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Francesco Jodice

Francesco Jodice
Premio Fòcara Fotografia 2017Francesco Jodice, artista invitato a realizzare alcuni scatti fotografici riguardo il contesto della Fòcara 2017 completerà il ricco scenario che contraddistingue il falò megalitico. I suoi scatti potranno avere – ad esempio – uno sguardo contemporaneo colto, o uno sguardo indagatore sul paesaggio e l’urbanistica rurale, fino a un approccio umano diretto o un dialogo con l’ancestrale (che a Novoli è disarmante!).

L’opera fotografica di Francesco Jodice è come un “atlante globale” dove compaiono spazi fisici e geografici inabitati e quasi metafisici, morfologicamente nuovi e in trasformazione, oppure spazi popolati dal vivente, da presenze umane isolate o in movimento, una sorta di paesaggio mutato in base ai bisogni delle comunità. Lo sguardo di Jodice è uno sguardo fluttuante condotto secondo cinque processi d’analisi della realtà e delle sue manifestazioni: “Antropometria, Investigazione, Networking, Partecipazione, Storytelling”. Praticandoli da soli, o combinandoli tra loro, Jodice affronta una moltitudine di tematiche sociali politiche culturali.

H.H. Lim

H.H. Lim _ La Via del Falò divino, happening
15 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30H.H. Lim progetta un happening intitolato La Via del Falò divino per il quale i costruttori della Fòcara sono coinvolti in un pranzo intorno a un tavolo di fascine, accanto alla grande pira, dove è offerto cibo e vino. Ciascun commensale si dispone su una sedia la cui base in alluminio riporta una parola o segno dal sapore “simbolico” legato al senso dell’azione, alla commistione di elementi culturali differenti. A pasto ultimato, gli avanzi, le sedie e il tavolo di fascine, uniti a formare una grande catasta, vengono bruciati, lasciando l’unica traccia del simposio: le basi in alluminio delle sedie.

Il progetto di Lim coniuga l’aspetto conviviale, il senso della festa e dell’incontro, con la trascendenza e la “Via”, ciò che Lao-tzu indicava come il non-essere indifferenziato, o meglio l’origine, la “Madre”, da cui nasce l’essere. Dal pranzo dei costruttori al falò rigenerativo si mette in risalto il “passaggio” e il percorso della condivisione verso il falò propiziatorio in onore del Santo. In Lim c’è una visione transculturale: una mensa che poi brucia e si dissolve, simile al cammino stesso (la “Via” nel taoismo) inteso come crescita fisica e spirituale. Tuttavia l’azione non ha alcun significato morale, come buono o cattivo, ma è concepita come momento catalizzatore di energia (del singolo e della collettività). Il cibo e il falò aiutano di continuo a scongiurare ed esorcizzare.

Artista poliedrico e pensatore instancabile, H. H. Lim afferma che “guardare con gli occhi della mente porta alla cecità”. Ciò che è dato vedere deve costituire l’ingresso verso un’immaginazione non convenzionale. A un certo momento Lim si lascia inchiodare la propria lingua. L’azione va intesa come una simulazione simbolica: rappresenta la tappa estrema della comunicazione alternativa. Inchiodare la propria lingua corrisponde al sacrificio della parola a favore della sola immagine.

Nella video installazione Images (presentata nel Palazzo Baronale di Novoli) le riprese della lingua inchiodata convivono con le immagini della festa religiosa tamil Tai Pùcam, cerimonia penitenziale hindu, frequente in Malaysia, dove si svolgono rituali di auto-tortura per la purificazione dell’anima. L’atto della lingua inchiodata al tavolo entra in simbiosi con i rituali eccezionali di gente che intende entrare in comunione con la propria divinità d’elezione. L’azione estrema di Lim e il perforamento della carne (guance, lingua, fronte) con una vasta gamma di oggetti metallici acuminati (uncini, ami da pesca, lance d’argento in miniatura) corrispondono rispettivamente a due universi linguistici distinti: uno artistico, l’altro ritualistico/religioso.

Tuttavia sia il chiodo di Lim, sia la lingua trafitta dal “vel”, simbolo del potere di Murukan, indicano la rinuncia temporanea alla facoltà della parola.

Sislej Xhafa

Sislej Xhafa _ segment on the air , happening
14 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30Sislej Xhafaper la Fòcara 2017 progetta un happening con la comunità di Novoli ispirata al senso dell’unità che caratterizza un gruppo impegnato nella costruzione del falò e nel rituale propiziatorio. Un’azione ludica collettiva, intitolata segment on the air, che vede la partecipazione di un “corpo” operativo di uomini che evade dal rumore e dalle costrizioni della realtà (nonché dalla sua “bomba informatica”). A tal proposito Xhafa richiama la parole di Jacob Proctor: “It’s a politics of interruption, upsetting the configuration of forces determining what is visible and what is not, what forms of speech are understood as discourse and which are only perceptible as noise, who is designated as a speaking subject and who is merely spoken to”.

Nato a Peja (Kosovo) nel 1970, di etnia albanese e formatosi nell’Europa degli anni Novanta, da poco cittadino americano, Xhafa è autore di un “attivismo” visivo, di matrice performativo/concettuale, in continua dialettica con i sistemi di pensiero e le consuetudini della società liberista (costantemente estasiata dallo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e in perenne insicurezza). La sua opera affronta alcune questioni nodali nell’ambito del sistema globale “liquido”: la rivendicazione dei diritti umani, il movimento demografico dai paesi poveri verso i paesi ricchi, i legami sociali e i desideri personali.

L’arte di Sislej è impegnata a costruire nuove forme visive e comportamentali condivise, esperienze che s’interrogano sui nostri modi di vivere. Genera delle “micro-situazioni” lievemente sfalsate rispetto a quelle della vita ordinaria, presentate in modo ironico e giocoso. Crea nuove esperienze di confronto e partecipazione tra gli individui.

Nel video Stock Exchange, 2000, esposto nel Palazzo Baronale di Novoli, Xhafa come un broker di Wall Street declama gli orari di arrivo e le partenze dei treni nel centro della stazione ferroviaria, gesticolando in modo frenetico, gridando e dando indicazioni ai passeggeri attoniti. L’artista giunge a trasformare la stazione di Ljubljana in una Borsa valori dove al posto delle azioni sono scambiati e venduti i viaggi (metafore dei desideri e delle speranze della gente comune). Simili ai prezzi di borsa, i viaggi diventano privi di qualsiasi individualità. Xhafa attua una riflessione “sul mercato delle persone che migrano, sulla globalizzazione del mercato umano”, e in modo allargato sui luoghi di transito e di confine.

Mentre un altro video, Beh-rang,2004, girato a Kabul, mostra una bicicletta che brucia lentamente. Questo video è girato in bianco e nero (beh-rang in lingua afghana), “perché la violenza è senza colore” (Xhafa) e spesso conduce nel silenzio. Un’opera che riflette sul concetto di tempo che scorre inesorabile.

Daniel Buren

Daniel Buren _ Le cinture del fuoco, lavoro in situ
16-18 gennaio 2017
Novoli. Fòcara Piazza Tito SchipaLe cinture del fuoco , lavoro in situ è l’unico intervento in Puglia, durante tutta la sua carriera, di Daniel Buren, artista di fama mondiale che per la prima volta arriva nel Salento, dialogando con la tradizione ultracentenaria della Fòcara di Novoli. Il progetto di Buren si pone come un cambio epocale dell’appuntamento del falò novolese, una sorta di investitura visiva attuale e internazionale

L’intervento visivo di Buren a Novoli contiene i tratti distintivi della sua pratica artistica, basata su forme geometriche che riqualificano gli spazi e le architetture. Dichiara apertamente l’unione e l’interazione con l’imponente corpo plastico fatto di rami da ardere: gli elementi astratti e fenomenici di Buren, sette anelli composti da sezioni verticali di legno da 8,7 cm, entrano in simbiosi con la pira ancestrale della Fòcara e bruciano con essa.

Daniel Buren progetta un’opera pensata in relazione con la struttura megalitica del falò e lo spazio cinquecentesco del Palazzo Baronale di Novoli. Interviene direttamente sul corpo architettonico e strutturale. Adopera uno “strumento visivo” (outil visuel) semplice: il motivo – sempre identico – di bande verticali in differenti colori da 8,7 cm alternate al bianco. Queste bande, nelle tonalità della scala cromatica Pantone, diventano dei dispositivi fenomenici che definiscono/discutono lo spazio, il contesto, sia interno che esterno, e a volte si fondono in un unico colore variabile rispetto alle mutazioni luminose dello spazio. A tal proposito Daniel Buren sottolinea: “Je n’expose pas des bandes rayées, mais des bandes rayées dans un certain contexte”.

La banda colorata è un motivo costante, derivato dalla fabbricazione industriale seriale delle tende a righe, che risponde a un postulato di obiettività e non-oggettività.

Buren propone il concetto del in situ: un intervento artistico intrinsecamente connesso alle caratteristiche topologiche e culturali dei luoghi. Il luogo può essere analizzato mediante le bande monocromatiche che evidenziano le parti più significative e meno visibili di esso.

Marc Didou

Marc Didou nasce nel 1963 a Brest, dove studia e frequenta la Scuola Superiore delle Belle Arti.
 
Nel 1987 consegue un diploma di laurea in Espressione plastica e inizia a lavorare l’acciaio. Realizza le sue prime sculture in ferro battuto nel 1988.
 
Numerose sono le sue mostre internazionali in spazi pubblici e privati. Espone la sua prima personale presso il Museo delle Belle Arti di Brest nel 1991. Il Fondo Regionale d’Arte Contemporanea della Bretagna gli dedica una mostra prima al TNB a Rennes nel 1993, poi, nel 1995, al museo della Cohue a Vannes. Nel 1996 debutta con la serie di sculture realizzate con la tecnica della risonanza magnetica, utilizzando le tecnologie dell’imaging biomedico. In seguito insegna alla Scuola Superiore delle Belle Arti di Brest, dal 1999 al 2004.
I suoi lavori sono esposti alla Galleria Martini&Ronchetti di Genova nel 2002, 2005, 2009 e da diverse istituzioni d’arte in Italia fra cui il Museo d’arte contemporanea Villa Croce a Genova nel 2003 e la Fondazione Raggianti a Lucca nel 2004. Nel 2005 inaugura a Torino la scultura sonora “Eco”, collocata nel settore della Mole Antonelliana. Espone nel 2007 nel Regno Unito alla Queen’s University di Belfast. Nel 2009 è a Genova alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola e nel 2012 a Palazzo Loredan a Venezia.
Nel 2015 partecipa al progetto “L’art au fil de la Rance” presso la cittadina francese di Plouër sur Rance e al festival “Lieux Mouvants” di Lanrivain. Nel 2016 partecipa alla collettiva presso la Galerie Eulenspiegel di Basilea e la Galerie de Rohan di Landerneau lo accoglie con una personale.

Campagnolo & Biondo

Dopo gli studi accademici nel 1990 – Salvo Biondo presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, Paolo Campagnolo all’Accademia di Belle Arti di Bologna – i due artisti approfondiscono linguaggi espressivi diversi ma complementari: il primo volge maggiormente il suo interesse verso lo studio progettuale dell’opera, il secondo si concentra sull’esperienza pittorica.

Contemporaneamente accrescono le loro ricerche artistiche sviluppando itinerari di indagine sul linguaggio visivo e sulle tecniche esecutive in più direzioni: dalla fotografia alla scenografia, dalla sperimentazione chimica dei pigmenti e dei metalli (ossidi,acidi,lacche olii ecc. ) allo studio delle tecniche di conservazione e restauro, oggi strumenti essenziali della loro ricerca materica .

Nel 1992 i due artisti iniziano il loro comune percorso di ricerca intorno al concetto di progetto d’arte, intervenendo direttamente negli spazi interni, sfruttandone le peculiarità d’atmosfera, le caratteristiche architettoniche e le potenzialità interpretative del luogo.

Questo nuovo percorso li porta a sperimentare metodologie e tecniche esecutive nonchè nuovi codici del linguaggio visivo, orientando progressivamente la loro poetica verso l’arte ambientale.

Sito web

Carolina Melis

Diplomata al Collegio del Mondo Unito di Duino, Carolina Melis studia dapprima danza, quindi animazione e illustrazione alla Central Saint Martins di Londra.

Carolina Melis

Nel 2004 lavora come creativa per MTV Europe e inizia una collaborazione come regista con la Nexus di Londra che durerà sino al 2013. Tra il 2005 e il 2014 lavora per agenzie pubblicitarie quali Saatchi&Saatchi, BBH, TWBA, Fallon, Wieden Kennedy, realizzando progetti per clienti come BBC, SONY, Vodafone, Prada, NSPCC, video musicali per Metronomy, Colleen, Vladislav Delay, Oh No Ono, Four Tet, corti per Discovery Channel e Channel 4.

Nel 2008 segue la regia del re-branding del terzo canale della BBC, BBC Three World. Nel 2010 lavora con il canale Logo di MTV New York al reality show The Arrangements. Nel 2011 gira per il marchio francese Chloé il cortometraggio Kaleidoscope. Nel 2012, invitata da Animate Projects, realizza per il National Trust il corto Regarding Gardens, in collaborazione con il poeta Simon Barraclough e con musica di Julia Kent.

Nel 2013 si trasferisce a Pechino per lavorare all’art direction e regia della campagna Volkswagen Think Blue, Move As One. In Cina lavora con il prestigioso studio di animazione Pixomondo.

In Sardegna realizza per l’ISRE nel 2010 il corto Le fiamme di Nule, che racconta la storia di tre tessitrici. Questa esperienza dà inizio a una collaborazione con alcuni laboratori di tessitura sardi sotto il marchio Mio Karo.

Come illustratrice e designer ha lavorato per riviste quali Vogue, Japan, Ottagono, Elle Japan, Tank e per marchi quali LeSportSac, Ikea, Microsoft. Ha pubblicato due libri di illustrazioni per bambini con la casa editrice Mon Petit Arts, una serie di cartoline e poster con Lagom e Ikea.

Tra i riconoscimenti ottenuti, la nomination per i British Television Craft Awards per Hands – corto commissionato dal Consiglio d’Europa – e un Eurobest per la serie BBC three World. Tra le istituzioni in cui suoi lavori sono stati presentati, ricordiamo il V&A Museum di Londra, il British Film Institute, l’Uppsala Konsert & Kongress e il Palais de Tokyo di Parigi.

Attualmente lavora principalmente a Dubai e New York come art director per marchi come Erno Laszlo, Mall of the Emirates e altri.

 

Nota:  Un’intervista pubblicata il 20 agosto  2015 su www.ladonnasarda.it  a firma di Matilde Gianfico offre ulteriori e interessanti informazioni su Carolina Melis.

 

 

Vassily Kandinsky

Centocinquanta anni fa, il 16/12 1866, nasceva a Mosca Vassily Kandinsky, maestro del colore e della forma, che per primo teorizzò e realizzò opere completamente astratte, volendo rappresentare non più la dimensione reale circostante, bensì le risonanze di una condizione interiore. Una passione abbracciata tardivamente quella per l’arte (seppur praticata e studiata fin dall’adolescenza), scatenata in modo definitivo dopo una visita alla mostra moscovita dedicata all’Impressionismo (1896).

Figlio di un ricco commerciante di the, vissuto nell’infanzia tra Monaco e Odessa, dove una zia lo introduce alla musica e al disegno, Kandinsky studia a Mosca e laureatosi in legge si avvia a una fortunata carriera accademica. Che però presto si interrompe, quando il giovane viene folgorato dalla visione de ‘I covoni’ di Monet, ammirati nella prima esposizione di arte impressionista in Russia.

Ecco dunque che Kandinsky abbandona il lavoro universitario per diventare pittore e sceglie Monaco per seguire il classico cursus degli studi sotto la guida di maestri come Anton Azbé e Franz von Stuck.

Nel 1896, nella città tedesca la moda simbolista sta lasciando il posto al Jugendstil (Art Noveau), ma Kandinsky esordisce con piccoli paesaggi ancora tardo-impressionisti e con tempere simboliste dai colori lucenti, ispirate alle antiche leggende germaniche e alla vita della vecchia Russia. Bisogna aspettare una decina d’anni, intorno al 1908, per arrivare, durante i soggiorni estivi a Murnau, ai primi dipinti in cui, servendosi di colori accesi e antinaturalistici, l’artista traduce la realtà in immagini piatte, prive di volume, ispirate alla pittura fauve. Il paesaggio diventa così pretesto per esercizi sulla forma e per indagini sulla forza del colore, con cui avvia il primo processo di astrazione dal reale. Ancora a Monaco, Kandinsky scrive ‘Dello spirituale nell’arte‘, opera in cui affronta lucidamente sul piano teorico ciò che andava sperimentando nella sua pittura, dal rapporto tra forma e colore a quello per lui fondamentale tra colore e suono, alla base dell’astrazione. È del 1910 il suo ‘Primo acquarello astratto’, ma la svolta definitiva arriva nel 1911, quando con Franz Marc da vita all’avventura del ‘Cavaliere Azzurro‘, che produce, nel 1912, il celebre ‘Almanacco del Cavaliere azzurro’, nel quale musica e arti visive si intrecciano strettamente e si valorizza il ruolo delle arti popolari e primitive. Allo scoppio della prima guerra mondiale, l’artista è costretto a rientrare a Mosca, dove resta coinvolto in pieno dalla Rivoluzione d’Ottobre. Inserito dai rivoluzionari ai vertici delle nuove istituzioni culturali e dunque assorbito dagli incarichi istituzionali, Kandinsky dipinge poco, ribadendo però la sua scelta definitiva per l’astrazione, il che non gli risparmia le critiche di chi, fra le avanguardie, gli rimprovera il suo spiritualismo. Una situazione che nel 1921 lo induce a far ritorno in Germania. Qui, ormai famoso, Kandinsky viene invitato da Walter Gropius a insegnare al Bauhaus, la scuola di architettura e arte dove dal 1922 diviene docente di Decorazione murale. Sono anni caratterizzati dall’amicizia con Paul Klee e dalla pubblicazione del suo saggio principale ‘Punto e linea sul piano’ (1926). Se nel 1930 si affacciano le prime forme organiche (che caratterizzano la sua fase finale), la chiusura del Bauhaus imposta dai nazisti nel 1933 lo costringe a emigrare di nuovo, questa volta verso Parigi, in quegli anni capitale del mercato dell’arte, dominato da Picasso e Surrealisti. Kandinsky si stabilisce a Neuilly-sur-Seine, in un edificio affacciato sulla Senna. Quella luce chiara e tersa seduce l’artista, che schiarisce la tavolozza con colori pastello. Intanto nei suoi dipinti e nei lavori su carta, anche per l’influsso degli amici surrealisti Arp e Miró, si moltiplicano le forme biomorfe: amebe, creature degli abissi, embrioni, insetti, un microcosmo in cui Kandinsky si immerge, in fuga dal dall’angoscia della guerra. Muore il 13 dicembre 1944, senza vedere la fine del conflitto.

Nicoletta Castagni, ANSA, 16 dicembre 2016

Eliseo Mattiacci – Biografia

Vorrei che nel mio lavoro si avvertissero processi che vanno dall’età del ferro al Tremila” – Eliseo Mattiacci

Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940) si forma nell’alveo delle ricerche informali e spazialiste. Contestualmente al suo trasferimento a Roma nel 1964 partecipa al clima di forte sperimentalismo approdando presto a un’idea espansiva di scultura. In quegli anni partecipa agli eventi che più significativamente segnano le sorti dell’arte (Lo Spazio dell’immagine, Foligno 1967, Arte Povera – Im Spazio, Genova 1967). Azione, performance e installazione entrano nel suo vocabolario poetico: le opere vengono liberate nella città, interagiscono con il pubblico, si alimentano di eventi atmosferici e comunicano con gli astri celesti.

Nel corso degli anni Settanta l’artista matura un convinto interesse per le energie primordiali. Nel 1972 partecipa con una sala personale alla Biennale di Venezia. La pratica artistica si appropria di uno sguardo antropologico connettendo ritualità, forze primigenie e tecnologie in un unico continuum spaziotemporale. Il rientro nel 1986 a Pesaro e l’apertura di un nuovo studio negli spazi di un capannone industriale coincidono con la sperimentazione di misure sino ad allora proibitive. L’arte viene condotta a una maturità monumentale e le forze supreme che attraversano il cosmo paiono diventare esse stesse agenti della scultura arcuandone e modellandone le forme.

Temi e tipologie plastiche già presenti nelle prove delle origini come la rotazione, l’intercettazione e la comunicazione assumo una dimensione osservativa e captativa. L’energia espansiva del soggetto si raccoglie così in un corpo scultoreo capace di forgiare l’opera in diretta relazione con la grandezza stessa dell’esistente. Fra le principali esposizioni di questo periodo si ricordano nel 1988 la memorabile sala alla Biennale di Venezia, nel 1993 l’apertura degli spazi di PradaMilanoarte e nel 2001 la grande mostra ai Mercati di Traiano a Roma.

Eliseo Mattiacci. La mostra