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Giampiero Marcocci

Giampiero Marcocci è nato nel 1971 a Teramo, dove vive e lavora. Si occupa di fotografia dal 1994. Ha frequentato un biennio di studi all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma.

Il suo recente impegno artistico è orientato verso l’installazione, in cui opere di diverso formato dialogano per materializzare paesaggi dominati dai segni poetici dell’immaginario e dell’incanto dei sogni.

Tra le esposizioni più importanti: il Premio Arte Mondadori alla Permanente di Milano nel 2005, Immagini del Gusto al Centro Nazionale della Fotografia d’Autore di Bibbiena nel 2008, la Triennale di Arte Sacra Contemporanea di Lecce nel 2009. È stato selezionato nel 2005 per il 50° Premio Termoli, nel 2010 per la XIV Biennale di Arte Sacra Contemporanea, nel 2011 per la 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – Padiglione Italia, nel 2013 per la New York Biennale Art. Nel 2005 si è aggiudicato il Premio Speciale Ventaglio d’Oro all’interno del Premio Arte Mondadori; nel 2006 è stato finalista del Premio Pagine Bianche d’Autore; nel 2008 ha vinto il premio Bronze Award e nel 2010 i premi Gold, Silver e Bronze Award a Orvieto Fotografia. Nel 2013 è stato segnalato dalle giurie del Premio Combat Prize e del Premio Celeste.

Nel 2014 è stato vincitore della Residenza al Premio ORA, e nel 2016 è stato tra i vincitori di Change, concorso internazionale a cura di Off Site Art e Art Bridge.

Giampiero Marcocci – Viaggi dell’anima
A cura di Angela Troilo
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – I-00162 Roma – Tel. +39.06.44258243 – Mob. +39.347.7900049)
Fino a lunedì 2 ottobre 2017 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento

Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.giampieromarcocci.it
Via Apuania, 55 – I-00162 Roma – Tel. +39.06.44258243 – info@galleriagallerati.it – www.galleriagallerati.it

Interpretazioni materiche

L’esperienza personale è il punto focale della ricerca di Carla Casanova che attraverso la scultura sceglie di raccontare la malattia. Il suo busto femminile imperfetto e ferito è un richiamo alla precarietà dell’esistenza, alla fragilità ma anche al coraggio delle donne che affrontano una prova così difficile e, soprattutto, intende porsi come un messaggio di positività e di speranza, un invito alla consapevolezza e alla condivisione, infrangendo il silenzio che ancora avvolge temi tanto delicati quanto comuni.

Ada Grüebler-Tribò esprime invece i sentimenti più intensi attraverso il colorismo acceso dei suoi dipinti, realizzati in acrilico o con tecnica mista, caratterizzati da pennellate ampie e distese a cui fanno da contrappunto rapidi guizzi di colore, modulando un ritmo visivo veloce ed istintivo. Scelti evidentemente in accordo allo stato d’animo del momento, i colori spesso richiamano le tonalità cromatiche di paesaggi amati dall’autrice, come l’Africa e la Toscana, o le terre assolate del deserto a cui si può ricollegare anche la serie dei cactus realizzati in bronzo. Il cactus è indagato in quanto forma naturale dotata di una peculiare geometria ma potrebbe anche essere visto come l’emblema della tenacia e della resistenza, fisica e morale, alle avversità della vita. Per Ada l’Arte è di per sé un’alternativa, un atto di reazione, uno spazio di libertà e di espressione individuale.

Anche Claudia Hartmann trae spunto dalla natura e ci presenta una variegata serie di bronzi ispirata agli splendidi coralli che vivono nel mare. Trasmette la fascinazione provata al cospetto di forme e strutture complesse e delicate, fragili e leggere; accoglie come una sfida la loro riproposizione formale e tattile tramite un materiale di notevole durezza. La lavorazione superficiale con una patina colorata sui toni del rosso accende le opere di una calda e raffinata brillantezza che comunica una visione serena e gioiosa della vita.

Una visione luminosa dell’esistenza condivisa da Elisabeth Hübscher che ama sperimentare, tanto in pittura quanto in scultura, l’incontro tra gli opposti. Se nelle tele ricerca un equilibrio armonico tra pochi ma significativi elementi formali, nelle sculture il discorso si arricchisce di elementi che invitano a ricreare una situazione verosimile, spesso metaforica. Pensiamo alle composizioni che affiancano più figure umane, persone stilizzate colte nella loro gestualità e nel loro relazionarsi le une alle altre, ma anche alle nature morte; ogni lavoro presenta una duplicità che può essere data dalla scelta dei materiali, dei colori, del trattamento superficiale lucido od opaco, sottolineata da graffi e interventi che conferiscono espressività anche ad elementi di per sé semplici ed essenziali.
La grande ricchezza espressiva e una ricercata qualità formale contraddistinguono una mostra che si pone pertanto come un punto di incontro, un punto di arrivo, ma anche come un ponte rivolto verso il futuro e di cui sarà interessante seguire gli sviluppi.

Carla Casanova, scultrice. Vive a Bosco Luganese.
Si avvicina alla scultura in bronzo nel 2013 spinta dalla curiosità, realizzando dapprima piccoli lavori figurativi di ispirazione naturalistica e approdando col tempo a sculture più astratte di dimensioni maggiori. Ama sperimentare con materiali diversi come cera, gesso, plastilina. Nel 2015 inizia a frequentare i corsi della Fonderia Perseo, dove realizza busti femminili che recano su di sé i segni della malattia e dà vita anche ad un ciclo ispirato alle sirene, figure mitologiche dal fascino arcano, creature anfibie e pertanto capaci di travalicare i confini tra due mondi distinti e comunicanti.

Ada Grüebler-Tribò, pittrice e scultrice. Dal 2003 vive ad Agnuzzo – Muzzano, dove lavora nel proprio studio e organizza i corsi di pittura che tiene in Ticino e a Zurigo, in Toscana e Liguria.
Lavora su tele di dimensioni medie o grandi sia con l’acrilico sia con tecniche miste. Le superfici informali mostrano segni, tratti e forme concentrandosi su temi vissuti che si traducono in cicli: I colori d’Africa, Tratti e intrecci vegetali, Ombra e luce nella Toscana, Sabbia, cenere e terra. Grazie al lavoro scultoreo la tecnica pittorica si è arricchita di materiali come il gesso, la sabbia e altri materiali solidi. Nel suo percorso è stato fondamentale l’incontro con Gianmarco Torriani, che l’ha affiancata per oltre dieci anni guidandola verso quell’autonomia che le sculture oggi manifestano. Attualmente collabora con la Fonderia Perseo di Mendrisio.
https://www.adatribo.com/

Claudia Hartmann, pittrice e scultrice. Nasce a Sorengo ma presto si trasferisce a Milano, dove cresce. L’incontro con l’arte avviene fin da subito grazie alla nonna artista, tanto che a 5 anni già frequenta un corso di pittura a olio tenuto da Cicci Manetti. La sua vena creativa la porterà a lavorare nel campo delle ristrutturazioni tutelate dall’Ufficio dei monumenti storici elvetici, malgrado il Bachelor in economia conseguito alla HSG di San Gallo.
Claudia si trasferisce per sette anni a Shanghai e quattro a Singapore, dove l’incontro con culture così diverse la spinge a tornare alla pittura a olio attraverso una nuova visione.
Nel 2006, rientrata in Ticino, si avvicina alla scultura grazie all’artista Gianmarco Torriani, passione che la porterà a intraprendere un costante percorso di crescita sia stilistica che personale. Da allora ha approfondito il suo sapere frequentando workshop con l’artista Sighanda, sperimentando la scultura su marmo presso le cave di Arzo, a cui si sono aggiunti numerosi corsi di perfezionamento delle tecniche di lavorazione presso la Fonderia Perseo di Mendrisio.
https://www.claudiahartmann.com

Elisabeth Hübscher, pittrice e scultrice. Nata a San Gallo, abita dal 2004 vicino a Lugano, dove ha il proprio atelier. Diplomata commerciale, in arte autodidatta, ha frequentato corsi presso diversi artisti di pittura (Prof. Carlo Pizzichini, Fredi Kobel, Brigitte Frey-Bär) e in scultura (Gianmarco Torriani e Fonderia Perseo). Espone con regolarità dalla metà degli anni Novanta in Canton Ticino e nella Svizzera tedesca. Da quando risiede in Ticino si è dedicata con maggiore intensità alla ricerca artistica, prima con la pittura, soprattutto tempere all’uovo e tecniche miste, poi con la scultura in gessi e bronzi. https://elisabeth-huebscher.ch/

 

Interpretazioni materiche

Mostra collettiva delle artiste Carla Casanova, Ada Grüebler-Tribò, Claudia Hartmann ed Elisabeth Hübscher
Dal 4 al 29 settembre 2017
Vernissage: GIOVEDI’ 7 settembre 2017, dalle 18.00 alle 20.00

Presso BIM Banca Intermobiliare di Investimenti e Gestioni
Contrada Sassello, 10 – Lugano
Orari: da lunedì a venerdì, dalle 8.30 alle 17.30

Evento organizzato dalla Galleria Alter Ego di Ponte Tresa Svizzera
con la partecipazione della Fonderia d’Arte Perseo di Mendrisio

Giosetta Fioroni

Giosetta Fioroni nasce nel 1932 a Roma in una famiglia di artisti. Dal 1959 al 1963 vive a Parigi dove la galleria Denise Breteau le dedica una mostra personale. Rientrata a Roma, è l’unica figura femminile a far parte di un movimento in seguito definito “Scuola di Piazza del Popolo“, insieme a Franco Angeli, Mario Schifano, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Fabio Mauri, Giuseppe Uncini.

Giosetta Fioroni insieme a Gian Tomaso Liverani, Mario Schifano e Tano Festa alla Biennale di Venezia del 1964 fotografati da Ugo Mulas (fonte: theredlist.com)

Con alcuni di loro partecipa alla Biennale di Venezia del 1964. La sua vicenda è umanamente contrassegnata dalla ricercata vicinanza con gli scrittori e i letterati, appartenenti al Gruppo 63, e soprattutto con Goffredo Parise (scrittore tradotto in russo già dalla fine degli anni Sessanta) che diventa il suo compagno dal 1963 sino alla morte nel 1986.

Dal 1970 partecipa ad importanti esposizioni. Nel 2009 viene pubblicata un’importante monografia storico-biografica dell’artista, curata da Germano Celant. Nel 2013 il Drawing Center di New York le dedica l’antologica “Giosetta Fioroni. L’argento”, curata da Claire Gilman. Nel 2015 il Centre Pompidou di Parigi acquisisce una sua opera, una tela del ciclo degli Argenti degli anni Sessanta.

 

GIOSETTA FIORONI. Roma anni ’60

Mosca, MMOMA – Moscow Museum of Modern Art (ul. Petrovka, 25)
6 settembre – 22 ottobre 2017

Inaugurazione
martedì 5 settembre

Orari
lunedì – domenica, 12.00-20.00; giovedì, 13.00-21.00
Ingresso intero
500 rubli
Catalogo
Silvana editoriale

Informazioni
www.mmoma.ru
www.iicmosca.esteri.it

Cesare Leonardi

Cesare Leonardi si laurea in architettura nel 1970 a Firenze, dove segue i corsi di Adalberto Libera, Ludovico Quaroni, Leonardo Savioli.

Nel 1963 apre a Modena con Franca Stagi uno studio che si afferma nella realizzazione di oggetti di design in vetroresina. La Poltrona Nastro, il Dondolo, la Poltrona Guscio e molti altri arredi, che compaiono su riviste e libri di design internazionali dell’epoca, sono esposti nei più importanti musei del mondo: MOMA di New York, Victoria and Albert Museum di Londra, Vitra Design Museum di Weil am Rhein.

Parallelamente, a partire dagli anni Settanta, lo studio si occupa di architettura e di parchi pubblici. La proposta formulata per Parco della Resistenza a Modena (1970) ha come fondamento lo studio degli alberi: una ricognizione fotografica di oltre 300 specie arboree, ridisegnate in scala 1:100, poi raccolte, dopo venti anni di lavoro, nel volume L’Architettura degli Alberi (autori Cesare Leonardi e Franca Stagi, Mazzotta 1982), ancora oggi strumento insuperato per la progettazione del verde. Vengono realizzati progetti come il Centro Nuoto di Vignola (1975), il Centro Nuoto di Mirandola (1977-1980), il restauro del Collegio San Carlo (1977) e Parco Amendola (1981).

Dal 1983 Leonardi avvia una attività autonoma in cui la ricerca e la sperimentazione sono prevalenti e orientate alla definizione di un ‘sistema’. I Solidi e la Struttura Reticolare Acentrata (SRA) testimoniano tale approccio sia rispetto agli oggetti di arredo che al verde e al territorio. I Solidi nascono come una produzione interamente artigianale senza committente, ‘per sé’. Sono progettati a partire da un unico materiale, il legno d’abete verniciato in giallo di spessore 27 mm (solitamente utilizzato come cassaforma per il calcestruzzo) e da un solo formato, una tavola larga 50 centimetri e lunga 150 (o multipli e sottomultipli 100, 150, 200, 250, 300 centimetri), tracciata e tagliata, senza scarto di materiale. Da questo limite apparente scaturiscono invece innumerevoli possibilità, tanto che i prototipi realizzati sono centinaia (sedie, poltroncine, sgabelli, tavoli, armadi, divani).

Analogamente, le applicazioni della SRA mostrano la flessibilità di una maglia poligonale modulare, capace di adattarsi al contesto e accogliere il cambiamento creando un ambiente in cui uomini ed alberi convivono in equilibrio, come testimonia la Città degli Alberi di Bosco Albergati a Castelfranco Emilia (1990).

L’attività di fotografo risale alle origini e lo accompagna in tutta la sua produzione quale strumento per documentare, indagare, scoprire. Fotografa gli alberi nelle diverse stagioni, le ombre proiettate a terra e sugli edifici, le città, le architetture storiche, le sculture, i modelli di architettura, gli oggetti di design, la vita quotidiana.

Dal 2000, terminata l’attività professionale, si dedica principalmente alla fotografia, alla scultura e alla pittura.

 

Cesare Leonardi. L’Architettura della Vita

Palazzo Santa Margherita, corso Canalgrande 103, Modena; Palazzina dei Giardini, corso Canalgrande, Modena

15 settembre 2017 – 4 febbraio 2018

orari : da mercoledì a venerdì 10.30-13; 15-19

sabato, domenica e festivi 10.30-19

lunedì e martedì chiuso

orari per il festivalfilosofia

venerdì 15 settembre 9-23

sabato 16 settembre 9-01

domenica 17 settembre 9-21

orari 25 dicembre 2017 e 1 gennaio 2018 15-19

ingresso gratuito

ufficio stampa Pomilio Blumm

Irene Guzman

tel. +39 349 1250956, email irene.guzman@comune.modena.it 

informazioni

Galleria Civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

Archivio Architetto Cesare Leonardi

tel/fax +39 059 820010

progetti@archivioleonardi.it

www.archivioleonardi.it

Achille Calzi

Achille Calzi (1873 -1919), personalità poliedrica e ricettiva, artista a tutto tondo, portavoce delle nuove istanze della modernità, fu figura importantissima non solo per la vita culturale di Faenza e della corrente Liberty italiana, ma artista attivo nella produzione e innovazione della ceramica applicata all’architettura e all’industria ceramica in Italia.

Discendente da generazioni di artisti e maiolicari, fu pittore, disegnatore, direttore della Pinacoteca, del Museo Civico e della Scuola di Disegno e Plastica di Faenza, storico dell’arte e docente, collaborò con la manifattura faentina Fratelli Minardi nel 1903 e fu direttore per le fabbriche Riunite Ceramiche (1905-09) dove progettò, oltre a ceramiche d’uso, anche ceramiche per l’architettura, camini da salotto, piastrelle per esterni divenuti simbolo di un cambiamento linguistico e artigianale.

“Calzi incarna la moderna figura dell’artista progettista, facendosi interprete del principio modernista dell’arte in tutto, attraverso le numerose collaborazioni con le principali manifatture faentine attive nei settori della ceramica, dell’ebanisteria e dei ferri battuti e nell’impegno profuso nel campo della grafica – spiega la curatrice Ilaria Piazza. – A questo si aggiunge la multiforme ricerca nelle arti figurative, dalla decorazione al “bianco e nero”, dalla pittura da cavalletto alla caricatura, dove recepisce alcune delle più avanzate tendenze artistiche nazionali e internazionali. Se da un lato le visioni macabre, intrise di suggestioni misteriosofiche ed esoteriche, segnano l’adesione al Simbolismo, dall’altro il suo linguaggio pittorico accoglie sperimentazioni d’impronta divisionista.

Tra riferimenti locali e influenze internazionali si colloca l’attività di caricaturista e di autore di immagini satiriche, dove Calzi manifesta anche il proprio sentimento patriottico nella serie di cartoni realizzati sul finire della Prima guerra mondiale a sostegno del fronte interno”.

Aggiornato sulla vita culturale del suo tempo, grazie, anche, ai numerosi viaggi all’estero, ebbe molteplici rapporti con artisti, letterati e musicisti importanti come Pellizza da Volpedo, Adolfo de Carolis, Arturo Martini, Giosuè Carducci, Alfredo Oriani, Gabriele D’Annunzio e Riccardo Zandonai.

Intellettuale di spicco dell’ambiente culturale faentino Calzi sostenne fino allo strenuo quella visione polifonica del fare artistico, opponendosi – in una nota querelle – a Gaetano Ballardini, fondatore del MIC di Faenza, che con la nascita prima del Museo poi della Scuola sancisce il ‘primato’ della ceramica.

 

Tra Simbolismo e Liberty: Achille Calzi
4 novembre 2017 – 18 febbraio 2018
MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, Viale Baccarini 19, Faenza
Orari: martedì-venerdì 10-13,30 e sabato, domenica e festivi 10 – 17,30
Chiuso il lunedì, il 25 dicembre, il 1° gennaio
Ingresso euro 8, ridotto euro 5, studenti euro 3
Info: 0546 697311, www.micfaenza.org

Alina Ditot

Alina Ditot nasce a Iasi (Romania) nel 1980. Il suo cammino artistico la porta a calcare, nel giro di pochi anni, i più importanti palcoscenici dell’arte mondiale.

Città come Parigi, New York, La Valletta, Bruxelles, Barcellona, Edimburgo, Roma, Palermo, Firenze, Verona, Napoli sono solo alcune delle mete espositive dell’artista. Gli importanti riconoscimenti arrivano soprattutto dall’estero.

È stata invitata a partecipare al più prestigioso evento espositivo del 2014, “La Grande Exposition Universelle”, che si è tenuto a Parigi, all’interno della Torre Eiffel. A differenza di tutti gli artisti, lei non nasce con il pennello in mano, bensì con le forbici.

Nell’idea ditottiana l’arte deve essere concepita come soluzione al malessere. Per questo motivo, attraverso l’uso delle forbici, l’artista strappa con forza la tela. Uno strappo che ne indica il malessere. Un malessere, rivolto verso i burocrati del segno e gli architetti della forma. Questo malessere, l’artista decide di curarlo attraverso l’uso dello spago. Le ferite vanno ricucite dunque. E lo si deve fare nel più breve tempo possibile. L’arte di Ditot è l’arte del nostro secolo. Un secolo in cui l’essere umano uccide se stesso. L’evoluzione del pensiero ditottiano è facilmente leggibile. Basti guardare le opere iniziali dell’artista e confrontarle con quelle degli ultimi anni.

Nella sua indagine troviamo una profonda radice culturale, frutto dei suoi studi filosofici. Un’arte che si avvale di ricerche sociologiche, di temi baudelairiani, di analisi dell’inconscio, di leggi bibliche. Un’analisi che arriva ad esplorare segnicamente i più importanti disastri degli ultimi anni. Un’analisi che si confronta con temi danteschi, problematiche sociali e eresie contemporanee. Tale analisi porta la sua ricerca a trattare tematiche di interesse comune, come quelle che riguardano la prigione di Alcatraz o il campo di concentramento di Auschwitz. Di notevole interesse critico è la maniera in cui l’artista realizza le sue opere. Una maniera, che per il momento, non ci è permesso conoscere.

ALINA DITOT. GENESIS. LA TELA FERITA
a cura di Salvatore Russo
Lu.C.C.A. Lounge&Underground
Dal 6 settembre all’1 ottobre 2017
orario mostra: da martedì a domenica 10-19, chiuso lunedì
Ingresso libero

Inaugurazione 9 settembre 2017 ore 17,30

Corrado Veneziano

Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista.
 
Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
 
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”.
 
Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.
 
Alcune note critiche:
Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.
 
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.
 
Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo; la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.
 
SEGNI – Corrado Veneziano
Galleria Nazionale di Lanzhou – Via Wuquanxilu, 35 – Lanzhou , Gansu
Apertura al pubblico: da sabato 2 settembre 2017 (con anteprima per le autorità venerdì 1 settembre) al 10 ottobre 2017
Orario: 9.00 – 18.00 Ingresso libero

Henri-Robert-Marcel Duchamp

Henri-Robert-Marcel Duchamp nasce il 28 luglio 1887 nei pressi di Blainville, in Francia.

Nel 1904 frequenta i corsi di pittura all’Académie Julian fino al 1905. Le sue prime opere sono di stile postimpressionista. Espone per la prima volta nel 1909 al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne di Parigi. I suoi dipinti del 1911, in stretto rapporto con il cubismo, tendono tuttavia a rappresentare immagini successive di un corpo in movimento. Nel 1912 dipinge la versione definitiva di Nudo che scende le scale: l’opera viene esposta al Salon de la Section d’Or dello stesso anno e in seguito, nel 1913, all’Armory Show di New York, dove susciterà grande scalpore.

Le idee iconoclastiche e radicali di Duchamp precorrono la nascita del movimento Dada, che avverrà a Zurigo nel 1916. Dal 1913, abbandonati la pittura e il disegno tradizionali, si dedica a forme d’arte sperimentali elaborando disegni meccanici, studi e annotazioni che verranno inclusi nella sua grande opera degli anni 1915-23, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche. Nel 1914 realizza i primi “readymade” (oggetti di uso comune, a volte modificati, presentati come opere d’arte) destinati ad avere effetti rivoluzionari per molti pittori e scultori.

Nel 1915 Duchamp soggiorna per la prima volta a New York. Dalla metà degli anni ’30 collabora con i surrealisti e partecipa alle loro mostre. Si stabilisce in modo definitivo a New York nel 1942 e diviene cittadino statunitense nel 1955. Negli anni ’40 è in contatto con i surrealisti emigrati a New York e con essi espone varie volte. Nel 1946 comincia a realizzare Etant donnés, un grande assemblage al quale lavorerà segretamente per i successivi vent’anni. Muore a Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi, il 2 ottobre 1968.

Marcel Duchamp. 1887 / Area di Confine Porta Duchamp
OPHEN VIRTUAL ART GALLERY
Salerno – dal 28 agosto al 26 novembre 2017
Via Salvatore Calenda 105/d (84126)
+39 0895648159 , +39 0895648159 (fax)
bongiani@alice.it
www.ophenvirtualart.it

Ali Hassoun

Ali Hassoun è nato a Sidone (Libano) nel 1964. Nel 1982 si trasferisce in Italia per proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1992 si laurea in architettura presso l’università della stessa città. Oggi vive e lavora a Milano.

Alla nazionalità libanese Hassoun ha aggiunto quella italiana, integrando la dimensione originaria, arabo-mediterranea, della propria identità, con una dimensione diversa, europea ed occidentale. Il tema più evidente fra quelli che emergono nella sua ricerca pittorica e’ relativo al viaggio, strumento per esplorare esperienze e visioni eterogenee. Invece del concetto di “scontro di civiltà”, semplificazione pericolosa e tuttavia molto diffusa oggi in Occidente, Hassoun propone un’idea di “umanità” come qualità universale e comune fra tutti i popoli, fondata su una spiritualità originaria che precede le diversificazioni religiose e politiche.

Così l’artista si fa interprete di culture diverse ma confrontabili, che convivono nello spazio perfettamente orchestrato delle sue tele coloratissime. I personaggi di un Islam o di un’Africa tanto vissuta quanto favolosa e immaginata, nelle sue composizioni sono tutti catturati in un gioco di citazioni colte e di rimandi indiretti tra figura e sfondo.

Hanno parlato di lui, Elias Shaker, Fayasal Sultan, Omar Calabrese, Mauro Civai, Gianni Giacopelli, Fabrizio Mezzedimi, Letizia Franchina, Luigi Zangheri, Jean Noel Schifanò, Alberto Fiz, Silvia Guastalla, Luca Beatrice, Alessandro Riva, Luca Pietro Vasta, Aldo Mondino, Chiara Guidi, Maurizio Sciaccaluga, Manuela Brevi, Ivan Quaroni, Gabriel Mandel Khan, Marina Mojana, Gianluca Marziani, Beatrice Buscaroli, Antonio d’Avossa, Murteza Fedan, Melih Gorgun, Chiara Canali, Mimmo di Marzio, Saleh Barakat, Gregory Buchakjian, Vittorio Sgarbi e Martina Corgnati.

Tra le personali recenti più significative: nel 2010 Ali Hassoun alla confluenza dei due mari a cura di Martina Corgnati presso il Palazzo Pubblico di Siena; nel 2013 Il POPolo vuole, a cura di Luca Beatrice, presso il Museo Piaggio di Pontedera; nel 2015 il Padiglione del Libano presso Expo Milano.

Ali Hassoun – Crossover
PALAZZO DEI PRIORI
Volterra (PI) – dal 3 al 10 agosto 2017
Piazza Dei Priori (56048)

Enrico Magnani

Enrico Magnani è un artista italiano nato nel 1972. Approdato definitivamente all’arte dopo un eclettico percorso che lo ha visto per anni anche ricercatore scientifico nella fusione nucleare, ad un certo punto della sua carriera ha sentito l’esigenza di servirsi dell’arte per poter procedere in quei sentieri angusti della conoscenza dove la speculazione puramente razionale non basta, ed è quindi necessario attingere anche all’emozione, a quell’intuizione non irrazionale, ma “diversamente razionale” che solo l’arte, a un certo livello di sviluppo, permette di esprimere.

Dopo la sua prima fase figurativa in cui dipinge esclusivamente corpi e volti con l’esplicito intento di “amplificare per scioccare”, rappresentato dalle gallerie di Milano e Nizza (1997-2003) e in alcune collettive a Venezia, Innsbruch e Palmi, Magnani entra in un periodo di transizione che definisce “Black out di significato”, ovvero una mancanza di fede nel contenuto del messaggio delle sue opere, che gli fa perdere lo slancio per le esposizioni pubbliche, ma non il desiderio di ricercare e di dipingere.

Lasciata Milano per Parigi (2004-2006), lavora sempre sulla figura umana che si trasforma e diventa più pulita e simbolica. Sarà però solo in Germania, a Karlsruhe (2006-2011), che approderà definitivamente ad una pittura completamente astratta, materica e simbolica, con un messaggio più elevato e, questa volta, “degno di essere nuovamente veicolato”. Nel 2010 in Germania, sostenuto dal direttore Robert Walter, presso la Fondazione Centre Culturel Franco-Allemand di Karlsruhe presenta per la prima volta le sue opere astratte. Sempre lo stesso anno, a Torino, vince l’Internazionale Italia Arte e comincia una duratura e proficua collaborazione con il Museo MIIT e il suo direttore Guido Folco.

Negli anni successivi, sotto la curatela di Guido Folco, le sue opere saranno esposte in importanti mostre collettive in diverse capitali europee (Praga, Sofia, Copenhagen, Vienna, Colonia, Berlino, Londra, Roma) a fianco di grandi nomi del panorama artistico Italiano tra cui Modigliani, De Grada, Funi, Treccani, Boetti, Annigoni, Guttuso, Messina e Sassu. Sempre nel 2010 esce il libro “Interview with Myself” in cui l’artista spiega le scelte che lo hanno portato ad abbandonare il mondo della ricerca scientifica per dedicarsi interamente all’arte, l’abbandono della pittura figurativa e il ritrovato messaggio che si prefigge di comunicare con le sue opere astratte.

Nel 2011 espone per la prima volta negli Stati Uniti in una mostra collettiva alla 33 Contemporary Gallery presso lo Zhou Brothers Art Center di Chicago iniziando una collaborazione tutt’ora in corso. Sempre nel 2011 va ricordata la sua partecipazione alle mostre “Arte Italiana Contemporanea” presso l’Istituto Italiano di Cultura di Copenhagen e “L’unità dell’Arte, l’arte dell’Unità”, a Roma, presso il Complesso dei Dioscuri del Quirinale. Nel 2012 realizza una personale presso l’Altes Dampfbad di Baden-Baden (Germania) e due collettive negli Istituti di Cultura di Sofia e di Colonia. Sempre lo stesso anno comincia la sua collaborazione con l’Akbaraly Foundation con la mostra a scopo benefico “Imagine” tenutasi presso la Fondazione AEM di Milano. Nel 2013 realizza due importanti personali: “Mystical Treasures” presso l’istituto Italiano di Cultura di Stoccarda e “Harmonices Mundi” presso l’istituto Italiano di Cultura di Praga; quest’ultima ispirata alle tematiche più mistiche di Johannes Kepler e realizzando per l’occasione un’opera dedicata e donata alla città di Praga in presenza del sindaco e del corpo diplomatico Italiano. Sempre nel 2013 è da ricordare la sua partecipazione alla collettiva “Ad Aeternum” presso il Palazzo Pontificio Maffei Marescotti a Città del Vaticano.

Nel dicembre 2014, presso il Museo Internazionale Italia Arte di Torino, realizza una retrospettiva dal titolo “Mystical Treasures – Opere dal 2007 al 2014” accompagnata da un catalogo antologico che raccoglie per la prima volta le opere del suo periodo astratto. Sempre nel 2014, a Vienna, presso l’Istituto Italiano di Cultura, nella collettiva “Sentieri di Pensieri”, espone per la prima volta un’opera-abito-indossata che sarà poi pubblicata dal quotidiano nazionale “La Stampa”. Nel 2015 una sua opera viene esposta nella mostra “From Picasso to contemporary artists” presso l’Oud Sint Jan Museum di Bruges, in Belgio. Nell’ottobre dello stesso anno porta il suo progetto artistico “Cosmic Hug – Connecting art and people together” alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano con un evento a favore della Akbaraly Foundation presentato da Alessandro Cecchi Paone e seguito da “Vogue Italia”. La sua disponibilità verso iniziative di Charity lo ha coinvolto a sostenere associazioni come la Akbaraly Foundation (Madagascar), United Charity (Germania) e l’Onlus RING14 (Italia).

Nell’aprile 2016, su invito del direttore Giovanni Sciola, ritorna all’Istituto di Cultura di Praga con la personale “Magnum Opus” in concomitanza con il convegno accademico internazionale “Bramosia dell’Ignoto”. Nel maggio del 2016, a Chicago, presso lo Zhou Brothers Art Center, crea la collezione “Universal Flag” esposta nell’omonima personale, curata da Sergio Gomez presso la ACS Gallery. Nel novembre dello stesso anno viene realizzato il film documentario “Enrico Magnani – Mystical Treasures” che sarà diffuso in anteprima su canali nazionali il 10 gennaio 2017. Nel febbraio del 2017, con “L’oro della Terra”, mostra curata dal Prof. Massimo Mussini presso i Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia, realizza ad oggi la sua più grande retrospettiva.

Enrico Magnani presenta presso l’Istituto Italiano di Cultura di Chicago, dal 7 settembre al 6 ottobre 2017, una collezione di opere inedite, “Supernova. Birth to Life – Vita alla Vita” 

Chao Ge

Chao Ge nasce nel gennaio del 1957 a Hohhot in Inner Mongolia, terra dai paesaggi sterminati, che da secoli affascina viaggiatori, avventurieri e conquistatori e che occupa un posto di primo piano nella vita e nella produzione dell’artista.

Nel 1978 Chao Ge supera l’esame per frequentare l’Accademia Centrale di Pechino, sezione Pittura a olio, e quattro anni dopo il primo livello universitario nello stesso ateneo. Dal 1987 il Maestro insegna Pittura a Olio all’Accademia Centrale di Pechino. Dal 1989 a oggi è stato impegnato in diverse esposizioni tra cui quella itinerante negli Stati Uniti dal titolo Pittura Contemporanea Cinese e quelle di Mosca e San Pietroburgo dedicate ai pittori dell’Accademia Centrale di Pechino (1993).

Nel 1997 prende parte alla mostra 100 anni di ritrattistica a olio in Cina svoltasi a Pechino e viene invitato alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno viene selezionato come membro della giuria in A Centennial Exhibition dedicata alla pittura a olio della Cina come membro della giuria. Nel 1999 è presente alla Biennale Internazionale di Parigi. Negli anni 2000 e 2001 riceve una borsa per studiare presso l’ex Accademia Reale di Belle Arti di Madrid: è una nuova occasione per visitare l’Europa e per conoscere altri artisti.

Da allora la sua attività espositiva rimane costante: Cina, Russia, Canada, America. Nel 2006, su invito del Governo italiano, è in mostra, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, con la personale La rinascita dei classici. Nel 2008 l’Accademia di Belle Arti Repin di Russia gli conferisce il titolo di Professore Onorario. Nel 2015 espone a Vienna, presso gli spazi espositivi della Kunstforum, nella mostra dal titolo Chao Ge. Moment und Ewigkeit, due anni dopo, nel gennaio 2017, è presente con l’esposizione La mia via sulle orme di Marco Polo all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, a cura di Adriano Bimbi, Rodolfo Ceccotti e Gao Jun. Direttore degli Accademici dell’Accademia Centrale di Pechino dal 2008, il Maestro ha ricevuto diversi premi e prestigiosi riconoscimenti.

Dal 1997 a oggi ha preso parte a molti documentari televisivi nazionali, oltre a essere stato oggetto di numerosi speciali condotti dalle reti cinesi.

Alcune note critiche:
Claudio Strinati: “(…) È la sua Mongolia che il maestro scruta e rappresenta e sono per lo più spazi che non hanno confine e di cui non si riesce a misurare l’immensità. Ma è l’immensità che il maestro vede e ci restituisce nella stesura dei suoi quadri.

Chao Ge è mongolo e della cultura mongola ha sicuramente acquisito quel senso del nomadismo, dello spostamento continuo sulla superficie di questo mondo che è così profondamente sedimentato in quella cultura che nello stesso tempo esalta i valori della famiglia, degli affetti, della vita in comune. E, realmente, quei quadri dove non si può intuire la vastità degli spazi e soprattutto non se ne vede il limite, ci parlano di una meta inquieta ma non instabile, ansiosa forse ma non angosciata. È possibile raggiungere, per un individuo per un popolo intero, un contemperamento tra lo spirito nomade e quello stanziale? È possibile certamente e la storia è piena di esempi in tal senso, ma non c’è dubbio che tanta arte di Chao Ge è scaturita proprio da un tale stato d’animo. Stato d’animo che non è turbato ma anzi spinge al rasserenamento e alla quiete.

E quiete sono le sue opere anche se è chiaramente percepibile una sorta di nervosismo a fior di pelle che le anima e le porta verso di noi con un fascino unico e incomparabile.

(…) Chao Ge dalla tradizione occidentale classica ha assimilato sia l’idea rinascimentale sia quella barocca. È un naturalista in abito rinascimentale. È uomo di forte passione nella immobilità e serenità di un immaginario discepolo di Piero della Francesca.

Ma questo non genera contraddizione, al contrario genera sintesi e perfezionamento di un ideale della forma che può essere amato e compreso da un capo all’ altro del mondo, forse proprio perché questo difensore della classicità, questo virtuoso e solenne pittore è al di là della apparente immediatezza del nomade che sposta continuamente la sua attenzione su ciò su cui va a impattare, siano esse cose o persone (…)”

Nicolina Bianchi: “(…) Epos, il titolo della mostra, che secondo il termine greco, è narrare la storia di un popolo, le sue gesta, il suo importante patrimonio spirituale, tramandandone così la memoria e la sua essenziale identità, è per Chao Ge un modo di impaginare ed evocare nel dipinto la storia delle sue origini, della sua Inner Mongolia, narrandola secondo una musicale poetica di luce. Musicale, perché molto spesso la sua pittura sembra seguire con i colori i meravigliosi ritmi della natura.

Una pittura luminosa, dalla ricca tavolozza, moderna e vigorosa, come nelle rocce di Aobao, o nelle montagne di Abag Banner, a volte accompagnata da una nota di romantica malinconia come nel suo Poema d’autunno, o nelle linee verdi azzurre del fiume Kherlen o nel blu profondo e perlaceo dei cieli che segnano l’orizzonte. Una storia infinita di quell’Oriente dove si concentra forse più che in altre parti del mondo il mistero della vita, dell’uomo, della natura stessa.

Un confine tra moderno e passato, tra momenti di grande spiritualità e cruda realtà, tra respiri profondi nelle sconfinate praterie della steppa, dove si tira il fiato a cavallo dei thaki, e dove pensose tristezze di familiari atmosfere di yurte e di lenti carri dipingono piccole ma importanti storie delle campagne mongole. Meraviglia di un mondo che accoglie e racconta la storia di secoli, dove la luce del sole riesce a cancellare anche i confini, e dipinge di rosso le rocce e i volti di persone che scrutano, nel gesto di mani a riparo della forte luce, l’infinito di paesi lontani.

Una storia di intimi colloqui, narrata da Chao Ge con i “valori più alti di una pittura classica” ma con nuovi e innovativi approcci all’attualità, una creazione artistica – come lui stesso afferma – con la quale spera di contribuire a ridestare negli uomini il senso di rispetto delle cose, ma anche di marginare gli attuali smarrimenti e drammi spirituali”.

EPOS. CHAO GE. La lirica della luce.

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Giancarlo Vitali

Autodidatta per necessità – rinuncia a una borsa di studio all’Accademia di Brera per impossibilità di mantenersi fuori casa – Giancarlo Vitali approfondisce la conoscenza dei pittori della generazione nata a cavallo del Novecento: nel percorso espositivo di Palazzo Reale, infatti, una sala è dedicata proprio al dialogo con il De Chirico metafisico e degli autoritratti, il Carrà trascendente e primitivo, il de Pisis delle marine stranianti e dei pesci evanescenti, il Sironi del “Ritratto di Carlo Carvaglio” e poi ancora con Badodi e Pirandello.

Gian Carlo Vitali nel suo studio a Bellano
Photo: © Carlo Borlenghi

Le influenze di questi artisti sul suo lavoro rientrano però in una semplice, seppur sincera, ammirazione, mentre i riferimenti più profondi, i fari della sua indipendenza Vitali li ritrova in Goya e Velàzquez, in Rembrandt e nella pittura del Seicento lombardo o in un pittore ugualmente appartato come Ensor. Sono loro l’antidoto all’appiattimento, alla banalizzazione e alle tentazioni della società del “consumo” dell’arte. Il segno distintivo della pittura di Vitali comincia a configurarsi a metà degli anni Cinquanta. Una lingua che, con un tratto rapido e sintetico, si concentra sulla figura umana per descrivere un mondo intimo, familiare e popolare: l’artista ritrae amici, contadini, artigiani, la gente e le scene comuni. Anche il mondo naturale rientra nei suoi dipinti quale testimone di verità: nature morte, scene quotidiane, fiori, ma anche il mondo animale.

Data 1983 la “scoperta” da parte di Giovanni Testori, con il quale stringe un sodalizio e un’amicizia profonda che dura sino alla morte dello scrittore avvenuta nel 1993. Testori scrive di Vitali in toni altissimi dedicando alla “scoperta” dell’artista un elzeviro di un’intera pagina su Il Corriere della Sera intitolato “I fasti della pittura” e sarà lui stesso a curarne la prima personale a Milano nel 1985. Di Testori sono anche i ritratti, presenti in mostra, che l’artista dedica all’amico scrittore, dove l’analisi introspettiva e la forza espressiva della composizione sono la testimonianza di due caratteri forti ed eversivi e di un sodalizio stretto in nome dell’arte.

Nascono in quegli anni i dipinti dedicati alle carni e agli animali macellati, come il celebre “Trittico del toro”, a cui Testori dedica tre poesie, e scrive: “Era dai tempi dei primi, diretti e drammatici incontri con gli animali squartati di Soutine che non avvertivamo più una così estrema vocazione della pittura a magnificare se stessa proprio nell’atto in cui si flagellava, in cui s’introduceva, in cui affogava o annaspava nell’ematico pantano. Con questa differenza, però: che mentre, in Soutine, la flagellazione necessitava di far passare la realtà entro il cunicolo d’un accanimento deformativo, in Vitali tale flagellazione, andava a coincidere, e a coincidere millimetralmente, tramite una sorta d’attonita e clamante forza obbiettiva, con la realtà stessa”.

“Vitali, semplicemente, dipinge. Con istinto, velocità, intuizione. – scrive Vittorio Sgarbi – Non si possono dimenticare le sue nature morte, i suoi animali, persino più immediati di quelli del penultimo pittore più vicino a lui: Chaim Soutine.
Ma anche Soutine non è citato; è digerito, assimilato, rigenerato per impulso, istinto, necessità di pittura”.
In questi anni, il suo segno diventa potente, i dipinti sono pieni, la materia è ricca, quasi non separa le figure dallo sfondo, ma tutto è parte di una complessità racchiusa in un impasto denso nel quale sembra essere la materia e il colore a modellare i volumi. Scrive Marco Vallora: “Tutto è risolto in pittura di pittura, in pura pittura. Le forme non sono che colore gettato, trionfo informale che si coagula in fisionomia”.

Dopo l’incontro con Testori, il lavoro di Giancarlo Vitali viene conosciuto attraverso esposizioni in importanti spazi pubblici. In questo periodo molti altri intellettuali e scrittori italiani si interessano profondamente alla sua arte. Tra questi Carlo Bertelli, Mario Botta, Tonino Guerra, Franco Loi, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Marco Vallora e il bellanese Andrea Vitali.

Giancarlo Vitali  –  Time Out
5 luglio – 24 settembre 2017
4 sedi
Palazzo Reale
Castello Sforzesco
Museo di Storia Naturale di Milano
Casa del Manzoni