, UN MAGISTRALE AFFRESCO DEL QUATTROCENTO, SCANDITO DALLE PASSIONI E DALLE CONTRADDIZIONI DELLE SUE INDIMENTICABILI PROTAGONISTE

Alla vigilia del sacco di Roma, Isabella d’Este apre le porte del suo palazzo ad aristocratici e notabili per dare loro riparo, ma consegna alle truppe pontificie una delle sue ospiti: la magista Margherida de’ Tolomei, sacrificata in cambio della berretta cardinalizia per il figlio minore.

Papa Clemente VII ha posto quell’unica condizione, e Isabella non ha avuto scampo, anche se Margherida è stata per lei in passato più che un’amica. Così la donna, avanti negli anni, viene condotta in ceppi a Castel Sant’Angelo e rinchiusa in una cella angusta con due giovani, sospettate di stregoneria, in attesa di conferire con il Papa in persona.

Mentre le truppe imperiali e i Lanzichenecchi, seguaci di Lutero, mettono a ferro e fuoco la città, Margherida ripercorre con nuovo sguardo la sua esistenza. Figlia del dotto Cornelio, profonda conoscitrice del potere delle erbe, degli influssi astrali e dell’animo umano, dedita all’arte alchemica, ha sempre cercato il segreto della conoscenza e dell’infinito; forse è questo che il papa, nipote di Lorenzo il Magnifico, vuole ottenere da lei?

Ricordi, domande, dubbi, inquietudini si affollano nella sua mente: l’amicizia con Caterina Sforza e con le donne più affascinanti e potenti del suo tempo, l’iniziazione all’alchimia, le corti italiane raffinate e corrotte, il sangue delle congiure, la violenza della ragion di stato, il tormentato amore per il giovane conte Pico della Mirandola, il piacere dei sensi, le aspirazioni dell’intelletto, il dolore che piega il corpo. Una vita piena, la sua; una vita che ora deve difendere con tutta se stessa senza svelarne i segreti.

 

ISABELLA DELLA SPINA è il nom de plume di due autrici: Sonia Raule e Daniela Ceselli.

Sonia Raule, una passione per tutti i linguaggi contemporanei, autrice e conduttrice televisiva, è stata anche impegnata nella produzione di film d’autore. Nel 2011 ha scritto con il regista armeno Vasken Barberian Come sabbia nel vento (Sperling & Kupfer). Sposata, ha due figli.

Daniela Ceselli, studiosa di cinema, insegna Teorie e tecniche della sceneggiatura presso l’università La Sapienza di Roma. Ha scritto saggi sul cinema inglese e la scrittura cinematografica. Ha pubblicato il libro La sceneggiatura. Un testo dall’esistenza incerta. Dal 2011 collabora con il settimanale Left. È nata e vive a Roma.

L’AMANTE ALCHIMISTA
di Isabella della Spina

Pagg. 420 Euro: 18,50
Uscita: 24 aprile 2017

La collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo

Oltre 400 opere di notevole valore storico-artistico tra dipinti, stampe, incisioni, disegni, sculture e arredi di pregio, dal XIV secolo al secondo Novecento.

Opere eterogenee per gusto, epoca e provenienza che costituiscono la collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Beni che la Fondazione ha acquisito negli anni con l’obiettivo non solo di conservarli, ma anche di valorizzarli, facendoli conoscere al grande pubblico.

Ecco spiegata la scelta, anche nel 2017, di concedere in prestito alcune opere a musei o enti pubblici in occasione di prestigiose esposizioni. È il caso del Museo d’Arte di New Orleans (USA) che, per la mostra “A life of Seduction. Venice in the 1700s”, ha richiesto quattro dipinti del Settecento a firma di un seguace di Joseph Heintz il giovane.

Altre cinque opere, rispettivamente di Francesco Maffei, Giovanni Antonio Pellegrini, Giovanni Fattori, Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini, saranno presenti alla mostra “Il Tesoro delle Fondazioni”, organizzata dal 9 aprile a Perugia dalla Fondazione Cariperugia. Ad arricchire invece l’esposizione “Rinascimento segreto”, che inaugura il 13 aprile ed è organizzata dal Comune di Pesaro in collaborazione con il Comune di Fano e il Comune di Urbino, sarà una tavola di Giovanni Buonconsiglio.

Diversi anche gli eventi espositivi in Veneto dove può o potrà essere ammirata una parte della collezione d’arte della Fondazione. A Rovigo, in concomitanza alla mostra “Terra senz’ombra” a Palazzo Roverella, Palazzo Roncale ospita alcune opere del Novecento di Alberto Biasi, Enrico Castellani, Ennio Chiggio, Edoardo Landi, Manfredo Massironi, Toni Costa e Concetto Pozzati.

Altre due opere, questa volta dell’autore Tullio Crali, sono state richieste dal Comune di Padova per la mostra “Aereopittura. La seduzione del volo” in programma al Museo degli Eremitani dal 5 maggio mentre la Fondazione Palazzo Pretorio Onlus di Cittadella (PD) dedicherà dal 9 aprile una mostra a Bruno Munari, dove troveranno spazio anche due opere della collezione della Fondazione. Un dipinto di Giovanni Buonconsiglio, infine, sarà esposto da ottobre al Museo Casa Giorgione in occasione della mostra “Le trame di Giorgione” organizzata dal Comune di Castelfranco Veneto (TV).

Sul portale http://museo.fondazionecariparo.it e nel catalogo cartaceo edito da Marsilio “La collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo”, sono censite tutte le opere della collezione, corredate da schede storico-critiche di approfondimento.