Michele Agostinelli

Michele Agostinelli è nato a Tempio Pausania nel 1948. Dal 1964 vive ed opera a Bari.

Ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte presso il Liceo Scientifico “Edoardo Amaldi “ di Bitetto. La sua ricerca estetica lo ha condotto per vari itinerari articolati tra la poetica grafico-pittorica e gli interventi sul campo quale operatore culturale.

Ha diretto le Gallerie d’arte “Effe Elle 24”, “Studio 5”, “Palazzo Scarli”; ha coordinato il gruppo “Mediterraneo Incontri-Ego Es”. Col gruppo artistico La Fenice ha realizzato la performance itinerante “… Della morte distrutta?”.

Nel 1977 a Bari, presso l’Istituto Statale d’Arte ha condotto il 2° Seminario di tecniche calcografiche. Nel 1978 a Taranto ha diretto il 4° corso di grafica presso il Circolo Italsider. Nel 1979 ha fondato il centro di ricerche estetiche “Ego-Es”.

Iscritto all’Associazione Incisori Pugliesi, tiene attualmente corsi di grafica e fotografia, organizza esperienze di performances. Dal 1980 ha esteso la sua ricerca alle tecniche della comunicazione ed all’indagine sul territorio attraverso l’immagine fotografica. Nel 1989 ha collaborato con insonorizzazione e computer grafica alla realizzazione di Video Arte per l’artista Mimmo Avellis.

Ha ideato e condotto per l’emittente televisiva T.R.A. le trasmissioni “Dalla scuola x la scuola” e “Istantanea” (profili artistici su Michele Campione, Franco Cassano, Bruno Del Monaco, Enzo De Sario, Tommaso Di Ciaula, Vito Matera, Vito Maurogiovanni, Adriana Notte, Lino Sivilli).

Per la Casa di Produzione televisiva VARS ha ideato e condotto il programma “Paesando” trasmesso in 14 puntate da emittenti Sud-americane.Dal 1996 ha organizzato sul territorio manifestazioni artistico-culturali-multimediali itineranti (Il carro del tempo nel tempo del carro; Gli strumenti della scrittura; Suggestioni d’Oriente; Il modellismo). Nel 1999 ha creato lo spazio espositivo “Palazzo Scarli” (Modugno)Sue opere sono state acquistate dai Reali del Belgio.

Per la regia di operazioni artistiche nel mondo della scuola è stato premiato dal regista Sergio Leone e dal Premio Nobel Rita Levi Montalcini (I° Premio Naziona- le).

Dal 2001 è Direttore Artistico della manifestazione culturale “Pro Agricultura” di Bitetto. Dal 2014 è componente della Consulta della Cultura del Comune di Bitetto.

Mirko Baricchi

Mirko Baricchi nasce alla Spezia nel 1970. Terminato il liceo, frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli. Inizia a lavorare come illustratore in Messico e al rientro in Italia, alla fine degli anni Novanta, decide di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Vive e lavora tra Vicenza e La Spezia.

Tra le principali mostre, nel 2016 “Biennale Disegno Rimini”, Museo della Città, Rimini; “Il segreto dei Giusti”, Museo Il Correggio, Correggio; “Archè. Ben prima del nome chiamato”, Atipografia, Arzignano (Vi). Nel 2015 “Humus”, Galleria San Ludovico, Pinacoteca Stuard, Parma; “Humus”, Galleria Fabrice Galvani, Toulouse (F); “[dis]appunti”, Museo Arte Contemporanea, Lissone (Mb); “Close-Up”, Palazzo Collicola Arti Visive, Spoleto (Pg); “Maggese”, Galleria Il Vicolo, Milano; “Treviso a Dante”, Palazzo Giacomelli, Treviso. Nel 2014 “Mus-e Museum”, Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, La Spezia; “Premio Terna”, Archivio di Stato, Torino; “Imago”, Museo della Città, Chiari (Bs). Nel 2013 “Boston-Como”, Como. Nel 2012 “Germogli. e di stelle”, Cardelli & Fontana, Sarzana (Sp). Nel 2011 “De Rerum”, Galerie Fabrice Galvani, Toulouse (F); “Rendez-vous con Mirko Baricchi”, Galleria Bianconi, Milano. Nel 2010 “De Rerum”, Galeria Barcelona, Barcellona (E); “Melting pot”, LA Artcore, Los Angeles (USA). Nel 2009 “Fuori tema”, Galleria L’Ariete, Bologna; “Il Diavolo e l’Acquasanta”, Palazzo Paolo V, Benevento. Nel 2008 “Premio Cairo”, Museo della Permanente, Milano; “Finestra sul Golfo”, CAMeC, La Spezia; “Cloudy”, Cardelli & Fontana, Sarzana (Sp). Nel 2007 “Pinocchio – Mimmo Paladino/Mirko Baricchi”, Galerie Fabrice Galvani, Toulouse; “L’alibi dell’oggetto – Morandi e gli sviluppi della natura morta in Italia”, Fondazione Ragghianti, Lucca.
Sue opere sono presenti nelle seguenti raccolte: CAMeC – Centro Arte Moderna e Contemporanea, Collezione Battolini, La Spezia; Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, La Spezia; Civica Raccolta del Disegno – MuSa, Museo di Salò (BS).

http://www.mirkobaricchi.com/

Mirko Baricchi, “Derive
CAMeC centro arte moderna e contemporanea, Piazza Battisti 1, La Spezia
Dal 18 marzo – 18 giugno 2017

Patrick Tabarelli

Patrick Tabarelli vive e lavora a Milano. La sua ricerca artistica si concentra sui meccanismi di creazione e percezione dell’immagine. Fortemente orientate al processo, le sue opere sono sempre aperte a una sorta d’incertezza percettiva e indagano le relazioni tra causa ed effetto, assenza e presenza.

Patrick Tabarelli, {F}, 2017, acrylic on canvas, 80x60cm

Lavora spesso in serie, seguendo regole precise per quanto riguarda l’elaborazione dell’opera e la composizione cromatica delle palette. Costruisce strumenti che gli permettano di ottenere oscillazioni dinamiche e minimali ottenute talvolta per interferenza, superfici quanto più piatte possibile, dalla resa quasi digitale, in grado di eludere la sua gestualità.

Negli ultimi anni ha iniziato a canalizzare i processi creativi in algoritmi che, eseguiti da drawing-machines, generano superfici pittoriche ponendo un’ulteriore distanza tra opera e autore sia nella fase esecutiva sia in quella generativa.

Ha all’attivo diverse mostre collettive e personali. Fra le più recenti si ricordano: nel 2016 la partecipazione alla collettiva Principio di Indeterminazione, curata da Ivan Quaroni alla galleria ABC-Arte di Genova e nel 2015 quella a Shapes presso Circoloquadro a Milano.

Fra le personali si rammentano Elsewhere, Again presso Peninsula in Berlino nel 2016; 500 Unreachable Islands – Machines Dream of Electric Islands in Expo Milano, Ubiquity, curata da Ivan Quaroni, per Maryling|ABC Arte, Milano e crossing-over all’ HangarBicocca di Milano, tutte svoltesi nel 2015.

http://www.patricktabarelli.com/

 

Echo of hidden places – Jasmine Pignatelli e Patrick Tabarelli
Galleria FabulaFineArt
Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)
Curatore: Maria Letizia Paiato – Comitato Scientifico FabulaFineArt
Inaugurazione: Sabato 25 febbraio 2017 ore 18.00

Dal 25 febbraio all’ 8 aprile 2017.
Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. O visite su appuntamento

Jasmine Pignatelli

Jasmine Pignatelli vive e lavora tra Roma e Bari. I suoi recenti lavori sviluppano riflessioni intorno ai concetti di modulo, vettore (modulo cioè provvisto di direzione e verso) e di segno plastico, traducendoli in elementi/forme che determinano e interrogano lo spazio coinvolto. Jasmine Pignatelli è impegnata in un personale e convinto percorso artistico nella scultura.
 
Jasmine Pignatelli, Directionless, 2016. Semirefrattario nero. Ph Manuela Giusto

Dopo il liceo artistico a Bari e la laurea in Architettura al Politecnico di Milano, si avvicina all’arte contemporanea con un approccio storico-critico collaborando per diversi anni con numerose gallerie d’arte e riviste del settore. Ha all’attivo diverse mostre collettive e personali non ultima la partecipazione alla mostra La Scultura Ceramica Contemporanea in Italia presso la GNAM Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (marzo/maggio 2015).In Puglia vince con bando pubblico la Residenza d’Artista “Made in Loco”, un progetto del Segretariato Regionale MiBACT per la Puglia e che ha portato alla realizzazione di una grande installazione site-specific dal titolo Locating Laterza | Segnali d’Arte. E’ sempre del 2015 la mostra personale a Bari Directionless a cura di Marilena Di Tursi, nel doppio spazio Misia Arte e Cellule Creative.

Il 2016 si apre con la mostra personale a Roma presso la galleria Menexa dal titolo Dimensionless a cura di Francesco Castellani e si chiude con la residenza artistica “Bosc Art Cosenza” a cura di Alberto Dambruoso e dei Martedì Critici.

http://jasminepignatelli.blogspot.it/

 

Echo of hidden places – Jasmine Pignatelli e Patrick Tabarelli
Galleria FabulaFineArt
Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)
Curatore: Maria Letizia Paiato – Comitato Scientifico FabulaFineArt
Inaugurazione: Sabato 25 febbraio 2017 ore 18.00

Dal 25 febbraio all’ 8 aprile 2017.
Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. O visite su appuntamento

Philip Guston

Philip Guston (1913 – 1980) è uno dei grandi luminari dell’’arte del XX secolo. Il suo impegno nel produrre opere che nascono da emozioni e da esperienze vissute sviluppa un coinvolgimento emotivo che rimane vivo nel tempo. La leggendaria carriera di Guston copre circa mezzo secolo, dal 1930 al 1980 e i suoi dipinti, soprattutto quelli dell’’ultimo periodo, continuano a esercitare una potente influenza sulle giovani generazioni di pittori contemporanei.

Nato a Montreal nel 1913 da una famiglia di ebrei russi emigrati, Guston si spostò in California nel 1919 con la famiglia. Frequentò per breve tempo l’’Otis Art Institute di Los Angeles nel 1930, ma al di fuori di questa esperienza non ricevette mai una vera e propria educazione formale. Nel 1935 Guston lasciò Los Angeles per New York, dove ottenne i primi successi con la Works Progress Administration che commissionava murales agli artisti nell’’ambito del Federal Arts Project. Insieme alla forte influenza esercitata su Guston dall’ambiente sociale e politico degli anni Trenta, i suoi dipinti e murales evocano forme stilizzate di De Chirico e Picasso, motivi provenienti dalla trazione dei murales messicani e dagli affreschi delle dimore storiche del Rinascimento. L’’esperienza di pittore di murales permise a Guston di sviluppare il senso della narrazione su ampia scala cui sarebbe ritornato nei suoi ultimi lavori figurativi.

Dopo aver insegnato per diversi anni nel Midwest, Guston iniziò a dividersi tra la colonia di artisti di Woodstock e New York City. Alla fine degli anni Quaranta, dopo un decennio di sperimentazioni di un linguaggio allegorico personale e figurativo per suoi dipinti a cavalletto, Guston iniziò a virare verso l’’astrazione. Il suo studio sulla Decima strada era vicino a quelli di Pollock, De Kooning, Kline e Rothko.
Le opere astratte di Guston erano ora ancorate ad una nuova spontaneità e libertà, un processo che il critico Harold Rosenberg più tardi descrisse come “action painting”. All’’inizio degli anni Cinquanta le astrazioni atmosferiche di Guston hanno spinto a paragoni superficiali con Monet, ma il passare del decennio, l’’artista lavorava con impasti più densi e colori minacciosi, che dettero il via ai grigi, rosa e neri.

Nel 1955 si avvicinò alla Sidney Janis Gallery insieme ad altri artisti della scuola di New York, e fu tra quelli che la lasciarono nel 1962 in protesta con la mostra sulla Pop Art che Janis aveva allestito, e contro il cambiamento a favore della commercializzazione dell’arte che questa mostra per loro rappresentava. In seguito ad un’importante retrospettiva al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 1962, Guston si divenne insofferente verso un linguaggio di pura astrazione e ricominciò a sperimentare utilizzando forme più tangibili. Il lavoro dei molti anni seguenti fu quindi caratterizzato dall’’uso del nero e dall’’introduzione di verdi brillanti e blu cobalto – complessivamente disturbanti, angoscianti e gestuali. Questo lavoro più cupo fu influenzato dagli scritti e dalla filosofia europea, in particolare dalle opere di Kierkegaard, Kafka e Sartre. A questo punto, Guston si ritirò dalla scena artistica di New York per vivere e lavorare a Woodstock per tutto il resto della sua vita.

Entro il 1968, Guston aveva abbandonato l’’astrazione, riscoprendo così le potenzialità narrative della pittura ed esplorando, all’’interno del suo lavoro, motivi surreali e combinazioni di oggetti. Questa “liberazione” portò al periodo più produttivo di tutta la sua vita creativa. Nei pochi anni successivi, sviluppò un lessico personale fatto di lampadine, libri, orologi, città, sigarette, scarpe abbandonate e figure incappucciate del Ku Klux Klan. La sua espressività pittorica degli anni Settanta era spesso un aperto riferimento autobiografico alla natura: vi ricorreva sovente la figura dell’’artista mascherata da un cappuccio, o teneri ritratti della moglie Musa, o ancora un Guston semi astratto avvolto in un bozzolo. L’’opera tarda rivela anche echi dei primi anni della vita di Guston, delle persecuzioni religiose e razziali di cui fu testimone, e del suicidio del padre. I suoi ultimi lavori possiedono una crescente libertà, unica tra gli artisti della sua generazione. Alla metà degli anni Settanta comparvero strane forme iconiche mai viste in precedenza. “”Se parlo di un soggetto da dipingere, intendo che c’è un posto dimenticato di esseri e cose, che io devo ricordare” – Guston scriveva in un appunto di studio – “Voglio vedere questo luogo. Dipingo quello che voglio vedere”.”

L’’opera tarda di Guston non fu facilmente accettata dalla critica e rimase ampiamente incompresa fino alla sua morte avvenuta nel 1980. Il suo lavoro andò incontro ad una radicale riconsiderazione in seguito ad una retrospettiva itinerante al Museum of Modern Art di San Francisco che aprì tre settimane prima della sua morte. Negli anni a seguire furono realizzate altre retrospettive e monografiche negli Stati Uniti, in Europa e Australia. Oggi, gli ultimi dipinti di Guston sono considerati tra le opere più importanti del XX secolo.

 

dal comunicato stampa della mostra ““Philip Guston and The Poets

Sandro Riboni

Sandro Riboni, nato a Pavia nel 1921, artista autodidatta, nel 1950 parte per Parigi dove avviene la sua formazione artistica presso lo studio del pittore Pierre Marzin, uno degli allievi di Henri Matisse.

L’apprendistato artistico continua in Spagna, a Granada, presso l’Accademia di Belle Arti, dove apprende la difficile tecnica dell’encausto che diverrà il mezzo espressivo preferenziale della poetica di Riboni. Sempre negli anni ’50, il lungo soggiorno di studio e lavoro in Costa Azzura mette il giovane Riboni in contatto con le più attente avanguardie artistiche del periodo. A Vallauris, dove si reca a far ceramica presso l’atelier Madoura di Suzanne Ramié, respira la stessa aria di Pablo Picasso, anch’egli al lavoro presso lo stesso forno. A St. Paul de Vence, è presente Fernand Leger, con cui sembra che Riboni abbia intrattenuto dei rapporti artistici.

A Nizza partecipa ad importanti rassegne pittoriche nel 1950 e nel 1958. Negli anni ’60 è ad Albisola a far ceramica e qui viene in contatto con Lucio Fontana, Wilfredo Lam e tutto quel milieu di artisti che stanno creando un nuovo modo di far arte e che sfocierà con la fondazione del movimento artistico noto come Spazialismo. Le linee artistiche lungo cui si muove Riboni sono dunque, inizialmente, all’interno del Cubismo e del Surrealismo per poi giungere a maturare, attraverso lo Spazialismo, un personalissimo linguaggio artistico in cui coniuga tutte le esperienze artistiche
vissute.

Negli ultimi anni di attività, gli anni ’80, la poetica di Riboni si astrae dal reale e si esprime attraverso grandi e luminosi cieli che si perdono nello spazio infinito. Muore a Pavia nel 1986.

Tra le mostre antologiche che gli sono state dedicate, si ricordano quella al Collegio Cairoli e alla Libreria Edizioni Cardano di Pavia nel 2006; allo Spazio d’arte Graal di Pavia nel 2012; allo Spazio Rocco Scotellaro di Vigevano, e a Il Portale di Giovanna Fra di Pavia nel 2013.

Rafael Y. Herman

Rafael Y. Herman nasce nel 1974 a Be’er Sheva, un’antica città nel deserto israeliano del Negev. Inizia a studiare musica classica all’età di sei anni e diventa percussionista. Dopo una permanenza a New York, si iscrive alla Facoltà di Economia e Management dell’Università di Tel Aviv.

Dopo la laurea si trasferisce in America latina, dove compie un lungo viaggio di ricerca in sette paesi: in Paraguay collabora con Amnesty International, studia pittura a Città del Messico e in Cile entra a far parte di una comune di artisti. In questo apprendistato della visione confluiscono tanto le esperienze metropolitane quanto l’incontro con la natura selvaggia.

Nel 2003 si trasferisce a Milano e nel 2006 espone a Palazzo Reale il progetto Bereshit-Genesis, applicando un metodo messo a punto da lui stesso: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo. Questa mostra proietta Herman verso una dimensione artistica internazionale. Nel 2012, il ritratto di John Chamberlain realizzato da Herman è scelto dal Guggenheim Museum di New York per la seconda di copertina del libro di Chamberlain “Choices”. Nel 2013 è invitato alla TED Talk per parlare del suo linguaggio artistico con un talk dal titolo “Realtà alternativa”.

I suoi lavori recenti evidenziano due temi portanti: la curiosità metafisica e il racconto di ciò che sta oltre; l’indagine sulla luce come elemento fisico protagonista dello spazio-tempo. Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali di Tel Aviv Museum of Art e Salsali Private Museum di Dubai.

Attualmente vive e lavora a Parigi, dove è per la seconda volta artista residente alla Cité Internationale des Arts de Paris. Nel 2015 ha vinto il Praga Fotosfera Award.

Sito web 

The Night Illuminates The Night – Rafael Y. Herman
MACRO Testaccio
Padiglione 9A
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Cleto Munari

Cleto Munari nasce a Gorizia, ma è vicentino d’adozione. La sua storia di designer ha inizio negli anni ‘70 quando, dagli incontri con alcuni personaggi importanti nel mondo dell’architettura nacque la sua grande passione per l’arte e il design. Il decennio che va dal 1970 al 1980 fu per Munari un periodo di grande innovazione e ricerca stilistica.

Tra le innumerevoli collaborazioni intraprese, riveste un ruolo chiave quella con il maestro Carlo Scarpa e l’amico architetto Ettore Sottsass, che lo inspirarono e gli lasciarono in eredità il gusto per la bellezza. Un gusto che è diventato ricerca continua in questi 40 anni, con una sorta di rinnovo cadenzato ad ogni incontro, non ultimo quello legato ai premi Nobel e a grandi esponenti della letteratura con cui ha lavorato, come Mark Strand, Lawrence Ferlinghetti e Dario Fo.

Del 1982 è la prima raccolta di “Argenti Cleto Munari”, disegnati da Gae Aulenti, Mario Bellini, Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Hans Hollein,Alessandro Mendini, che furono esposti nei più importati Musei e Gallerie d’arte contemporanea del mondo. Molti di questi oggetti entrarono a far parte delle collezioni permanenti come avvenne al Metropolitan of Art e al Moma di New York.
Le posate di Carlo Scarpa (1978), uno dei primi oggetti della Collezione Argenti Cleto Munari, richiesero circa 6 anni di progettazione e forse per questo rimangono tutt’oggi uno degli oggetti a cui il designer veneto è più affezionato.
Nel 1985 Cleto Munari presenta la prima collezione di “ Gioielli”, circa 250 preziosi disegnati da architetti di tutto il mondo che per 2 anni verranno esposti, in una mostra itinerante, nei musei Usa e del Canada. Considerata da molti esperti la più importante collezione di gioielli degli anni Ottanta, è oggetto di grande attenzione da parte dei collezionisti; molti esemplari sono nei musei di tutto il mondo.

Nel 1987 nasce la collezione “Orologi Cleto Munari”: sono realizzati in pochissimi esemplari in oro e diamanti e firmati da 4 architetti di quatro estrazioni culturali diverse: Ettore Sottsass per l’Italia, Hans Hollein per l’Europa, Michael Graves per gli Stati Uniti e Arata Isozaki per il Giappone. Il poker di pezzi fa parte della collezione permanente del Metropolitan di New York.

Risale agli anni 1990-2005 la serie di collezioni di “Vetri di Murano” – un periodo nel quale Munari abitò a Venezia – nei quali gli artisti si cimentarono su nuove progettualità vetrarie. Sono nate così le serie “Micro Macro”, “Chromatic Transparencies”, “Corolle d’Autore”. La Collezione Veronese del 2002 raccoglie l’ interpretazione di 10 artisti sul tema del famoso vaso in vetro di Murano “Il Veronese”, da sempre considerato uno dei più rappresentativi dell’arte vetraria: questi vasi sono stati progettati da R. Meier, M. Fucksas, A. Mendini, M. Thun, C. Munari, M. Paladino, P. Portoghesi, realizzati in solo 49 esemplari.

Del 2004 è la collezione “Penne Cleto Munari”: 5 penne realizzate da 5 designers (una di Munari stesso) gemellate e firmate da cinque Nobel della Letteratura.

Da questo momento è forte la convinzione in Munari che il talento di un artista non si esaurisca in un’unica disciplina ma possa essere grande anche in altre espressioni dell’arte.

Del 2008 è la collezione “I Magnifici 7”. Sono sette tavoli nei quali, per la prima volta, accanto ad architetti, designers ed artisti come Mimmo Paladino troviamo esponenti della letteratura: Mark Strand, vincitore del Pulizer, Dario Fo, vincitore del Nobel, e Lawrence Ferlinghetti, poeta e scrittore.

Dell’anno successivo è la collezione “Arredo” i cui primi pezzi saranno disegnati da Alessandro Mendini. A lui si aggiungeranno lavori di artisti come Mimmo Paladino, Luigi Mainolfi, Sandro Chia, e designers come Marcello Morandini, Mark Lee e lo stesso Munari.

Il suo tavolo “Palafitte”, in omaggio a Venezia che vive e poggia su palafitte, è stato presentato come oggetto simbolo della Regione Veneto alla Biennale di Venezia 2012.

Del 2012 è la collezione “Art Carpets”, circa 30 modelli di tappeto realizzati completamente a mano in Turchia nel rispetto delle più antiche tradizioni manifatturiere.

Del 2013 è la realizzazione dei primi prototipi di oggetti in pelle con la realizzazione di borse dai colori e della forme dirompenti e allegre, come sono carattere e stile di Munari.
Del 2016 l’ultima preziosa collezione di “Gioielli del nuovo millennio”.

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

Mustafa Sabbagh

“La vera bellezza ferisce”. MS

Mustafa Sabbagh nasce ad Amman (Giordania). Italo-palestinese, allevato tra l’Europa ed il Medio Oriente, l’imprinting è cosmopolita, l’attitudine è nomade.

Già assistente di Richard Avedon e docente al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra, dopo una brillante carriera come fotografo di moda riconosciuta dai magazines più prestigiosi del mondo, Sabbagh decide di concentrare la sua ricerca nell’arte contemporanea per mezzo della fotografia e della video-arte, attraverso una sorta di contro-canone estetico dove il punctum è la pelle – diario dell’unicità individuale. Armonia dell’imperfezione, indagine psicologica e studio antropologico attraverso la costruzione dell’immagine, sono gli stilemi che Sabbagh trasferisce con disinvoltura dalle pagine patinate, ai white cubes dei musei e delle gallerie più famosi del mondo – tra cui il Musée de l’Élysée di Losanna, considerato tempio internazionale della fotografia.

Spesso protagonista di interviste e documentari che indagano nelle sue visioni, nel 2013 Sky Arte HD, attraverso la serie Fotografi, lo ha eletto tra gli 8 artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo. Ad oggi Mustafa Sabbagh è stato riconosciuto, da uno storico dell’arte e della fotografia quale Peter Weiermair, come uno dei 100 fotografi più influenti al mondo, ed uno dei 40 ritrattisti di nudo – unico italiano – tra i più rilevanti su scala internazionale.

Le sue opere sono presenti in numerose pubblicazioni accreditate internazionalmente (tra cui Faces – the 70 most beautiful photography portraits of all time, a cura di Peter Weiermair), in monografie sold-out (tra cui About Skin, ed. Damiani, acquisita all’interno della biblioteca di libri d’arte della Tate Gallery, Londra), e in molteplici collezioni permanenti, in Italia e all’estero – inclusa la storica Collezione Arte Farnesina, e l’acquisizione di un suo intero progetto nella collezione permanente di arte contemporanea del MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (Roma).

In seguito alla sua prima mostra antologica “XI Comandamento: Non dimenticare”, il Sindaco Leoluca Orlando, “manifestando profonda ammirazione per la sua arte ed il suo sguardo verso lo stesso punto estremo dell’orizzonte”, gli ha conferito la cittadinanza onoraria del Comune di Palermo. Sempre nel 2016, la compagnia teatrale Nèon (CT) si ispira alla sua opera omnia per la realizzazione dell’opera “Invasioni – dedicato a Mustafa Sabbagh”, eletto da Panorama come uno dei migliori 10 spettacoli teatrali italiani del 2016.

Sul web
www.mustafasabbagh.com

Francesco Jodice

Francesco Jodice
Premio Fòcara Fotografia 2017Francesco Jodice, artista invitato a realizzare alcuni scatti fotografici riguardo il contesto della Fòcara 2017 completerà il ricco scenario che contraddistingue il falò megalitico. I suoi scatti potranno avere – ad esempio – uno sguardo contemporaneo colto, o uno sguardo indagatore sul paesaggio e l’urbanistica rurale, fino a un approccio umano diretto o un dialogo con l’ancestrale (che a Novoli è disarmante!).

L’opera fotografica di Francesco Jodice è come un “atlante globale” dove compaiono spazi fisici e geografici inabitati e quasi metafisici, morfologicamente nuovi e in trasformazione, oppure spazi popolati dal vivente, da presenze umane isolate o in movimento, una sorta di paesaggio mutato in base ai bisogni delle comunità. Lo sguardo di Jodice è uno sguardo fluttuante condotto secondo cinque processi d’analisi della realtà e delle sue manifestazioni: “Antropometria, Investigazione, Networking, Partecipazione, Storytelling”. Praticandoli da soli, o combinandoli tra loro, Jodice affronta una moltitudine di tematiche sociali politiche culturali.

H.H. Lim

H.H. Lim _ La Via del Falò divino, happening
15 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30H.H. Lim progetta un happening intitolato La Via del Falò divino per il quale i costruttori della Fòcara sono coinvolti in un pranzo intorno a un tavolo di fascine, accanto alla grande pira, dove è offerto cibo e vino. Ciascun commensale si dispone su una sedia la cui base in alluminio riporta una parola o segno dal sapore “simbolico” legato al senso dell’azione, alla commistione di elementi culturali differenti. A pasto ultimato, gli avanzi, le sedie e il tavolo di fascine, uniti a formare una grande catasta, vengono bruciati, lasciando l’unica traccia del simposio: le basi in alluminio delle sedie.

Il progetto di Lim coniuga l’aspetto conviviale, il senso della festa e dell’incontro, con la trascendenza e la “Via”, ciò che Lao-tzu indicava come il non-essere indifferenziato, o meglio l’origine, la “Madre”, da cui nasce l’essere. Dal pranzo dei costruttori al falò rigenerativo si mette in risalto il “passaggio” e il percorso della condivisione verso il falò propiziatorio in onore del Santo. In Lim c’è una visione transculturale: una mensa che poi brucia e si dissolve, simile al cammino stesso (la “Via” nel taoismo) inteso come crescita fisica e spirituale. Tuttavia l’azione non ha alcun significato morale, come buono o cattivo, ma è concepita come momento catalizzatore di energia (del singolo e della collettività). Il cibo e il falò aiutano di continuo a scongiurare ed esorcizzare.

Artista poliedrico e pensatore instancabile, H. H. Lim afferma che “guardare con gli occhi della mente porta alla cecità”. Ciò che è dato vedere deve costituire l’ingresso verso un’immaginazione non convenzionale. A un certo momento Lim si lascia inchiodare la propria lingua. L’azione va intesa come una simulazione simbolica: rappresenta la tappa estrema della comunicazione alternativa. Inchiodare la propria lingua corrisponde al sacrificio della parola a favore della sola immagine.

Nella video installazione Images (presentata nel Palazzo Baronale di Novoli) le riprese della lingua inchiodata convivono con le immagini della festa religiosa tamil Tai Pùcam, cerimonia penitenziale hindu, frequente in Malaysia, dove si svolgono rituali di auto-tortura per la purificazione dell’anima. L’atto della lingua inchiodata al tavolo entra in simbiosi con i rituali eccezionali di gente che intende entrare in comunione con la propria divinità d’elezione. L’azione estrema di Lim e il perforamento della carne (guance, lingua, fronte) con una vasta gamma di oggetti metallici acuminati (uncini, ami da pesca, lance d’argento in miniatura) corrispondono rispettivamente a due universi linguistici distinti: uno artistico, l’altro ritualistico/religioso.

Tuttavia sia il chiodo di Lim, sia la lingua trafitta dal “vel”, simbolo del potere di Murukan, indicano la rinuncia temporanea alla facoltà della parola.

Sislej Xhafa

Sislej Xhafa _ segment on the air , happening
14 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30Sislej Xhafaper la Fòcara 2017 progetta un happening con la comunità di Novoli ispirata al senso dell’unità che caratterizza un gruppo impegnato nella costruzione del falò e nel rituale propiziatorio. Un’azione ludica collettiva, intitolata segment on the air, che vede la partecipazione di un “corpo” operativo di uomini che evade dal rumore e dalle costrizioni della realtà (nonché dalla sua “bomba informatica”). A tal proposito Xhafa richiama la parole di Jacob Proctor: “It’s a politics of interruption, upsetting the configuration of forces determining what is visible and what is not, what forms of speech are understood as discourse and which are only perceptible as noise, who is designated as a speaking subject and who is merely spoken to”.

Nato a Peja (Kosovo) nel 1970, di etnia albanese e formatosi nell’Europa degli anni Novanta, da poco cittadino americano, Xhafa è autore di un “attivismo” visivo, di matrice performativo/concettuale, in continua dialettica con i sistemi di pensiero e le consuetudini della società liberista (costantemente estasiata dallo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e in perenne insicurezza). La sua opera affronta alcune questioni nodali nell’ambito del sistema globale “liquido”: la rivendicazione dei diritti umani, il movimento demografico dai paesi poveri verso i paesi ricchi, i legami sociali e i desideri personali.

L’arte di Sislej è impegnata a costruire nuove forme visive e comportamentali condivise, esperienze che s’interrogano sui nostri modi di vivere. Genera delle “micro-situazioni” lievemente sfalsate rispetto a quelle della vita ordinaria, presentate in modo ironico e giocoso. Crea nuove esperienze di confronto e partecipazione tra gli individui.

Nel video Stock Exchange, 2000, esposto nel Palazzo Baronale di Novoli, Xhafa come un broker di Wall Street declama gli orari di arrivo e le partenze dei treni nel centro della stazione ferroviaria, gesticolando in modo frenetico, gridando e dando indicazioni ai passeggeri attoniti. L’artista giunge a trasformare la stazione di Ljubljana in una Borsa valori dove al posto delle azioni sono scambiati e venduti i viaggi (metafore dei desideri e delle speranze della gente comune). Simili ai prezzi di borsa, i viaggi diventano privi di qualsiasi individualità. Xhafa attua una riflessione “sul mercato delle persone che migrano, sulla globalizzazione del mercato umano”, e in modo allargato sui luoghi di transito e di confine.

Mentre un altro video, Beh-rang,2004, girato a Kabul, mostra una bicicletta che brucia lentamente. Questo video è girato in bianco e nero (beh-rang in lingua afghana), “perché la violenza è senza colore” (Xhafa) e spesso conduce nel silenzio. Un’opera che riflette sul concetto di tempo che scorre inesorabile.