HUMANSCAPE

HUMANSCAPE è la prima pubblicazione monografica che racconta la storia artistica e creativa di Giuseppe Mastromatteo: una retrospettiva fatta di immagini e parole, un viaggio a ritroso che parte dai lavori più recenti fino ad arrivare alle origini della sua produzione, celebrando la fotografia come medium espressivo d’elezione ed esplorando l’evoluzione di un autore molto apprezzato nel mondo del collezionismo di arte contemporanea e gli ambiti tematici che hanno caratterizzato la sua ricerca.

Il progetto editoriale, nato da un’esigenza di Giuseppe Mastromatteo di raccogliere e ordinare in maniera compiuta l’intero corpus dei suoi lavori, è stato realizzato in collaborazione con Silvana Editoriale e Benedetta Donato, cui è stata affidata la curatela e si avvale di contributi a firma di differenti autori e critici come Rankin, Oliviero Toscani, Denis Curti, Walter Guadagnini, Barbara Silbe, Giovanni Pelloso e altri.

Il volume, composto da un ricco corpus di 110 fotografie insieme a testimonianze, contributi e immagini, si inserisce a pieno titolo nel dibattito della cultura visiva internazionale, grazie anche ad una foto-intervista che rappresenta il cuore del progetto: un dialogo tra l’autore e la curatrice che approfondisce i momenti fondamentali del percorso artistico di Mastromatteo attraverso le ispirazioni, gli incontri, gli aneddoti in una sorta di flash back di memorie restituite al presente. Ciò che emerge da questo confronto è anche una mappa visiva caratterizzata da più matrici in cui immagini di altri artisti, oggi divenute icone contemporanee e che hanno segnato la storia di Mastromatteo, sono giustapposte alle sue opere, con l’obiettivo di restituire a 360° il senso della sua ricerca artistica.

Serie già conosciute sono pubblicate a fianco di produzioni inedite che evidenziano il tema centrale dell’indagine di Mastromatteo: l’identità tra essenza e percezione. I soggetti dell’obiettivo dell’artista sono sempre i corpi e soprattutto i volti che rappresentano una teoria di tipi umani in cui la perfezione dei fisici torniti e dai contorni plastici, contrasta con la natura instabile ed effimera dell’uomo. Attraverso un uso quasi filologico della manipolazione digitale e della sottrazione, l’autore definisce questi ossimori scomponendo le immagini e creando un effetto di straniamento prima e di riconoscimento poi tra chi è ritratto, chi ritrae e anche in chi osserva.

Dai suoi primi lavori all’ultima serie inedita Eyedentikit c’è un’evoluzione, tuttora in divenire, di questa riflessione: negli otto volti ritratti nella serie Homogenic c’è l’inserimento di uno sguardo unico e uniformante, in Indepensense III, II, I vengono create nuove figure paradossali ma allo stesso tempo attraenti attraverso degli innesti dei cinque sensi nei volti e nella fusione di corpi, culture e razze diverse, in Eyedentikit infine Mastromatteo si fonde nello sguardo di chi è ritratto, mediante la sostituzione degli occhi di tutti i soggetti fotografati con i propri, un azzeramento delle distanze, un guardare agli altri per ritrovare sé stesso, mettendo in discussione continuamente il proprio punto di vista e quindi portando ad una più profonda conoscenza di sé e degli altri.

Eyedentikit è la fusione tra io che scatto e il soggetto che viene fotografato, e ci incontriamo a metà idealmente in quello spazio che c’è tra me e lui per diventare un nuovo soggetto. Do un pezzo di me ma idealmente prendo un pezzo da lui. Quella distanza viene sintetizzata in un’immagine che non è quella che vedo attraverso l’obbiettivo, che è solo la partenza.

Giuseppe Mastromatteo lavora come artista da 15 anni e attualmente ricopre l’incarico di Chief Creative Officer per l’agenzia di comunicazione Ogilvy Italia. Immagine e comunicazione sono sicuramente due parti essenziali del suo universo professionale da cui attingere e ricevere stimoli per la componente artistica del suo lavoro che, come tale, rivendica però una liberta di indagine e di espressione totale.

HUMANSCAPE, nelle librerie da ottobre, è un libro opera che si rivolge ai collezionisti e agli amanti dell’arte e che vuole dare una lettura completa della ricerca di Giuseppe Mastromatteo in cui la fotografia è mezzo espressivo per eccellenza e compone un percorso caratterizzato da una sintesi raffinata ed efficace tra forma e contenuto, superficie e profondità, materia e identità.

In contemporanea alla pubblicazione del volume, la galleria 29 ARTS IN PROGRESS presenta dal 4 ottobre al 18 novembre la mostra HUMANSCAPE a cura di Giovanni Pelloso che espone l’ultima produzione inedita di Giuseppe Mastromatteo.

 

Ufficio stampa mostra
Maria Chiara Salvanelli
email mariachiara@salvanelli.it
cell + 39 333 4580190

Ufficio Stampa Silvana Editoriale
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press@silvanaeditoriale.it
02 45395111

Porta della Marina

Venerdì 13 luglio presso il Salone sottostante la Chiesa dello Spirito Santo di Santo Spirito si terrà la presentazione del romanzo di Emanuele CazzollaPorta della Marina‘. Introdurrà il Prof. Vincenzo Colonna mentre il giornalista Gianluca Battista dialogherà con l’Autore.

Questo romanzo è figlio di “Condominio killer” che lo ha preceduto. Ma non è un giallo. In esso c’è pure un delitto (anzi ce ne sono due), c’è un’indagine, c’è l’individuazione di un colpevole. Questi ingredienti canonici sono, però come un vassoio su cui viene servito ben altro (…)
Su tutto prevale l’amore dell’autore per i propri luoghi, stavolta non solo quelli affacciati sul mare (Acquamarina) , ma anche quelli dell’immediato entroterra (Bitonto). Insomma un amore manifesto per le terre al di qua e al di là di Porta della Marina.” – Giuseppe Maria de Boisy

Emanuele Cazzolla (1961, Santo Spirito – Bari), giornalista pubblicista, è esperto di arti grafiche e comunicazione. Si occupa di arte, musica, letteratura, tradizioni popolari. Ha realizzato il volume dedicato ai disegni di Francesco Speranza. Ha scritto i testi per il libro “L’Aldiqua” foto racconto del XXIC Congresso Eucaristico Nazionale. Nel 2011 ha dato alle stampe la raccolta narrativa “Il vecchio devoto altri 11 racconti brevi”, e nel 2013 il saggio Rutigliano fischia” (SECOP edizioni) dedicato ai fischietti in terracotta e la sagra di S.Antonio Abate. Nel 2016 ha pubblicato “Condominio killer” (SECOP edizioni), il suo primo romanzo giallo.

Colori e moda

Colori e moda (Bombiani editore) è un saggio, storico e attuale, denso e coinvolgente, che attraverso i secoli, dall’ epoca romana fino a oggi, ricostruisce le oscillazioni del rapporto tra colore e abbigliamento.

Le due autrici, Lia Luzzatto e Renata Pompas, riescono a condurci in modo puntuale, documentato e denso di fascino nei corsi e ricorsi degli orientamenti cromatici che hanno accompagnato il costume, la moda e la società nel suo insieme. I colori di ciò che abbiamo indossato infatti non sono stati solo una questione di gusto o di estetica particolari, separati dal contesto in cui si sono espressi, sono stati anzi essi stessi testimoni della politica, cultura, filosofia ed economia dell’epoca in cui sono nati… anche se, alla fine del libro, si andrà a concludere che “la funzione di colori di trasmettere visibilità, forza, emozione e riconoscibilità alle proposte si è andata perdendo, assorbita e annullata dall’ammassarsi disordinato di stili, ibridazioni, mescolanze visive.”

Il testo è arricchito da una considerevole scelta di documenti e da una rappresentazione iconografica che testimonia visivamente le oscillazioni del gusto nel corso del tempo.

Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Disadorna e altre storie

Storie sospese, schegge di vite. Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali e il Turismo, torna al suo mondo di narratore con ‘Disadorna e altre storie‘, appena arrivato in libreria per La Nave di Teseo.

 

Il politico-scrittore, tradotto in Francia da Gallimard, che ha esordito come romanziere nel 2006 con ‘Nelle vene quell’acqua d’argento‘, con cui ha vinto fra l’altro nel 2007 il Premier Roman di Chambery, questa volta ha scelto il racconto, una forma narrativa che nell’era dei social e della velocità dovrebbe avere più fortuna e invece continua ad essere sottovalutata.

In meno di cento pagine, dedicate alla piccola figlia ‘Irene che ride al giorno’, si sviluppano venti racconti senza titolo quasi a comporre un romanzo per frammenti in cui si ritrovano anche i luoghi, Ferrara o il Delta del Po, originari e cari a Franceschini. Anche se il ministro-scrittore ricorda in apertura del libro – citando il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, scomparso nell’agosto di quest’anno – che “è’ inutile cercare sulla carta le località nominate. L’esattezza geografica non è che una illusione. Il Delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto”. Il titolo fa riferimento alla prima storia di cui è protagonista uno scrittore di Bogotà, Paco Tovar, in crisi creativa, che ritrova l’ispirazione nella stanza di un albergo sul Delta del Po, vuoto da oltre 40 anni. “Tutto sommato la camera era decente, anche pulita, ma si intuiva che non veniva abitata da molto tempo, forse dall’aria stantia o da quei colori sbiaditi, chissà” scrive Franceschini.

L’ultimo racconto vede invece un ex ministro, ormai anziano e malato di Alzheimer, che non ricorda più di essere stato un politico importante, ritrovare la memoria tornando con la nipote nella sua città, Ferrara, dove Franceschini è nato nel 1958. Nel viaggio compiuto con Disadorna troviamo poi un contadino analfabeta, Nebore Morelli, che a 85 anni passati comincia a suonare all’improvviso il violino del nipote; Angiolina che cuce, nel “maledetto buio del coprifuoco”, la notte prima della liberazione di Ferrara, un grande tricolore; Bruno Guarelli che cambia vita quando gli viene recapitata, in un pacco grande “come una stanza” alla stazione di Borgovelino, una motocicletta col sidecar e nel 1950 parte verso Parigi.

Commovente la storia del siriano Nizar in cui c’è la Roma multietnica dell’Esquilino, di piazza Dante, dove una gelida mattina di gennaio quest’uomo, diventato un barbone, viene trovato morto di freddo. Dopo aver perso tutto, anche la dolce e bella Aalia, a Nizar restava solo una borsa con le ruote in cui i carabinieri trovano libri scritti in tutte le lingue più antiche del mondo. Tra sogno e nostalgia, Franceschini – che è anche autore del romanzo ‘La follia improvvisa di Ignazio Rando’, diventato uno spettacolo teatrale, e di ‘Daccapo e ‘Mestieri immateriali di Sebastiano Salgado – mostra anche una vena umoristica.

Come accade nella storia del magistrato che durante un noiosissimo discorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, viene avvolto nella tela che un ragno tesse attorno a lui, o nel racconto che vede un uomo con la passione di osservare le altre persone attraverso le fessure, innamorarsi di una donna intravista nello spazio vuoto tra due sedili del treno.

Con ‘Disadorna e altre storie’ Franceschini è protagonista di un minitour che, dopo la prima tappa il 20 settembre a Milano, lo vedrà sabato 23 settembre a Ferrara, con Daria Bignardi e Diego Marani e lunedì 25 a Roma, con Marino Sinibaldi e Paolo Fresu e letture di Alberto Rossatti e il 10 ottobre al Circolo dei Lettori di Torino con Chiara Fenoglio.

da ANSA.

Perché l’Italia non ama più l’Arte Contemporanea

Questo libro-inchiesta di Ludovico Pratesi ( Castelvecchi Editore ) fotografa la situazione di un paese che non investe più sul futuro della propria arte, solo centoventi anni dopo aver lanciato la Biennale di Venezia, la più prestigiosa mostra d’arte contemporanea nel mondo, per promuovere gli artisti italiani nel contesto internazionale. Dati alla mano, cerca di spiegare il perché.

Alla fine dell’Ottocento l’Italia, unita da poco più di vent’anni, lanciò la prima Biennale d’arte contemporanea a Venezia, diventata la più importante del mondo. Un gesto coraggioso che non ebbe seguito: all’alba del XXI secolo, il nostro Paese non possiede un grande museo degno di competere con la Tate Modern, il Moma o il Pompidou; non è riuscito a sostenere la carriera dei migliori artisti italiani delle ultime generazioni, e sembra riconoscere fama e prestigio solo all’arte del passato.

Come mai l’Italia non ama anzi odia l’arte contemporanea ? È a causa del peso del nostro patrimonio artistico o ci sono altre ragioni? Perché non siamo in grado di promuovere i nostri giovani talenti sulla scena internazionale? Come mai non abbiamo una grande collezione nazionale dedicata all’arte di oggi? Partendo da queste domande, il libro di Pratesi suggerisce alcune direzioni per individuare, in Italia, un nuovo rapporto con l’arte del nostro tempo.

Ludovico Pratesi
Curatore e critico d’arte. Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e Direttore della Fondazione Guastalla per l’arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Management per l’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell’AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.

Andare per i luoghi del cinema

Presentazione dell’ultimo libro di Oscar Iarussi ‘Andare per i luoghi del cinema’ – edito da il Mulino – sulla terrazza di Santa Teresa dei Maschi, sede della Biblioteca metropolitana “De Gemmis” (strada Lamberti, 4), a Bari Vecchia, Giovedì 27 luglio 2017 (ore 20:30)

Oscar Iarusi e alle sue spalle la copertina del libro

Giovedì 27 luglio (ore 20:30) si terrà il terzo ed ultimo appuntamento de “Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate” – appuntamento estivo che si propone di offrire spunti e riflessioni sul Sud – con “Andare per i luoghi del cinema”, che mutua il titolo dal nuovo libro di Oscar Iarussi, giornalista e saggista, Andare per i luoghi del cinema, appena pubblicato da Il Mulino.

Con l’autore dialogheranno il produttore cinematografico Domenico Procacci e l’editore Alessandro Laterza. Un percorso fatto di trame, luoghi, volti e aneddoti che fa tappa a Sud per svelarne la bellezza e le contraddizioni.

La conversazione sarà introdotta dal saluto della delegata ai Beni Culturali della Città Metropolitana di Bari, Francesca Pietroforte.

 

Il libro – Il Paese del neorealismo con i suoi attori «presi dalla strada» è anche un set favolistico per le produzioni hollywoodiane, da Guerra e Pace girato in Piemonte alla Passione di Cristo in Basilicata, all’Inferno nella Firenze dei nostri giorni. Trame, luoghi, volti e avventure produttive con cui il nostro cinema ha continuato a ispirare generazioni di cineasti. L’Italia oggi ha ripreso a vincere premi e a far parlare nel mondo della sua Grande Bellezza. Una bellezza sfaccettata e contraddittoria, mai convenzionale, che vibra nel racconto di dieci «città del cinema»: Torino col suo Museo, Milano borghesissima e proletaria sullo schermo, Venezia decadente e festivaliera, Bologna e la sua Cineteca, Firenze con vista sulla storia, Roma eterno caos calmo, Napoli da Totò a Gomorra, Palermo gattopardesca e «paradisiaca», Bari capitale di Lamerica e Matera della cultura europea nel 2019.

L’autore – Oscar Iarussi, giornalista e saggista, responsabile Cultura e Spettacoli della «Gazzetta del Mezzogiorno». Critico cinematografico, fa parte del Comitato esperti della Mostra di Venezia; ha presieduto la Apulia Film Commission e ideato la rassegna «Frontiere. La prima volta» (catalogo Laterza, 2011). Tra i suoi libri: «L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini» (Ente dello Spettacolo, 2009), «Ciak si Puglia. Cinema di frontiera 1989-2012» (Laterza – Edizioni della Libreria, 2012), «Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee» (Adda, 2012); per il Mulino «C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita» (2011).

Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate

Dopo il successo della prima edizione del 2016, torna sulla terrazza di Santa Teresa dei Maschi, sede della Biblioteca metropolitana “De Gemmis” (strada Lamberti, 4), a Bari Vecchia, TU NON CONOSCI IL SUD – E LA CHIAMANO ESTATE, l’appuntamento estivo che si inserisce nel progetto culturale TU NON CONOSCI IL SUD, ideato dall’omonima associazione culturale.

Ancora una volta sarà un luogo simbolo della città di Bari ad accogliere nel mese di luglio il ciclo di incontri che si propone di offrire spunti e riflessioni sul Sud, partendo dalle sue immagini e dagli stereotipi in cui è ingabbiato, passando per le contraddizioni che lo rendono estremamente moderno.

Il primo incontro, “Non c’è più la Sicilia di una volta”, si terrà giovedì 13 luglio alle 20:30, con lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri, autore dell’omonimo libro Non c’è più la Sicilia di una volta (Laterza, 2017), e l’editore Alessandro Laterza. La conversazione sarà incentrata su un racconto della Sicilia alternativo rispetto a quello abusato e stereotipato, legato ai tanti capolavori dei primi del ‘900 o ripiegata su se stessa per il versante criminale. L’incontro sarà introdotto dai saluti di Clara Gelao, direttrice della Biblioteca metropolitana “De Gemmis”, e Anna Maria Montinaro, presidente dell’associazione Presìdi del libro.

Protagonisti dell’incontro “IL DIVARIO È CULTURALE?”, mercoledì 19 luglio (ore 20:30), saranno Massimo Bray, Presidente della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura ed Eva Degl’Innocenti, Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MarTA. Con Alessandro Laterza si indagherà sulla natura del divario esistente tra (i) Nord e (i) Sud e sull’offerta culturale come elemento decisivo per lo sviluppo territoriale del Sud. La serata avrà inizio con il saluto del sindaco della Città Metropolitana di Bari, Antonio Decaro.

Giovedì 27 luglio (ore 20:30) ci sarà l’ultimo appuntamento, “Andare per i luoghi del cinema”, che mutua il titolo dal nuovo libro di Oscar Iarussi, giornalista e saggista, Andare per i luoghi del cinema, appena pubblicato da Il Mulino. Con l’autore dialogheranno il produttore cinematografico Domenico Procacci e l’editore Alessandro Laterza. Un percorso fatto di trame, luoghi, volti e aneddoti che fa tappa a Sud per svelarne la bellezza e le contraddizioni. La conversazione sarà introdotta dal saluto della delegata ai Beni Culturali della Città Metropolitana di Bari, Francesca Pietroforte.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili.

Tu non conosci il Sud – E la chiamano estate” è ideato dall’associazione Tu non conosci il Sud e promosso dalla Libreria Laterza in collaborazione con la Città Metropolitana di Bari e i Presìdi del Libro

Atlas Italiae

Sulla copertina ci sono dei puntini rossi su fondo azzurro e rappresentano il viaggio in Italia di Silvia Camporesi alla ricerca di ciò che non vediamo più.
 
In un anno e mezzo la fotografa di Forlì ha raccolto immagini di borghi disabitati, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti. Atlas Italiae è una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Il libro raccoglie anche gli scatti realizzati sull’isola di Pianosa per Fotografia Europea, in mostra nell’edizione 2014 del festival con la curatela di Marinella Paderni.
Silvia Camporesi, proprio insieme a Marinella Paderni, presenta Atlas Italiae a Fotografia Europea 2017 venerdì 16 giugno alle 18.30 a Palazzo Magnani.Venerdì 16 giugno riaprono anche le mostre di Fotografia Europea e si potranno visitare dalle 18 alle 23 di venerdì, sabato 17 giugno dalle 10 alle 23 e domenica 18 giugno dalle 10 alle 20.

Ma in questo nuovo fine settimana di mostre ed eventi ci attende anche la visita guidata alla mostra a Palazzo Magnani Un Paese. La storia e l’eredità insieme ai curatori Laura Gasparini e Alberto Ferraboschi, sabato 17 giugno alle 16.30.
Sabato e domenica sono in programma due laboratori per bambini e, come sempre, domenica pomeriggio torna #askthevolunteer.

http://www.fotografiaeuropea.it

Immaginare la musica

Giovedì 25 maggio presso Erratum di Milano si terrà la presentazione del volume di Giancarlo Schiaffini  ‘Immaginare la musica’ – per un’estetica fenomenologica della composizione contemporanea edito da Auditorium Edizioni nel 2017.

Il libro chiude un’approfondita e originale riflessione sulla musica del nostro tempo. Dopo E non chiamatelo jazz (2011), sulla pratica dell’improvvisazione attraverso i diversi stili musicali, e Tragicommedia dell’ascolto (2015), che affrontava il tema dell’ascolto musicale, Immaginare la musica si occupa ora della Nuova Musica dal suo interno, attraverso un’indagine sulle tecniche compositive più salienti del ‘900. Questa trilogia di Giancarlo Schiaffini risulta quindi essenziale per strumentisti e musicisti, ma anche preziosa e ricca di sollecitazioni per l’ascoltatore e l’appassionato.

In esposizione fino al 1 giugno presso Erratum una serie di ritratti fotografici di Schiaffini realizzati da Luca d’Agostino / Phocus Agency contenuti nel libro, insieme alla diffusione in sede di materiale sonoro su Giancarlo Schiaffini. Il progetto è a cura di Sergio Armaroli e Steve Piccolo, in collaborazione con MADE4ART.

Spazio di ascolto e sperimentazione, Erratum si presenta al pubblico come un laboratorio di idee dove la contaminazione tra le arti e il loro incontro con la musica porta a risultati inaspettati proponendosi come punto di riferimento per creativi, musicisti, poeti e artisti.

Giancarlo Schiaffini, nato a Roma, fisico, compositore-trombonista, è fra i primi esecutori di free-jazz (anni ’60). Ha studiato a Darmstadt con Stockhausen, Ligeti e Globokar e a Roma con Franco Evangelisti. Ha fondato Nuove Forme Sonore e fatto parte del Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza e della Italian Instabile Orchestra. Ha insegnato a Pesaro, L’Aquila, Roma in conservatorio, a Siena Jazz e tenuto seminari in Italia, a Freiburg, a Melbourne e alla New York University. Ha lavorato con John Cage, Karole Armitage, Luigi Nono e Giacinto Scelsi e alla Scala, IRCAM, Donaueschingen, Bimhuis, JazzYatra (India). È stato Composer in Residence (Composers & Improvisers Forum Munich).

Ha registrato per le radio di molti paesi e ha inciso più di 150 LP e CD. Ha pubblicato composizioni (BMG, Curci, Edipan, Ricordi), un trattato sul trombone (Ricordi), uno sull’improvvisazione e uno sull’ascolto (Auditorium). È citato dalla Biographical Encyclopedia of Jazz (Oxford Un. Press) e dall’Enciclopedia della Musica (Garzanti).

Immaginare la musica
Presentazione del volume di Giancarlo Schiaffini giovedì 25 maggio ore 18
25 maggio – 1 giugno 2017 | apertura su appuntamento

ERRATUM |Via Doria 20, 20124 Milano
www.erratum.it – erratumemme@gmail.com – m. 333 9692237

In collaborazione con

MADE4ART | Comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo | www.made4art.it- press@made4art.it

Auditorium Edizioni

Dov’è finita la bellezza?

Firma questo articolo pubblicato sul n° 9 di Pentagrammi, Rivista di Cultura , Musica, Arte, Ambiente e Società, il noto pittore barese Manlio Chieppa.

 

Never ends = Non finisce mai. Bari (il cui sostantivo, rammentandoci le due versioni picaresche di Caravaggio, sa d’imbrogli!) ha racchiuso, con il motto in english e un logo in quattro lettere, l’identità «culturale» della città: dove, nella simbologia dei caratteri, i riferimenti «attrattivi» – ci dicono – sono storia, tradizioni, mare, enogastronomia, e innovazione. Gadget e varie per 57mila euro! Quando si dice la comunicazione! Se Sgarbi l’ha marchiato «aberrante», ha raccolto il pensiero intelligente di una città sotto l’assedio ingannevole. Di chi per le Arti Visive impone il mito onnivero degli sperimentalismi d’Oltreoceano, sottraendo risorse con espedienti intraducibili. Quanto un logo, viceversa, dev’essere d’impatto! Colpire nell’immediatezza di un messaggio comprensibile, rappresentativo e identificativo, perché resti memorizzato.

«La grande impostura, fatti e misfatti dell’Arte Moderna e Contemporanea», è il titolo azzeccato da Sigfrido Bartolini (Pistoia 1932 – Firenze 2007, pittore, incisore, scrittore, narratore, poeta,…), apposto ad uno dei suoi ultimi libri, 2002 (ed. Polistampa). Una raccolta di suoi articoli e pensieri, apparsi sulla stampa, etichettata di destra: Roma, L’Indipendente, Il Giornale, Libero… Uniche testate a consentirgli «libera espressione» su verità ch’erano, e sono, scomode.
A svelare il «sistema» delle Arti Visive Contemporanee; incancrenito in una «repellenza visiva», che desertifica l’affluenza ai musei e le sparute gallerie! Ostaggio di cosiddetti critici, divenuti storici, curatori e consigliori di Enti, direttori museali e di fondazioni, poli, etc…, agganciati alle scorrerie del mercato! Ovvero accaparratori, pennivendoli e ciarlatani; insinuatisi nei gangli della comunicazione, della pubblicità e del business, per gonfiare quotazioni stratosferiche d’inconsistenze artistiche.

Autentici bluff. Così le pubblicazioni sui social network, tracimanti d’improvvisati aspiranti alla visibilità globale. Di qui il rapporto comunicazione-etica-estetica. Ovvero i «Persuasori occulti», altro libro poetico-urticante, del giornalista sociologo statunitense Vance Packard (1914/1996), del 1957, aggiornato anni ’80 (Einaudi Ed.), a svelare i trucchi psicologici e le tattiche usate dal marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare. Allora fu definito inquietante; ignorando quel che sarebbe subentrato, con strumenti pubblicitari più pressanti sulla psicologia cognitiva e le neuroscienze, che scrutano nel profondo, invogliando a consumare.

Ecco, l’Arte Visiva, alla stregua di volgare prodotto, va consumata! Nel vortice perverso «dell’industria» artistica, che macina furbe strategie esibizionistiche e provocatorie, a snobismi di moda. Secondo un’azione immediata di comunicazione estemporanea, di performance. La «spettacolarizzazione» di uno schiocco di dita, in una «contaminazione» che disorienta. Alibi abusato dai «concettuali» e loro installazioni. Dove tutti (ma proprio tutti!) sono talenti, con ciarpame da rigattiere e mano d’opera artigiana. In scenografici teatri dell’assurdo frastornante. Perciò sottoposti al suggerimento, o alla «mediazione» del critico, dall’onnipotente «verbo», che affabula il significato sull’incomprensibile, autoreferenziandosi! Ben distanti dal godimento individuale e spontaneo di una visione che «comunica», affrancandoci l’animo.
Discesa da un’ispirazione, uno studio, di come l’artista sia giunto, magari con sofferenza, a talune soluzioni poetiche, comprese e condivise. Quale traccia di una «emozione» ai posteri. E qui subentra la storia.

«L’arte del passato è più viva che mai!» esclamò Picasso nel 1923, affermandosi il più grande artista dell’Età Moderna e Contemporanea! Mentre, oggi, il déjà vu sa di stantìo. Correndo nella falsa avanguardia dell’effimero, che, nello scalpore, fa notizia! E vai! Tanti Marcel Duchamp, con la profetica «Fontana» di un orinatoio, vecchio di cent’anni (1917), e tanti barattoli di «Merda d’artista» (1961) di Piero Manzoni. Ad occupare spazi pubblici e musei di mezzo mondo! Così Bari, disinvoltamente, il 2011, con l’ipotetica BAC, requisendo l’ex Teatro Margherita, sulla facciata sistemò l’insegna «Museo della Rivoluzione», con caratteri bastone: «opera artistica» del serbo Marko Lulic! E tutti a bocca aperta, con sorrisi imbecilli, a scattarsi selfie!

L’arte nel cesso

Con l’ironia che immancabilmente lo contraddistingue, Francesco Bonami, uno dei più noti critici d’arte internazionali, riprende il ragionamento iniziato dieci anni fa con Lo potevo fare anch’io proponendoci L’arte nel cesso come continuazione o, se vogliamo, come conclusione.

La verve non muta col passar degli anni e le ghiotte considerazioni sullo status dell’arte si mostrano sempre interessanti e condivisibili, nell’ulrimo libro di Francesco Bonami : “L’arte nel cesso – Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea“.

Bonami ammette, dopo dieci anni dal suo Lo potevo fare anch’io, che in fondo, tante opere alla cui vista restiamo sgomenti forse avremmo potute farle pure noi, e comunque, anche se le ha fatte qualcun altro prima, questo non significa affatto che si tratti di arte.

Provocatoriamente ma non del tutto, l’autore sentenzia che l’arte contemporanea – che ha avuto inizio nel 1917 con l’orinale capovolto di Marcel Duchamp – nel 2017, a un secolo esatto, è giunta a conclusione, ha perso la sua spinta propulsiva e deve lasciare il posto a una nuova fase. E con che cosa si è chiusa? Con il cesso d’oro 18 carati di Maurizio Cattelan esposto nell’autunno 2016 al Guggenheim di New York, dove lo si può non solo ammirare ma persino usare.

In questi cento anni, ci scrive Bonami, abbiamo visto davvero di tutto: dagli artisti che sulla scia di Duchamp espongono un oggetto, a chi propone un’ idea, un concetto (come Una e tre sedie di Joseph Kosuth), a chi mostra un progetto, ovvero parole, disegni, grafici che vengono presentati come opere d’arte ma al momento sono semplici ipotesi in attesa di essere realizzate (come accade per esempio con Christo, ma non con Peter Fend, che in genere espone solo fantasiose e irrealizzabili ipotesi sul mondo, come cambiare i confini di certe nazioni o deviare il corso del Danubio).

Tutti accomunati dall’intento di sorprendere. Attraverso una serie di racconti e riflessioni, l’autore ci mostra perché ora all’arte non bastano più solo idee che si rincorrono con l’obiettivo di essere una più rivoluzionaria dell’altra. E perché, provocazione dopo provocazione, la contemporaneità ha esaurito il suo potere di stupire. E conclude che, per tornare a essere utile, l’arte deve ritrovare la capacità d’inventare e narrare storie, recuperando quell’essenziale cocktail di ingenuità e genialità che è alla base della creatività umana. Un po’ come fa Charles Ray, in polemica con l’astrazione del Novecento, con il suo bambino che gioca con una macchinina.

«Il bambino di Ray non è semplice, ma è accessibile. Il gesto semplicissimo ma universale» scrive Bonami chiudendo il suo saggio. «Qualsiasi persona di qualsiasi parte del mondo comprende quel gesto. L’oggetto, quale che sia nella mano del bimbo, diventa un universo di pensieri, l’inizio di una storia, di un viaggio che il bambino farà stando fermo quasi sdraiato per terra, praticamente senza muoversi. Ecco il destino dell’arte. Farci entrare in una storia, farci iniziare un viaggio senza doversi mai spostare. Ma questo non posso farlo io, non potete nemmeno farlo voi. Lo possono solo fare i veri artisti. Amen. L’arte contemporanea è finita, andate in pace. Liberate il bambino dentro di voi.»