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Vincenzo Agnetti

Vincenzo Agnetti nasce a Milano il 14 settembre del 1926, si diploma all’Accademia di Brera e prosegue gli studi alla Scuola del Piccolo Teatro. Dall’età di 20 anni scrive poesie e si sperimenta nel campo della pittura informale che presto abbandona disperdendone le tracce.

Dalla fine degli anni ’50 agli inizi degli anni ’60 la frequentazione di pochi amici tra cui Castellani e Manzoni gli permette di condividere ideali, progetti e aspirazioni artistiche. Nel 1959 pubblica per la rivista Azimuth i suoi primi “scritti proposizionali”, Non commettere atti impuri, la prefazione alle Tavole di Accertamento e l’Intervento per la Linea di Piero Manzoni. Nel 1962 inizia il suo periodo sudamericano dove lavora nel campo dell’automazione elettronica. E’ il periodo che egli definisce ‘liquidazionismo arte no’ e di cui sono testimonianza i suoi quaderni di appunti dal titolo l’Assenza. Nel 1967 ritorna in Italia, continua la ricerca nel campo della critica dell’arte con alcuni scritti per amici artisti come Castellani e Melotti e con brevi saggi teorici sia pubblicati su riviste che recitati in monologhi. Sempre nel 1967 da inizio alla sua produzione artistica che si svilupperà con una intensità e una ricchezza che solo la premonizione di una fine prematura poteva spiegare. La produzione di opere si sussegue a un ritmo vorticoso che non impedisce ad Agnetti di spiegarne il senso con riferimenti precisi alla struttura e alla sua genesi.

Nel 1968 inaugura con il romanzo Obsoleto la collana Denarratori di Scheiwiller, con la copertina di Enrico Castellani e pubblica un’autoedizione della Tesi, che vedrà le stampe solo nel 1970.

Intanto Agnetti riparte per lavoro, prima in Norvegia e poi in Qatar, esperienze brevi ma che alimentano la sua attività artistica. L’avvicendarsi di mostre e di sue presenze nelle rassegne internazionali lo spingono a cimentarsi con tipologie di lavoro che utilizzano estetiche differenti pur continuando uno stesso discorso. Dal ‘73 apre uno studio anche a New York, dove vivrà in modo intermittente, iniziando quel pendolarismo Milano-Grande Mela che sarà un motore di ispirazione importante della sua attività. Il 1 settembre 1981 muore improvvisamente a Milano lasciando un’opera incompiuta Il Lucernario e alcuni versi, scritti poco prima a New York, che terminavano così: Prima della breve sera / torneremo alle armi / Saremo in Terra in Sole in Aria. / Poi col suonatore di fiori. Forse.

Vincenzo Agnetti – A cent’anni da adesso
PALAZZO REALE
Milano – dal 3 luglio al 24 settembre 2017
Piazza Del Duomo 12 (20122)
+39 02875672

Jan Fabre

Jan Fabre (Anversa, 1958) – artista poliedrico, performer, drammaturgo, regista, coreografo, disegnatore, scultore – è una delle figure più affascinanti, complete e complesse della ricerca artistica contemporanea.

A partire dagli anni Settanta, ancora studente – prima presso l’Istituto di Arti Decorative e Belle Arti e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Anversa – intraprende un percorso di ricerca interdisciplinare, dedicato all’esplorazione delle modalità espressive più idonee per raggiungere, attraverso tecniche, materiali e linguaggi sempre in evoluzione e mutamento, il dominio del corpo umano e delle sue manifestazioni.

Sapiente utilizzatore delle potenzialità del teatro, attraverso l’espressione narrativa e la pratica della messa in scena Fabre esplora la vita umana e le sue multiformi declinazioni, combinando elementi come la danza, la musica, l’opera, la performance e l’improvvisazione in un dialogo incessante tra il pubblico e se stesso.

Nel 1984, con l’invito a realizzare uno spettacolo per la Biennale di Venezia intitolato The Power of Theatrical Madness (maratona caratterizzata dalla contaminazione dei linguaggi visivi e performativi della durata di 4 ore e 20 minuti), la sua pratica improntata sull’idea di metamorfosi dell’esistente si impone a livello internazionale.

Il rapporto con il corpo, che emerge dalle sue performance, è indissolubilmente connesso all’interesse per altre discipline e forme di conoscenza, a partire dall’idea di mutamento e interazione tra elementi percettivi sia del mondo sensoriale che di quello spirituale. Fabre permette così alla filosofia, alla religione e alla scienza di penetrare le sue opere, in cui incorpora e trascende, con un approccio contemporaneo, temi e concetti della tradizione fiamminga: il riferimento a artisti quali Hieronymus Bosch, Jan Van Eyck, Pieter Bruegel si rigenera attraverso una pratica dedicata alla celebrazione della fragilità e al contempo della solidità della bellezza dell’uomo e del mondo, nei suoi processi interconnessi.

L’artista stesso afferma: “Tutti possono essere modellati, curvati e formati con un sorprendente grado di libertà”. In tale contesto si colloca la sua produzione scultorea, in cui la proposizione di gesti comuni e azioni prive di plasticità si configura in monumentali calchi corporali in cui l’artista ritrae se stesso.

Tra le mostre personali dell’artista figurano Homo Faber (KMSKA, Anversa, 2006), From the Cellar to the Attic – From the Feet to the Brain (Kunsthaus Bregenz, 2008, Arsenale Novissimo, Venezia, 2009), PIETAS (Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, Venezia, 2011; Parkloods Park Spoor Noord, Anversa, 2012), Hortus/Corpus (Kröller-Müller Museum, Otterlo, 2011), Stigmata, azioni e spettacoli, 1976-2013 (MAXXI, Roma, 2013; MUHKA, Anversa, 2015; MAC, Lione, 2016).

Fabre è stato inoltre il primo artista vivente a presentare un’estesa mostra personale al Louvre di Parigi (L’ange de la métamorphose, 2008). La serie The Hour Blue (1977 – 1992) è stata esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna (2011), al Musée d’Art Moderne di Saint-Etienne (2012) e al Museo d’Arte di Busan (2013). Le due serie di mosaici realizzati con le elitre dello scarabeo gioiello, Tribute to Hieronymus Bosch in Congo (2011-2013) e Tribute to Belgian Congo (2010-2013), sono stati mostrati al Pinchuk Art Centre di Kiev (2013) e al Palais des Beaux-Arts di Lille (2013), oltre che a ‘s-Hertogenbosch (2016) per la celebrazione del 500° anniversario di Hieronymus Bosch, anno in cui Fabre presenta una mostra all’Hermitage di San Pietroburgo.

Nel 2016 inaugura anche la mostra Jan Fabre. Spiritual Guards, presso Forte Belvedere, Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio a Firenze, mentre è attualmente in corso Jan Fabre. Glass And Bone Sculptures 1977-2017, una retrospettiva dedicata ai lavori in ossa e vetro, in mostra presso L’Abbazia di San Gregorio a Venezia.

Domenico Gnoli

Roma, 1933 – New York, 1970
 
Nato a Roma, Domenico Gnoli, figlio dello storico dell’arte Umberto Gnoli e della ceramista Annie de Garrou, è stato avviato sin dall’infanzia al disegno, per poi dedicarsi da autodidatta alla pittura.

Frequenta da giovanissimo i corsi di incisione e disegno di C.A. Petrucci, direttore della Calcografia Nazionale di Roma.
Nel 1951 partecipa alla mostra Art graphique italien contemporain presso la Galerie Giroux di Bruxelles; tiene la prima personale alla galleria La Cassapanca di Roma e disegna il poster per la versione teatrale di Chéri di Colette, prodotta dalla Compagnia Andreina Pagnani al Teatro Eliseo di Roma.

Nel 1952 si è iscritto al corso di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Già a vent’anni disegna scene e costumi per il Re Cervo di Carlo Gozzi e per Il Mercante di Venezia per la Compagnia di Cesco Baseggio per lo Schauspielhaus di Zurigo.

Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove Jean Louis Barrault lo invita a disegnare le scenografie per La Belle au Bois di Jules Supervielle. Lo stesso Barrault lo presenta a Londra, dove, nel 1955, all’Old Vic Theatre realizza scene e costumi per As you like it di Shakespeare, diretto da Robert Helpmann.

Malgrado il successo ottenuto come scenografo, decide di abbandonare il teatro per dedicarsi alla pittura e al disegno. Nel 1956 va ad abitare a New York dove partecipa alla mostra Contemporary Italian Painters alla Sagittarius Gallery dove l’anno successivo tiene una mostra di quadri e disegni.

Nel 1957 espone disegni e dipinti in una personale alla galleria Arthur Jeffress di Londra e l’anno successivo tiene la prima personale di dipinti in Italia, alla galleria l’Obelisco a Roma. Dalla seconda metà degli anni ’50 trascorre molto tempo a New York dove si dedica più intensamente alla pittura pur continuando a collaborare con illustrazioni per alcuni libri pubblicati in America e per diversi periodici facendo reportage che lo portano a fare lunghi viaggi.

Frequenta vari artisti tra cui il grande amico Ben Shahn. Scrive e illustra una lunga favola, Oreste or the Art of Smiling, pubblicata da Simon and Shuster a New York e da Collins a Londra. Ma, sempre più preso dalla pittura, decide di stabilirsi nell’isola di Mallorca.

Nel 1964, dopo una personale alla Galerie Schoeller di Parigi, i galleristi Jan Krugier di Ginevra e Mario Tazzoli di Torino, lo mettono sotto contratto per alcuni anni. Seguono mostre personali a Torino, Napoli e Roma, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, alla Kestner-Gesellschaft di Hannover.

Nel 1968 prepara una mostra di 40 quadri e cinque sculture in bronzo per la Sidney Janis Gallery a New York.
Muore a New York il 17 aprile 1970.

In seguito, sono state organizzate numerose retrospettive in vari musei e importanti gallerie (Ginevra, Bruxelles, Darmstadt, Rotterdam, Parigi, Francoforte, Roma, Madrid, Venezia, Palma de Mallorca, Modena, Prato).

Piero Roccasalvo RUB

Piero Roccasalvo Rub, Siracusa 1974, consegue il diploma di maturità presso l’Istituto Statale d’Arte di Siracusa nel 1993.

Alla fine dello stesso anno si trasferisce a Venezia per studiare pittura all’Accademia di Belle Arti. Nel biennio 1994-1996 entra a far parte del Gruppo Di Mille, esponendo in varie collettive (80° Collettiva, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Sacher e profano, Galleria Crossing, Portogruaro-Udine; Mai i treni sono stati così appesi, Stazione Santa Lucia di Venezia; I baffi alla Gioconda, Artefiera, Pordenone).

Successivamente partecipa ad un workshop presso Palazzo Carminati, su invito della curatrice Chiara Bertola che, con il coordinamento del Gruppo Eredi Brancusi, ne realizza una mostra alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia (Portami a casa, Catalogo Electa).

Nel 1997 ottiene una borsa di studio presso il Middlesex University Fine Art di Londra, ed è grazie a questo soggiorno di ricerca che successivamente completerà gli studi accademici, specializzandosi sulla pittura di Francis Bacon.

Nel 1998 collabora in Accademia con Luigi Viola a Working in aula 2 – 8.6.1998 e nello stesso anno partecipa alla collettiva coordinata da Interno 3 (Guarda cosa guardi versione 2.0, Forte Marghera-Venezia), alla quale segue un confronto tra pittura e poesia (Piero Roccasalvo, Isabella Doro, Cristina Alaimo versus Tiziano Scarpa).

Nell’anno accademico 1999-2000 è docente di pittura e tecniche pittoriche all’Accademia di Belle Arti Giotto di Modica, nello stesso tempo si è anche occupato di grafica per l’editoria e la pubblicità.

Dei primissimi anni Novanta è l’incontro fondamentale per la sperimentazione pittorica di RUB con il filmmaker e scrittore Mauro Aprile Zanetti, insieme al quale si è venuto sviluppando un vivace e fervido sodalizio tra arte, editoria, cinema sperimentale, video e teatro.

Piero Roccasalvo RUB ha vinto il premio di Arte Contemporanea “Siciliani Europei 2007”, promosso dalla Provincia e dall’Università degli Studi di Catania, in occasione del 50° Anniversario dell’Unione Europea.

Nel 2008, il critico Hans Ulrich Obrist segnala l’artista, come unico giovane italiano di talento, nella lista stilata per il decennale “El Cultural”, il settimanale di El Mundo, e lo indica tra i protagonisti della scena artistica internazionale.

Nel 2011 è chiamato ad esporre alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italia alla Galleria Civica di Montevergini, Siracusa, ed al Palazzo della Cultura a Catania, Artisti nella luce di Sicilia, a cura di Vittorio Sgarbi.

Numerose le personali e la partecipazione a collettive oltre all’adesione a progetti interculturali ed interdisciplinari, come l’esperienza con il gruppo Site Specific di Scicli, la condivisione di una residenza di artisti e critici di M’Arte 2015, a Montegemoli in Toscana e l’adesione a Imago Mundi 2017, per la collezione di Luciano Benetton, ai cantieri Culturali La Zisa di Palermo.

 

Piero Roccasalvo Rub – SOLO UN GRANDE SASSO

Civica Raccolta “Carmelo Cappello”

Palazzo Zacco, via San Vito 158, Ragusa

Vittorio Buratti

Scrive Massimo Cotto a proposito di ‘Omaggio alla natura‘ di Vittorio Buratti: Tutta l’arte è suono, nessuna eccezione.

Noi siamo musica, fin dall’alba dei nostri giorni.

Siamo il ritmo percussivo del cuore che ci mette in moto.

Siamo la melodia delle ninne nanne che le nostre madri hanno cantato quando eravamo ancora nel grembo materno. E siamo danza, perché per calmarci veniamo cullati, stretti in un abbraccio che raddoppia la melodia.

Anche l’arte di Vittorio Buratti è suono.

Il ritmo degli alberi che si alzano verso il cielo fino quasi a toccarlo, perché, come diceva Cesare Pavese, una volta che hai identificato la linea verticale, quella dell’orizzonte non serve più a nulla.

La melodia armonica delle figure che corrono in sincrono verso un domani migliore e alla fine scopri che tornano semplicemente alla natura, alla fonte delle cose, perché se abbiamo vissuto con coscienza noi siamo il nostro principio.

La danza delle lune che salgono sulle strisce di colore e solo apparentemente sono limitate dalle scatole, in realtà le trascendono perché non c’è nulla sopra le lune dell’arte.

Vittorio Buratti è un prodigio di innocenza. Si avvicina alle tele come un bambino alla vita. Le sue opere non conoscono corruzione, come se l’artista centese vivesse in un universo a parte, dove le uniche storture accettate sono quelle dei chiodi che reggono il quadro, perché a volte è una lieve imperfezione a dare il tocco finale. La natura che anima i suoi quadri è restituita al suo antico e primigenio splendore ed è per questo che i lavori di Buratti sono guidati da una forza invincibile, sono luce e suono, sono il mondo che canta. È bello sapere che esistono persone come lui, che vivono dentro un quadro e che non hanno altra cornice che quella della purezza, della musica che non si arresta e si moltiplica all’infinito, come una nenia perfetta, come un canto circolare che lega indissolubilmente il Creato e il Creatore, nel senso sia di artista che di Dio.

 

Omaggio alla natura – Vittorio Buratti
Galleria d’arte moderna “A. Bonzagni” – Palazzo del Governatore
Piazza del Guercino, 39 – Cento (FE)
Dal 27 maggio al 30 luglio 2017

Orari: venerdì, sabato e domenica: 10.00/13.00 – 15.30/19.30

Info: +39 051.6843390 – +39 051.6843334
informatusrismo@comune.cento.fe.it
www.comune.cento.fe.it – www.vittorioburatti.it

Safet Zec

Entrare alla Scoletta della Bragora in Campo Bandiera e Moro e nello studio di Safet ZEC in Calle di San Francesco della Vigna 2817 (su appuntamento, telefono: +39 041 5207738, cellulare: +39 338 2923529) significa dare inizio a un viaggio scandito dalle immagini alla scoperta del mondo di un artista fuori dal tempo e dagli schemi per il quale la pittura è vocazione totalizzante che colpisce per la forza espressiva e fluisce, possente e straordinaria, con l’incontenibilità di un fiume in piena.

Perché è proprio questa l’impressione che si prova nell’accostarsi all’opera di Safet Zec, anche di fronte ai soggetti quotidiani: dalle sedie ai letti sfatti, il pane, i cesti di patate, le nature morte, i paesaggi, le finestre, le vedute struggenti di Venezia, i volti, gli abbracci… Un universo infinito fatto di forza, di armonia e bellezza. E qui, in questo spazio dove, intatte, restano le tracce della falegnameria che fu, si respira in modo tangibile il mestiere della pittura.

Colori, matite, bulini, punte secche, pennelli, barattoli, tavolozze, stracci, carte, tele testimoniano la convinzione profondamente radicata in Safet che l’arte si fa con le proprie mani e con la padronanza della tecnica e degli strumenti che appartengono alla tradizione e alla storia, ma che continuano a vivere nel presente attraverso una sensibilità e una ricerca artistica che si rinnovano continuamente in un linguaggio sempre nuovo che ci è contemporaneo e ci interpella per la sua potenza e la sua incarnazione del sublime.

Senza il talento accompagnato allo studio, all’applicazione, alla testardaggine, alla volontà ferrea, alla fatica e all’impegno indispensabili a raggiungere la padronanza assoluta della tecnica – afferma Safet Zec – anche l’ispirazione più alta resterebbe velleitaria.

Pittore ed incisore, Safet Zec nasce nel 1943 a Rogatica, in Bosnia-Erzegovina.

Dopo gli studi compiuti alla Scuola di Arti Applicate di Sarajevo e all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, Zec diventa la figura centrale del movimento artistico chiamato “Realismo poetico”. Vive e lavora a Belgrado fino al 1989. A partire dai primi anni Novanta si impone come uno degli artisti più importanti del suo paese, presente nelle maggiori e più qualificate esposizioni internazionali. Negli anni che seguono è di nuovo a Sarajevo, fino al 1992 quando, a causa dalla guerra che colpisce la ex-Jugoslavia, è costretto a lasciare il proprio paese e arriva in Italia, prima a Udine e poi a nel 1998 a Venezia, che diventa per lui una seconda patria.

In Italia Zec deve ricostruire la sua esistenza e la sua attività (tutte le sue opere sono rimaste nello studio a Sarajevo). Senza fermarsi, lavora alacremente a nuove tele, disegni e incisioni. Già nel 1994 è pronto per la prima mostra in Italia, con questi nuovi lavori. Soltanto una decina di tele, arrivate da una galleria tedesca, sono testimonianza dell’opera precedente di Zec. Espone in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, con oltre 100 mostre all’attivo. Dalla fine del conflitto nei paesi della ex-Jugoslavia, Zec ha ripreso un’assidua frequentazione con la sua terra. Lo “Studio-collezione Zec”, nel cuore di Sarajevo, è stato riaperto ed è divenuto un centro di iniziative culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere.

Tra le innumerevoli esposizioni personali, si ricordano le più recenti in Europa:

“Il Pane della Misericordia” – Santuario di Loreto – Cantine del Bramante (2016) – Musei di San Salvatore in Lauro – Roma (2016-17); “La peinture et la vie” – Musée de l’Hospice Comtesse – Lille (2016-17); “Allegories of Fate” – Panorama Museum – Bad Frankenhausen (2015-16); “La pittura come miniera”- Fondazione Benetton Studi Ricerche – Treviso (2015); “Deposizione”- Cappella della Passione, Chiesa del Gesù – Roma (2014); “L’opera incisa” retrospettiva di disegni e incisioni – Villa Manin di Passariano (2013); “Capolavori senza tempo” importante personale alla Rotonda della Besana – Milano (2012); “Il potere della pittura” personale antologica al Museo Correr – Venezia (2010).

Oggi Safet Zec vive ed opera tra Sarajevo, Pocitelj, Venezia e Parigi. Il corpus calcografico ammonta ad oltre 250 lastre.

Natalino Tondo

Scrive Lorenzo Madaro a proposito di ‘Spazio n-dimensionale‘ dell’artista Natalino Tondo : Il percorso si apre con Tensioni strutturate (1967), opera realizzata con tubi di plastica di diverse dimensioni, mutuati dalla tecnologia industriale, su cui allora in Italia, e non solo, vi era un fervente dibattito critico e ideologico.

Tali elementi, modulando la struttura non più bidimensionale dell’opera, avviano una speculazione su un tema che sarà costante anche nella sua fase più matura: lo spazio. Tondo costruisce così strutture in grado di essere ricomposte, come veri e propri moduli dell’industria tecnologica, alternati a geometrie e a superfici cromatiche, come rileva anche Franco Sossi nel suo volume Luce spazio strutture (1967). In questo modo Tondo aggiorna il suo linguaggio alle esperienze più avanzate della ricerca artistica internazionale.

L’artista vive in una periferia della contemporaneità, ma è dinamico, viaggia e studia molto, come emerge anche dalla carta del 1969 in mostra, che rivela come l’approccio legato alla struttura della forma tiene conto di tecniche e supporti differenti. Successivamente, siamo nei primi anni Settanta, Natalino Tondo avvia una considerazione legata all’antropologia e alle ricerche sociali con il ciclo Rilevamenti salentini, di cui in mostra è esposto un significativo esempio: l’ausilio della fotografia gli consente di individuare spazi di cambiamento, mutazioni in atto in una civiltà contadina, legata con ancestrale forza a un Salento primigenio, allora in procinto di affacciarsi alla modernità.

Recuperando i particolari di un determinato spazio salentino, isolandoli dal contesto paesaggistico, e guardando alle suggestioni della Land Art, l’artista concentra l’attenzione su tracce, anche poco visibili, definendo questa sua esplorazione come “oggettiva”, perché frutto di “conoscenza tramite l’esperienza diretta che non esclude però il riconoscimento “della complessità del reale”. Negli anni Ottanta, la modularità dello spazio aniconico troverà ulteriori sviluppi nel più complesso ciclo Spazio n-dimensionale – una sintesi di tutto il suo pensiero, motivo per cui è stato scelto come titolo del presente progetto–, caratterizzato da grandi tele di formato rettangolare, in cui Tondo riscopre la magica energia del colore. Fasce parallele rette o linee curve si sviluppano in tutte le direzioni, sottraendosi allo spazio euclideo.

Le linee, quindi, in piena emancipazione, seguono direzioni differenti e il loro sviluppo cromatico subisce rinnovamenti costanti, mentre in altri casi rimane uniforme. Sebbene non in mostra, desideriamo anche citare Pagine di spazio, opere concepite nei primi anni Novanta, in cui la struttura modulare è data da pigmenti applicati a spruzzo, sicché il risultato è la progressiva stratificazione della campitura cromatica sulla superfice della tela, così da consegnare l’opera ad una spazialità indefinita, anzi “infinita”, come suggerisce lo stesso artista. Ma il percorso di Tondo non si esaurisce neanche qui, basta citare la scultura e l’istallazione, o la ricerca sulle galassie negli anni Ottanta e Novanta, fino agli anni 2000 dove la sintesi tra forma e colore raggiunge livelli di estrema sofisticazione.

Natalino Tondo – “Spazio n-dimensionale
Galleria Davide Gallo – via Farini 6 (2nd yard), 20154 – Milan
+39 339 158 61 17 | www.davidegallo.net | info@davidegallo.net

La mostra sarà visitabile fino a martedì 4 luglio, ai seguenti orari: dal 19 maggio al 27 maggio, ogni giorno dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 20. Domenica 14-20. Dal 28 maggio al 3 luglio maggio solo su appuntamento.

Salvatore Nocera

Salvatore Nocera nasce a Bologna il 4 luglio 1928, da madre bolognese, Antonietta Mazzanti, proprietaria della Locanda Galliera, e padre siciliano, commerciante di stoffe trasferitosi a Bologna con la moglie, da cui si separa, però, proprio alla nascita del figlio.

Grazie al sostegno incondizionato della madre Nocera studia prima alla Facoltà di Architettura di Firenze, rinunciando tuttavia a laurearsi, quindi frequenta per alcuni anni, tra ’52 e ’54, l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ben voluto e sostenuto per il suo talento artistico da Virgilio Guidi, il maestro lo fa “uditore” alle sue lezioni per iniziarlo alla carriera dell’insegnamento, anche grazie all’aiuto del compagno di pittura Emilio Contini con cui aveva stretto un forte sodalizio, ma Nocera rifiuta ogni sorta di coinvolgimento accademico.

Inizia il suo percorso artistico da autodidatta come scultore, frequentando i laboratori di Ugo Guidi e Cleto Tomba, per dedicarsi poi quasi subito alla pittura.

È del 1949 la sua partecipazione al Premio Cremona con una grande Crocifissione accettata grazie all’intervento di Carlo Carrà, presidente di giuria, contro il parere degli altri membri. Nel ’53 realizza la sua prima bi-personale a Venezia assieme all’amico pittore Emilio Contini – con una presentazione, appunto, di Virgilio Guidi – in cui propone una serie di disegni.

Nel corso degli anni Cinquanta, col diffondersi in Italia di una serie di iniziative espositive legate alla celebrazione della Resistenza, Nocera viene invitato a partecipare a diverse mostre in regione assieme a altri artisti figurativi tra cui Aldo Borgonzoni, con cui l’artista coltiva uno scambio proficuo in una fase in cui a Bologna sta invece iniziando ad affermarsi un tipo di pittura astratta e volutamente “disimpegnata” che sfocerà poi nell’informale.
Presto però si trova a prendere le distanze da un tipo di realismo sociale in cui non riesce a riconoscersi, per dedicarsi invece a una ricerca pittorica del tutto personale, in cui mescola l’ordine della pittura contemporanea del gruppo milanese Novecento alla grande pittura italiana rinascimentale dei cieli veneti e delle forme statuarie di Piero della Francesca e Masacccio.

Nel ’54 incontra Carolina Agosti, studentessa iscritta a farmacia all’Università di Bologna, che diventerà sua moglie nel 1960. In seguito al matrimonio si trasferisce a Caprino Veronese, dove la moglie gestisce la farmacia di famiglia e dove stringe un proficuo dialogo con il cognato Stefano Agosti, oggi letterato di fama europea.
Dal 1959 si reca periodicamente a Parigi. Affitta uno studio d’artista prima all’Hotel Metropole assieme ad altri colleghi, quindi in Boulevard de Clichy a Montmartre, quartiere denso di vita intellettuale, dove risiedevano anche diversi altri artisti italiani.

Iscritto al Sindacato Nazionale degli Artisti Francesi, partecipa con una certa regolarità al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne, dove, all’inizio degli anni Novanta esporrà anche il suo ultimo lavoro, un trittico di oltre 6 metri, un’opera dall’umore testamentario che tra colpi di colore, scritte, volti cancellati, svela la condizione di inquietudine che lo fa stare davanti alla tela per tutta la vita.

È a Parigi che, finalmente a contatto con una scena artistica di più ampio respiro (che, pur conoscendo ancora uno sviluppo locale significativo nell’ambito dell’Informale di Fautrier e Tàpies, guarda già alle rivoluzioni in atto a New York con l’action painting e la pop art), Nocera giunge alla maturazione di una ricerca pittorica più astratta che attinge ancora una volta alla storia dell’arte, per tradurre, sempre in chiave del tutto singolare, l’ultimo impressionismo in un’espressionismo più attuale.

Pur conservando lo studio parigino, nel 1979 Salvatore Nocera rientra a Bologna, dove risiede ancora la madre, in seguito al doloroso divorzio dalla moglie. Avvilito dal fallimento amoroso e di vita, catapultato in un contesto artistico differente, dove il sistema e il linguaggio dell’arte stanno conoscendo significativi cambiamenti, Salvatore Nocera vive a Bologna quasi in una condizione di ritiro al limite tra lo spirituale e il timoroso.

Solo grazie a una nuova unione, a un sodalizio di reciproca stima e di incondizionato affetto con una nuova musa, Felicia Muscianesi, psicoterapeuta con cui potrà riattivare un ricco scambio intellettuale, alimentato da nuovi viaggi e dalle frequenti visite parigine, Nocera entrerà nuovamente in contatto con il mondo culturale locale di artisti, musicisti, letterati, riprendendo con vigore la sua attività creatrice.

Gli ultimi vent’anni di produzione sono caratterizzati da una pittura fortemente materica e bulimica, in cui l’artista, affidandosi anche a collage e assemblage come alla fotografia e alla carta stampata, sembra voler sperimentare in modo ossessivo nuove forme e materiali (spesso trovati: carta assorbente, da regalo, vecchi poster e cartoline, foto da giornali, pennelli, corde etc…), dimostrando una flessibilità tecnica e mentale, e una fiducia nelle possibilità dell’arte e dell’espressione, assai rare tra i suoi contemporanei.

A partire dalla fine degli anni Ottanta inizia a lavorare a un ampio progetto cui fa riferimento col titolo Auvers, destinato probabilmente al Museo di Castelvecchio di Verona per cui stava preparando una mostra personale su invito di Licisco Magagnato, proprio prima della sua scomparsa.

Nei pochi documenti rimasti sono menzionate mostre negli USA, in Inghilterra, Germania, Giappone, Marocco e Australia, di cui, effettivamente, si ritrova un riferimento in alcuni soggetti di quadri e disegni; mentre testimonianze orali parlano di sue personali al Casinò di Gardone, al Comune di Rovereto, alla Galleria Ghelfi di Verona, al Palazzo della Permanente di Milano.

Rimangono alcuni diari che pur non avendo una vera e propria forma letteraria raccolgono interessanti spunti e appunti su riferimenti, visioni, altri autori contemporanei.

Salvatore Nocera viene a mancare nel 2008 a causa di una malattia che lo consuma nel corso degli ultimi anni. Lascia lo studio di Parigi nel 2001.

POIÉIN

Francesco Andrisano, dopo il successo della mostra “Uno diverso dall’altro” del 2014 al Circolo Aternino di Pescara, torna ad esporre a Pescara nell’A-maze-ing Gallery con una retrospettiva delle sue opere più significative dal titolo POIÉIN, a cura di Natalia D’Avena, Stefano Ricciuti e Marzio Santoro. Vernissage alle ore 19.00 del 7 maggio 2017.

Francesco Andrisano nasce a Fragagnano (TA) il 4 luglio del 1970 e trascorre la sua adolescenza a Francavilla F.na (BR), dopo la maturità si trasferisce nella città di Pescara per frequentare la facoltà di Architettura ed è qui nel corso degli anni affina le sue ricerche nel campo dell’Arte e della Poesia, incrociando sul suo cammino esperienze, persone, studi.

Il periodo universitario si rivela come la riscoperta di quella passione coltivata da sempre, fin da bambino e arricchita poi dagli studi classici; incomincia da qui una lunga ricerca tesa verso l’osservazione dei maestri e la sperimentazione creativa del proprio presente.

La sua poetica è come il Poiéin greco; un fare attraverso la Pittura e la Poesia che trasporta da una sponda all’altra dello stesso fiume la propria anima, così che quando dipinge scrive e quando scrive dipinge. Il risultato? Un diaframma, una ponte che attraversa e stimola le relazioni tra l’io e il mondo esterno, un atto fisico e mentale al tempo stesso tra impressione ed espressione.

Il campo di ricerca è vasto ed è molto facile perdersi, nella sua arte non ci sono metodologie da manuale o facili ricami già visti, Francesco racconta solo come è facile perdersi, racconta come sia più affascinante cercare che trovare.

La sua poetica rimanda ad un puro verbo istintivo, tutto danza in un movimento armonico: il gesto. Causa/effetto, parte dall’individuo e del suo relazionarsi col proprio sé, la libera interpretazione cosciente della realtà, il semplificare i segni e decodificare il sistema rendendolo visibile per quello che è senza orpelli. Libera interpretazione di chi lo svela e del recettore che si serve di questa porta come possibilità comunicativa col proprio io.

Delle sue opere hanno detto di lui: “L’operato artistico di Francesco Andrisano è un vasta metafora della realtà contemporanea, luogo privilegiato in cui il fantastico si intreccia vivamente ad un’acuta, ponderata riflessione sulle circostanze che oggi definiscono l’uomo, le sue emozioni, le speranze. Perché, appunto, Andrisano ci parla della realtà senza essere realista e sollecita l’immaginario e l’onirico verso la formulazione di immagini, di figure, di vere e proprie rappresentazioni capaci di caricarsi di un significato universale e evocativo sempre suggestivo. Le linee delle sue composizioni sono come sinuosamente bloccate, sigillate in un rigore assoluto, che è anche, però, agitato da una straordinaria dinamicità di impulsi, da una tensione asciuttissima e vibrante come una corda di un elastico.

Il trasporto straordinario che conduce la sua ricerca è costituito da una incandescenza assoluta della sensibilità e della fantasia. Per questo il maturare del suo linguaggio (pur nella sua interna coerenza poetica), lo ha condotto a spaziare su un ampio ventaglio di soluzioni nel volgere ormai non breve della sua carriera. E per questo, anche, sono persuaso che il suo lavoro non ha ancora fatto il giro completo di se stesso. A chi saprà ben guardare, infatti, non sfuggiranno nelle opere più recenti i sintomi e le tracce di un ulteriore approfondimento di quella che si potrebbe chiamare, cioè, la soglia di una fruttuosa maturità.” (Testo critico di Luciano Marinelli)

Francesco Andrisano – Poiéin
Pescara – dal 7 al 20 maggio 2017
Via Nazario Sauro 9/11 (65126)
+39 3280359274
amazeinggallery@gmail.com
www.facebook.com/AmazeingGallery

Franca Pisani a Viva Arte Viva

Dopo le partecipazioni del 2009 e del 2011, l’artista Franca Pisani – grossetana di nascita, ma che vive e lavora a Pietrasanta – sarà presente anche alla 57a Esposizione internazionale d’arte di Venezia, dal titolo “Viva Arte Viva”.
 
Dal 13 maggio fino al 26 novembre 2017 le opere dell’artista maremmana saranno visibili nel Padiglione della Repubblica Araba Siriana allestito nell’ex-cinema Chiesa del Redentore, sull’isola della Giudecca.
 
Insieme a altri sette artisti, Franca Pisani sarà protagonista della mostra intitolata “Everybody admires Palmyra’s greatness”, curata del direttore del Museo di Damasco, Emad Kashout, già Commissario del Padiglione stesso.
 
La storia di Palmira costituisce un importante tassello in quella dell’umanità; preservarne la memoria e proteggerla per le generazioni presenti e future è un dovere per tutti e gli artisti operano da sempre con tenacia per difendere la civiltà e per far sì che, ancora una volta, tutti possano “ammirare la grandezza di Palmira”.
Con questo convincimento, la Pisani porta in Laguna quattro opere di recente realizzazione: la doppia versione de L’albero di pietra; un’opera dal titolo Tadmor in pergamena di grandi dimensioni; Archeosegno, scultura in marmo statuario – proveniente dalla cava del Monte Altissimo, sulle Alpi Apuane, scoperta da Michelangelo nel 1517 e che doveva servire per “cavare” i materiali per la facciata della Basilica di San Lorenzo a Firenze – realizzata con una tecnica innovativa grazie alla quale il materiale lapideo pare perdere la sua naturale rigidità per assumere forme di impensabile morbidezza.IL TEMA
La scelta di dedicare un’esposizione al sito archeologico tra i più famosi del Medio Oriente, ma anche tra i più vandalizzati dagli scontri che da anni oppongono diverse fazioni in quell’area geografica, si innesta nella volontà di omaggiare la sua indiscussa gloria nel passato e perché non si dimentichi il suo profondo respiro artistico nella nostra quotidianità.
Il tema della mostra è l’evoluzione ed il confronto di artisti siriani ed internazionali come Franca Pisani. Il cambiamento del mondo artistico e contemporaneo, nel confronto delle diversità per scoprire che l’arte è oltre le barriere e le frontiere. Il simbolo di tutto ciò è il tributo alla città di Palmira uno dei più importanti siti archeologici del Medio Oriente. La storia di Palmira è un importante messaggio, è la storia dell’uomo, è un dovere preservarne la memoria archeologica per le generazioni future. L’arte di Franca Pisani si concretizza nella dimensione primordiale del segno che unisce tutte le culture del mondo che nascono proprio in Medio Oriente in Mesopotamia, un mito, l’aldilà dal mondo reale, la geografia degli dei e quella degli uomini. Palmira, chiamata la Sposa del Deserto, fu una delle più importanti città della Siria, fiorì come città carovaniera. La regina di Palmira, Zelmira, si sottrasse al controllo di Roma e fu dolorosamente sconfitta dall’imperatore romano Aureliano.LE OPERE DI FRANCA PISANI IN MOSTRA
Dopo le partecipazioni del 2009 (nel Padiglione della Repubblica Araba di Siria) e del 2011 (nel Padiglione Italia), Franca Pisani torna in Laguna come unica toscana invitata alla 57a Esposizione internazionale d’arte di Venezia; nell’ex-cinema Chiesa del Redentore, alla Giudecca, l’artista esporrà quattro opere.• Tadmor è un’opera in pergamena che traccia l’alfabeto archeologico della città di Palmira; è composto da otto tele che misurano ognuna 100×150 centimetri che creano una magica installazione di 3×4 metri.

• Realizzata in marmo statuario del monte Altissimo, sulle Alpi Apuane, e nata nei laboratori dell’Henraux, la scultura Archeosegno misura 140x90x40 centimetri da terra. Il raccordo fra la scultura classica, quella di Palmira, con la sperimentazione di Archeosegno è il tema lapideo, l’arte marmorea classica,che trova un segno nuovo, inedito, contemporaneo in questa opera.

• Franca Pisani esporrà alla Giudecca anche due dei quattro Alberi di pietra recentemente realizzati e che costituiscono un’installazione del linguaggio e la ricerca dei temi antropologici che collegano mito e inconscio. Il primo Albero di pietra è composto da quercia e marmo rosso di Francia, ed è alto 2,20 metri; il secondo, in quercia e Portoro (marmo pregiato di Liguria), è alto sempre 2,20 metri.
Le opere che ho deciso di esporre nel Padiglione della Repubblica Araba di Siria afferma Franca Pisani – rappresentano un viaggio nelle memorie primordiali dell’uomo, dove radici e rinascita sono frontiere di una continua evoluzione, per riappropriarsi dell’arte che supera il vincolo generazionale e abbatte le distanze ideologiche”.

 

CENNI BIOGRAFICI SULL’ARTISTA
Franca Pisani nasce a Grosseto nel 1956 da una famiglia di artiste. A nove anni frequenta lo studio dello scultore e pittore Alessio Sozzi. Dopo la maturità artistica si trasferisce a Bologna per approfondire gli studi d’arte alla facoltà di lettere D.A.M.S., diretta da Umberto Eco. Conosce e frequenta Ketty La Rocca, artista inserita nel panorama delle avanguardie artistiche internazionali, che la mette in contatto con Eugenio Miccini, fondatore del Movimento “Poesia Visiva”. Questi porta nei musei e nelle università di tutto il mondo la creazione di Franca Pisani del 1976 Album Operozio.
Nel 1977 viene invitata all’inaugurazione del Centre Pompidou dal direttore Pontus Hulten, all’interno del programma su larga scala di scambio artistico culturale, come esporre negli spazi del museo il Salotto di Geltrude Stein, film, poster, performance e Poesia Visiva cioè Album Operozio.
Da quel momento prenderà il via un lungo percorso di esposizioni, tuttora in continua evoluzione, sulla spinta dell’urgenza di sperimentare il suo coerente indirizzo concettuale.
Franca Pisani così espone nel Museo Marino Marini (2008), due volte alla Biennale di Venezia (2009 e 2011), nel Museo Hamburger Bahnhof di Berlino (2013), nella mostra “Dietrofront” alle Reali Poste degli Uffizi (2014), nella mostra “Archeofuturo” nel Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Collicola a Spoleto (2014), partecipa a “Settantotto Ritratti” in pergamena per il libro donnArchitettura (2014), dona il proprio Autoritratto alla Galleria degli Uffizi che entra a far parte della relativa, unica collezione (2015), espone all’Expo Milano nel padiglione della Toscana e nel padiglione del Principato di Monaco (2015), espone alla mostra “Desdemona” nel Palazzo di Giustizia di Firenze (2015) e alla Mostra dell’Istituto Italiano di Cultura a Vienna (2017).
Da un anno vive e lavora a Pietrasanta.

UTILITIES
La mostra “Everybody admires Palmyra’s greatness” si terrà dal 13 maggio al 26 novembre 2017 nell’ex-cinema Cinema Chiesa del Redentore, sull’Isola della Giudecca, ed è visitabile dal martedì alla domenica, dalle ore 11 alle ore 17; chiusa di lunedì (eccetto il 15 di maggio, il 14 di agosto, il 4 settembre, il 30 ottobre e il 20 novembre).
Le preview sono previste il 10, l’11 e il 12 maggio dalle ore 11 alle ore 17.
Il vernissage del Padiglione è in programma venerdì 12 maggio 2017 alle ore 18.30.
Altre informazioni agli indirizzi web:

www.francapisani.com,

www.marziaspatafora.it

e www.labiennale.org.

Lucia Lamberti

Lucia Lamberti (Salerno 1973) vive e lavora tra Bologna e Salerno. Le sue opere nascono da una lunga selezione di immagini provenienti da archivi o da reportage e sono legate ad un nucleo tematico preciso, che, dal 2009, coincide con il paesaggio e le sue trasformazioni (Kaliningrad – Königsberg).
 
La partenza dal dato oggettivo è solo il primo passo di una strategia con la quale l’artista realizza opere su carta, su tela, video e installazioni pittoriche.
 
La cifra stilistica e la tecnica rispondono volta per volta in maniera diversa dell’argomento affrontato. Concepiti come delle serie, o, per meglio dire, dei capitoli, i suoi dipinti si collegano attraverso un nesso di senso, un grado di unione; e raccontano, avvicinandoli tra loro, storie e luoghi apparentemente lontani.
 
Lo stesso processo creativo l’ha portata a realizzare, tra il 2006 e il 2009, cicli di dipinti dedicati alle donne armate, con immagini provenienti da archivi web specializzati nel fermo-immagine cinematografico, del genere “ragazza con la pistola”.
 
Il suo lavoro è stato esposto in Italia e all’estero, sia in gallerie private sia in sedi istituzionali, tra cui il MNAC di Bucharest -RO; il Consolato Italiano a Bruxelles -B (solo show); la Fondazione Orestiadi a Gibellina -I; il Collegium Hungaricum a Berlino -DE; il Kaliningrad Art Museum –RU.
 
Hanno scritto del suo lavoro: Eugenio Viola, Antonello Tolve, Achille Bonito Oliva, Gianluca Marziani, Martina Cavallarin.
 
Le sue opere sono in collezione permanente presso TERNA, Roma, il Lentos Museum di Linz in Austria; la Certosa Di San Lorenzo, Padula, (SA) e la Fondazione Orestiadi di Gibellina (Tp).
http://www.lucialamberti.it/

 

Lucia Lamberti Sulle arie, sulle acque, sui luoghi
Durata: Dal 22 aprile al 31 maggio 2017
Galleria FabulaFineArt
Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)

Luisa Menazzi Moretti

Nata a Udine nel 1964, Luisa Menazzi Moretti all’età di tredici anni lascia l’Italia per trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti, dove in Texas, nella città di College Station, frequenta la high school per poi proseguire a Houston i suoi studi universitari.
 
In quegli anni inizia la sua passione per la fotografia; frequenta corsi prediligendo la stampa e lo sviluppo in bianco e nero. Ritorna a vivere in Europa, si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, lavora a Londra per poi, dopo alcuni anni, trasferirsi in Italia. Ha vissuto a Udine, Bologna, Roma, Napoli e Venezia.
 
Le sue opere sono state esposte in musei, fiere, festival, galleria civiche private e sono entrate a far parte di collezioni internazionali. Critici e curatori quali Francesco Bonami, Achille Bonito Oliva, Denis Curti, Valerio Dehò, Maria Flora Giubilei, Antonio Giusa, Lothar Muller, Luigi Reitani hanno presentato e curato le mostre dell’autrice.
 

Nel 2016 la casa editrice Contrasto ha pubblicato Ten Years and Eighty-Seven Days, l’ultimo catalogo dell’autrice. Sempre dello stesso anno Gente di Fotografia ha edito il libro Somewhere – Luisa Menazzi Moretti. La casa editrice Arte’m ha pubblicato due cataloghi di Luisa Menazzi Moretti: Words (2013) e Cose di Natura – Nature’s Matters (2014).

Ten Years and Eighty-Seven Days, Museo Santa Maria della Scala, Siena (2017)
Cose di Natura, Galleria Due Piani, Pordenone (2017)
International Photography Awards, Honorable Mention, Ten Years and Eighty-Seven Days (2016)
AMACI – Giornata del contemporaneo, P Greco, Galleria La Salizada – Venezia (2016)
European Month of Photography 2016, Berlino – Istituto Italiano di Cultura – Ten Years and Eightyseven Day
Villa Manin di Passariano, Somewhere, 2016
AMACI – Giornata del contemporaneo, Cose di Natura, Galleria La Salizada – Venezia (2015)
Visual Action Ayotzinapa, Ayotzinapa Rural Teachers College – Guerrero, Messico (2015)
Premio L’Isola 2015 – Tropea (2015)
Festival dei due mondi di Spoleto, Sconfinamenti #3, Rocca Albornoziana – Spoleto (2015)
The Billboard Creative: finalista per lo Show Q1, Hollywood – Los Angeles, USA (2015)
EXPO MILANO, Ingredients for a Thought, Galleria STILL – Milano (2015)
MIA Fair, Ingredients for a Thought, Milano (2015)
Affordable Art Fair, Galleria Spazio Farini – Milano (2015)
Tre Oci Tre Mostre: Cose di Natura, Fondazione Tre Oci – Venezia (2015)
Words, Galleria Dafna – Napoli (2015)
Oci su Luisa Menazzi Moretti ed Elio Ciol, Galleria La Salizada – Venezia (2015)
Christie’s Auction: a noi ci frega lo sguardo, Galleria di Arte Moderna – Milano (2014)
Forum Universale delle Culture, Words, San Domenico Maggiore – Napoli (2014)
Fotofest International, The Collector’s Eye: the Maloney Collection, Silver Studios – Houston, USA (2014)
Words, Galleria la Salizada – Venezia (2014)
Cose di Natura, Galleria d’Arte Moderna – Genova (2014)
Words, Galleria Civica Tina Modotti – Udine (2014)
Words, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea – Pordenone (2014)
Winter Sensations, Galleria Spazio Farini – Milano (2014)
Magic Mirror, Galleria La Salizada – Venezia (2014)
Magic Mirror, Galleria Tedofra – Bologna (2014)
Holiday Dreams, Galleria Spazio Farini – Milano (2013)
Finalista Premio Combat, Museo G. Fattori – Livorno (2013)
Finalista Premio Venezia (2013)
Words, Galleria Spazio Paraggi – Milano (2013)
MIA Fair, Words, Paola Sosio Contemporary Art Gallery – Milano (2013)
Magic Mirror, Galleria Le Stanze Bianche – Palermo (2013)
Affordable Art Fair – Milano (2013)
Bambini in missione di pace, Fondazione Sambuca – Palermo (2013)
Obiettivo la Ricerca, Centro Convegni AIL – Roma (2013)
Italo Zannier: la sfida della fotografia, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – Pordenone (2013)
Magic Mirror, Fabbrica delle Arti – Napoli (2013)