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García Lorca

Copertina del volumeIl libro ‘García Lorca‘ di Gabriele Morelli verrà presentato nell’ambito delle Letture Bergamasche presso il Museo Cividini nella Antica Zecca nell’atelier dello scultore Pierantonio Volpini, via Donizetti18/a, domenica 2 aprile alle ore 11:00Il professore Gabriele Morelli avrà accanto Umberto Zanetti e Mimma Forlani. Letture di Diego Bonifaccio.

Scrivendo questo libro, pubblicato dalla casa editrice Salerno lo scorso anno, Gabriele Morelli conclude un lungo itinerario di conoscenza e di studio della poesia e della vita di García Lorca. E ricorda, ottanta anni dopo, la morte tragica di un grandissimo artista del Novecento. Grazie alle sue ricerche meticolose ed appassionate possiamo ricostruire la tragica alba del 17, 18 o 19 agosto 1936, allorché alle quattro di mattina il grande poeta andaluso, in compagnia di un maestro elementare, privo di gamba, Dióscoro Galindo González e di due banderillos di fede anarchica, sarà fucilato sotto un vecchio ulivo, posto accanto alla Fuente Grande.

I suoi assassini sono otto uomini della Escuadra Negra, che hanno ricevuto l’ordine del Governatore di Granada, il comandante José Valdés Gusmán. “Davanti, l’orizzonte della vega oscillava lievemente nel primo chiarore del mattino”. Depone così le sue uova la morte non nella ferita del torero Ignacio, ma nel corpo del poeta e musicista di trentotto anni, in cui rifulgeva la grazia andalusa.

Foto di Gabriele MorelliGabriele Morelli, fino a qualche anno anni fa professore ordinario di lingua e letteratura spagnola nell’Università di Bergamo, scrive questo libro con la passione del ricercatore di verità, con l’amore del devoto e ammirato lettore della poesia spagnola, la pazienza dell’investigatore che ha conosciuto i luoghi dell’andaluso magnetico: Fuente Vaqueros dove Lorca era nato il 5 giugno 1898 e aveva strascorso la sua infanzia; Granada, la città dell’Alhambra, della cultura nazarì dove inizia i suoi studi; Madrid dove frequenta l’università e incontra nella Residencia de Estudiantes Salvador Dalí, il catalano, Luis Buñuel, l’aragonese e Pepín Bello, medico geniale, anch’egli aragonese; con i quattro, allora studenti, destinati a essere i protagonisti del mondo artistico mondiale, coltiva un’amicizia forte, intensa, fatta di incontri al caffé, di discussioni sul mondo dell’arte che stava cambiando i suoi canoni estetici, di progetti artistici e di travestimenti macabri e giocosi.

García Lorca con la sua personalità “dionisiaca e appassionata” nelle cui vene scorreva la grande tradizione gitana, amante del folclore, musicista esperto, amico di lunga data di Manuel De Falla, vive nelle trecento pagine di Morelli che ne rievoca la sua complessa personalità umana e artistica. Il libro è dedicato a Isabel García Lorca, la sorella minore del poeta e a Manuel Fernandez-Montesinos García, figlio di Concha, l’altra sorella del poeta, che ebbe il marito Manuel, sindaco di Granada, ucciso il 15 agosto. Alla sorella Isabel e a Manolo, che il professore ha conosciuto bene, Morelli lascia la parola alla fine del libro. Essi testimoniano la ferocia della Guerra Civile, la tragedia vissuta da don Federico García, il padre del poeta, da doña Vincenta, la madre, sua iniziatrice alla musica; da Francisco, il fratello diplomatico, tutti obbligati a lasciare la Spagna e esuli per molti anni.

Letture Bergamasche 2017: il libro “García Lorca” con Gabriele Morelli
Museo Cividini nella Antica Zecca – via Donizetti 18/a Bergamo alta
domenica 2 APRILE 2017 ore 11:00

Info: Pierantonio Volpini 0350932533 3931860566 3299681644
pierantonio@volpini.org

ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.

Dopo le letture è previsto un pranzo conviviale, a cura del gruppo “Mangia Con Me” della “Associazione Per Voi”, contributo euro 20 compresa tessera associativa, prenotazione obbligatoria, per partecipare al convivio o avere informazioni: mail a pierantonio@volpini.org o chiamateci allo 035 0932533 al 3931860566 al 3299681644

Aforismi nell’Arte

In questa galleria gli aforismi più intriganti che richiamano l’Arte ed il suo mondo:

“Siamo tutti scultori e pittori, e il nostro materiale è la nostra stessa carne, il nostro sangue, le nostre ossa.” Henry David Thoreau

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei.” Pablo Picasso

“Io sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni.” Vincent van Gogh

“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

“Non so disegnare, non so dipingere e non so scolpire. Le mie cose non le tocco proprio. È il vuoto che mi concentra e mi dà delle idee.” Maurizio Cattelan

“Renoir è un ragazzo senza alcun talento. Ditegli, per favore, di smettere di dipingere.” Edouard Manet

“Ciò che bisogna dipingere è dato dall’ispirazione, che è l’evento in cui il pensiero è la somiglianza stessa.” René Magritte

“Il fine della pittura non è quello di commuovere, ma piuttosto quello di rappresentare.” Alberto Sughi

“Chiunque si dedichi alla pittura dovrebbe iniziare tagliandosi la lingua.” – Henri Matisse

“Nel dipingere é difficile capire qual è il momento in cui l’imitazione della natura deve fermarsi. Un quadro non è un processo verbale. Quando si tratta di un paesaggio, amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci per andarvi a spasso.” – Auguste Renoir

Eva Hide

Scrive Ginevra Bria a proposito di Eva Hide in Dad is God: “L’innocenza ha due volti. Quando rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione ne rimaniamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere e rimanere nascosti, fuori dalla portata della consapevolezza, insabbiati nel non-sapere. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza, o tra natura e cultura, ma tra un approccio sistemico all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia inconscia di una figura dominante in declino: il padre, non più ambasciatore della realtà, ma normatore del categorico impulso a creare.

La vera questione è : a chi propriamente appartiene la norma del significato dell’arte ? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie del futuro ?

Nella pratica di Eva Hide, all’interno della personale che porta il titolo di un collage recente Dad is God, le tracce del passato, non essendo mai raggiungibili nella loro interezza, fanno sì che l’inevitabile moto verso di esse, un apparente volgersi all’indietro, generi un continuo ripensarle e costruirle, strutturando e inventando, in perpetua oscillazione, una vita, la propria vita, come costante progressione in avanti.

Il progetto Eva Hide, dichiarano Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia, ha avuto inizio nel 2013 ed è il frutto di un lungo ed estenuante percorso volto alla ricerca di una possibilità di dare forma e sostanza alle nostre proiezioni interiori. Opportunità che abbiamo trovato nella ceramica, materia che per un decennio abbiamo usato esclusivamente per dare continuità alla tradizione artigianale settecentesca della maiolica laertina e che solo successivamente, come durante un’illuminazione improvvisa, si è rivelata un mezzo artistico perfetto per mediare direttamente tra il mondo delle idee e quello tangibile, del Reale. Nel luogo in cui viviamo, per fortuna o per sfortuna, l’arte è una pratica estremamente solitaria, solipsistica, forse: non ci sono gallerie, critici, collezionisti o amici artisti. Non si è travolti dal fiume in piena di parole e azioni che spesso ne offuscano il significato. Amiamo con dedizione il lavoro di molti artisti del passato e di artisti contemporanei da cui traiamo spesso ispirazione, ma due dipinti in particolare: La crocifissione di Grünewald e i Sette vizi capitali di Otto Dix, visti alla Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, città in cui abbiamo vissuto per diverso tempo, sono stati per noi folgoranti, nel senso più mistico del termine. Questi due scenari hanno segnato profondamente, in modo irreversibile, il nostro sentire artistico e umano.

Per Eva Hide ogni risultante artistica si trasforma in protesi esterna, in estensione dell’apparato psichico, tale da permettere a quest’ultimo di inscrivere e così di delineare, reinventandole, le imprendibili tracce sensoriali-emotive di un passato composto da ferite in costante trasformazione. La deformazione, la devitalizzazione di Fontana (2017), ad esempio, si presenta divisa, come in un autoritratto, tra un sentimento di vuoto, di rinuncia, di mancanza di un’impronta nella propria identità sessuale, quasi costretta a farsi assente a se stessa e una capacità di evasione e di trascendenza, una sorta di tensione liberatoria verso uno spazioso universo di transustantazione e di immaginazione.

Nel trasporsi all’esterno, acquisendo una configurazione oggi abbordabile, avvicinabile da parte della consapevolezza e della riflessione, la ferita impressa dallo sguardo paterno diventa però anche materia da plasmare artisticamente, vale a dire da far evolvere sul suo stesso terreno, quello sensoriale ed emotivo (Dad is God collage, 2016). Lì, nell’interiorità esteriorizzatasi in opera d’arte, divenuta l’oggetto sensoriale ed emotivo che è il prodotto artistico sotto forma di presente ricordato, accade che il mancato riconoscimento dell’identità del figlio da parte del padre. Un mancato riconoscimento che è come un sole nero o una pupilla bianca e cieca (Hero, video, 2016), e che rende futile ogni cosa come un circo di melanconia, all’interno della quale si ritrova anche un nuovo sguardo, quello che il dominio sulla devastazione rende appunto possibile.

L’opera stessa infatti (come il collage Giuditta vittoriosa, 2017), grazie al contatto che offre con l’ambiente artistico, con i suoi esponenti, ma anche con un’intera tradizione di stili, di linguaggi, di persone, e grazie poi all’interiorità sensoriale ed emotiva che in essa si delinea e che si rende persino modificabile, è adesso un nuovo padre: un potente strumento di riflessione. Ovviamente, qui per riflessione bisogna intendere non solo una capacità di pensare e di ripensarsi, ma anche la possibilità di ricevere un nuovo riflesso, una nuova immagine di sé, da parte di uno schermo, di una lama o di uno specchio. O da parte, appunto, di uno sguardo che seziona e attraversa il tempo.

La ricerca dell’evento passato, ma non ancora sperimentato, si presenta in Dad is God sotto forma di ricerca di tale evento nel futuro (Wedding, 2017). Questo accade perché l’esperienza originale non può essere collocata nel passato finché lo sguardo di Eva Hide non riesca a inserirla oggi nella sua formulazione presente e nel controllo onnipotente. La coscienza primaria, infatti, come nella serie di Why Children Steal (2016), nasce dall’interazione dinamica tra memoria e percezione in atto. Questa interazione dinamica permette di ricategorizzare il presente alla luce del passato e di costruire in questo modo una scena percettiva coerente. Isole di divertita, delicata, leziosissima indecenza, lo sguardo individuale equivale in ogni suo istante a un paradossale presente ricordato: un passato infantilizzato che può esistere e definirsi soltanto nella reinvenzione che si plasma all’interno dell’attimo presente.

In questa mostra personale, cercando all’indietro quel che proprio lì sempre sfugge, perché costituito da tracce magmatiche, come ricorda la superficie esondata della maiolica, da vissuti essenzialmente corporei di natura sensoriale ed emotiva, lo spettatore assimila e ricategorizza alcuni vissuti alla luce e nella forma dell’esperienza presente, ricostruendo ogni volta il passato come realtà antica e tuttavia inevitabilmente nuova.

Ma quale duttilità, quale capacità plastica concede, ed è insita nella maiolica rispetto altri materiali scultorei? La ceramica materia primordiale, rispondono Eva Hide, per eccellenza, imperitura e fragile allo stesso tempo, nella sua dimensione umanista di arte fatta con la terra ha nella sua lavorazione qualcosa di magico e di alchemico. L’argilla, offre una morbidezza e immediatezza plastica difficile da riscontrare in altri materiali. La lavorazione della maiolica, uguale da secoli, nei suoi passaggi fondamentali ha in sé un aspetto che ci intriga, ed è l’impossibilità di avere ripensamenti nelle fasi successive alla modellazione. La creazione di una scultura in maiolica ha molto in comune con una messa in scena di una rappresentazione teatrale, deve essere buona la prima, senza possibilità di appello, altrimenti tutto il lavoro è compromesso. Un aspetto che ci piace sottolineare del nostro lavoro è la lucida volontà di non perdersi mai nei meandri dei tecnicismi virtuosistici praticabili nell’ambito ceramico e rimanere fedeli alla dimensione umana sopra citata.

La maiolica, un tempo considerata decorativa e leziosa, ben si adatta a conferire una tridimensionalità sardonica al faceto, alla lucidità dell’osceno, attraendo lo sguardo. La maiolica dipinta ci consente, inoltre, di perpetrare l’inganno dato dai colori rassicuranti e dalla familiarità del materiale, rispetto alla tragicità dei temi usati.

Il passato non può quindi essere concepito come memoria statica, come fotografia riposta in un archivio e lì esistente, bensì come creazione di un senso assente, vera invenzione di un senso rimasto, come si usa dire, in sofferenza.

L’identità umana rappresentata da Eva Hide rifugge la percezione della mancanza e del vuoto, condizioni immanenti all’esistenza. Perciò solitamente, e in maniera difensiva, l’identità rifugge i vissuti di mancanza e compone una propria posizione di stabilità: una statica coerenza di se stessi e degli oggetti esterni. Tuttavia un’identità più autentica si fonda sul contatto consapevole con la mancanza, con il vuoto interno. Ogni artista, attraverso la propria pratica può ripudiare la falsa identità di provenienza paterna, difensivamente rigida e stabile, per lanciarsi alla ricerca di una nuova identità, di per sé sempre mancante e in fondo sofferente, ma per questo motivo anche feconda e propulsiva.

Inoltre, la poetica dell’anonimato, di Eva Hide ribalta la ferita nel suo contrario, vale a dire in una recuperata autoaffermatività: in una sorta di aggressività mediata, non piena e diretta ma pur sempre vivibile, parzialmente conquistata. Lo pseudonimo assimila l’accettazione creativa del vuoto e della depressione, e di una fondamentale carenza nella sfera pulsionale paterno-virile. Grazie a questa accettazione la passività e l’immobilità, anzi la loro spinta a esprimere solo per vie traverse l’identità, diventano l’unica possibile fonte di un’identità più vera, in costante e mai conclusa costruzione. Un’identità che si dipana perciò nel presente sempre nuovo di un passato che ricrea e che trasforma le sue tracce più ferite e dolenti.

Attraversando Dad is God, necessitiamo della banalità che troviamo nel momento iniziale dello svelamento, perché essa si radica e ci rinsalda alla realtà. La contingenza promettendoci il familiare, il proverbiale meccanismo del sesso, offre allo stesso tempo, la possibilità della soggettività condivisa del sesso. La perdita di mistero avviene nello stesso momento in cui ci vengono offerti i mezzi per dar vita ad un mistero condiviso. A questo punto si può comprendere la difficoltà di creare un’immagine statica del denudamento sessuale (Veronica, 2017). Nell’esperienza sessuale vissuta, il denudamento è un processo, piuttosto che uno stato. Se si isola un istante di questo movimento, la sua immagine apparirà banale, invece di fare da ponte tra due intensi stati dell’immaginazione, e potrebbe risultare fredda. Questa è una delle ragioni per cui, i corpi nudi di Eva Hide contengono tempo ed esperienza del tempo. Il loro corpo restituito alla molteplicità ci sfida non come una visione improvvisa, ma come esperienza, l’esperienza degli artisti. Ogni immagine viene rimodellata dalla personalità dei due artisti. La coerenza di quel che i corpi permettono di vedere non è più intrinsecamente connessa ai corpi, al loro cortocircuitare, ma segue lo sguardo delle mani che li hanno disposti. Questo sguardo consente alla metà inferiore e alla metà superiore dei corpi di vivere separatamente, talvolta in direzioni opposte, attorno al fulcro sessuale che è celato: il torso verso destra e le gambe verso sinistra, oppure il contrario. A parte la necessità di trascendere il singolo istante e di ammettere la soggettività, vi è un altro elemento essenziale: ad ogni grande rappresentazione sessuale della nudità. L’elemento della banalità deve essere manifesto ma non freddo, questo l’elemento che distingue il voyeur dall’amante. Qui tale banalità andrà rinvenuta nella coazione di Eva Hide a comporre la grassa pastosità della carne che di continuo rompe ogni ideale convenzione di forma e di continuo offre la promessa della sua straordinaria particolarità.

Il genere deframmentato dei corpi che in Eva Hide viene ricostruito all’estremo, con eccesso di scrupolo, in realtà sottolinea l’incapacità di codificare un gender. Le definizioni di genere sono solo un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità, ma la grande accumulazione di teorie che si sono avvicendate sulla questione è la prova che la realtà non è ferma, si sposta continuamente cambiando i suoi scenari e rendendo praticamente nulle molte certezze in merito. I concetti di maschilità e femminilità sono concetti relativi e dinamici. Dato che pensare con certezza è impossibile, potremmo quindi provare a pensare insieme all’errore invece che escluderlo, consapevoli che possiamo sbagliare. In assenza di riscontri oggettivi, possiamo affidarci al criterio delle probabilità, evitando di bloccare la realtà in un pensiero. Affidandoci allo scorrere delle cose e generando momenti di finzione, possiamo trovare la libertà di far fluire la realtà verso l’esplorazione della mente e accogliere nuove definizioni.

Il corpo non è mai incluso interamente nella vostra pratica compositiva, ma si trova ridistribuito per parti essenziali, per parti narrative. Che cosa significa incarnare, lavorare e poi disincantare l’uomo attraverso la sua fisicità ? Noi non possiamo prescindere dal pesante fardello iconografico dell’arte italiana antica onnipresente in chiese e musei, dai fiumi straripanti di corpi nudi e di madonne che allattano, di molteplici Susanna che si mostrano, di tanti Adamo, Eva, santi con atteggiamenti erotici e martiri dilaniati. Tutto questo, mescolato al costante flusso di immagini della realtà quotidiana, da origine alle nostre narrazioni. Il nostro è un regno di morti e di fantasmi, di allucinazioni impregnate di polvere e di un tempo che non si muove mai; è un inno trionfale alla condizione miserabile dell’ uomo. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Tutto viene distrutto e tutto viene ricostruito.

Quindi il prodotto artistico di Eva Hide, insieme al processo che ripetutamente lo lavora (come in Kiss me, 2017) e lo compone, agisce elettivamente, quale organizzatore esterno: un vero contenitore che per effetto di una materializzazione proiettiva, e grazie alla natura sensoriale ed emotiva di quest’ultima, accoglie elementi psichici non integrati, spesso di natura enfatica e prevalentemente anch’essi di natura sensoriale ed emotiva.

Infatti il processo creativo, in qualunque modo si compia, in veste di collage, di pittura, di video e di scultura è costituito da tre componenti: gli elementi riversati all’esterno, il processo insieme gestuale e intellettivo che opera questa materializzazione, e infine il risultato, il prodotto artistico. E poiché le tre componenti, nel percorso di Dad is God, possiedono tutte una qualità eminentemente sensoriale ed emotiva, questa rende il processo un tutto unico, uno snodo nel quale il passato più sfuggente, inscritto nell’originariamente inconscio in forma corporeo-affettiva, ottiene una riformulazione presente, la sola possibile e realmente esistente, incarnata nella malizia di My Dad Loves Me (2017).
Questo gruppo scultoreo può mostrarsi nella reiterazione di uno scenario bloccato, pur sempre poco definito e informe, soffocato e contratto, costituendosi anche come semplice riformulazione di un sintomo preesistente, di un peccato commesso a scapito dell’innocenza, sebbene adesso collocato e distanziato, nella sua interpretazione, all’esterno; oppure potrà essere riletto come uno scenario in costante e dolorosa evoluzione, sempre lo stesso e tuttavia ogni volta diverso, strutturalmente lontano dall’informità bloccata di una colpa.

In Dad is God, l’unione delle due componenti, attiva e passiva, terrena e celeste, orizzontale e verticale è il frutto dell’arte di Eva Hide, riduttore di frattura esterno, luogo di inscrizione di un sogno che è sembrato vero, che permette alle sfuggenti tracce sensoriali-affettive, soprattutto alle più pungenti, le più nascoste, non solo di delinearsi ma di reinventarsi in modo trasformativo. Il supporto esterno offerto dai materiali sensoriali e affettivi come la ceramica e la carta agisce come vero e proprio prolungamento dell’apparato psichico di Eva Hide, sovvertitore di ogni norma imposta, patriarcale perché manipolabile, da un lato, con consapevolezza e riflessione, e dall’altro lato con la più intima partecipazione corporeo-affettiva. Inoltre tale supporto, pur di per sé solipsistico perché auto-gestito, consente tuttavia un rinnovato contatto con la realtà esterna, anzi un fermo inserimento in essa, e quindi in parallelo il già detto fecondo legame con corrispondenti metamorfosi psicologiche interne.” – Testo Critico di Ginevra Bria

Eva Hide. Dad is God
dall’8 aprile al 24 giugno 2017

Traffic Gallery
via San Tomaso 92
Bergamo
+39 035 060 2882
info@trafficgallery.org
www.trafficgallery.org

Basquiat.New York City

Con una esposizione dal titolo ‘Basquiat.New York City‘ il Chiostro del Bramante di Roma omaggia Jean-Michel Basquiat dal 24 marzo al 2 luglio.

BasquiatLa mostra assiema opere provenienti dalla collezione Mugrabi: Cento lavori, tra olii, disegni, serigrafie, ceramiche e collabrazioni con Andy Warhol, realizzati tra il 1981 ed il 1987.

Esattamente gli anni più cruciali nella produzione dell’artista, quelli del ‘tratto materico’, della visceralità, dell’orgoglio per le radici afro-americane.

A testimoniarlo i lavori in esposizione, a partire dai graffiti, grandi ‘tele bianche’ rappresentate dai muri della grande mela, che lo resero popolare nella cultura della metropoli americana degli anni ottanta.

da equilibriarte.net

Paolo Minoli

Paolo Minoli nasce nel 1942 a Cantù (Co). Frequenta, in giovanissima età, la casa del pittore Enrico Sottili e, da studente, lo studio dello scultore Gaetano Negri. Si diploma nel 1961 all’Istituto Statale d’Arte di Cantù, dove insegna dal 1964 al 1978.
 
Paolo MinoliDal 1977 al 1978 fa parte del gruppo di ricerca “L’interrogazione sistematica” con Nato Frascà e Antonio Scaccabarozzi. Dal 1979, all’Accademia di Belle Arti di Brera in Milano è docente del corso speciale di “Cromatologia” e collabora, in qualità di consulente, con aziende per l’applicazione di soluzioni cromatiche nella produzione industriale. È stato direttore artistico della collana d’arte pubblicata dalle edizioni “RS” di Como (1975-1986) e, dal 1986 al 1989, del laboratorio serigrafico “On Color” di Cantù, in collaborazione con diversi artisti, fra i quali Mario Radice, Carla Badiali, Aldo Galli, Bruno Munari, Luigi Veronesi, Max Huber, Piero Dorazio e Mario Nigro.
 
Nel 1982 è invitato alla “XL Biennale Internazionale d’arte” di Venezia, dove è nuovamente presente nel 1986. Realizza per la “Plaz” a Saulgau, nel 1992, una scultura d’acciaio di 8 metri d’altezza intitolata “Nelle ali del vento”. Nel 1994 è collocata presso il parco del Museum Bertholdsburg a Schleusingen la scultura in acciaio di 7 metri di altezza “Nelle ali del canto”. Nel 1997 è collocata, sul lato nord della rocca dei Musei Civici di Riva del Garda, la scultura “Ballerina” in acciaio di 9 metri di altezza e 5×2 di base.
 
Nel 1998 è presente alla mostra “Arte Italiana. Ultimi quarant’anni. Pittura aniconica” alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Nel 1999 è invitato alla “XIII Quadriennale d’arte” di Roma e nello stesso anno è installata, permanentemente, nel “Parco della scultura” di Viadana (Mn) la scultura “Storie di Scena”. Nell’ambito di un intervento di riqualificazione urbanistica per la Piazza Volta a Como, nel 2001, è collocata, nel centro della fontana progettata dall’architetto Mario Di Salvo, una scultura, “Stele”, in acciaio di 4,40 metri d’altezza.
 
Per iniziativa di Paolo Minoli, scomparso il 20 dicembre 2004, è stata costituita Casaperlarte Fondazione Paolo Minoli con sede a Cantù, finalizzata alla promozione dell’arte contemporanea nelle sue diverse espressioni.
 
Il 23 dicembre 2004, pochi giorni dopo la sua scomparsa, è inaugurata a Cantù “Asteria… tra le pieghe del vento e la porta delle stelle”, una scultura monumentale in acciaio corten alta 5,30 metri, collocata all’ingresso della città sul Rondò Bersagliere. Nel dicembre 2014 la città di Como ha organizzato, in collaborazione con la fondazione, la mostra personale “Paolo Minoli. Itinerari tra arte e scienza” presso la Pinacoteca Civica ripercorrendo in modo agile, ma esaustivo, tutto il suo percorso creativo. Nello stesso mese l’Accademia di Belle Arti di Brera ha organizzato una giornata convegno dal titolo “Paolo Minoli. Metodo e sperimentazione”. Nel 2015 il Comune di Cantù, presso Villa Calvi, ha reso omaggio all’attenzione che Paolo Minoli ha sempre riservato ad amici, maestri e colleghi con l’esposizione di una parte dei lavori serigrafici.
 
Nel 2016 Il Museo di Lissone ha selezionato un’opera di Paolo Minoli per la mostra collettiva dedicata al Premio Lissone. Nel 2017 la Galleria Giovanni Bonelli di Milano ha presentato la personale “Paolo Minoli. Metrica colore musica”, a cura di Carlo Pirovano e Riccardo Zelatore.

Vento e follia

VENTO E FOLLIA è il secondo appuntamento di NEVERENDINGPHOTOMASTERCLASS , un progetto che si sviluppa in luoghi diversi, tutti legati a grandi temi della contemporaneità.

locandina webNel corso dell’organizzazione del workshop Vento e Follia a Volterra, mi sono reso conto che questo luogo carismatico e ricco di storia umana suscita un interesse sempre più crescente, e merita un’attenzione e un approfondimento che comportano una maggior complessità di produzione.
Vorrei quindi arricchire il master e coinvolgere storie e persone locali per permettere che le fotografie che verranno realizzate diventino una vera memoria storica.
Per questa ragione il Masterclass Vento e Follia verrà posticipato al 22/23 Aprile 2017. Vi aspetto con entusiasmo”. Oliviero Toscani

VENTO E FOLLIA indaga, attraverso l’immagine, la profonda relazione tra la psiche umana e le condizioni fisico-ambientali proprie del luogo.

Il Workshop, full immersion di due giorni, è articolato in:
– lectures
– shooting fotografico
– lettura portfolio
– discussione lavori
– dibattito

La fotografia ha un carattere ossessivo, caratteriale, estatico e narcisistico, è un’attività solitaria. L’immagine fotografica è discontinua, puntuale, imprevedibile, irreparabile, come lo stato delle cose a un momento dato.

L’oggetto o il soggetto deve essere fissato, guardato intensamente, e immobilizzato dallo sguardo, non è lui che deve posare, è il fotografo che deve trattenere il suo respiro per fare il vuoto nel tempo e nel corpo.” Oliviero Toscani

Per ulteriori informazioni visita il sito masterclass.toscani.com

Van Gogh. Tra il grano e il cielo.

Una mostra monografica dedicata a Vincent Van Gogh, con oltre 120 sue opere tra dipinti e disegni, dal 7 ottobre all’8 aprile 2018 negli spazi della Basilica Palladiana: è il sunto dell’accordo chiuso dal Comune di Vicenza con Marco Goldin e Linea d’ombra, che segna il ritorno del curatore nel capoluogo berico dopo le tre rassegne curate tra il 2012 e il 2015.

Basilica Palladiana

La mostra sarà intitolata “Van Gogh. Tra il grano e il cielo” e avrà un taglio molto particolare, utile a ripercorrere in modo inedito l’intera vita del genio olandese.

I contenuti non solo della mostra ma dell’intero, e molto ampio, progetto culturale dedicato a Van Gogh verranno raccontati in anteprima sabato 18 marzo, alle ore 11, nel ridotto del Teatro Comunale di Vicenza. (ANSA)

Mia E Göransson

Scrive Antonio Grulli : “Gli organismi che popolano i paesaggi di Mia E Göransson possono ricordare le forme della natura frammentata e ricomposta, una New Nature che svela e nasconde allo stesso tempo le strutture geometriche sottese alle leggi naturali, quelle linee, vortici, traiettorie che le piante seguono nel loro sviluppo, nelle fasi della crescita, secondo rapporti armonici invisibili ed eterni.

Mia E Göransson, Next to Nature, still life 2016, porcellana, alluminioL’uso del colore e l’applicazione di geometrie più o meno irregolari porta all’astrazione, interesse sempre più manifesto nei lavori dell’artista. Alcuni dei suoi oggetti potrebbero essere caduti fuori da un quadro di Kandinsky, si potrebbe ricondurre alla semplicità del cerchio, del triangolo e del quadrato, ma qualcosa li complica, li arricchisce, si intromette nella banalità del normale e scopre un divertito gusto nel creare, nel liberare le forme e dar vita a oggetti inconsueti.

Nelle installazioni più complesse, disposte su piani diversi e sotto teche trasparenti, compaiono oggetti così insoliti da sorprendere e incuriosire a ogni nuovo sguardo. Mia E Göransson è in questo senso una visionaria, una sognatrice, che ammicca a un design ludico, le sue opere potrebbero essere giochi per bambini o modellini di enigmatiche città del futuro. Compiendo un lavoro di astrazione della natura circostante, l’artista arriva a realizzare una nuova natura decostruita, concreta, solida, oggettuale.

La mostra che da martedì 28 marzo Officine Saffi inaugura (la prima in Italia) offre un viaggio negli affascinanti ecosistemi dell’artista – rocce, piante grasse, piccoli pianeti, architetture metafisiche dai colori curiosi. Dallo scontro tra la morbida organicità della vita e il rigore della geometria nascono dei piccoli teatri aperti sul mondo.”

Mia E Göransson
OFFICINE SAFFI
Milano – dal 28 marzo al 10 maggio 2017
Via Aurelio Saffi 7 (20123)
info@officinesaffi.com
www.officinesaffi.com

Officine Saffi è un centro specializzato nella ceramica contemporanea. Il progetto comprende la Galleria dedicata all’arte ceramica con mostre di artisti contemporanei e maestri del passato. Il Laboratorio dove sono organizzati corsi e workshop, oltre a produzioni di artisti e designer, le Residenze d’artista e la Casa Editrice che pubblica la rivista trimestrale specializzata La Ceramica in Italia e nel mondo (www.laceramicainitalia.com) e cataloghi d’arte. Infine, completa il progetto, il concorso internazionale Open to Art, dedicato alla Ceramica contemporanea d’Arte e di Design.

Noa Noa Art Residency

Noa Noa Art Residency è un progetto di residenza artistica a Bali, finalizzato ad ospitare artisti internazionali nelle migliori condizioni per poter sviluppare la loro creatività in un ambiente immerso nella natura, alla scoperta dell’Oriente Indonesiano.

Noa Noa Art Residency si ispira a alla figura di Paul Gauguin. “Noa Noa” ricorda, infatti, il titolo del diario di viaggio dell’artista che ben sintetizza la filosofia della residenza. «Sono fuggito – scrive Gauguin – da tutto ciò che è artificiale e convenzionale. Qui entro nella Verità, divento un tutt’uno con la natura».

Il bando è aperto a tutti gli artisti e agli studenti delle Accademie d’Arte, senza limiti di età e nazionalità, purché dimostrino una significativa competenza nella propria disciplina (pittura, disegno ed illustrazione, installazione, fotografia, video art, digital art) e accettino le condizioni indicate nell’application on line: http://noanoaartresidency.com/apply-now/.

Le iscrizioni sono aperte fino al 30 aprile 2017. I candidati dovranno accompagnare l’iscrizione con cinque opere della loro produzione. Tutte le domande ricevute entro il termine indicato nel bando saranno esaminate da una giuria di professionisti del settore che decreterà i cinque vincitori.

La commissione giudicatrice è composta da Martina Corbetta (Presidente), Roberto Pisoni (Direttore di Sky Arte), Rossella Farinotti (Curatore e critico d’arte, titolare di LabRouge), Matteo Bergamini (Giornalista di Exibart).

I cinque artisti selezionati saranno ospitati dal 1 al 17 luglio 2017 in una esclusiva residenza a Bali (Seminyak), dove potranno lavorare utilizzando strutture e materiali forniti dall’organizzazione stessa.
Noa Noa Art Residency, oltre all’ospitalità e allo studio, offre un programma finalizzato all’interazione con artisti locali ed incoraggia l’esplorazione, la ricerca e la creatività con “Artist’s Pocket Diary”, un percorso che comprende l’assistenza al lavoro in studio, escursioni culturali, meeting e laboratori con artisti del territorio.

Al termine della residenza saranno organizzate due mostre: la prima in una galleria di Bali, la seconda in Italia, da Martina’s Gallery (Monza Brianza), entro dicembre 2017.

Per maggiori informazioni sulle modalità e la quota di iscrizione è possibile visitare il sito http://noanoaartresidency.com/ . Whatsapp: + 39 339 200 5291, info@noanoaartresidency.com, Instagram: @noanoa.art.residency,

Facebook: www.facebook.com/noanoaartresidency/.

 

Segnalato da CSArt di Chiara Serri, Via Emilia Santo Stefano 54, 42121 Reggio Emilia

Don Marco Melzi

Marco Melzi nasce a Milano il 14 settembre del 1918. Cresce nella fede cristiana cattolica a partire dalla numerosa famiglia inserita nella realtà della parrocchia di San Gregorio a Milano.
 
Don Marco MelziDal padre, ebanista, prende la passione per la lavorazione dei materiali, in particolare il legno e metalli. Si diploma come maestro elementare e dal 1936 al 1939 insegna presso le scuole elementari. Dal 1939 inizia il suo servizio militare partecipando alle operazioni militari prima sul fronte francese e nel 1941, come sottotenente dell’VIII Fanteria, nella campagna di Albania e di Grecia durante la quale gli viene assegnata la medaglia al valore sul campo che viene da lui rifiutata perché non era stata concessa anche ai suoi subalterni. Catturato dai tedeschi nel 1943 e internato come spia in un lager in Westfalia, ha occasione di incontrare Giuseppe Lazzati, futuro rettore dell’Università Cattolica di Milano, e lo scrittore Giovanni Guareschi. In questi anni di guerra e di prigionia rinsalda il carattere e matura la vocazione al sacerdozio e all’arte, vista come strumento di evangelizzazione. Scampato a più di una fucilazione viene liberato ad Amburgo dagli inglesi nel 1945 ricevendo il congedo.
 
Testa di Gesù con barba Terracotta grezza Bozzetto scultoreo bassorilievo cm 26x17x14Ritornato in Italia riprende ad insegnare nella scuola elementare di Inzago fino al 1947 anno in cui decide di frequentare il seminario teologico di Venegono Inferiore. Ordinato sacerdote il 3 giugno del 1950 entra a far parte della Famiglia Beato Angelico dove conclude il noviziato il 6 agosto del 1951. Dopo la maturità artistica, si iscrive all’Accademia di Brera nella quale è allievo di Francesco Messina, il cui assistente è Enrico Manfrini, e della storica dell’arte Eva Tea con cui collaborerà in seguito per la rivista Arte Cristiana. Stringe, inoltre, amicizia con artisti come Giacomo Manzù, Luciano Minguzzi e Marino Marini.
 
Tra il 1951 e 1958 insegna Storia dell’arte ai seminaristi liceali di Venegono Inferiore. Dal 1961 don Marco è il principale interlocutore tra la Scuola Beato Angelico e l’architetto Gio Ponti in occasione della progettazione e realizzazione della chiesa parrocchiale di San Francesco al Fopponino, della concattedrale di Taranto e della chiesa del nuovo ospedale San Carlo di Milano. La stima e l’amicizia che lega i due porta Gio Ponti a realizzare per don Marco una serie di biglietti di auguri disegnati e colorati a pennarello che il sacerdote conserva nel suo studio.
 
Dal 1982 al 1985 è direttore della Fondazione di Culto, Scuola Beato Angelico e redige definitivamente il Codice Fondamentale della Famiglia religiosa eretta dall’arcivescovo Carlo Maria Martini, che nel 1984 consacra l’altare marmoreo, realizzato da don Marco, per la chiesa della Scuola.
Agli studenti del Liceo Artistico insegna religione, storia dell’arte e le materie delle discipline specifiche. Grazie al suo grado militare insegna anche educazione fisica. Nel successivo Istituto d’Arte si dedica all’insegnamento di disegno e scultura fino al 1997. E’ educatore dei giovani e loro assistente spirituale. Il suo intenso lavoro nell’attrezzatissimo laboratorio di scultura non gli ha mai impedito di riservare uno spazio all’inginocchiatoio e alla stola, sempre pronti all’uso.
 
L’attività artistica copre circa sessant’anni della sua vita, dagli anni cinquanta fino al 2011. Nella città di Milano, presso la sua comunità religiosa, termina la sua vita terrena per rinascere al cielo il 21 settembre 2013 alle ore 21.45.Milano, gennaio 2017MARCO MELZI. Sacerdote, scultore e docente
Milano, Complesso Museale “Chiostri di Sant’Eustorgio” (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3)
23 febbraio – 26 marzo 2017

Orari: da martedì a domenica, dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (la biglietteria chiude alle ore 17.30)
Biglietti (Mostra + Museo Diocesano + Museo di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari):
Intero: € 6,00; Ridotto individuale: € 4,00; Ridotto gruppi adulti (parrocchie incluse, almeno 15 persone): € 4,00; Ridotto scuole e oratori: € 3,00.

Informazioni: tel. 02.89420019;

info.biglietteria@museodiocesano.it

Michele Agostinelli

Michele Agostinelli è nato a Tempio Pausania nel 1948. Dal 1964 vive ed opera a Bari.

Ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte presso il Liceo Scientifico “Edoardo Amaldi “ di Bitetto. La sua ricerca estetica lo ha condotto per vari itinerari articolati tra la poetica grafico-pittorica e gli interventi sul campo quale operatore culturale.

Ha diretto le Gallerie d’arte “Effe Elle 24”, “Studio 5”, “Palazzo Scarli”; ha coordinato il gruppo “Mediterraneo Incontri-Ego Es”. Col gruppo artistico La Fenice ha realizzato la performance itinerante “… Della morte distrutta?”.

Nel 1977 a Bari, presso l’Istituto Statale d’Arte ha condotto il 2° Seminario di tecniche calcografiche. Nel 1978 a Taranto ha diretto il 4° corso di grafica presso il Circolo Italsider. Nel 1979 ha fondato il centro di ricerche estetiche “Ego-Es”.

Iscritto all’Associazione Incisori Pugliesi, tiene attualmente corsi di grafica e fotografia, organizza esperienze di performances. Dal 1980 ha esteso la sua ricerca alle tecniche della comunicazione ed all’indagine sul territorio attraverso l’immagine fotografica. Nel 1989 ha collaborato con insonorizzazione e computer grafica alla realizzazione di Video Arte per l’artista Mimmo Avellis.

Ha ideato e condotto per l’emittente televisiva T.R.A. le trasmissioni “Dalla scuola x la scuola” e “Istantanea” (profili artistici su Michele Campione, Franco Cassano, Bruno Del Monaco, Enzo De Sario, Tommaso Di Ciaula, Vito Matera, Vito Maurogiovanni, Adriana Notte, Lino Sivilli).

Per la Casa di Produzione televisiva VARS ha ideato e condotto il programma “Paesando” trasmesso in 14 puntate da emittenti Sud-americane.Dal 1996 ha organizzato sul territorio manifestazioni artistico-culturali-multimediali itineranti (Il carro del tempo nel tempo del carro; Gli strumenti della scrittura; Suggestioni d’Oriente; Il modellismo). Nel 1999 ha creato lo spazio espositivo “Palazzo Scarli” (Modugno)Sue opere sono state acquistate dai Reali del Belgio.

Per la regia di operazioni artistiche nel mondo della scuola è stato premiato dal regista Sergio Leone e dal Premio Nobel Rita Levi Montalcini (I° Premio Naziona- le).

Dal 2001 è Direttore Artistico della manifestazione culturale “Pro Agricultura” di Bitetto. Dal 2014 è componente della Consulta della Cultura del Comune di Bitetto.

Migrations

Mostra personale di Vincenzo Pennacchi dal 18 febbraio al 26 marzo 2017 presso ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA di Latina, a cura di Italo Bergantini e Gaia Conti.

Migration_invitoScrive Gaia Conti : “Per caso è difficile che qualcosa si realizzi. Un’occhiata alla personale di Vincenzo Pennacchi alla Romberg di Latina per rendersene conto. Le pareti della galleria raccolgono la summa di molti anni di lavoro in cui carne, spirito, ironia, colore, passione, materia si sono avvicendati a creare un percorso artistico unico nel suo genere. Opere già adulte si sposano felicemente con nasciture creazioni realizzate ad hoc in un allestimento che predilige il caos senza essere inerme confusione. “Migrations” è un’antologia visiva che racconta di piccoli e grandi spostamenti e di un flusso inesausto di pensieri.

Ironico, ma capace di permeare nel profondo lo spirito umano, Pennacchi coglie nel segno con questi suoi vagabondaggi suddivisi fisicamente in quattro momenti apparenti. Alla sinistra compare in tutta la sua imponenza l’opera che più di tutte racchiude ogni aspetto della sua espressione pittorica e installativa. Tridimensionalmente drammatica è un corpo animale, una bestia fiera, intrisa della carne lacerata dal tessuto dei tempi. Freatica, come una falda di acqua sotterranea che attraversa la superficie terrestre. Inerme, come creatura condannata al macello. Migra, lei. Si sposta. Altèra. Migra lui, il viandante, l’artista in viaggio costante con il suo universo.

L’impatto centrale è con una costellazione di piccoli mondi incorniciati. Vincenzo è anche questo, un gran narratore di miti e leggende, di argonauti, avventure, di favole che spesso non hanno né capo né coda. “C’era una volta..” si legge all’avvio delle fiabe. Forse no, non c’era, una volta, non c’è mai stata e non ci sarà. Colori di una realtà vissuta in una surreale destinazione si diluiscono, materici e lievi e pesanti come le nostre esperienze. La vertigine è lo stordimento, la sfida.
Riparte, mai si ferma perché non può, il percorso è la sua droga. Imbocca la strada dell’universo sconosciuto, verso le stelle luminose consigliere.

E un tuffo immersivo nella parete alla destra dove s’invola in alto nello spirito tra corpi celesti e celestiali. “Immortal forma venne angel di pietà [..] sol questo m’arde e questo m’innamora [..] c’amor in cui virtù (dimora)” – vergate in nero sul bianco del muro, parole dello scultore Michelangelo Buonarroti lo riportano a trovar un posto sicuro dove sostare, l’amata domus che come nave veleggiante è feticcio ricorrente. Il movimento è un guizzo di follia stratificato, come sono molto spesso i ricordi: pallide chiazze di vivida verità. E siamo già qui, al quarto rintocco, quando sullo schermo si rincorrono immagini di sentieri battuti. Migrare è pur sempre un atto di coraggio, è andare, tornare chissà, è ripensare il significato delle cose. È un atto contemporaneo e attuale, un valore umano e un istinto animale.

Il viandante ha svuotato una valigia piena di ciò che possiede – un’arte in grado di raccontare di sé stessa e degli altri senza troppi tecnicismi, di incuriosire, emozionare, di far riflettere, un’arte primitiva e contemporanea, un’arte di questo e di altri mondi ancora da scoprire. Un racconto magico e misterioso, da ascoltare e osservare senza preconcetti nello spazio della galleria. Tutti abbiamo cuore, gambe e testa, e se, incuriositi, vi trovate nelle vicinanze, passate di qui, per caso.” (Testo di Gaia Conti)

Vincenzo Pennacchi – Migrations
ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA
Latina – dal 18 febbraio al 26 marzo 2017
Viale Le Corbusier (04100)
+39 0773604788 , +39 0773690053
artecontemporanea@romberg.it
www.romberg.it