Tutti gli articoli di Redazione

Mirko Baricchi

Mirko Baricchi nasce alla Spezia nel 1970. Terminato il liceo, frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli. Inizia a lavorare come illustratore in Messico e al rientro in Italia, alla fine degli anni Novanta, decide di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Vive e lavora tra Vicenza e La Spezia.

Tra le principali mostre, nel 2016 “Biennale Disegno Rimini”, Museo della Città, Rimini; “Il segreto dei Giusti”, Museo Il Correggio, Correggio; “Archè. Ben prima del nome chiamato”, Atipografia, Arzignano (Vi). Nel 2015 “Humus”, Galleria San Ludovico, Pinacoteca Stuard, Parma; “Humus”, Galleria Fabrice Galvani, Toulouse (F); “[dis]appunti”, Museo Arte Contemporanea, Lissone (Mb); “Close-Up”, Palazzo Collicola Arti Visive, Spoleto (Pg); “Maggese”, Galleria Il Vicolo, Milano; “Treviso a Dante”, Palazzo Giacomelli, Treviso. Nel 2014 “Mus-e Museum”, Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, La Spezia; “Premio Terna”, Archivio di Stato, Torino; “Imago”, Museo della Città, Chiari (Bs). Nel 2013 “Boston-Como”, Como. Nel 2012 “Germogli. e di stelle”, Cardelli & Fontana, Sarzana (Sp). Nel 2011 “De Rerum”, Galerie Fabrice Galvani, Toulouse (F); “Rendez-vous con Mirko Baricchi”, Galleria Bianconi, Milano. Nel 2010 “De Rerum”, Galeria Barcelona, Barcellona (E); “Melting pot”, LA Artcore, Los Angeles (USA). Nel 2009 “Fuori tema”, Galleria L’Ariete, Bologna; “Il Diavolo e l’Acquasanta”, Palazzo Paolo V, Benevento. Nel 2008 “Premio Cairo”, Museo della Permanente, Milano; “Finestra sul Golfo”, CAMeC, La Spezia; “Cloudy”, Cardelli & Fontana, Sarzana (Sp). Nel 2007 “Pinocchio – Mimmo Paladino/Mirko Baricchi”, Galerie Fabrice Galvani, Toulouse; “L’alibi dell’oggetto – Morandi e gli sviluppi della natura morta in Italia”, Fondazione Ragghianti, Lucca.
Sue opere sono presenti nelle seguenti raccolte: CAMeC – Centro Arte Moderna e Contemporanea, Collezione Battolini, La Spezia; Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, La Spezia; Civica Raccolta del Disegno – MuSa, Museo di Salò (BS).

http://www.mirkobaricchi.com/

Mirko Baricchi, “Derive
CAMeC centro arte moderna e contemporanea, Piazza Battisti 1, La Spezia
Dal 18 marzo – 18 giugno 2017

Patrick Tabarelli

Patrick Tabarelli vive e lavora a Milano. La sua ricerca artistica si concentra sui meccanismi di creazione e percezione dell’immagine. Fortemente orientate al processo, le sue opere sono sempre aperte a una sorta d’incertezza percettiva e indagano le relazioni tra causa ed effetto, assenza e presenza.

Patrick Tabarelli, {F}, 2017, acrylic on canvas, 80x60cm

Lavora spesso in serie, seguendo regole precise per quanto riguarda l’elaborazione dell’opera e la composizione cromatica delle palette. Costruisce strumenti che gli permettano di ottenere oscillazioni dinamiche e minimali ottenute talvolta per interferenza, superfici quanto più piatte possibile, dalla resa quasi digitale, in grado di eludere la sua gestualità.

Negli ultimi anni ha iniziato a canalizzare i processi creativi in algoritmi che, eseguiti da drawing-machines, generano superfici pittoriche ponendo un’ulteriore distanza tra opera e autore sia nella fase esecutiva sia in quella generativa.

Ha all’attivo diverse mostre collettive e personali. Fra le più recenti si ricordano: nel 2016 la partecipazione alla collettiva Principio di Indeterminazione, curata da Ivan Quaroni alla galleria ABC-Arte di Genova e nel 2015 quella a Shapes presso Circoloquadro a Milano.

Fra le personali si rammentano Elsewhere, Again presso Peninsula in Berlino nel 2016; 500 Unreachable Islands – Machines Dream of Electric Islands in Expo Milano, Ubiquity, curata da Ivan Quaroni, per Maryling|ABC Arte, Milano e crossing-over all’ HangarBicocca di Milano, tutte svoltesi nel 2015.

http://www.patricktabarelli.com/

 

Echo of hidden places – Jasmine Pignatelli e Patrick Tabarelli
Galleria FabulaFineArt
Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)
Curatore: Maria Letizia Paiato – Comitato Scientifico FabulaFineArt
Inaugurazione: Sabato 25 febbraio 2017 ore 18.00

Dal 25 febbraio all’ 8 aprile 2017.
Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. O visite su appuntamento

Jasmine Pignatelli

Jasmine Pignatelli vive e lavora tra Roma e Bari. I suoi recenti lavori sviluppano riflessioni intorno ai concetti di modulo, vettore (modulo cioè provvisto di direzione e verso) e di segno plastico, traducendoli in elementi/forme che determinano e interrogano lo spazio coinvolto. Jasmine Pignatelli è impegnata in un personale e convinto percorso artistico nella scultura.
 
Jasmine Pignatelli, Directionless, 2016. Semirefrattario nero. Ph Manuela Giusto

Dopo il liceo artistico a Bari e la laurea in Architettura al Politecnico di Milano, si avvicina all’arte contemporanea con un approccio storico-critico collaborando per diversi anni con numerose gallerie d’arte e riviste del settore. Ha all’attivo diverse mostre collettive e personali non ultima la partecipazione alla mostra La Scultura Ceramica Contemporanea in Italia presso la GNAM Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (marzo/maggio 2015).In Puglia vince con bando pubblico la Residenza d’Artista “Made in Loco”, un progetto del Segretariato Regionale MiBACT per la Puglia e che ha portato alla realizzazione di una grande installazione site-specific dal titolo Locating Laterza | Segnali d’Arte. E’ sempre del 2015 la mostra personale a Bari Directionless a cura di Marilena Di Tursi, nel doppio spazio Misia Arte e Cellule Creative.

Il 2016 si apre con la mostra personale a Roma presso la galleria Menexa dal titolo Dimensionless a cura di Francesco Castellani e si chiude con la residenza artistica “Bosc Art Cosenza” a cura di Alberto Dambruoso e dei Martedì Critici.

http://jasminepignatelli.blogspot.it/

 

Echo of hidden places – Jasmine Pignatelli e Patrick Tabarelli
Galleria FabulaFineArt
Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)
Curatore: Maria Letizia Paiato – Comitato Scientifico FabulaFineArt
Inaugurazione: Sabato 25 febbraio 2017 ore 18.00

Dal 25 febbraio all’ 8 aprile 2017.
Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. O visite su appuntamento

Ermanno Bartoli

Scrive Monica Ferrarini : “Affascinato dal mondo matematico, dalla metafisica e dal surrealismo Ermanno Bartoli dà vita ad una produzione pittorica dalla connotazione estremamente personale che lo ha portato nel corso degli anni alla realizzazione di tele di grande ricerca in termini di concetto e di stile.

Dipinto di Ermanno BartoliPur prediligendo l’astrattismo, Bartoli ha creato opere dove la figurazione è ridotta a schematismi essenziali che si rifanno alle logiche e al rigore indiscusso della matematica.
Le figure geometriche combinate sapientemente tra loro generano forme e paesaggi di grande linearità dove si creano ampie prospettive dal sapore metafisico nelle quali lo sguardo dell’osservatore sembra abbandonarsi in una dimensione che ha perso i connotati del tempo e dello spazio.

Sono luoghi che richiamano alla mente sensazioni di malinconia quelli rappresentati in opere come “La piazza”, “Vicolo andaluso”, “Il borgo silente” o “L’attesa”: luoghi di desolazione e vuoto non soltanto fisico ma anche emotivo e che ci portano a riflessioni profonde dove l’Io viene messo in discussione.

Le sue tele diventano campi matematici da scomporre, dividere e scandagliare con accuratezza e precisione e spesso si arricchiscono di dettagli surreali che captano la curiosità di chi le osserva lasciandolo incuriosito come nel caso di “Intersezioni n.1”, “Intersezioni n.2” o ad esempio “Sovrapposizione di spazi n.1”.

Linee e forme giocano con il colore generando spazi cromatici che sembrano prodursi naturalmente sulla tela e che connotano la produzione pittorica degli ultimi anni rivelatrice di un fascino artisticamente maturo come si evince dai vari dipinti “Senza titolo” degli anni 2000/2007 nei quali l’artista dimostra forte consapevolezza e padronanza di tecnica e ricerca.” – Dr.ssa Monica Ferrarini

 

Dall’ 11 al 23 Febbraio 2017
Arte Borgo Gallery
Borgo Vittorio, 25
00193 – Roma
info@arteborgo.it
www.arteborgo.it

Carlo Giusto e la voglia di raccontar(si)

Scrive Silvia Campese : “Oggi come ieri, Carlo Giusto trova la sua profonda dimensione ontologica nella pittura. Alla ricerca del “varco montaliano” che chiuda il cerchio, che sveli il segreto di una ricerca continua, dove Giusto ha percorso le strade della sperimentazione restando sempre fedele a se stesso.

Locandina web della mostraDifficile individuare una sintesi, capace di raccontare una vita dedicata all’impegno civile e all’arte. Per questo la mostra, ospitata nella prestigiosa e storica sede del Circolo degli Artisti, a Pozzo Garitta, racconta due momenti precisi dell’esperienza pittorica che, secondo l’artista, “chiudono il cerchio. Ma l’anello vacilla”.

I due momenti raccontati a Pozzo Garitta, la pittura degli anni Cinquanta e quella dal Duemila all’oggi, sono il file rouge di una lunga riflessione artistica che si incontra e scontra ritrovandosi, a distanza di mezzo secolo, nella radice del proprio significato. Cambiano i colori, il tratto si evolve, ma la ricerca del senso della vita resta il concetto alla base dell’opera. L’anello si chiude nel legame tra la pittura degli anni Cinquanta e l’oggi, ma qualcosa vacilla e le certezze saltano ancora una volta. La risposta cercata non è stata raggiunta e l’opera continua, in un lavoro costante, nel proprio laboratorio, tra tele, che profumano di storia, pennelli di ogni misura e colori.

«Ho iniziato a dipingere nel 1954 – racconta Giusto -. Prima ho dedicato alcuni anni alla lettura e allo studio della storia dell’arte. Non ho frequentato l’Accademia: volevo essere allievo di me stesso. Un uomo libero. Libertà che conobbi fin dai quattordici anni, quando salii in montagna a combattere coi Partigiani».

Un bagaglio di esperienze che rifugge il figurativo. Se si esclude una prima fase, dedicata al paesaggio, dove una eco impressionista, ma ancor più divisionista nelle scaglie delle pennellate, richiama il figurativo, la via scelta è quella dell’astrattismo. Le figure ritornano attraverso il collage e nelle tele vicine alla Pop Art, dove sagome di corpi fluttuano in una danza. Il tratto pittorico, già negli anni Cinquanta, proprio come oggi, guarda alla libertà delle idee, in un linguaggio informale, dove rigore e caos si rincorrono. È lo stesso artista a parlare, a proposito delle tele del 1950, di «spontaneità, libertà suggerita dalla geometria dei prati, dai campi delle langhe, dalla verticalità dei marmi di Carrara».

Il paesaggio viene interiorizzato e trasformato in un susseguirsi di linee e campiture coloristiche in cui la forma è rinnovata dal pensiero. Proprio qui, però, sta il passaggio compiuto tra i quadri del ’50 e quelli odierni: se allora esisteva una rielaborazione del figurativo, oggi non esistono un riferimento, un’immagine di partenza. L’esercizio è puramente mentale, in una ricerca tra i ricordi, ma soprattutto scavando nel mare magnum dell’inconscio e del non detto.

«Quando inizio a dipingere – dice Giusto – non ho un bozzetto o un’idea precisa. Lascio alla mano la libertà di cominciare velocemente a macchiare la tela. Poi mi fermo: ho davanti agli occhi una trama intricata e aggrovigliata. In ogni macchia cerco qualcosa che non conosco, qualcosa di nuovo».

Solo a questo punto subentra il raziocinio e la sapiente mano mossa dall’esperienza. La ricerca tra volontà e libertà trova un equilibrio narrativo che emana una vis attrattiva per lo spettatore: la stessa di cui parlava Stelio Rescio, nel suo testo dedicato a Giusto dal titolo “La cultura savonese liberata dall’autarchia del regime”.

La voglia di comunicare, ma soprattutto la fiducia nel mezzo pittorico come strumento di dialogo e comunicazione sono la nuova via della libertà, la nuova strada per non arrendersi al momento storico, dove l’incomunicabilità tra uomini sembra prevalere. “Voglia di raccontare” è un titolo ricorrente, assegnato alle opere più recenti. L’arte resta l’unica strada: da qui la dedizione, mentale e fisica, con cui l’artista si dedica al lavoro, per ore e ore, nel suo studio.

Lo spettatore resta l’interlocutore ideale con cui Giusto, alla soglia degli 88 anni, vuole instaurare un rapporto. Con cui continua a dialogare, spesso a distanza, per interrogarsi, insieme, sul senso dell’esistenza.” – Silvia Campese

Continuità – Dipinti di Carlo Giusto
Circolo degli Artisti
Pozzo Garitta, 32 17012 Albissola Marina (SV)
Dall’11 al 26 febbraio 2017

www.circoloartistialbisola.it
circ.artistialbisola@libero.it

L’emozione dei COLORI nell’arte

Dal 14 Marzo 2017 al 23 Luglio 2017 , Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, presenteranno una importante mostra collettiva dal titolo “L’emozione dei COLORI nell’arte“, con circa 400 opere d’arte realizzate da oltre 125 artisti provenienti da tutto il mondo che datano dalla fine del Settecento ai giorni nostri.

Dipinto di Leonardo Basile
PGPM – Leonardo Basile

La mostra collettiva ripercorre la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte moderna e contemporanea occidentale, nelle culture non occidentali e nelle culture indigene presenti nel mondo oggi. Attraverso una molteplicità di racconti e presentazioni di opere d’arte importanti, si affronta l’uso del colore da svariati punti di vista, tra i quali quello filosofico, biologico, quello antropologico e quello neuroscientifico.

Curata da Carolyn Christov-Bakargiev, Marcella Beccaria, Elena Volpato ed Elif Kamisli, con la consulenza scientifica di Vittorio Gallese e Michael Taussig, la mostra indaga l’utilizzo del colore nell’arte dando conto di movimenti e ricerche artistiche che si discostano dalle storie canoniche sul colore e l’astrazione, attraverso molteplici narrazioni che si ricollegano alla memoria, alla spiritualità, alla politica, alla psicologia e alla sinestesia.

Le opere in mostra includono alcuni eccezionali lavori di Henri Matisse (1869, Le Cateau Cambrésis, Francia – 1954, Nizza, Francia), Wassily Kandinsky (1866, Mosca, Russia – 1944, Neuilly sur Seine, Francia), Paul Klee (1879, Münchenbuchsee – 1940, Muralto, Svizzera), Giacomo Balla (1871, Torino – 1958, Roma), Edvard Munch (1863, Løten, Norvegia – 1944, Oslo, Norvegia), Luigi Russolo (1885, Portogruaro – 1947, Laveno-Mombello, Italia), Alexander Calder (1898, Lawntown, Swatara Township, Pennsylvania, USA – 1976, New York, USA), Lucio Fontana (1899, Rosario, Argentina – 1968, Varese, Italia), Giulio Turcato (1912, Mantova – 1995, Roma), Andy Warhol (1928, Pittsburgh, Pennsylvania, USA – 1987, Manhattan, New York, USA), Dan Flavin (1933, Jamaica, New York, USA – 1996, Riverhead, New York, USA), Ellsworth Kelly (1923, Newburgh, New York, USA – 2015, Spencertown, New York, USA), Katharina Fritsch (1956, Essen, Germania), Gerhard Richter (1932, Dresda, Germania), Carlos Cruz-Diez (1923, Caracas, Venezuela), Gilberto Zorio (1944, Andorno Micca, Biella, Italia), Alighiero Boetti (1940, Torino – 1994, Roma), Giulio Paolini (1944, Genova), Gustav Metzger (1926, Norimberga, Germania), fino a lavori recenti di artisti contemporanei come Nicola De Maria (1954, Foglianise, Benevento, Italia), Damien Hirst (1965, Bristol, Regno Unito), Etel Adnan (1925, Beirut, Libano), Olafur Eliasson (1967, Copenhagen, Danimarca), Camille Henrot (1978, Parigi, Francia), e nuove produzioni di opere di Heather Phillipson (1978, Londra, Regno Unito), Asli Çavuşoğlu (1982 Istanbul, Turchia), Lara Favaretto (1973, Treviso, Italia) e Otobong Nkanga (1974, Kano, Nigeria).

Le opere provengono dalle collezioni di musei quali il Reina Sofia di Madrid, il MNAM Centre Georges Pompidou di Parigi, il Paul Klee Zentrum di Berna, il Munchmuseet di Oslo, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la Tate Britain di Londra, la Dia Foundation di New York, la AGNSW Art Gallery of New South Wales di Sydney, oltre che dai due musei GAM-Torino e Castello di Rivoli e da numerose collezioni private.

L’emozione dei COLORI nell’arte

Dal 14 Marzo 2017 a 23 Luglio 2017
A cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Marcella Beccaria, Elena Volpato, Elif Kamisli
Consulenza scientifica di Vittorio Gallese e Michael Taussig

Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

Philip Guston

Philip Guston (1913 – 1980) è uno dei grandi luminari dell’’arte del XX secolo. Il suo impegno nel produrre opere che nascono da emozioni e da esperienze vissute sviluppa un coinvolgimento emotivo che rimane vivo nel tempo. La leggendaria carriera di Guston copre circa mezzo secolo, dal 1930 al 1980 e i suoi dipinti, soprattutto quelli dell’’ultimo periodo, continuano a esercitare una potente influenza sulle giovani generazioni di pittori contemporanei.

Nato a Montreal nel 1913 da una famiglia di ebrei russi emigrati, Guston si spostò in California nel 1919 con la famiglia. Frequentò per breve tempo l’’Otis Art Institute di Los Angeles nel 1930, ma al di fuori di questa esperienza non ricevette mai una vera e propria educazione formale. Nel 1935 Guston lasciò Los Angeles per New York, dove ottenne i primi successi con la Works Progress Administration che commissionava murales agli artisti nell’’ambito del Federal Arts Project. Insieme alla forte influenza esercitata su Guston dall’ambiente sociale e politico degli anni Trenta, i suoi dipinti e murales evocano forme stilizzate di De Chirico e Picasso, motivi provenienti dalla trazione dei murales messicani e dagli affreschi delle dimore storiche del Rinascimento. L’’esperienza di pittore di murales permise a Guston di sviluppare il senso della narrazione su ampia scala cui sarebbe ritornato nei suoi ultimi lavori figurativi.

Dopo aver insegnato per diversi anni nel Midwest, Guston iniziò a dividersi tra la colonia di artisti di Woodstock e New York City. Alla fine degli anni Quaranta, dopo un decennio di sperimentazioni di un linguaggio allegorico personale e figurativo per suoi dipinti a cavalletto, Guston iniziò a virare verso l’’astrazione. Il suo studio sulla Decima strada era vicino a quelli di Pollock, De Kooning, Kline e Rothko.
Le opere astratte di Guston erano ora ancorate ad una nuova spontaneità e libertà, un processo che il critico Harold Rosenberg più tardi descrisse come “action painting”. All’’inizio degli anni Cinquanta le astrazioni atmosferiche di Guston hanno spinto a paragoni superficiali con Monet, ma il passare del decennio, l’’artista lavorava con impasti più densi e colori minacciosi, che dettero il via ai grigi, rosa e neri.

Nel 1955 si avvicinò alla Sidney Janis Gallery insieme ad altri artisti della scuola di New York, e fu tra quelli che la lasciarono nel 1962 in protesta con la mostra sulla Pop Art che Janis aveva allestito, e contro il cambiamento a favore della commercializzazione dell’arte che questa mostra per loro rappresentava. In seguito ad un’importante retrospettiva al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 1962, Guston si divenne insofferente verso un linguaggio di pura astrazione e ricominciò a sperimentare utilizzando forme più tangibili. Il lavoro dei molti anni seguenti fu quindi caratterizzato dall’’uso del nero e dall’’introduzione di verdi brillanti e blu cobalto – complessivamente disturbanti, angoscianti e gestuali. Questo lavoro più cupo fu influenzato dagli scritti e dalla filosofia europea, in particolare dalle opere di Kierkegaard, Kafka e Sartre. A questo punto, Guston si ritirò dalla scena artistica di New York per vivere e lavorare a Woodstock per tutto il resto della sua vita.

Entro il 1968, Guston aveva abbandonato l’’astrazione, riscoprendo così le potenzialità narrative della pittura ed esplorando, all’’interno del suo lavoro, motivi surreali e combinazioni di oggetti. Questa “liberazione” portò al periodo più produttivo di tutta la sua vita creativa. Nei pochi anni successivi, sviluppò un lessico personale fatto di lampadine, libri, orologi, città, sigarette, scarpe abbandonate e figure incappucciate del Ku Klux Klan. La sua espressività pittorica degli anni Settanta era spesso un aperto riferimento autobiografico alla natura: vi ricorreva sovente la figura dell’’artista mascherata da un cappuccio, o teneri ritratti della moglie Musa, o ancora un Guston semi astratto avvolto in un bozzolo. L’’opera tarda rivela anche echi dei primi anni della vita di Guston, delle persecuzioni religiose e razziali di cui fu testimone, e del suicidio del padre. I suoi ultimi lavori possiedono una crescente libertà, unica tra gli artisti della sua generazione. Alla metà degli anni Settanta comparvero strane forme iconiche mai viste in precedenza. “”Se parlo di un soggetto da dipingere, intendo che c’è un posto dimenticato di esseri e cose, che io devo ricordare” – Guston scriveva in un appunto di studio – “Voglio vedere questo luogo. Dipingo quello che voglio vedere”.”

L’’opera tarda di Guston non fu facilmente accettata dalla critica e rimase ampiamente incompresa fino alla sua morte avvenuta nel 1980. Il suo lavoro andò incontro ad una radicale riconsiderazione in seguito ad una retrospettiva itinerante al Museum of Modern Art di San Francisco che aprì tre settimane prima della sua morte. Negli anni a seguire furono realizzate altre retrospettive e monografiche negli Stati Uniti, in Europa e Australia. Oggi, gli ultimi dipinti di Guston sono considerati tra le opere più importanti del XX secolo.

 

dal comunicato stampa della mostra ““Philip Guston and The Poets

Sandro Riboni

Sandro Riboni, nato a Pavia nel 1921, artista autodidatta, nel 1950 parte per Parigi dove avviene la sua formazione artistica presso lo studio del pittore Pierre Marzin, uno degli allievi di Henri Matisse.

L’apprendistato artistico continua in Spagna, a Granada, presso l’Accademia di Belle Arti, dove apprende la difficile tecnica dell’encausto che diverrà il mezzo espressivo preferenziale della poetica di Riboni. Sempre negli anni ’50, il lungo soggiorno di studio e lavoro in Costa Azzura mette il giovane Riboni in contatto con le più attente avanguardie artistiche del periodo. A Vallauris, dove si reca a far ceramica presso l’atelier Madoura di Suzanne Ramié, respira la stessa aria di Pablo Picasso, anch’egli al lavoro presso lo stesso forno. A St. Paul de Vence, è presente Fernand Leger, con cui sembra che Riboni abbia intrattenuto dei rapporti artistici.

A Nizza partecipa ad importanti rassegne pittoriche nel 1950 e nel 1958. Negli anni ’60 è ad Albisola a far ceramica e qui viene in contatto con Lucio Fontana, Wilfredo Lam e tutto quel milieu di artisti che stanno creando un nuovo modo di far arte e che sfocierà con la fondazione del movimento artistico noto come Spazialismo. Le linee artistiche lungo cui si muove Riboni sono dunque, inizialmente, all’interno del Cubismo e del Surrealismo per poi giungere a maturare, attraverso lo Spazialismo, un personalissimo linguaggio artistico in cui coniuga tutte le esperienze artistiche
vissute.

Negli ultimi anni di attività, gli anni ’80, la poetica di Riboni si astrae dal reale e si esprime attraverso grandi e luminosi cieli che si perdono nello spazio infinito. Muore a Pavia nel 1986.

Tra le mostre antologiche che gli sono state dedicate, si ricordano quella al Collegio Cairoli e alla Libreria Edizioni Cardano di Pavia nel 2006; allo Spazio d’arte Graal di Pavia nel 2012; allo Spazio Rocco Scotellaro di Vigevano, e a Il Portale di Giovanna Fra di Pavia nel 2013.

Keith Haring. About Art

A Palazzo Reale, dal 21 febbraio al 18 giugno 2017, Milano celebra il genio di Keith Haring (1958-1990) con una grande mostra – Keith Haring. About Art – curata da Gianni Mercurio.

Keith Haring Untitled, 1983 Inchiostro vinilico su telone di vinile 213,4 x 213,4 cm Courtesy Laurent Strouk © Keith Haring Foundation

La mostra propone 110 opere del geniale artista americano, molte di grandi dimensioni, alcune inedite o mai esposte in Italia, provenienti da collezioni pubbliche e private americane, europee, asiatiche.

Keith Haring è stato uno dei più importanti autori della seconda metà del secolo scorso; la sua arte è annoverata come espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere. Haring ha partecipato di un sentire collettivo diventando l’icona di artista-attivista globale.

Non solo: il suo progetto, come ben si evince in questa mostra, fu di ricomporre i linguaggi dell’arte in un unico personale, immaginario simbolico, che fosse al tempo stesso universale, per riportare l’arte a testimonianza di una verità interiore che pone al suo centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale. È in questo disegno che risiede la vera grandezza di Haring; da qui parte e si sviluppa il suo celebrato impegno di artista-attivista e si afferma la sua forte singolarità rispetto ai suoi contemporanei.

Per informazioni:
+39 02 88445181
c.mostre@comune.milano.it
http://www.mostraharing.it

ARCHEOMODERNITAS

Bando di concorso per ricerche artistiche e storia dell’arte di genere. Riservato agli studenti che abbiano realizzato tesi di laurea particolarmente interessanti su argomenti d’arte visiva.

Possono partecipare tutti i laureati di qualsiasi Accademia di Belle Arti o Facoltà Universitaria italiana con tesi che trattino di argomenti storico artistici e inerenti le arti , cinema, problematiche di restauro, collegamenti tra scienza e opere d’arte ecc. Nell’ambito della premiazione uno speciale riconoscimento sarà dedicato ad una “tesi nel cassetto” che abbia come riferimento il contesto artistico ambientale o un contesto locale ad esso appartenente.

 

Maggiori informazioni:

Segreteria Premio Tesi sull’Arte ARCHEOMODERNITAS
www.exstudentiaccademiabellearti.com
exstudentiaccademiabelleartiba@gmail.com
Contatti: 328 3111125/349 5251939

Termine di consegna entro e non oltre 15 maggio 2017

Rafael Y. Herman

Rafael Y. Herman nasce nel 1974 a Be’er Sheva, un’antica città nel deserto israeliano del Negev. Inizia a studiare musica classica all’età di sei anni e diventa percussionista. Dopo una permanenza a New York, si iscrive alla Facoltà di Economia e Management dell’Università di Tel Aviv.

Dopo la laurea si trasferisce in America latina, dove compie un lungo viaggio di ricerca in sette paesi: in Paraguay collabora con Amnesty International, studia pittura a Città del Messico e in Cile entra a far parte di una comune di artisti. In questo apprendistato della visione confluiscono tanto le esperienze metropolitane quanto l’incontro con la natura selvaggia.

Nel 2003 si trasferisce a Milano e nel 2006 espone a Palazzo Reale il progetto Bereshit-Genesis, applicando un metodo messo a punto da lui stesso: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo. Questa mostra proietta Herman verso una dimensione artistica internazionale. Nel 2012, il ritratto di John Chamberlain realizzato da Herman è scelto dal Guggenheim Museum di New York per la seconda di copertina del libro di Chamberlain “Choices”. Nel 2013 è invitato alla TED Talk per parlare del suo linguaggio artistico con un talk dal titolo “Realtà alternativa”.

I suoi lavori recenti evidenziano due temi portanti: la curiosità metafisica e il racconto di ciò che sta oltre; l’indagine sulla luce come elemento fisico protagonista dello spazio-tempo. Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali di Tel Aviv Museum of Art e Salsali Private Museum di Dubai.

Attualmente vive e lavora a Parigi, dove è per la seconda volta artista residente alla Cité Internationale des Arts de Paris. Nel 2015 ha vinto il Praga Fotosfera Award.

Sito web 

The Night Illuminates The Night – Rafael Y. Herman
MACRO Testaccio
Padiglione 9A
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Cleto Munari: elogio all’arte quale invenzione della verità

Scrive Cristina Ossato : “Molto è stato scritto sulla produzione artistica di Cleto Munari. Troppo poco è stato detto sul rapporto sinergico tra quest’uomo colto spesso con le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto mentre respira “il cuore delle cose”, e l’artista che nel fulgore della propria creatività tramuta quel “cuore” in veri e propri oggetti d’arte, siano essi gioielli, orologi, oggetti d’arredo domestico o urbano.
Pochi infatti sanno che dietro a questa postura e a questo sguardo è racchiuso tutto il segreto della sua arte.E’ un distacco, il suo, un benevolo, talvolta anche beffardo ma quanto mal necessario distacco dal mondo circostante.
Come è possibile infatti far parlare “il cuore delle cose” se non allontanandosene leggermente, in atteggiamento di ricezione ed ascolto, interrogazione e riflessione?“La tenerezza / dirà quello che non sa il desiderio”. Come quel poeta portoghese Eugenio de Andrade, così Cleto Munari osserva la vita amorevolmente, affinché essa gli riveli – liberamente – quella “figura”, quella forma, che traduce in segno visibile e tangibile l’enigma dell’animo umano: “la figura delle cose”.

Se il desiderio privilegia il tatto mentre la tenerezza favorisce la vista, allora qui non si tratta di stabilire la supremazia di un senso rispetto ad un altro. Come Cleto spesso afferma: “ogni senso dischiude una porta al mistero della vita e come una mano contiene cinque dita, ognuna con una propria funzione, così i cinque sensi hanno il compito di far gustare, vedere, sentire, udire, toccare il labirinto terreno”.

Si tratta semmai – sempre per citare Eugenio de Andrade – di “mantenere il cuore vulnerabile” e pertanto, attraverso lo sguardo sul mondo si tratta di intuire emotivamente e ri-costruire pragmaticamente quell’armonia primordiale dell’uomo con la molteplicità, quell’ Idea di Suprema Bellezza e Bontà di cui Platone tanto parla nella Repubblica e che da millenni costituisce il motore di ricerca per ogni viandante, e molto spesso, mendicante, di verità.

La ricerca della “figura delle cose” è dunque il perno su cui poggia il genio creativo di Cleto Munari.
Si ricordi in tal senso la mostra La figura delle cose: Cleto Munari in Castel Sant’ Angelo tenutasi a Roma dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Questa ricerca a sua volta si basa su una filosofia di sintesi, dove non solo vengono utilizzati e sperimentati assieme materiali diversissimi tra loro, quali l’oro e l’argento, il vetro Murano, ed alcune pietre preziose (si pensi agli oggetti ad uso decorativo domestico ed alla collezione gioielli, ad esempio) ma dove vengono coinvolti prestlgiosi architetti e designers internazionali allo scopo di organizzare manifestazioni culturali quali luogo di incontro e dibattito di idee e progetti, come esemplifica l’imminente mostra a Palazzo Ducale a Venezia che raccoglie per la prima volta in assoluto ben 72 calici in vetro Murano per la Electrolux, i quali verranno esposti al Metropolitan Museum di New York, già sede permanente della collezione di gioielli Cleto Munari.

Altrettanto importante è il recentissimo progetto relativo alla creazione di alcune penne stilografiche che verranno anch’esse esposte a fine anno in anteprima al Metropolitan di New York. Ed è proprio questo progetto che ha permesso al designer vicentino di unire alla propria ispirazione quella di Hans Hollein, Oscar Tusquets, Alessandro Mendini, Toyo Ito e di coinvolgere anche cinque scrittori premi Nobel per la letteratura, ovvero Saul Bellow, Toni Morrison, Naguib Mahfouz, Wole Soyinka e Josè Saramago.

Anche in quest’ultimo caso, l’uomo ‘Cleto’ è riuscito a cogliere sapientemente “il cuore” di uno dei capolavori di M.C. Escher (1898- 1972) Drawing Hands (1948) mentre l’artista ‘Munari’ è riuscito a tradurre la linfa di quella tela in “figura” di penna stilografica.

Se nel quadro di M.C. Escher vi è una circolarità perfetta tra la realtà e la finzione, la vita e l’arte, dove le mani dell’artista colte nell’atto di impugnare una matita ed abbozzare un disegno diventano esse stesse l’opera creata, ebbene Cleto Munari ha voluto plasmare un elogio alla fluidità delle arti (in questo caso, letteratura e design), proprio con queste cinque penne stilografiche. Si tratta dunque di un elogio all’invenzione della verità intesa come unica risposta monolitica agli interrogativi umani. Cinque penne stilografiche rappresentano simbolicamente cinque modi tra tutte le infinite possibilità di apprendere il “cuore delle cose” e trasformarle, riscriverle in “figura”.

L’intreccio delle arti dunque, e la circolarità dell’esperienza umana sembrano rappresentare quella frontiera dove il corpo si fa anima, o l’anima si fa corpo senza più sapere dove inizia l’uno e dove termina l’altra.

La ricchezza della produzione artistica di Cleto Munari nasce dunque dalla scoperta dell’indeterminatezza di ogni confine e dal conseguente bisogno di creare una “collezione di sillabe”, ovvero una “collezione di figure” che proprio per la loro incompletezza suggeriscano luminosamente l’irrefrenabile ricerca dell’ingegno umano di trasfigurare il mondo in base alla propria visione.

E’ questa perfetta complicità tra il sussurro del “cuore della cose” e l’urlo della loro “figura” che fa di Cleto Munari il poeta delle forme.”

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017