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Misurazioni

Come scrive Lorenzo Bruni nel testo per il catalogo che sarà pubblicato appositamente per l’occasione: “La ricerca di Eliseo Mattiacci può apparire ad uno sguardo superficiale come divisa in maniera netta tra le opere gestuali in dialogo con il corpo personale e sociale, con cui ha contribuito al dibattito dell’Arte Povera negli anni sessanta, e il periodo delle sculture dal tema cosmologico che formalizza dagli anni Novanta portando il dibattito attorno alla strategia dell’arte ambientale a soluzioni inaspettate. In realtà il percorso dell’artista si è sviluppato in maniera costante e coerente sempre all’insegna della domanda: quale è il ruolo che lo scultore può ricoprire nella riformulazione dell’etica culturale in una società in evoluzione e sempre più “liquida”? Tale questione concettuale, più che formale, lo ha portato a realizzare interventi che possono essere considerati in quanto tracce personali o istruzioni collettive della misurazione dell’attorno sia di quello visibile che invisibile”.

Inoltre il curatore intende evidenziare che “le sue installazioni esplorano da sempre i limiti e le potenzialità dello spazio architettonico e di quello naturale, delle strutture in ferro e delle tensioni magnetiche per puntare alla riformulazione dell’arte e della società con cui raggiungere un grado maggiore di consapevolezza del dialogo/confronto tra “io” e “mondo” e viceversa. Infatti, per lui visualizzare il cosmo come il corpo in quanto “presenze” è il passaggio necessario per dare concretezza e specificità all’entità che unifica e divide tutto: il tempo. Solo in questo modo può creare un meccanismo aperto con cui poter ripensare la posizione attiva dell’osservatore/artista su un piano differente che non sia semplicemente quello di voler ridurre tutto a una relazione di causa ed effetto, ma neanche di accettare l’impossibilità di spiegare i fenomeni che lo circonda”.

L’orizzonte fisico e mentale, denso e delicato, che emerge dal percorrere opera dopo opera la mostra Misurazioni permette – conclude Bruni – di comprendere appieno la ricerca di Eliseo Mattiacci in quanto indagine e stimolazione dell’interazione che può esistere tra osservatore e paesaggio. Paesaggio, però, inteso come il risultato della negoziazione tra le coppie di opposti di: visibile e invisibile, architettonico e cosmologico, privato e collettivo”.

 

Eliseo Mattiacci – Misurazioni

a cura di Lorenzo Bruni

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.

Galleria Poggiali, Via della Scala, 35/A-29/Ar e Via Benedetta 3r, Firenze

 

Dal 31 ottobre 2017 al 24 febbraio 2018

aperta dal martedì al sabato ore 9-13 e 15-19; ingresso libero.

www.galleriapoggiali.com

info@galleriapoggiali.com

tel. 0039 055287748

Oliviero Toscani

Nato a Milano nel 1942, figlio di Fedele Toscani – primo fotoreporter del “Corriere della Sera” – Oliviero Toscani studia fotografia e grafica alla Kunstgewerbeschule di Zurigo dal 1961 al 1965 con grandi maestri del moderno, fra cui Walter Binder, Serge Stauffer e Siegfried Zingg.

Foto di Stefano Beggiato
Elaborazione grafica (non autorizzata) di ellebi da foto di Stefano Beggiato

Rientrato a Milano, lavora come indipendente per La Rinascente e per le maggiori testate internazionali, fra cui “Elle”, “Vogue”, “GQ”, “Harper’s Bazaar”, “Esquire”, “Stern” e “Libération”.

Toscani ha ideato famose campagne pubblicitarie per marchi e aziende a livello internazionale, come Esprit, Chanel, Fiorucci, Prénatal, Jesus Jeans, Valentino, Inter, Snai, Toyota, Ministero italiano del Lavoro, Artemide, Ministero italiano dell’Ambiente e della Salute, Croce Rossa Italiana, Regione Calabria, Fondazione Umberto Veronesi, Biennale di Venezia, Federazione dell’industria orologiera svizzera, Resort Collina d’oro e moltissimi altri, fino alle più recenti collaborazioni con la Philarmonie di Parigi, Cosmoprof, InStyle, Nicopanda e Best Company.

Nel 1982 inizia la sua collaborazione con Luciano Benetton e la politica di comunicazione di United Colors of Benetton si orienta verso messaggi di pace, tolleranza, problemi sociali e la questione della povertà nel mondo.

Nel 1990 Toscani ha ideato “Colors”, la “prima rivista globale”, che dirige fino al 2000 curando 39 numeri, mentre nel 1993 ha concepito Fabrica, il centro internazionale di ricerca sulla comunicazione di Treviso, di cui è direttore fino al 2000.
Dal 2007 cura il progetto “Razza Umana”, un’interazione fra fotografia e video per scoprire le diverse morfologie e rappresentare le espressioni, le caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali dell’umanità.

Toscani ha vinto numerosi premi, fra cui quattro Leoni d’Oro, il Gran Premio dell’UNESCO, due volte il Gran Premio d’Affichage e altri premi prestigiosi a livello internazionale.

Attualmente vive in Toscana, dove ha sede il suo studio professionale e dove, immerso fra le colline, coltiva le sue passioni: produce vino e olio d’oliva e alleva cavalli; al contempo lavora e mantiene contatti con tutto il mondo.

 

Oliviero Toscani – Immaginare
M.A.X.MUSEO
Chiasso (CH) – dall’otto ottobre 2017 al 21 gennaio 2018
Via Dante Alighieri 6 (6830)
+41 916950888
info@maxmuseo.ch
www.maxmuseo.ch

Enzo Cucchi

Enzo Cucchi (Morro d’Alba, Ancona, 1949), vive e la vora a Roma. Nato in una famiglia di braccianti, ancora adolescente si sposta ad Ancona dove si avvicina all’arte da autodidatta, lavorando come assistente presso restauratori di libri e quadri. La sua passione per la poesia lo porta alla casa editrice Nuova Foglio di Macerata, dove conosce Gino de Dominicis, Pio Monti e Achille Bonito Oliva.

Trasferitosi a Roma, entra in contatto con Sandro Chia e Francesco Clemente. Tra i protagonisti della Transavanguardia (che confluisce nel post-modernismo), la produzione di Cucchi è segnata dal ritorno al metodo e agli elementi classici dell’opera d’arte: quadri, disegni, grafiche, sculture in bronzo e ceramica.

L’arte di Cucchi è prevalentemente figurativa e da molti definita visionaria. Tra le principali mostre collettive ricordiamo: Documenta 7, Museum Friedericianum, Kassel, 1982; 47° Biennale di Venezia. Padiglione Italia (Cattelan-Cucchi-Spalletti), 1997; Art and Arch, Triennale di Milano, 2016. Tra le personali a lui dedicate segnaliamo: E Cucchi, The Solomon R. Guggenheim Museum, New York e Musée National d’Art Moderne Centres Georges Pompidou, Parigi, 1986; Cucchi, Sara Hildén Taidemuseo, Tampere, 1995; Madama Cucchi, Palazzo Madama, Torino, 2015; Enzo Cucchi. 50 anni di grafica d’Artista, Max Museo, Chiasso, 2017. Nel 1994 firma assieme all’architetto Mario Botta una Cappella sul Monte Tamaro.

 

Enzo Cucchi dalle Collezioni del Castello di Rivoli
CHIESA DI SAN GIUSEPPE
Alba (CN) – dall’otto ottobre al 3 dicembre 2017
Via Vernazza (12051)
+39 0173361885
sangiuseppealba@libero.it
www.comune.alba.cn.it

Kairos

Scrive Carla Guidi a proposito di Kairos : “(καιρός) nell’antica Grecia indicava “momento giusto, opportuno, occasione” o “momento supremo”, mentre Kronos (χρονος) si riferiva allo scorrere temporale misurato e sequenziale. In sintesi mentre kronos indica quantità, termine legato alla convenzionalità ma anche alla crudeltà inesorabile e livellante del desino comune, kairos ha un significato qualitativo, emotivo forse, un tempo non misurabile degli eventi e delle disponibilità. Tutto questo senza dimenticare quanto dobbiamo delle nostre radici culturali, alla mitologia ed alla cultura greca, utilizzate per indagare la nostra psiche da Nietzsche, da Freud, da Jung e da Hillman, solo per citare i più noti.

Lì noi infatti continuiamo a cercare le origini della nostra cultura, come dice lo stesso James Hillman, tentando di capire cosa attrae la nostra psiche e quali soluzioni o messaggi essa vi trovi. Miti che continuano a vivere anche oggi, con abituali rivisitazioni nei film Fantasy e nei giochi elettronici, nei fumetti, in un tempo che va considerato a buon ragione “ciclico” e verso una maggiore comprensione ed approfondimento dei fatti ad un maggiore grado di consapevolezza. Secondo lo strutturalista Lèvi-Strauss infatti, le narrazioni nei miti mettono in scena le opposizioni semantiche fondamentali su cui si basa una cultura Vita/Morte, Natura/Cultura ecc.

Strutture inconciliabili, qui trovano un modo, una conciliazione, una reciproca sopravvivenza … mentre secondo Mircea Eliade esiste continuità fra gli universi onirico e mitologico, proprio come vi è omologazione fra le figure e gli avvenimenti dei miti ed i personaggi, gli avvenimenti dei sogni; l’esperienza del sacro, l’inconscio collettivo, quello personale e l’Arte. Secondo la definizione di Károly Kerényi, mitologema è l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, riorganizzato, ma che di fatto mantiene lo stesso racconto primordiale, (per non citare Vladimir Propp e la struttura delle fiabe) mentre Hans Blumenberg riabilita il concetto di Mito, manipolato e deformato dal nazismo, sostenendo che attraverso questo, si esplicita un rinnovamento degli elementi più vitali delle culture, la cui rimozione avrebbe invece contribuito a produrre i Totalitarismi.

Cultura, informazione e temporalità. Facendo un paragone fisiologico, nel nostro corpo viaggiano informazioni almeno di due tipi, il neuronale e l’endocrino, un po’ come l’analogico e il digitale per l’informatica … Per non parlare della Triune Brain, Teoria dei tre cervelli – un modello della struttura e dell’evoluzione dell’encefalo elaborato da Paul D. MacLean – per sapere con apprensione che le tre strutture R-complex, Sistema limbico, Neocortex, adibite specificamente a determinate funzioni, dai bisogni e gli istinti innati, agli operatori dell’emotività, alla razionalità stessa, risultano indipendenti l’una dall’altra, ma in grado di dominarsi reciprocamente.

In fondo però lo sapevamo da tempo quanto fosse importante per l’essere umano l’educazione e la cultura. Il nostro cervello prosegue infatti la sua evoluzione per anni dopo la nascita, sempre sottoposto ai pericoli ed alle tempeste dell’emotività, così come alle sirene della persuasione occulta. A tutto questo bisogna aggiungere i concetti del tempo lineare della Storia e del tempo circolare o la Ciclicità delle stagioni. Non è secondario infatti che, nella nostra era informatica, il tempo Kronos stia divorando Kairos, o meglio stia divorando noi, come suoi figli, immersi ancora nell’illusione di un tempo infinito, nel quale la Natura ed il Mondo siano a nostra completa disposizione. Già nel 1967 un famoso articolo scritto da Lynn White Jr. intitolato The Historic Roots of our Ecological Crisis, si criticava le società occidentali per aver utilizzato la scienza e la tecnologia allo scopo di dominare e degradare l’ambiente, propagandando l’idea di dominio degli esseri umani sulla natura, privandola del suo carattere di sacralità, oltre di aver alimentato con ogni mezzo un’economia perversa, basata sull’illusione della crescita illimitata.

La nostra società, dopo anni di consumismo sfrenato, è divenuta infine “liquida” secondo l’acuta definizione di Zygmunt Bauman. L’asfissiante crisi economica che ci accompagna infatti, ormai da tempo, non è solo di natura finanziaria, ha una componente fisiologica: la globalizzazione, concepita come un eccesso di egocentrismo o eccesso di capitalismo. Oggi, tra l’altro, questo concetto, basato sull’incremento eccessivo di produttività, non è neanche più sostenibile, sia perché il ciclo di vita di un prodotto è sempre più breve a causa del progresso tecnologico basato sull’illusione della crescita illimitata dei consumatori e delle materie prime, sia perché i licenziamenti di massa e la penuria di materie prime, colpiscono le popolazioni generando povertà, alimentando una crisi globale dove lo scellerato abuso del territorio non lo ha solo impoverito, ma vi ha iniettato un pesante inquinamento, forse irreversibile.

La risposta non è solo passare dalla globalizzazione ad una strategia di produzione a crescita sostenibile locale o territoriale, ma tornare a pensare a quel legame profondo tra Umani e Terra che è da sempre la prima forma di economia esistita, come ci ricorda l’etimologia della parola cultura dal latino colere, “coltivare”, poi esteso a quei comportamenti che imponevano una “cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”. Un significato che ci invita ancora alla metafora del tempo logico, al territorio come base della memoria, ma anche della spiritualità come sistema mente-corpo.

Infine, sotto la pressione di strumenti informatici, utilizzati come una forma di dipendenza e in sostituzione dei rapporti sociali, in questo deforme concetto di una globalizzazione, abbiamo perduto il contatto con la realtà. Il realismo ipermoderno si misura appunto con l’angoscia di de-realizzazione che esso produce, ritmo temporale accelerato, alienante, anestetizzante, nel bombardamento di immagini con funzione ipnotica che mirano a sostituire la realtà del corpo e confondere la percezione dei suoi veri bisogni, nella scomparsa della fiducia in qualsivoglia entità che garantisca la possibilità di risolvere i problemi sociali. Oggi infatti è diffuso un individualismo sfrenato ma fragile, dove ciascuno non si fida più di nessun altro, mentre il poter apparire anche effimero sullo specchio del mondo, assume valore di presenza, di esistenza in vita, perpetuando la celebre predizione, già degli anni ’60, di Andy Warhol.

Fortunatamente oggi si rimette anche in discussione, da più parti, il culto della velocità e l’idea di una temporalità lineare, fonte della cieca fede nell’accelerazione del progresso e purtroppo anche dell’accumulo di ricchezza in poche mani, valorizzando invece un’economia sostanziale, diffusa, intesa come attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni di tutte le persone, allargando il senso di questi bisogni non esclusivamente alla sfera economica. Basti citare per esempio il Movimento per la decrescita felice ispirato da Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi, e le ricerche del premio Nobel Kenneth Arrow.

In questa emergenza sociale, mentre più della metà della popolazione mondiale risulta essere urbanizzata (Edward L. Glaeser) e mentre Slavoj Zizek ci invita a riflettere attraverso il suo libro Benvenuti nel deserto del reale, il linguaggio artistico acquista sempre la valenza di un’urgenza terapeutica. L’Arte infatti, attraverso la sua preziosa capacità simbolica, che si concretizza in oggetti dotati di una propria vitalità, può riuscire a darci quella dimensione significativa che pensavamo di aver perduto. Proprio alla ricerca di una spiritualità nell’Arte, nel recupero di uno spazio virtuale che non sia solo illusorio ma strumento di conoscenza del mondo, esteriore ed interiore, che in esso psichicamente si proiettano, si propongono una serie di mostre dove gli artisti si confrontano su queste tematiche.

Questo primo appuntamento vede la presenza dell’artista Jasmine Pignatelli con il suo ultimo ciclo di opere: Timeless e Directionless. Sono questi lavori che interrogano lo spazio e attivano con esso tensioni cinetiche e cinematiche. Il disegno del movimento e delle sue possibilità virtuali, danno luogo ad una diversa percezione del Tempo e delle dinamiche Spaziali. Un’operazione che si pone come ideale “marcatore di paesaggio”.

Valter Sambucini – Fotografo e ingegnere elettronico, attraverso lo strumento digitale, esplora lo spazio virtuale/speculare che oggi, soprattutto nelle città metropolitane, testimonia come le superfici specchianti sostituiscano illusoriamente gli orizzonti naturali, dopo aver ingoiato territorio e natura nel cemento. Tutto questo ha un significato antropologico, simbolico, politico e naturalmente delle conseguenze sul vissuto degli abitanti.

Il sociologo Pietro Zocconali, in occasione dell’inaugurazione dell’evento, affronterà i temi del suo ultimo libro in un viaggio alla scoperta delle linee di cambio dei fusi orari e di data. Insolita dimostrazione di come le “convenzioni” determinano consuetudini, usi e abitudini, falsificando la percezione dell’incessante scorrere del Tempo.”

L’evento è parte di ROME ART WEEK 2107
La mostra è aperta dal 9 al 28 ottobre 2017

Aritmie – Oreste Casalini

Scrive Paolo Aita a proposito di Oreste Casalini e delle sue Aritmie : ” Oreste Casalini da sempre fa i conti col tremendo. Invece di trovare dei segni estetici di corrispondenza ad una forma, nelle sue opere il trait-d’union è la fedeltà alla ricerca della rappresentazione del culmine. Di volta in volta, in ogni successiva esposizione, sembra giocare al rialzo della quantità di coinvolgimento. Come in questa nuova piccola/grande mostra, dove sonda le possibilità dell’installazione, della fecondazione di uno spazio in cui siamo chiamati ad entrare come in un’arena di forze che trovano finalmente una espressione integrale.

I materiali sono utilizzati in modo inconsueto, forme aperte ma solide per le opere a parete, secondo una idea di pittura che tende ad includere la dimensione della scultura, e forme chiuse ma impalpabili nelle opere in scultura, dove la tridimensionalità tende a racchiudersi nella purezza di una linea.

La bellezza è regola che incorpora l’uomo, dunque composizione e rappresentazione di ragione ed eccesso insieme. Da qui Il titolo ‘Aritmie’ che allude ad un disturbo della regolarità della forma, alla feconda alterazione del ritmo che apre a possibilità imprevedibili.

Sono opere che vivono nella totale assenza di remore estetiche, di filtri relativi al gusto e a ciò che è ‘costumato’, a ciò che secondo le convenienze sarebbe giusto far entrare nell’opera, così che finiscono per incorporare molto di più di quanto dovrebbero.

Per ‘pittura solida’ qui si intende una modalità di contenimento del caos, secondo un’idea di immanenza non rappresentata ma vissuta fino in fondo, portatrice di un rinnovato possibile realismo. L’opera è quindi il risultato di un confronto con la pratica dell’arte che si tramuta in gesto, in azione immediata da cui emerge una materia liquida come lava colata da un’eruzione interiore. Lo spazio dell’opera è confine, argine alla dispersione e al disordine, e i quadri, quasi a inseguire la loro etimologia, si danno come ‘riquadri’, superfici finite entro le quali contenere l’infinito. Non solo segno dunque, ma corpo e sostanza, materiali organici e spirituali che tracciano un orizzonte all’altezza del quale diviene possibile la nuda percezione, la rappresentazione di un desiderio di assoluto che comprende e cancella ogni speculazione intellettuale, invade l’intero quadro e lo tramuta in una forma solida come quella di una scultura. Qui la materia si fa ritmo, le immagini emergono dal nulla, come in un crescendo di stazione in stazione ad ogni sguardo solidificano una scena diversa, le forze che si affrontano da tutti i lati diventano sempre più chiare, l’architettura del quadro diventa più evidente. Fino a dissolversi nuovamente nel bianco, nella pura modulazione di luci e ombre, dove un’immagine appare e scompare a secondo delle ore del giorno, si colora dell’atmosfera, senza più confini tra un dentro e un fuori, emerge come pura traccia dell’energia segreta che tiene insieme tutte le cose.

Di fronte questo scenario giacciono le figure bianche e nere, come esseri intermedi, viventi in una sospensione di stato tra umano e divino, forme di un ideale inevitabilmente senza volto, senza rappresentazione. Per ogni bellezza si avverte sempre una sofferenza lì dove manca. In ciò c’è tutta la teoria occidentale dell’impossibile creazione del corpo come rappresentazione della bellezza. Questi corpi la rappresentano, ma nessuno può dire se siano belli perché della stessa natura ideale del bello, o se quel particolare corpo sia bello perché ben composto. Questi corpi sono belli perché rendono possibili tutte le domande sulla bellezza.

‘Aritmie’ quindi è una metafora angelica che ammanta di qualità e caratteristiche ciò che non può essere detto. Per questo motivo Oreste Casalini può proiettare su queste opere qualsiasi cosa, o far dire loro qualsiasi cosa. Esattamente come l’innamorato proietta il suo amore sull’amata, e allo stesso modo avviene l’incarnazione dello spirituale: in tutti i casi il corpo non è mai visto nella sua specificità. E’ solo immaginabile, invisibile perché indeclinabile. Convulsivo perché quel corpo è noi.”

Aritmie | Oreste Casalini
Mostra personale di Oreste Casalini dal 12 ottobre al 4 novembre 2017 presso Spazio Menexa .
Via di Montoro, 3 – 00186 Roma
+39 0666019323
Lun-Ven 10:00-19:00

www.spaziomenexa.it

 

Oreste Casalini, nato a Napoli nel 1962, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma e espone dal 1989. Ha realizzato numerose mostre in spazi pubblici e privati tra le quali: Casa Italiana Zerilli-Marimò, New York (1991), Università Federico II, Napoli (1997) Palazzo Reale, Napoli (1998), XII Biennale di Architettura, Venezia (2010), Palazzo Mochi-Zamperoli, Cagli (2010), Castello di Rivara (2011, 2013, 2015) Spazio Mercuria, Dubai (2013) Fiera Ostrale, Dresda (2014) Fondazione Telethon, Centro Olivetti, Napoli (2015). Ha realizzato installazioni permanenti in spazi privati a Napoli (1998, 2003), Roma (2003, 2005), Berlino (2010), Milano (2010, 2013) Torino (2015). Opere di Oreste Casalini sono presenti in collezioni private a Roma, Milano, Napoli, Londra, Berlino, New York, Seattle, Dublino, Dubai, Mumbai, Tokio, Mosca.

Una grande avventura

Scrive Anna Soricaro a proposito de “Una grande avventura” : Un film documentario ispira una nuova mostra di arte contemporanea in cui cinque artisti vivono la grande avventura della concettualità, dell’astrazione meditata, a volte materica altre volte gestuale, dai tratti certosini e ricamatori o dai gesti impulsivi e di impatto. Una mostra avvincente che porta in dimensioni diverse, in altrove indefiniti.

Sergio Oddone, tecnica mista su tela
Sergio Oddone, tecnica mista su tela

Il testo è stato prescelto perché questo evento sia una grande avventura che ha l’obbligo di trasportare l’osservatore in dimensioni grandiose. Questo sarà uno spettacolo mai visto prima,creato da cinque artisti prescelti per la magia che ognuno sa regalare: Marco Baruzzo, Stefano Catalini, Korso, Sergio Oddone, Juri Perin sanno distinguersi con classe ed eleganza in una mostra in cui esplosioni concettuali avvolgeranno l’osservatore in un tripudio travolgente e coinvolgente.

Marco Baruzzo dipinge per scaricare la tensione quotidiana, per questo siamo davanti ad un’arte emotiva ed emozionale che attraverso una gestualità piccola e ravvicinata crea vasti campi di colore in cui smarrirsi. Eh sì, non si può che perdersi in quell’intrigo estetico realizzato ad occhi chiusi, di ginocchia per terra; spinto da origine ignota l’artista si lascia prendere dallo stato emozionale generatore per sprigionare ogni sensazione sul supporto. Non sempre c’è un motivo ispiratore, spesso c’è l’esigenza di dipingere, per Baruzzo l’arte è un bisogno lontano dalla necessità di manifestare cosa si voglia comunicare. Questa arte è sempre diversa e non può essere diversamente poiché dettata da un animo mutabile diviene una priorità cardinale per liberarsi dal quotidiano e perdersi nelle emozioni attraverso acrilici e dita che danzano in punta di piedi sul supporto, mossi dalla musica della passione per l’arte creando spazi grandiosi di colore dall’eleganza indiscutibile.

Con Stefano Catalini l’arte nasce dal vissuto, dai ricordi anche dell’infanzia. Affidando un elevato valore tattile alle sue opere l’artista evidenzia come azione e materia siano elementi fondamentali per la comprensione . La materia è, in fondo, una forma di vita che, con discrezione e pulizia, diviene protagonista delle opere, mai invadente, in punta di piedi sembra danzare sulle opere come mezze punte a teatro. Partendo dal principio secondo cui l’opera si costruisce con il tatto si assiste a studi cromatici, ripartizioni visive e campiture di grande impatto sia visivo che tattile. Con le opere di Catalini si assiste ad una completezza tra il tatto e la vista, in una scoperta continua dell’opera d’arte che diviene un mondo da esplorare in una danza gestuale sapiente e matura.

Korso si avvale di una leggera materia insieme a colori sempre soavi per tratteggiare ciò che segretamente lo ispira. Paesaggi, attimi, situazioni, vengono rappresentati con una grazia suprema attraverso sovrapposizioni mai invadenti, la cui leggerezza della materia intrappola il colore imprimendolo sul supporto. Spesso la materia nelle opere d’arti è corposa e determinata sulla superficie, con Korso si adagia al supporto accogliendone modifiche ed alterazioni. Un’arte che fa la differenza perché riesce a mettere a tacere il pubblico lasciando che si perda tra i toni e che indaghi l’attenzione con cui ogni dettaglio acurato ed attento riuscendo a fare una grande differenza.

Sergio Oddone è ispirato dalla geometria come si palesa immediatamente dalla visione di forme astruse, non sempre definite, che aleggiano sulla superficie, ma non solo: il mondo dei motori lo stimola esprimendo con pennarelli su fondi di carta forme che si librano quasi ad apparire opere cosmiche. Molti studi, incontabili tentativi hanno determinato la scelta di una tecnica alternativa e poco comune che crea tridimensionalità stimolando la fantasia nella ricerca quasi obbligata di dare nome alla forma creata. A volte i colori si combinano dando vita a tonalità particolari, la mano si muove libera alla ricerca di forme sempre differenti prediligendo fondi sempre diversi che accendono o spengono l’entusiasmo di chi osserva. La leggerezza di un’arte poco comune viene intensificata dalle grandezze delle forme, non si ferma ai piccoli formati l’artista, ma si cimenta in dimensioni grandi che fungono da trappola per lo sguardo lasciando l’osservatore quasi sospeso nell’intrigo visivo che si spegne o nasce dal colore del fondo. E’ indubbiamente un’arte fuori dal comune la cui semplicità intriga e sorprende, frutto di una mano meticolosa e sapiente che sa fare la differenza nel panorama artistico di oggi.

Juri Perin si inserisce a metà tra figurazione ed astrazione poiché ogni paesaggio non è convenzionale né mai chiaramente identificativo. Lavorando con toni pacati e romantici alterna visioni sempre diverse lasciando trasparire rilassatezza, serenità e pace in un mondo di per sé frenetico ed avvincente creando un genere d’arte sereno e per questo avvincente. Un giovane grande artista che sa ben distinguersi in un presente artistico ricolmo di immagini ripetute e comuni, attento e perspicace nel saper fare la differenza.

[…..] E’ un’avventura, una grande avventura…voglio portarvi in dimensioni in cui non siete mai stati prima…voglio regalarvi uno spettacolo che non si era mai visto prima.
Who is it, USA, film documentario 2009, direzione Kenny Ortega, Michael Jackson

 

Una grande avventura
CENTRO CULTURALE ZEROUNO
Barletta (BT) – dal 2 al 12 ottobre 2017
Via Indipendenza 1 (76121)
+39 0883521891
arte@zero-uno.org
www.zero-uno.org

Paolo Simonazzi

Nato a Reggio Emilia, classe 1961, Paolo Simonazzi divide la propria vita tra l’attività di medico e quella di fotografo, cui si dedica con passione.

Mantua, Cuba” (Greta’s Books, 2016) è il suo ultimo progetto, presentato per la prima volta nell’autunno 2016 a Parma (BAG Gallery) e successivamente a L’Avana (Galeria Casa de Carmen Montilla), nell’ambito della XIX Settimana della Cultura Italiana in Cuba.

Nella primavera del 2016 le sue opere sono state esposte presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia per “Fotografia Europea”. Nel 2015 ha presentato a Torino, in occasione di The Other Art Fair, il progetto “Icons of Liscio”, afferente alle icone del ballo liscio in Emilia-Romagna.

Nel 2015 ha allestito al Museo della Città di Rimini la mostra “Cose ritrovate”, realizzata nel 2014 a Reggio Emilia per “Fotografia Europea”: un viaggio visionario ispirato ai testi letterari di Ermanno Cavazzoni e di Raffaello Baldini (Marsilio, 2014). Il progetto “Bell’Italia” (Silvana Editoriale, 2014), presentato in anteprima a “Fotografia Europea” 2011, è successivamente approdato a Sydney, Melbourne (2012), Tokyo (2014), Mosca (2016).

Dal 2006 al 2010 si è dedicato a “Mondo Piccolo”, un lavoro alla riscoperta delle terre care a Guareschi, luoghi dell’anima più che della geografia (Umberto Allemandi, 2010), con tappe in varie città italiane. “Tra la Via Emilia e il West” (Baldini Castoldi Dalai, 2007) è il titolo della mostra allestita a Villa delle Rose (MAMbo, Bologna, 2007) e a seguire in altre sedi italiane e straniere tra cui New York e San Francisco.

Nel 2006 si è avvicinato al tema del disagio sociale con il progetto “La casa degli angeli”, presentata alla prima edizione di “Fotografia Europea” e successivamente alla quarta edizione di “FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma” (2007). “Circo Bidone”, uno dei suoi primi progetti fotografici, racconta di un piccolo circo sopravvissuto all’epoca della multimedialità e degli effetti speciali (Zoolibri, 2003).

Paolo Simonazzi vive e lavora a Reggio Emilia. http://www.paolosimonazzi.com/

 

Paolo Simonazzi, “Mantua, Cuba”
A cura di Andrea Tinterri
7 ottobre – 4 novembre 2017
Vicolo Folletto Art Factories
Vicolo Folletto 1, Reggio Emilia

Disadorna e altre storie

Storie sospese, schegge di vite. Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali e il Turismo, torna al suo mondo di narratore con ‘Disadorna e altre storie‘, appena arrivato in libreria per La Nave di Teseo.

 

Il politico-scrittore, tradotto in Francia da Gallimard, che ha esordito come romanziere nel 2006 con ‘Nelle vene quell’acqua d’argento‘, con cui ha vinto fra l’altro nel 2007 il Premier Roman di Chambery, questa volta ha scelto il racconto, una forma narrativa che nell’era dei social e della velocità dovrebbe avere più fortuna e invece continua ad essere sottovalutata.

In meno di cento pagine, dedicate alla piccola figlia ‘Irene che ride al giorno’, si sviluppano venti racconti senza titolo quasi a comporre un romanzo per frammenti in cui si ritrovano anche i luoghi, Ferrara o il Delta del Po, originari e cari a Franceschini. Anche se il ministro-scrittore ricorda in apertura del libro – citando il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, scomparso nell’agosto di quest’anno – che “è’ inutile cercare sulla carta le località nominate. L’esattezza geografica non è che una illusione. Il Delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto”. Il titolo fa riferimento alla prima storia di cui è protagonista uno scrittore di Bogotà, Paco Tovar, in crisi creativa, che ritrova l’ispirazione nella stanza di un albergo sul Delta del Po, vuoto da oltre 40 anni. “Tutto sommato la camera era decente, anche pulita, ma si intuiva che non veniva abitata da molto tempo, forse dall’aria stantia o da quei colori sbiaditi, chissà” scrive Franceschini.

L’ultimo racconto vede invece un ex ministro, ormai anziano e malato di Alzheimer, che non ricorda più di essere stato un politico importante, ritrovare la memoria tornando con la nipote nella sua città, Ferrara, dove Franceschini è nato nel 1958. Nel viaggio compiuto con Disadorna troviamo poi un contadino analfabeta, Nebore Morelli, che a 85 anni passati comincia a suonare all’improvviso il violino del nipote; Angiolina che cuce, nel “maledetto buio del coprifuoco”, la notte prima della liberazione di Ferrara, un grande tricolore; Bruno Guarelli che cambia vita quando gli viene recapitata, in un pacco grande “come una stanza” alla stazione di Borgovelino, una motocicletta col sidecar e nel 1950 parte verso Parigi.

Commovente la storia del siriano Nizar in cui c’è la Roma multietnica dell’Esquilino, di piazza Dante, dove una gelida mattina di gennaio quest’uomo, diventato un barbone, viene trovato morto di freddo. Dopo aver perso tutto, anche la dolce e bella Aalia, a Nizar restava solo una borsa con le ruote in cui i carabinieri trovano libri scritti in tutte le lingue più antiche del mondo. Tra sogno e nostalgia, Franceschini – che è anche autore del romanzo ‘La follia improvvisa di Ignazio Rando’, diventato uno spettacolo teatrale, e di ‘Daccapo e ‘Mestieri immateriali di Sebastiano Salgado – mostra anche una vena umoristica.

Come accade nella storia del magistrato che durante un noiosissimo discorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, viene avvolto nella tela che un ragno tesse attorno a lui, o nel racconto che vede un uomo con la passione di osservare le altre persone attraverso le fessure, innamorarsi di una donna intravista nello spazio vuoto tra due sedili del treno.

Con ‘Disadorna e altre storie’ Franceschini è protagonista di un minitour che, dopo la prima tappa il 20 settembre a Milano, lo vedrà sabato 23 settembre a Ferrara, con Daria Bignardi e Diego Marani e lunedì 25 a Roma, con Marino Sinibaldi e Paolo Fresu e letture di Alberto Rossatti e il 10 ottobre al Circolo dei Lettori di Torino con Chiara Fenoglio.

da ANSA.

Francesca Romana Pinzari

Francesca Romana Pinzari è nata a Perth, (Australia) nel 1976. Vive a Roma. Lavora con video, installazione, performance, scultura e pittura.

Dal 1999 espone i suoi lavori in Italia e all’estero, tra le principali mostre si citano: nel 2016 Transition of Energy nei musei di Kajaani e Kotka in Finlandia e alla Kunsthalle di Bratislava, nel 2015 Performance Nightal Museo Galeria Miejska BWA Bydgoszcz, Polonia, all’Hubei Region Art Festival in Cina, nel 2013 nella mostraNonostante tutto, Galleria Oltredimore Galleria + di Bologna, nel 2012 Catarifrangenze alla Pelanda, MACRO Testaccio Roma, al Bethanien Museum di Berlino con una project room di 24h durante la mostra Arty Party, alla mostra itinerante Sing Sweet Songs of Conviction che ha fatto tappa a Berlino, Roma, Londra, New York e Citta’ del Messico, nel 2011 allo Short Video Show rassegna di video arte Italiana a Kathmandu’ in Nepal, nel 2010 alla mostra Expectations all’Invisible 

Dog gallery New York, alla session di performance internazionali alla Yes Foundation in Olanda, all’ADD Festival di video arte della Provincia di Roma. Ha vinto numerosi premi tra cui: lo Special Prize Riccardo Costantini Contemporary all’Arteam Cup 2016, nel 2011 il premio Giovani Talenti del Comune di Roma e una residenza alla SVA di New York, nel 2010 è finalista al Premio Celeste e selezionata per la mostra Expectations a New York.

FRANCESCA ROMANA PINZARI. SuperNatural
Milano, Gilda Contemporary Art (via San Maurilio 14)
21 settembre – 20 ottobre 2017

HOW MUCH IS TOO MUCH?

Nel libro ‘Le città invisibili’, Italo Calvino già nel 1972 descrive la città di Leonia come un luogo dove “non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità“.

Ancora oggi, a 45 anni dall’uscita del romanzo, come gli abitanti di Leonia siamo assuefatti da un continuo bombardamento di stimoli , dove un consumo costante di immagini, oggetti, esperienze diviene unico e necessario mezzo di affermazione. Paradossalmente, per affrontare questo eccesso, totale e spersonalizzante, l’uomo contemporaneo è costretto a organizzare e gerarchizzare, creando categorie all’interno di un proprio atlante immaginario. Un processo necessario per non essere travolti dal troppo che ci circonda e per tentare di costruire una nostra individualità, che rischia di essere travolta dall’eccedenza.

Monito ironico a questo tema, l’opera di Giles Round “You know the old story…I can’t tell you again”, apre il percorso espositivo negli spazi della galleria A plus A, dialogando con gli altri autori della mostra, come Benjamin Hirte. Il suo lavoro ci ricorda come il nostro pensiero e la nostra percezione siano influenzati da archetipi e comparti ben definiti, invitandoci invece a nuove e molteplici letture di ciò che ci circonda. Una sintesi che riscontriamo anche nella matrice negativa delle sculture di Sam Ekwurtzel in cui prodotti della nostra quotidianità, privati del loro brand, divengono nuovamente decodificabili, continuando però a sedurre per la familiarità della loro forma.

Ordini mentali che creiamo e distruggiamo in un infinito gioco di possibilità, come i protagonisti del video del duo sud-coreano Rohwajeong, che ci prepara all’eccesso visivo del piano successivo. Daniel Faust, Oliver Czernetta, Paloma Munoz & Walter Martin e Amelia Crouch, in un allestimento volutamente caotico, costringono il visitatore a cercare un ordine, un sistema, a creare delle strutture. Esattamente come noi nella vita reale, quando questo bisogno ci induce a creare playlist, a conservare immagini nei social network, ad aggiornare Pinterest e a dividere generi, partiti, nazioni e religioni, per dare significato e ordine alla sovrabbondanza presente nella società.

Infine lo stesso processo viene messo in dubbio, in quanto sorge spontaneo domandarsi se la classificazione di pensieri, oggetti, immagini e ricordi altro non sia che una negazione degli stessi in strutture predefinite. Ma soprattutto viene da chiedersi quali sono i rischi che derivano da questo agire a schemi di cui la storia è stata frequentemente un testimone.
Confrontandosi con l’urgenza di queste domande, la mostra HOW MUCH IS TOO MUCH? invita i visitatori a inoltrarsi in un percorso coinvolgente per scoprire non solo il contenuto e la sostanza dei nostri archivi, ma anche a riflettere sul pericolo che questi processi possono comportare.

HOW MUCH IS TOO MUCH?

A plus A gallery
School for curatorial Studies Venice
San Marco 3073
Venezia 30124
info@corsocuratori.com
info@aplusa.it
Tel. 041 2770466
www.aplusa.it

Simone Berti / Cuoghi Corsello

Protagonisti del quarto appuntamento della rassegna che indaga la ricerca degli artisti italiani emersi negli anni ’90, sono Simone Berti (Adria, 1966) e Cuoghi Corsello (Monica Cuoghi, Bologna, 1965 – Claudio Corsello, Bologna, 1964).

Opere Simone Berti al Macro (Credito foto: Daniela Giammusso, ANSA)

A partire dagli anni Novanta Berti conduce una ricerca che muove dal concetto di precarietà, una istanza così forte da affermarsi come motivo generazionale e influenzare il lavoro di tanti altri artisti suoi coetanei. Se le prime opere dell’artista ragionavano sull’incertezza e la marginalità delle persone, ritratte all’interno dei propri nuclei familiari, nel tempo il suo immaginario si è popolato di figure in equilibrio instabile tratte dalla natura e dal paesaggio: animali, architetture e meccanismi che si sviluppavano in forme surreali.

Per il MACRO l’artista ha realizzato dipinti in cui evolve la sua riflessione sulle relazioni della forma dipinta, mettendo a dialogo figure sedimentate nel nostro immaginario collettivo e segni astratti in un gioco che evoca opere del passato più remoto ed esperimenti della pittura del Novecento. Ne risultano icone a metà tra antico e contemporaneo, in cui la categoria del tempo è superata dalla convivenza di colori e forme, che l’artista collega sospendendo qualsiasi giudizio estetico.
Le opere saranno illuminate da una lampada costruita ad hoc dall’artista, che inciderà sullo sguardo dello spettatore e sull’atmosfera che avvolgerà i suoi dipinti nello spazio.

Cuoghi Corsello al Macro (Credito foto: Ansa, Daniela Giammusso)

Cuoghi Corsello possono essere considerati pionieri della street art italiana, senza tema di smentita. Nella seconda metà degli anni Ottanta hanno popolato Bologna e molte altre città d’Italia con le loro icone, a metà tra figure animate e segni grafici: in particolare, Pea Brain, CaneK8 e SUF.

Nel corso del tempo, la loro ricerca è approdata in gallerie d’arte, spazi no profit e musei pubblici, dove hanno iniziato a presentare installazioni, dipinti e interventi sonori legati al loro personale immaginario, popolato di elementi surreali che dialogano con lo spazio urbano.

Al MACRO sono stati coinvolti in un esperimento assolutamente originale. Cuoghi Corsello hanno esplorato i depositi del museo, dove è conservata la collezione permanente, selezionando centinaia di dipinti che documentano una stagione della pittura italiana tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta ancora piuttosto inesplorata. In quel periodo il Comune di Roma ha arricchito le proprie collezioni attingendo spesso a mostre-concorso, rassegne, premi, donazioni di associazioni o enti assistenziali, che hanno permesso di documentare una generazione di pittori che hanno rivolto il loro sguardo al paesaggio italiano, agli interni e ai ritratti, muovendosi nel solco della tradizione figurativa nel Novecento, mentre le avanguardie indagavano altri linguaggi sperimentali. Il loro lavoro testimonia la persistenza della figura nella pittura, non scevra da un senso nostalgico.

Cuoghi Corsello costruiranno un dialogo aperto tra i dipinti, cucito da una installazione al neon prodotta per l’occasione: un filo di luce che solcherà lo spazio espositivo, animato attraverso una composizione di suoni ideata dagli artisti. Il suono accenderà il neon, che si trasformerà in un fulmine, per irradiare i dipinti estratti dalla collezione del museo.

Biografie
Simone Berti, vive e lavora a Bruxelles. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, alla Kingston University-Multimedia Department a Londra e il Corso Superiore di Arti Visive alla Fondazione Ratti a Como con Joseph Kosuth, ha esposto il suo lavoro in gallerie e musei, partecipando a mostre internazionali di prestigio come Fare Mondi / Making Worlds, 53a Biennale di Venezia (2009); Egofugal – 7a Biennale di Istanbul (2001); Borderline Syndrome: Energies of Defence, Manifesta 3, Ljubljana (2000). Nel lavoro di Simone Berti, tutto parla d’incompletezza: gli arti (sia umani sia animali) hanno bisogno di essere sostenuti e puntellati, i corpi stanno insieme grazie a giunture e protesi, le macchine funzionano spesso a vuoto e soltanto grazie a sistemi di assemblaggio che appaiono complessi, rudimentali e pericolanti.

Cuoghi Corsello, artisti basati a Bologna, lavorano in coppia dal 1986. Noti per i loro interventi di street-art realizzati in mezza Italia – Pea Brain, CaneK8 e SUF sono le loro icone più diffuse – operano su più fronti, dalla musica alla video-animazione, dall’installazione al graffito, dall’adesivo al writing (hanno creato tra l’altro la facciata simbolo del Link Project nel 1995). I loro lavori sono stati presentati in gallerie e centri italiani e stranieri: a Bologna, oltre ogni angolo della città, nella storica galleria Neon, alla Galleria d’Arte Moderna e a MAMbo, e nei diversi loft/studio che hanno custodito nel corso degli anni (dalla prima fabbrica occupata Il Giardino dei Bucintori, gli ex Magazzini Generali Raccordati della Banca Del Monte, all’ex Concessionaria FIAT). La storia musicale di Cuoghi e Corsello inizia a Bologna dagli anni ’80. Claudio Corsello ha iniziato a sperimentare molto giovane con diverse formazioni tra cui i due gruppi musicali dei quali Cuoghi e Corsello hanno fatto parte: cavalla cavalla e RN.

Le lacerazioni del mondo

Scrive Paolo Repetto a proposito di Carol Rama: “Le particolari e intense opere di Carol Rama (Torino 1918 – 2015) hanno caratteristiche estetiche ed un gusto molto più vicino all’espressionismo austriaco e tedesco che non alla nostra tradizione mediterranea e solare. Duramente provata dalla tragica e prematura morte di suo padre (probabilmente suicidatosi) e dai forti problemi psichici di sua madre, la Rama ha sempre svolto il suo mestiere di artista come un’intensa autoterapia.

Il lavoro, la pittura, per me, è sempre stata una cosa che mi permetteva poi di sentirmi meno infelice, meno povera, meno bruttina, e anche meno ignorante… Dipingo per guarirmi. Quando dipingo non ho nessun garbo professionale, nessuna gentilezza, non ho regole. Non ho mai seguito corsi regolari di pittura, né avuto un’educazione artistica, accademica. La mia insicurezza tecnica, il mio non avere un metodo, è diventato un aspetto del mio lavoro. E questo mi ha aiutato moltissimo, perché, al di là della tecnica, l’idea è sempre molto chiara.

Se questo mondo fosse perfetto e felice, l’arte probabilmente non esisterebbe. In molti casi, in molti artisti, il gesto artistico è stato soprattutto il tentativo di indagare e trasfigurare un disagio, un dramma, una disperazione. Nella Rama una forte sessualità vissuta insieme come gioco e colpa, felicità e paura, segno e cicatrice. Una carnalità fatta di corpi, volti, mani, presenze, insieme reali e impossibili, concrete e quasi surreali. Corpi o segmenti di corpi privati di ogni armonia; corpi e genitali e membra indagati come presenze ovvie ed oscene, vitali ed inquietanti. Curiosi, enigmatici occhietti avvolti tra vapori informali ci spiano come sentinelle di una coscienza acuta e moltiplicata. Piccole e misteriose scritte e segni indagano una razionalità che sfuma tra i grandi enigmi dell’esistenza. Figure femminili, autoritratti, intaccati da presenze ambigue, misteriose, tra l’organico ed il vegetale.

Come la sua bizzarra, lunghissima treccia di capelli legata alla sua fronte, un fiume di forme segue il vasto e strano ciclo delle metamorfosi, degli istinti, delle pulsazioni più profonde. Altri occhi, questa volta disegnati, dialogano con rosse lingue ironiche e beffarde, su fogli di altri disegni, altre tracce, altre stampe. L’armonia del corpo, nella Rama, è sempre intaccata e distrutta da una sessualità preponderante, violenta, ironica, malata. Un normale piede si confonde con una legnosa protesi; un ramo di foglie si trasforma in corona di spine.

Poi, in altri periodi, in altre opere, un netto allontanamento dalla figura umana, a favore di un gioco eminentemente formale ed estetico: il gioco delle camere d’aria; il nero della gomma, variamente declinato come tubo appeso, presenza, icona, elegante superficie nera. O, in altre opere di gusto informale, ancora una pausa dal vasto fuoco organico ed erotico, a favore di una ricerca estetica più pacifica, pacata, armonica. Tra questi due principali temi, il percorso della Rama ha esplorato due mondi apparentemente opposti: l’universo espressionista, organico, riccamente corporeo in parte derivato da Egon Schiele; e quello formale, estetizzante e più lirico, in parte ispirato ad Alberto Burri.

Da una parte il mondo della corporeità, della sessualità, fatto di lacerazioni, frammenti, tragiche divisioni e visioni. Dall’altra un universo ordinato, astratto, unito, dove l’armonia della forma ricompone ogni lacerazione. Così tutta la sua opera, come un inquieto pendolo descritto da Edgar Allan Poe, oscilla incessantemente tra i due inconciliabili poli della nostra esistenza: la lacerazione e l’unità, il caos e l’armonia, il frammento e la totalità, il fuoco e il cristallo.”

Carol Rama – Le lacerazioni del mondo
DE PRIMI FINE ART SA
Lugano – dal 13 settembre al 13 ottobre 2017
Piazza Cioccaro 2 (6900)
+41 0919234833
info@deprimi.ch
www.deprimi.ch