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Scripta lucis

Scrive Carmelo Cipriani a proposito di Rosemarie Sansonetti e SCRIPTA LUCIS : “L’arte – ha scritto Paul Klee – non rappresenta il visibile ma l’invisibile che si annida nell’essere e nell’esistere”.

Adottando questo assunto a principio di poetica Rosemarie Sansonetti conduce da un trentennio la sua peculiare ricerca, creando strutture di luce dal fascino arcano, archetipi di passaggio tra il tempo passato e quello futuro. Artista raffinata e sensibile, rinuncia alla narrazione del contingente per farsi portavoce di una condizione esistenziale condivisa, non legata al racconto del momentaneo o del particolare ma all’enunciazione di un messaggio di portata universale.

Una ricerca la sua incentrata su tematiche correlate all’identità e alla memoria e orientata in direzione di un lirismo magico condotto attraverso forme simboliche, luoghi dell’inconscio, affioramenti psichici, tra fisicità dei materiali ed evanescenza del ricordo. Dalle sue opere promana sempre un’aura che attrae e distanzia al tempo stesso, facendole apparire testimonianze di un altrove lontano, distante eppure familiare, inquietante ma anche attraente. Lavori che evocano più che raccontare, raccolti ora, seppur in forma numericamente contenuta, nella mostra Scripta lucis, quasi un’installazione unica entro cui riflettere sui tempi della memoria e della materia. Elevate in forma totemica o adagiate sul pavimento, le sue sculture abitano lo spazio come presenze granitiche e insieme dinamiche, trasformando la galleria in una scacchiera tra astrazione e fisicità.

Attraverso l’affiorare di parvenze spettrali (Indizi) o siderali (Reliquie astrali), l’artista racchiude in teche luminose entità impalpabili e fluide sottratte allo scorrere del tempo, quasi raggelate in una dimensione di eterna sospensione. Piccoli frammenti di vita assunti a simulacri di un’umanità che tende a sbiadire, fino a perdersi nei meandri del tempo, salvo poi riapparire privata di essenza e cronologia. Forme incongrue che si trovano a vivere in un mondo forzato ed enigmatico; visioni ben oltre l’esperienza sensoriale, “in cui lo spettatore ritrova la dimensione dell’isolamento e può sentire il silenzio del mondo” avrebbe detto Magritte.

Le opere di Rosemarie Sansonetti vivono nel ricordo e trascendono il fenomenico nella meditazione, rammentandoci che “l’arte sfida il mondo eccedendolo, lo risolve superandolo, inglobandolo, esorcizzandolo, deterrendone il simbolico” (Jean Boudrillard). La mostra coinvolge il fruitore in modo totalizzante, lo avvolge per intero accompagnandolo in un poema oggettuale in disfacimento, in un viaggio tra le intuizioni, le memorie segrete, i processi metamentali di una storia senza racconto, di un’umanità senza corpo.

Rosemarie Sansonetti – Scripta lucis
STUDIO ARTE FUORI CENTRO
Roma – dal 24 ottobre al 10 novembre 2017
Via Ercole Bombelli 22 (00149)
+39 065578101
info@artefuoricentro.it
www.artefuoricentro.it

Il libro illeggibile

Scrive il critico Gaetano Salerno a proposito de ‘Il libro illeggibile‘ :  

Bruno Munari ha abituato il pubblico ai paradossi e alle iperboli. Ha sagacemente affrontato questioni complesse della vita fornendo in cambio semplici spiegazioni. Ha apparentemente abbassato il registro della sua indagine artistica ed estetica per ricondurre il dialogo nell’unico luogo dove, a suo parere, nascono e vivono le idee: il luogo dell’infanzia. La condizione esistenziale cioè dove tutto appare possibile perché a uno stadio iniziatico, precedente lo sviluppo di artificiose sovrastrutture che ricoprono – anche se talvolta mirabilmente – la concretezza concettuale (necessario ossimoro) alla quale il suo eterogeneo lavoro ha sempre guardato.

Era solito ricordare che “complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.

In un estremo tentativo di semplificazione, togliendo non solo il superfluo ma anche apparentemente il necessario (cioè i codici testuali, verbali e iconografici), Bruno Munari ha progettato e realizzato, dal 1949, i Libri Illeggibili, provocatori libri privati della loro immediata e logica funzione d’uso.

Libri senza testo e senza immagini che affidano la loro natura alla materia, alla carta colorata, tagliata, e riorganizzata in maniera innovativa e creativa. Un tentativo estremo dunque di semplificazione di un concetto – quello del libro come luogo metaforico della cultura – svuotato della sua essenza comunicante e significante, privato di quella forma del sapere della quale è scrigno ma che sovente rimane imprigionata tra le pagine (disperdendo il senso dello stesso sapere tra le righe) e lì muore. Diceva già Terenziano Mauro, grammatico latino di epoca adrianea, che “pro captu lectoris habent sua fata libelli”, affidando cioè al valore del lettore – e solo in seconda istanza al valore del libro – la sua comprensione e il suo successo critico.

Riflettendo così sull’oggetto – libro Bruno Munari avvia, negli anni del bel design italiano, un gioco dialettico che ne ridiscute il senso partendo dalla decostruzione concettuale della sua realtà intima, eliminando alla radice la certezza prosopopeica di parole e immagini stampate le cui variabili interpretative, potenzialmente e paradossalmente, generano incertezza. Si chiede se l’esistenza (o la percezione?) di un libro sia legata ai suoi elementi semantici tipici e usuali. O se, svitato il pesante meccanismo dei bulloni e delle lettere, possa rimanerne viva l’essenza, coincidente in questo caso con la sua struttura portante, indipendente dai contenuti che appaiono, in questa analisi, secondari. Ciascun libro, inteso con creatività e fantasia, si apre così a ogni forma del sapere.

Fornendo anche il pretesto per interrogarsi, dentro e fuori la metafora del libro, sugli elementi (o la commistione di elementi) atti a creare cultura e a trasmetterla, in forma attiva e passiva. E, spingendosi ancora oltre, quali siano i livelli di fruizione di questa cultura. Il libro illeggibile, estraneo a qualsiasi registro o codice linguistico impostato, seppure nella sua inattesa valenza ermetica e criptica, avvicina e parla (e, nonostante l’ironica dicitura, si rende leggibile) a ciascun potenziale lettore.

Questa mostra è un gioco serio, l’omaggio di una curatrice e di oltre sessanta artisti (ai quali è stato chiesto di ripensare, liberamente, il libro illeggibile) alla figura di Bruno Munari e, attraverso la sua poetica della leggerezza, un ulteriore e significativo stimolo alla curiosità di conoscere, al piacere di capire, alla voglia di comunicare.

La mostra è anche un volo nella sfera dell’immaginifico e ricorda, seguendo il solco tracciato dall’artista, che la fantasia è più forte della parola e il pensiero più forte delle immagini. Il libro illeggibile deve essere “letto” con lo spirito fanciullo che accetta il vuoto lasciato dall’assenza di parole e lo riempie di nuove forme multisensoriali. Con semplicità.

 

Il libro illeggibile serve ancora oggi a capire e a ricercare nuove forme del comprendere, per comprendersi. Anche questo con semplicità. E senza fretta, come la dimensione temporale allusa dal libro e dal gesto lento di sfogliarne le pagine, richiede.

D’altronde ci vuole tempo, per capire; l’albero – ci ricorda Bruno 

Munari – è sempre l’esplosione lenta di un seme.

 

IL LIBRO ILLEGGIBILE – Omaggio a BRUNO MUNARI

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.00

a cura di
Adolfina De Stefani
testo critico a cura di
Gaetano Salerno

apertura e orari
dal mercoledì alla domenica
15.00| 19.00
Ingresso libero

adolfinadestefani@gmail.com
+39 349 8682155
www.cittadellarte.org

Biblioteca Comunale | Oratorio di Villa Simion
Via Roma 265
30038 SPINEA (VE)

Un viaggio

Scrive Giuseppe Berti a proposito di Gianni Ruspaggiari : «E’ un esploratore di colori e di segni. Placate la foga del gesto e la “cupa” violenza cromatica di precedenti esperienze, l’artista ora si esprime attraverso più morbidi registri compositivi dove il colore, fluido, libero e cangiante, si unisce ad un segno sottile che si fa figura, che diventa corpo, immagine pulsante di un desiderio carnale: una pittura, questa, che si potrebbe persino definire neo-secentesca e rubensiana, per lo meno nell’espansa e calda sensuosità della composizione.

Infatti, sia nelle opere ad olio, sia in quelle di più piccolo formato condotte a tecnica mista (acrilico e acquerello), Ruspaggiari fa uso di una tavolozza esuberante di contrappunti cromatici e di valori tattili: un “canto libero” di viola, lilla, azzurro, arancio, rosso, bianco che si dispiega sulla tela o sul foglio ora con lenti e sfumati trapassi di toni, ora attraverso palpitanti esplosioni cromatiche in cui, in una felice combinazione di tachisme e di dripping, talvolta risuonano anche le note più gravi del nero»

Gianni Ruspaggiari – Un viaggio
dal 26 ottobre al 26 novembre 2017
Casa di Cura Privata Polispecialistica Villa Verde
Viale Lelio Basso, 1
42123 Reggio Emilia
Tel. 0522 328611
info@villaverde.it
www.villaverde.it

Le parole non dette

Scrive  Rino Cardone a proposito de Le parole non dette : “Le forme, i colori e le parole. È pittura ricca di suggestioni quella di Dino Ventura. Pittura di significati e di significanti. D’immagini disegnate dalla mente, ancor prima che dal pennello, o dalla spatola. Ed è anche pittura di colori che sollecitano, oltre la vista, l’area creativa della nostra mente. Pittura di segni, di strofe poetiche e di versi tagliati. Pittura che evoca i numeri e il suono tarpato delle parole. C’è un po’ di beat generation statunitense in questo agire pittorico di Dino Ventura. C’è la cultura del frammento letterario. C’è il cut-up di William Burroughs e di Brion Gysin. Ci sono frammenti di poesie. C’è lo spirito delle “parole in libertà” dell’esperienza futurista di Filippo Tommaso Marinetti e di Guglielmo Jannelli. Ma ci sono anche le voci (ideogrammi) che Dino Ventura definisce come le “parole non dette”. Ci sono gli interrogativi esistenziali dell’artista. Uno dei quali è un “ologramma ribaltato” del pensiero sul silenzio di Federico Fellini, in ”La voce della luna” quando il protagonista del film afferma, nella scena finale: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Per Dino Ventura è tutt’altra questione. Il dilemma, che lui rappresenta, è invece questo: “Se solo ci fosse meno silenzio”. Il senso di questa sua pittura è lo stesso delle lettere d’amore di Roberto Vecchioni. È quello di voler sollecitare una riflessione sui modi del comunicare, considerando che “c’era una volta in cui si parlava, ora non più”. E c’è anche la volontà, da parte sua, di chiedersi cos’abbia, oggi, senso e cosa lo abbia meno. Di domandarsi che cos’è la poesia e che cos’è l’arte. Quella di Dino Ventura richiama, in alcuni casi in maniera testuale, i versi di Tagore e di Pablo Neruda. Richiama le suggestioni delle pietre colorate – e disegnate di rime – del poeta greco Ghiannis Ritsos. Richiama il concetto che tutte le cose sono numeri come sosteneva Pitagora. Un’arte dunque di rimandi letterari, filosofici e cantautorali. Rimandi impregnati di suggestioni. È cambiato il modo di far pittura di Dino Ventura. Secondo lui “c’è, oggi, più pienezza cromatica”. È questo un modo per dire che il vecchio segno, molto a pennello, si è arricchito di un maggior numero di strati spatolati. C’è ancora il dripping dell’Action Painting americana quello che fu di Jackson Pollock. Ma c’è anche più bitume rispetto alla pittura precedente. C’è l’uso dello straccio, per aspergere il colore sulla tela. Il significato minimale dei lemmi e dei vocaboli – da lui adottati dentro il quadro – si è trasformato in espressioni di senso letterario compiuto. C’è insomma più poesia visiva. E tutto questo senza tradire la sua scelta pittorica, espressiva e concettuale, fondata sulle cromie accese. Altri elementi di novità sono: i collage (realizzati con l’impiego di pezzetti di carta) e i tagli obliqui (eseguiti con l’uso di linee geometriche che aumentano il numero dei piani ottici e focali del quadro). E questo per dare corpo a un’emozione di Tagore che lui ha ripreso in chiave pittorica: “ (…) La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa / per uscire migliorata da te (…) ”.”

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Dino Ventura

Dino Ventura nasce a Corato (BA) nel 1962. Diplomato presso l’Istituto d’Arte di Potenza, proviene da una famiglia di pittori. Si cimenta come artista autodidatta nel 1978 affacciandosi all’astratto seguendo l’istinto e l’emozione e nel 1980 inizia a partecipare alle prime collettive nella sua città nativa e nella provincia.

Attualmente le sue opere sono apprezzate da gallerie italiane ed estere, riscuotendo interessanti riscontri di pubblico e critiche. La sua tecnica si distingue per l’accostamento di forti sezioni cromatiche, abbinate a materiali poveri e preziosi come cartoni, sacchi, foglia d’oro, cere e bitume a riflessivi scritte trasferite sulla tela, uniti a codici numerici che miscelati assieme, si trasformano in interessanti veicoli comunicativi.

Vive e lavora a Pignola (PZ) e le sue opere sono esposte in permanenza presso:
– Galleria Idearte – Potenza
– La Cornice Gallery – Paderno (MB)
– Pleyades Gallery – Managua (Nicaragua)
– Artessio Gallery – Chinandega (Nicaragua).

Dino Ventura – Le parole non dette
GALLERIA IDEARTE
Potenza – dal 15 ottobre al 7 novembre 2017
Via Londra 75 (85100)
+39 0971445880 , +39 0971445880 (fax)
info@galleriaidearte.it
www.galleriaidearte.it

Tim Bengel

Nato a Ostfildern, vicino a Stoccarda, il 31 dicembre 1991, Tim Bengel studia arte e filosofia all’Università di Tübingen in Germania. Si è affermato per i suoi lavori multimediali, che combinano performance, live painting e video.

Realizza immagini bidimensionali applicando foglia d’oro e sabbia bianca e nera sulla superficie trattata con un collante, così come si vede in Versailles. Una volta completato il suo processo creativo con quei materiali, posiziona la tela in verticale dinanzi al pubblico, che coinvolge in una esperienza emozionante. Conserva la memoria di quel momento, così come del procedimento filmando l’azione per realizzare un video, che condivide con oltre 250 milioni di persone attraverso i social media.

Come ha rimarcato Sanja Haupt, “l’idea di filmarsi in un video per offrire la visione della sua tecnica unica, ha permesso a Bengel di presentare la sua arte in un modo che è particolarmente adatto a internet e alla rivoluzione digitale” poiché offre “una esperienza visiva che culmina in un clima di rivelazione”.

Nel 2009 e 2012 ha vinto il 1° Premio per l’arte alla scuola Kunst aus den eigenen Reihen di Nuertingen (Germania), che allora frequentava. Nel 2011 ha vinto il Jugenddesignwettbewerb Hessnatur a Francoforte e successivamente il 1° Premio all’Artward International Event di Monaco (2014) e il 1° Premio alla Art Expo Malaysia (2016).

La Florence Biennale 2017 ha conferito il Premio Speciale “Lorenzo il Magnifico” del Presidente a Tim Bengel per aver fuso con originalità una reminescenza dei mandala tibetani con la figurazione occidentale e le nuove tecnologie condividendo il suo lavoro con un vasto pubblico internazionale, che ha entusiasmato e ispirato.

Quale artista ospite della biennale realizzerà dal vivo due dei suoi lavori, Rome Monument e Floral Freedom.

Henri de Toulouse-Lautrec

Scrive il Prof. Francesco Morante a proposito Henri de Toulouse-Lautrec: “Toulouse-Lautrec (1864-1901) è uno degli ultimi pittori impressionisti.

Discendente di una nobile ed antichissima famiglia francese, la sua vita fu segnata, a quattordici anni, da due cadute da cavallo che gli procurarono delle fratture ad entrambe le ginocchia. In seguito le sue gambe non crebbero al pari del resto del corpo, restando egli deforme come un nano. Ciò lo portò a vivere una vita bohemien nel pittoresco e malfamato quartiere parigino di Montmartre. E in questo povero universo di ballerine e prostitute egli svolse la sua arte, prendendo di lì la propria ispirazione. Morì nel 1901 all’età di trentasette anni per problemi di alcolismo.

Egli è soprattutto un grande disegnatore, portando la sua arte su un piano che era sconosciuto agli altri pittori impressionisti: quello della linea funzionale. Egli con la linea coglie con precisione espressionistica le forme, i corpi e lo spazio. Non solo. Anche le superfici vengono tutte intessute di linee che si intrecciano a formare suggestivi intrecci.

Questa sua capacità di deformare la linea con grande capacità espressionistica rese la sua opera pittorica densa di suggestioni per i movimenti pittorici successivi. Soprattutto l’espressionismo prese ispirazione da Toulouse-Lautrec ma anche la successiva cultura figurativa liberty che fece della linea la sua principale matrice figurativa. Ed al liberty Toulouse-Lautrec fornì anche un nuovo ambito di applicazione: quello del manifesto d’autore. Egli, infatti, fu il primo pittore ad utilizzare le sue capacità artistiche per la produzione di grafica d’autore, soprattutto in occasione di spettacoli teatrali e cabarettistici.

La breve vita di Toulouse-Lautrec rimane un esempio anch’esso emblematico dell’artista di fine secolo. Ovvero di artista maledetto che vive la propria vita e la propria arte su un unico piano di intensa partecipazione emotiva. Egli, pur provenendo da una famiglia nobile ed agiata, preferì vivere la propria esistenza fuori dai comodi schemi della vita borghese, consumandola con un disprezzo per la vita stessa che lo accomuna ad altri artisti, non solo pittori, di questa fase.

Come Van Gogh e Gauguin anche egli, a suo modo, evade dalla società. Ma mentre i primi due lo fanno ricercando il mondo dei contadini o i mondi esotici delle isole del Pacifico, Toulouse-Lautrec evade rifugiandosi in quel mondo equivoco fatto di bordelli e locali di spettacoli in cui incontrava barboni, reietti, ubriachi, prostitute e con i quali condivideva anche la sua affettività. Ed essi divennero il soggetto dei suoi quadri, cogliendo in loro una vera e genuina umanità, a volte struggente e dignitosa.”

 

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec
dal 17 ottobre 2017 al 18 febbraio 2018
Palazzo Reale – Milano

Ivano Bolondi

Ivano Bolondi vive a Montecchio Emilia (Reggio Emilia) dove è nato. Fotografa dagli inizi degli anni Settanta. Dai primi anni Ottanta ottiene importanti riconoscimenti in Italia e all’estero.

Nel 1992 gli è stata conferita dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) l’onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). È stato designato dalla FIAF Autore dell’anno 2005 e Maestro della Fotografia Italiana (MFI) nel 2007. Sue opere sono conservate presso l’Istituto di Cultura Brasile – Italia di Recife, l’Accademia Carrara di Bergamo, il CSAC (Centro Studi Archivio della Comunicazione) dell’Università di Parma, il MiM – Museum in Motion di S. Pietro in Cerro di Piacenza, la Casa Reale della Thailandia, ed in Birmania presso la residenza di Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la pace nel 1991).

Le sue fotografie sono state oggetto di numerose esposizioni e sono state pubblicate su diversi libri, monografie, riviste, testi universitari.

 

Scrive Massimo MussiniIl lungo percorso iniziato da Bolondi muovendo degli esempi narrativi di Cartier Bresson è approdato a una spiaggia da cui lo sguardo corre libero da condizionamenti e confini e non guarda soltanto la realtà per coglierne le forme, ma ne analizza i riflessi – percepibili e metaforici – dati dalla sovrapposizione fra realtà e sua immagine, propria del “rumore” visivo contemporaneo. In questo modo cerca di rispondere alla sfida del passaggio epocale segnato dalla fine del Modernismo, nato più di un secolo fa per adeguare le forme espressive allo sviluppo tecnologico e scientifico».

 

IVANO BOLONDI
I 5 continenti – Immagini come parole. Europa
Presentazione di Massimo Mussini
Castello di Montecchio Emilia
Via A. D’Este, 5
42027 Montecchio Emilia (RE)
21 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018

Arata Isozaki

Nato il 23 luglio 1931 a Ōita, Kyushu (Giappone), Arata Isozaki studia architettura all’Università di Tokyo. Dopo la laurea diventa assistente di Tange Kenzō (1913-2005) e nei nove anni trascorsi lavorando sotto la sua guida collabora anche con il gruppo Urtec (Urbanisti e Architetti).

Nel 1963 apre il proprio studio di progettazione architettonica. Agli inizi degli anni 1970 prende le distanze dalle strutture di influenza Metabolista dei suoi primi lavori e inizia a considerare una serie di soluzioni “non orientali” per progettare costruzioni innovative quali il Museo d’Arte Moderna di Gunma e il Museo Civico d’Arte Kitakyushu di Fukuoka, entrambi completati nel 1974 – l’anno che lo ha visto ricevere il Premio di Architetto dell’anno dall’Istituto di Architettura del Giappone.

Gli anni Ottanta rappresentano un periodo di intenso lavoro per Isozaki, impegnato su diversi fronti a livello internazionale. Progetta, fra l’altro, il Museo d’Arte Grafica di Okanoyama fra il 1982 e il 1984. In quella finestra temporale vince il Premio Mainichi per l’arte. Progetta poi il Los Angeles Museum of Contemporary Art (MOCA) nel 1986. In quello stesso anno riceve la Royal Gold Medal dal Royal Institute of British Architects (RIBA), alla quale si aggiungono a breve altri riconoscimenti – il Premio internazionale “Architecture in Stone” nel 1987 e l’Arnold W. Brunner Memorial Prize dall’American Academy and Institute of Arts and Letters nel 1988.

Nel 1990 completa un altro complesso pionieristico destinato ad accogliere le arti, la Art Tower Mito (ATM) a Ibaraki (Giappone). Quell’anno, dopo essere entrato a far parte del team di architetti a contratto con la Disney in Florida, riceve il Chicago Architecture Award, a cui fa seguito il Honor Award dall’American Institute of Architects nel 1992. Nel 1994 diventa Honorary Fellow della RIBA, e si distingue ancora disegnando il Museo d’Arte Contemporanea di Nagi oltre che il Padiglione d’Arte e Tecnologia a Cracovia (Polonia).

Nel 1995 si inaugurano altre architetture di rilievo progettate dallo studio di Isozaki, fra cui Kyoto Concert Hall e il museo interattivo Domus – La Casa del Hombre di La Coruña (Spagna). Quest’ultimo è una delle prime costruzioni di Isozaki a incorporare forme curve, che in quel caso alludono alla fisicità del corpo umano.

Un anno dopo, alla Biennale di Venezia, espone il suo Progetto di città ideale mostrando come la propria idea di architettura combini e principi del Feng Shui e la geomanzia. Quel progetto anticipava Zhongyuan, modello presentato nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia nel 2012, dove Isozaki riceve il Global Art Foundation Award e l’European Cultural Centre Award. Nel 1998 si inaugura lo Shizuoka Convention and Arts Center GRANSHIP (1998) il complesso dello Shenzen Cultural Centre con una biblioteca e una sala da concerto (quest’ultima aperta nel 2007).

Verso la fine dei primi dieci anni del nuovo millennio Isoazki progetta altri complessi architettonici di rilievo in Cina, fra cui l’Accademia Centrale di Belle Arti e il Museo d’Arte Contemporanea di Beijing (2008), il Museo di Storia Naturale di Hezheng (2008), e il Museo Nazionale delle Paludi di Hangzhou (2009). Degno di particolare menzione è il progetto per il Shanghai Zendai Himalaya Art Center, inaugurato in anni recenti e considerato il “capolavoro architettonico-scultoreo della Cina del XXI secolo”. Questo complesso unisce in sé il Venu Himalayas Hotel con il suo centro commerciale, il Himalayas Art Museum e infine il DaGuan Theatre, uno spazio multifunzionale dotato di tecnologia digitale. I volumi laterali del Himalayas Center sono avvolti da pannelli in lattice con un intricato motivo decorativo Cinese che, secondo Isozaki, “si ispira a un oggetto di giada Liangzhu, e pertanto dà al complesso una connotazione culturale e naturale”. Incorporata nelle simmetrie geometriche dei “cubi cristallini” del complesso, la facciata a guisa di foresta evoca le montagne nella regione del Mustang (Nepal), ai confini con il Tibet. Queste erano rifugi segreti per romitori o monasteri poiché si ritiene che esse stesse conducano alla spiritualità.

Attualmente Isozaki è dedito al Museo Hunan in Cina, che s’inaugurerà a novembre. Il museo è destinato ad accogliere manufatti da Mawangdui, un sito archeologico a Changsha, dove sono state rinvenute le tombe di una famiglia regnante della dinastia Han. Per questa struttura Isozaki si è ispirato al disegno di un raro bronzo ornamentale tripede che è tesoro nazionale. Il museo, che si estende su quasi 80.000 m2 di superficie, si sorge su una collina del lago Dongting: il tetto a cristallo della struttura è ispirato all’acqua.

Misurazioni

Come scrive Lorenzo Bruni nel testo per il catalogo che sarà pubblicato appositamente per l’occasione: “La ricerca di Eliseo Mattiacci può apparire ad uno sguardo superficiale come divisa in maniera netta tra le opere gestuali in dialogo con il corpo personale e sociale, con cui ha contribuito al dibattito dell’Arte Povera negli anni sessanta, e il periodo delle sculture dal tema cosmologico che formalizza dagli anni Novanta portando il dibattito attorno alla strategia dell’arte ambientale a soluzioni inaspettate. In realtà il percorso dell’artista si è sviluppato in maniera costante e coerente sempre all’insegna della domanda: quale è il ruolo che lo scultore può ricoprire nella riformulazione dell’etica culturale in una società in evoluzione e sempre più “liquida”? Tale questione concettuale, più che formale, lo ha portato a realizzare interventi che possono essere considerati in quanto tracce personali o istruzioni collettive della misurazione dell’attorno sia di quello visibile che invisibile”.

Inoltre il curatore intende evidenziare che “le sue installazioni esplorano da sempre i limiti e le potenzialità dello spazio architettonico e di quello naturale, delle strutture in ferro e delle tensioni magnetiche per puntare alla riformulazione dell’arte e della società con cui raggiungere un grado maggiore di consapevolezza del dialogo/confronto tra “io” e “mondo” e viceversa. Infatti, per lui visualizzare il cosmo come il corpo in quanto “presenze” è il passaggio necessario per dare concretezza e specificità all’entità che unifica e divide tutto: il tempo. Solo in questo modo può creare un meccanismo aperto con cui poter ripensare la posizione attiva dell’osservatore/artista su un piano differente che non sia semplicemente quello di voler ridurre tutto a una relazione di causa ed effetto, ma neanche di accettare l’impossibilità di spiegare i fenomeni che lo circonda”.

L’orizzonte fisico e mentale, denso e delicato, che emerge dal percorrere opera dopo opera la mostra Misurazioni permette – conclude Bruni – di comprendere appieno la ricerca di Eliseo Mattiacci in quanto indagine e stimolazione dell’interazione che può esistere tra osservatore e paesaggio. Paesaggio, però, inteso come il risultato della negoziazione tra le coppie di opposti di: visibile e invisibile, architettonico e cosmologico, privato e collettivo”.

 

Eliseo Mattiacci – Misurazioni

a cura di Lorenzo Bruni

Inaugurazione sabato 28 ottobre 2017 ore 18.

Galleria Poggiali, Via della Scala, 35/A-29/Ar e Via Benedetta 3r, Firenze

 

Dal 31 ottobre 2017 al 24 febbraio 2018

aperta dal martedì al sabato ore 9-13 e 15-19; ingresso libero.

www.galleriapoggiali.com

info@galleriapoggiali.com

tel. 0039 055287748

Oliviero Toscani

Nato a Milano nel 1942, figlio di Fedele Toscani – primo fotoreporter del “Corriere della Sera” – Oliviero Toscani studia fotografia e grafica alla Kunstgewerbeschule di Zurigo dal 1961 al 1965 con grandi maestri del moderno, fra cui Walter Binder, Serge Stauffer e Siegfried Zingg.

Foto di Stefano Beggiato
Elaborazione grafica (non autorizzata) di ellebi da foto di Stefano Beggiato

Rientrato a Milano, lavora come indipendente per La Rinascente e per le maggiori testate internazionali, fra cui “Elle”, “Vogue”, “GQ”, “Harper’s Bazaar”, “Esquire”, “Stern” e “Libération”.

Toscani ha ideato famose campagne pubblicitarie per marchi e aziende a livello internazionale, come Esprit, Chanel, Fiorucci, Prénatal, Jesus Jeans, Valentino, Inter, Snai, Toyota, Ministero italiano del Lavoro, Artemide, Ministero italiano dell’Ambiente e della Salute, Croce Rossa Italiana, Regione Calabria, Fondazione Umberto Veronesi, Biennale di Venezia, Federazione dell’industria orologiera svizzera, Resort Collina d’oro e moltissimi altri, fino alle più recenti collaborazioni con la Philarmonie di Parigi, Cosmoprof, InStyle, Nicopanda e Best Company.

Nel 1982 inizia la sua collaborazione con Luciano Benetton e la politica di comunicazione di United Colors of Benetton si orienta verso messaggi di pace, tolleranza, problemi sociali e la questione della povertà nel mondo.

Nel 1990 Toscani ha ideato “Colors”, la “prima rivista globale”, che dirige fino al 2000 curando 39 numeri, mentre nel 1993 ha concepito Fabrica, il centro internazionale di ricerca sulla comunicazione di Treviso, di cui è direttore fino al 2000.
Dal 2007 cura il progetto “Razza Umana”, un’interazione fra fotografia e video per scoprire le diverse morfologie e rappresentare le espressioni, le caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali dell’umanità.

Toscani ha vinto numerosi premi, fra cui quattro Leoni d’Oro, il Gran Premio dell’UNESCO, due volte il Gran Premio d’Affichage e altri premi prestigiosi a livello internazionale.

Attualmente vive in Toscana, dove ha sede il suo studio professionale e dove, immerso fra le colline, coltiva le sue passioni: produce vino e olio d’oliva e alleva cavalli; al contempo lavora e mantiene contatti con tutto il mondo.

 

Oliviero Toscani – Immaginare
M.A.X.MUSEO
Chiasso (CH) – dall’otto ottobre 2017 al 21 gennaio 2018
Via Dante Alighieri 6 (6830)
+41 916950888
info@maxmuseo.ch
www.maxmuseo.ch

Enzo Cucchi

Enzo Cucchi (Morro d’Alba, Ancona, 1949), vive e la vora a Roma. Nato in una famiglia di braccianti, ancora adolescente si sposta ad Ancona dove si avvicina all’arte da autodidatta, lavorando come assistente presso restauratori di libri e quadri. La sua passione per la poesia lo porta alla casa editrice Nuova Foglio di Macerata, dove conosce Gino de Dominicis, Pio Monti e Achille Bonito Oliva.

Trasferitosi a Roma, entra in contatto con Sandro Chia e Francesco Clemente. Tra i protagonisti della Transavanguardia (che confluisce nel post-modernismo), la produzione di Cucchi è segnata dal ritorno al metodo e agli elementi classici dell’opera d’arte: quadri, disegni, grafiche, sculture in bronzo e ceramica.

L’arte di Cucchi è prevalentemente figurativa e da molti definita visionaria. Tra le principali mostre collettive ricordiamo: Documenta 7, Museum Friedericianum, Kassel, 1982; 47° Biennale di Venezia. Padiglione Italia (Cattelan-Cucchi-Spalletti), 1997; Art and Arch, Triennale di Milano, 2016. Tra le personali a lui dedicate segnaliamo: E Cucchi, The Solomon R. Guggenheim Museum, New York e Musée National d’Art Moderne Centres Georges Pompidou, Parigi, 1986; Cucchi, Sara Hildén Taidemuseo, Tampere, 1995; Madama Cucchi, Palazzo Madama, Torino, 2015; Enzo Cucchi. 50 anni di grafica d’Artista, Max Museo, Chiasso, 2017. Nel 1994 firma assieme all’architetto Mario Botta una Cappella sul Monte Tamaro.

 

Enzo Cucchi dalle Collezioni del Castello di Rivoli
CHIESA DI SAN GIUSEPPE
Alba (CN) – dall’otto ottobre al 3 dicembre 2017
Via Vernazza (12051)
+39 0173361885
sangiuseppealba@libero.it
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