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ARCHEOMODERNITAS

Bando di concorso per ricerche artistiche e storia dell’arte di genere. Riservato agli studenti che abbiano realizzato tesi di laurea particolarmente interessanti su argomenti d’arte visiva.

Possono partecipare tutti i laureati di qualsiasi Accademia di Belle Arti o Facoltà Universitaria italiana con tesi che trattino di argomenti storico artistici e inerenti le arti , cinema, problematiche di restauro, collegamenti tra scienza e opere d’arte ecc. Nell’ambito della premiazione uno speciale riconoscimento sarà dedicato ad una “tesi nel cassetto” che abbia come riferimento il contesto artistico ambientale o un contesto locale ad esso appartenente.

 

Maggiori informazioni:

Segreteria Premio Tesi sull’Arte ARCHEOMODERNITAS
www.exstudentiaccademiabellearti.com
exstudentiaccademiabelleartiba@gmail.com
Contatti: 328 3111125/349 5251939

Termine di consegna entro e non oltre 15 maggio 2017

Rafael Y. Herman

Rafael Y. Herman nasce nel 1974 a Be’er Sheva, un’antica città nel deserto israeliano del Negev. Inizia a studiare musica classica all’età di sei anni e diventa percussionista. Dopo una permanenza a New York, si iscrive alla Facoltà di Economia e Management dell’Università di Tel Aviv.

Dopo la laurea si trasferisce in America latina, dove compie un lungo viaggio di ricerca in sette paesi: in Paraguay collabora con Amnesty International, studia pittura a Città del Messico e in Cile entra a far parte di una comune di artisti. In questo apprendistato della visione confluiscono tanto le esperienze metropolitane quanto l’incontro con la natura selvaggia.

Nel 2003 si trasferisce a Milano e nel 2006 espone a Palazzo Reale il progetto Bereshit-Genesis, applicando un metodo messo a punto da lui stesso: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo. Questa mostra proietta Herman verso una dimensione artistica internazionale. Nel 2012, il ritratto di John Chamberlain realizzato da Herman è scelto dal Guggenheim Museum di New York per la seconda di copertina del libro di Chamberlain “Choices”. Nel 2013 è invitato alla TED Talk per parlare del suo linguaggio artistico con un talk dal titolo “Realtà alternativa”.

I suoi lavori recenti evidenziano due temi portanti: la curiosità metafisica e il racconto di ciò che sta oltre; l’indagine sulla luce come elemento fisico protagonista dello spazio-tempo. Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali di Tel Aviv Museum of Art e Salsali Private Museum di Dubai.

Attualmente vive e lavora a Parigi, dove è per la seconda volta artista residente alla Cité Internationale des Arts de Paris. Nel 2015 ha vinto il Praga Fotosfera Award.

Sito web 

The Night Illuminates The Night – Rafael Y. Herman
MACRO Testaccio
Padiglione 9A
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Cleto Munari: elogio all’arte quale invenzione della verità

Scrive Cristina Ossato : “Molto è stato scritto sulla produzione artistica di Cleto Munari. Troppo poco è stato detto sul rapporto sinergico tra quest’uomo colto spesso con le braccia incrociate dietro la nuca e lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto mentre respira “il cuore delle cose”, e l’artista che nel fulgore della propria creatività tramuta quel “cuore” in veri e propri oggetti d’arte, siano essi gioielli, orologi, oggetti d’arredo domestico o urbano.
Pochi infatti sanno che dietro a questa postura e a questo sguardo è racchiuso tutto il segreto della sua arte.E’ un distacco, il suo, un benevolo, talvolta anche beffardo ma quanto mal necessario distacco dal mondo circostante.
Come è possibile infatti far parlare “il cuore delle cose” se non allontanandosene leggermente, in atteggiamento di ricezione ed ascolto, interrogazione e riflessione?“La tenerezza / dirà quello che non sa il desiderio”. Come quel poeta portoghese Eugenio de Andrade, così Cleto Munari osserva la vita amorevolmente, affinché essa gli riveli – liberamente – quella “figura”, quella forma, che traduce in segno visibile e tangibile l’enigma dell’animo umano: “la figura delle cose”.

Se il desiderio privilegia il tatto mentre la tenerezza favorisce la vista, allora qui non si tratta di stabilire la supremazia di un senso rispetto ad un altro. Come Cleto spesso afferma: “ogni senso dischiude una porta al mistero della vita e come una mano contiene cinque dita, ognuna con una propria funzione, così i cinque sensi hanno il compito di far gustare, vedere, sentire, udire, toccare il labirinto terreno”.

Si tratta semmai – sempre per citare Eugenio de Andrade – di “mantenere il cuore vulnerabile” e pertanto, attraverso lo sguardo sul mondo si tratta di intuire emotivamente e ri-costruire pragmaticamente quell’armonia primordiale dell’uomo con la molteplicità, quell’ Idea di Suprema Bellezza e Bontà di cui Platone tanto parla nella Repubblica e che da millenni costituisce il motore di ricerca per ogni viandante, e molto spesso, mendicante, di verità.

La ricerca della “figura delle cose” è dunque il perno su cui poggia il genio creativo di Cleto Munari.
Si ricordi in tal senso la mostra La figura delle cose: Cleto Munari in Castel Sant’ Angelo tenutasi a Roma dal 13 ottobre 1999 al 6 gennaio 2000.

Questa ricerca a sua volta si basa su una filosofia di sintesi, dove non solo vengono utilizzati e sperimentati assieme materiali diversissimi tra loro, quali l’oro e l’argento, il vetro Murano, ed alcune pietre preziose (si pensi agli oggetti ad uso decorativo domestico ed alla collezione gioielli, ad esempio) ma dove vengono coinvolti prestlgiosi architetti e designers internazionali allo scopo di organizzare manifestazioni culturali quali luogo di incontro e dibattito di idee e progetti, come esemplifica l’imminente mostra a Palazzo Ducale a Venezia che raccoglie per la prima volta in assoluto ben 72 calici in vetro Murano per la Electrolux, i quali verranno esposti al Metropolitan Museum di New York, già sede permanente della collezione di gioielli Cleto Munari.

Altrettanto importante è il recentissimo progetto relativo alla creazione di alcune penne stilografiche che verranno anch’esse esposte a fine anno in anteprima al Metropolitan di New York. Ed è proprio questo progetto che ha permesso al designer vicentino di unire alla propria ispirazione quella di Hans Hollein, Oscar Tusquets, Alessandro Mendini, Toyo Ito e di coinvolgere anche cinque scrittori premi Nobel per la letteratura, ovvero Saul Bellow, Toni Morrison, Naguib Mahfouz, Wole Soyinka e Josè Saramago.

Anche in quest’ultimo caso, l’uomo ‘Cleto’ è riuscito a cogliere sapientemente “il cuore” di uno dei capolavori di M.C. Escher (1898- 1972) Drawing Hands (1948) mentre l’artista ‘Munari’ è riuscito a tradurre la linfa di quella tela in “figura” di penna stilografica.

Se nel quadro di M.C. Escher vi è una circolarità perfetta tra la realtà e la finzione, la vita e l’arte, dove le mani dell’artista colte nell’atto di impugnare una matita ed abbozzare un disegno diventano esse stesse l’opera creata, ebbene Cleto Munari ha voluto plasmare un elogio alla fluidità delle arti (in questo caso, letteratura e design), proprio con queste cinque penne stilografiche. Si tratta dunque di un elogio all’invenzione della verità intesa come unica risposta monolitica agli interrogativi umani. Cinque penne stilografiche rappresentano simbolicamente cinque modi tra tutte le infinite possibilità di apprendere il “cuore delle cose” e trasformarle, riscriverle in “figura”.

L’intreccio delle arti dunque, e la circolarità dell’esperienza umana sembrano rappresentare quella frontiera dove il corpo si fa anima, o l’anima si fa corpo senza più sapere dove inizia l’uno e dove termina l’altra.

La ricchezza della produzione artistica di Cleto Munari nasce dunque dalla scoperta dell’indeterminatezza di ogni confine e dal conseguente bisogno di creare una “collezione di sillabe”, ovvero una “collezione di figure” che proprio per la loro incompletezza suggeriscano luminosamente l’irrefrenabile ricerca dell’ingegno umano di trasfigurare il mondo in base alla propria visione.

E’ questa perfetta complicità tra il sussurro del “cuore della cose” e l’urlo della loro “figura” che fa di Cleto Munari il poeta delle forme.”

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

Cleto Munari

Cleto Munari nasce a Gorizia, ma è vicentino d’adozione. La sua storia di designer ha inizio negli anni ‘70 quando, dagli incontri con alcuni personaggi importanti nel mondo dell’architettura nacque la sua grande passione per l’arte e il design. Il decennio che va dal 1970 al 1980 fu per Munari un periodo di grande innovazione e ricerca stilistica.

Tra le innumerevoli collaborazioni intraprese, riveste un ruolo chiave quella con il maestro Carlo Scarpa e l’amico architetto Ettore Sottsass, che lo inspirarono e gli lasciarono in eredità il gusto per la bellezza. Un gusto che è diventato ricerca continua in questi 40 anni, con una sorta di rinnovo cadenzato ad ogni incontro, non ultimo quello legato ai premi Nobel e a grandi esponenti della letteratura con cui ha lavorato, come Mark Strand, Lawrence Ferlinghetti e Dario Fo.

Del 1982 è la prima raccolta di “Argenti Cleto Munari”, disegnati da Gae Aulenti, Mario Bellini, Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Hans Hollein,Alessandro Mendini, che furono esposti nei più importati Musei e Gallerie d’arte contemporanea del mondo. Molti di questi oggetti entrarono a far parte delle collezioni permanenti come avvenne al Metropolitan of Art e al Moma di New York.
Le posate di Carlo Scarpa (1978), uno dei primi oggetti della Collezione Argenti Cleto Munari, richiesero circa 6 anni di progettazione e forse per questo rimangono tutt’oggi uno degli oggetti a cui il designer veneto è più affezionato.
Nel 1985 Cleto Munari presenta la prima collezione di “ Gioielli”, circa 250 preziosi disegnati da architetti di tutto il mondo che per 2 anni verranno esposti, in una mostra itinerante, nei musei Usa e del Canada. Considerata da molti esperti la più importante collezione di gioielli degli anni Ottanta, è oggetto di grande attenzione da parte dei collezionisti; molti esemplari sono nei musei di tutto il mondo.

Nel 1987 nasce la collezione “Orologi Cleto Munari”: sono realizzati in pochissimi esemplari in oro e diamanti e firmati da 4 architetti di quatro estrazioni culturali diverse: Ettore Sottsass per l’Italia, Hans Hollein per l’Europa, Michael Graves per gli Stati Uniti e Arata Isozaki per il Giappone. Il poker di pezzi fa parte della collezione permanente del Metropolitan di New York.

Risale agli anni 1990-2005 la serie di collezioni di “Vetri di Murano” – un periodo nel quale Munari abitò a Venezia – nei quali gli artisti si cimentarono su nuove progettualità vetrarie. Sono nate così le serie “Micro Macro”, “Chromatic Transparencies”, “Corolle d’Autore”. La Collezione Veronese del 2002 raccoglie l’ interpretazione di 10 artisti sul tema del famoso vaso in vetro di Murano “Il Veronese”, da sempre considerato uno dei più rappresentativi dell’arte vetraria: questi vasi sono stati progettati da R. Meier, M. Fucksas, A. Mendini, M. Thun, C. Munari, M. Paladino, P. Portoghesi, realizzati in solo 49 esemplari.

Del 2004 è la collezione “Penne Cleto Munari”: 5 penne realizzate da 5 designers (una di Munari stesso) gemellate e firmate da cinque Nobel della Letteratura.

Da questo momento è forte la convinzione in Munari che il talento di un artista non si esaurisca in un’unica disciplina ma possa essere grande anche in altre espressioni dell’arte.

Del 2008 è la collezione “I Magnifici 7”. Sono sette tavoli nei quali, per la prima volta, accanto ad architetti, designers ed artisti come Mimmo Paladino troviamo esponenti della letteratura: Mark Strand, vincitore del Pulizer, Dario Fo, vincitore del Nobel, e Lawrence Ferlinghetti, poeta e scrittore.

Dell’anno successivo è la collezione “Arredo” i cui primi pezzi saranno disegnati da Alessandro Mendini. A lui si aggiungeranno lavori di artisti come Mimmo Paladino, Luigi Mainolfi, Sandro Chia, e designers come Marcello Morandini, Mark Lee e lo stesso Munari.

Il suo tavolo “Palafitte”, in omaggio a Venezia che vive e poggia su palafitte, è stato presentato come oggetto simbolo della Regione Veneto alla Biennale di Venezia 2012.

Del 2012 è la collezione “Art Carpets”, circa 30 modelli di tappeto realizzati completamente a mano in Turchia nel rispetto delle più antiche tradizioni manifatturiere.

Del 2013 è la realizzazione dei primi prototipi di oggetti in pelle con la realizzazione di borse dai colori e della forme dirompenti e allegre, come sono carattere e stile di Munari.
Del 2016 l’ultima preziosa collezione di “Gioielli del nuovo millennio”.

MONDOCLETO. Il design di Cleto Munari
Vicenza, Palazzo Chiericati
18 marzo 2017 – 10 giugno 2017

Trame in flop

La prima iniziativa del nascituro polo delle arti contemporanee di Bari, si rivela difficilmente commestibile al palato dei visitatori baresi.

A dirlo è il numero (implacabile) di coloro che hanno varcato la soglia dello Spazio Murat dal 9 dicembre ad oggi per visitare la mostra curata da Massimo Torrigiani: 460, pochini se si pensa ai 50mila euro del budget (in gran parte messi a disposizione da Poste italiane).

Trame. Realtà arte cinema invenzione” riunisce il lavoro di otto artisti già affermati a livello internazionale: Jhon Akomfrah, The Atlas Group, Yto Barrada, Rossella Biscotti, Ho Tzu Nyen, Joao Penalva, Thomas Sauvin, Wu Tsang. Filo conduttore della mostra è il racconto di vicende omesse dalle storiografie ufficiali e dei loro effetti, attraverso la sperimentazione dei moderni linguaggi espressivi, il cinema d’arte, il montaggio video, l’ immagine in movimento.

L’assessore comunale alle Culture, Silvio Maselli, in una intervista quest’oggi su la Repubblica, fa sapere che non si aspettava di più da questa prima iniziativa, avendo scelto un ‘evento non facile’ che iniziasse un lavoro sulla profondità dei nuovi linguaggi e contenuti.

Sarebbe stato facile – dice Maselli – affittare una mostra di un artista noto , fare un pò di marketing culturale, gettare un pò di fumo negli occhi e annunciare che a Bari era nata la galleria che è sempre mancata.(..) Con Trame abbiamo deciso di puntare più che sull’altisonanza degli artisti coinvolti sui seminari, laboratori e sulla qualità dell’allestimento per iniziare ad affermare il principio che la qualità deve rappresnetare uno standard.(..) Nelle politiche pubbliche culturali è così, i risultati si raggiungono sul medio-lungo percorso.

Giornata nazionale dei piccoli musei

L’Associazione Nazionale Piccoli Musei ha indetto per il 18 giugno 2017 la Prima giornata nazionale dei piccoli musei.

Principale obiettivo di questa giornata è farsi conoscere, attirare l’attenzione su una realtà che seppur coi suoi limiti ha una importanza, un ruolo e una propria specificità nel territorio in cui dimora. Si mira a cogliere l’attenzione delle istituzioni, di coloro che vivono il territorio e, naturalmente, ad attrarre nuovi visitatori (linfa vitale per grandi, medi e ovviamente per piccoli musei).

La giornata prevede ‘porte aperte e ingresso gratuito’ ma anche un gesto di accoglienza che intende esprimere la ‘cultura del piccolo museo’ e la sua identità.

Più precisamente ogni museo si caratterizzerà con un dono (non un gadget) che potrà essere una piccola busta con qualche seme di fiori o di piante antiche del territorio, un evento particolare, una pubblicazione, un racconto, un gesto che spieghi la passione che ha dato vita a al museo, e che ne permette l’apertura nonostante le difficoltà.

Col ‘dono’ gli organizzatori della giornata intendono evidenziare che nei piccoli musei la prima risorsa sono le persone, chi ci lavora, chi cura le collezioni, chi ha aperto il museo, chi lo visita, i residenti che si identificano con il museo o che collaborano.

Ad oggi molte sono le adesioni, fra le quali (leggo) il museo della Bambola e del giocattolo Quirino Cristiani a Santa Giuletta nell’Oltrepò Pavese e quello della Tonnara di Stintino in Sardegna, quello dell’Ape, del Bottone e del Peperoncino…

(fonte)

Angelo Accardi

“Parlare contemporaneo è una via difficile, voler sfidare nel gioco stili, epoche e storie diverse sembra un’alchimia impossibile.

Angelo Accardi – scrive Giuseppe Marrone, Critico d’arte, Società Filosofica Italiana – ha trovato la via, la chimica che relaziona materiali, tecniche e vita. Lo scherzo, l’ironico fare che materializza struzzi e elementi destabilizzanti è rincorrere e rincorrersi nei significati. Misplaced e poi Blend, Accardi complica apparentemente la vita ad uno spettatore offrendogli stupore, non quella sensazione che spinge a volgere altrove lo sguardo, ma la materia viva della chiamata dell’opera che pretende di essere guardata alla ricerca del senso. Staccare gli occhi da questo gioco serissimo dove cose, fatti e persone si intrecciano spinge alla soluzione non della mancanza di un contatto delle opere tra loro e degli elementi all’interno delle composizioni, ma della verità di una materia vivente che connette come fibra ottica temi e motivi lontanissimi in apparenza se non calati nell’artista. Particelle impazzite? Assolutamente no, lucidità ipnotica del ricorrere, scherzando seriamente, alla tradizione. Ipnosi collettiva o sfuggente raffinata ricerca, cosa resta di questo gioco dell’arte se non un’estasi, un peccato mortale dei sensi, una vista colma di simboli che trabocca lussuria a formare quello che indicavamo con lo stupore, stupisce l’opera che trafigge come il dio greco di un tempo e cristallizza in un attimo infinito che sa di sogno il piacere. Scoprire Accardi è l’attesa di sapere, l’anticamera del piacere del significato.

Esperienza irripetibile è poter trovare al centro di una grande metropoli o di una architettura classica uno struzzo o un altro elemento alieno. Questo struzzo, imponente animale, alter-ego non cercato, ma voluto dall’artista è la somma di una sospensione temporanea di senso lucidissima, pronta a viaggiare oltre il confine sconosciuto ai più dell’arte. Ecco, ora possiamo dirlo ancora, si parla contemporaneo.
Lo struzzo cosa possa essere non possiamo dirlo con l’esattezza matematica, ma riluce il tema portante del dissenso, della forte protesta all’intero dei simboli che la storia ci consegna, con una dote inesauribile di voler osare, giocare ancora, perché il serio, la forma, la compostezza è vuota apparenza e inutile affanno. Gioca Accardi con la verità dei sensi perché vedo cose che non potrei o dovrei vedere, non osiamo immaginare uno struzzo, per noi la mimica di chi alza la testa da sotto la terra contro tutto e tutti, o un rinoceronte, il custode dei simboli, cromaticamente vario, plasticamente massiccio, incredibile sotto la fredda logica della vista. Sporcare la storia la depura come ci depura una tisana dalla pesantezza dell’autorità metafisica della storia dell’arte e ci permette di parlare. Torniamo a questo dialogo, Accardi fa questo, mescola prima in Misplaced e poi in Blend elementi, schegge folli come frame di pellicole famose che hanno colpito il suo immaginario, la scultura di Giacometti che sosta sulla testa di un Ercole Farnese, mentre un Homer Simpson fa capolino assieme ai Minions. Non è follia della licenza poetica, non è un delirio del gusto, ma la materia di un inconscio che galleggia e vuole vivere nonostante tutto e che si emoziona stupendosi, origine dello stupore del fruitore. Vivere come un fanciullo che alla prima esperienza vede il mondo e sa di poterlo modificare perché ancora non gli hanno insegnato a stare fermo, immobile mentre il tempo scorre perché scomodo per una società fredda e immobile.

Un mondo in cui la solitudine e il freddo dello spirito convergono a minare le basi della solidità sociale, della spontaneità e della gratuità della relazione, del bello dello stare insieme, un mondo liquido, spento, un posto dove la luce filtra e che Accardi trasforma nell’angoscia, meglio, nell’attesa di un qualcosa di imminente che poi accade. Cosa accade? Uno struzzo non è una figura ingenua e non è un animale e basta, ma la sconvolgente verità della deriva, della frammentazione e dell’assenza. Una mancanza, potrebbe essere l’elemento di disturbo in una società addormentata, anestetizzata, alla deriva concettuale e spirituale. Accardi, gioca, lo fa con serietà, lo fa sapientemente e giocando mette in luce, coi cromatismi, coi simboli, coi riferimenti storici, con la faccia familiare di Homer Simpson e con la brillante trovata dell’arte che guarda se stessa, che si giudica oggi di fronte alla storia e a un presente non più attuale perché attualità è vita di significato. Questa stessa vita, questa realtà Accardi la pone cruda come l’odore della pioggia prima che il cielo rovesci. Si percepisce nell’aria un profumo nuovo, nelle opere questo profumo di pioggia imminente cavalca i simboli dell’arte entrando come attesa di qualcosa nell’animo umano.

Accardi non è solo questa tensione che pure c’è, ma è anche la forma familiare e fanciullesca della scoperta, l’unica cosa in grado di trasmettere il brivido del vivere contro i neri cieli di questo mondo dal significato precotto e decadente. Lo struzzo che alza la testa dalla terra correndo non so dove è come un eroe di un romanzo, un Peter Pan che contro il vecchio capitano vanta freschezza e la capacità di volare. Peter Pan volava da Wendy avendo in sé un pensiero felice, chi guarda un’opera di Accardi vola oltre l’orizzonte di un senso già dato, di là del freddo esistere. Non teme Accardi di accostare i Simpsons o i Minions alla grande tradizione perché c’è il piacere estetico di una ricerca di nuovo, ancora, di una tensione che lo spettatore avverte forte come lussuria nella testa che da razionale e fredda vorrebbe solo spiccare il volo oltre il muro dei significati già dati. L’esperienza sensoriale delle opere di Accardi è uno stimolo fortissimo ad andare oltre e a non aver paura di elaborare i contenuti del passato perché vivere è raccontare qualcosa di noi a chi è altro da noi. Riuscitissimo viaggio cerebrale della materia dell’arte.”
Dottor Giuseppe Marrone – Critico d’arte – Società Filosofica Italiana

Mustafa Sabbagh

“La vera bellezza ferisce”. MS

Mustafa Sabbagh nasce ad Amman (Giordania). Italo-palestinese, allevato tra l’Europa ed il Medio Oriente, l’imprinting è cosmopolita, l’attitudine è nomade.

Già assistente di Richard Avedon e docente al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra, dopo una brillante carriera come fotografo di moda riconosciuta dai magazines più prestigiosi del mondo, Sabbagh decide di concentrare la sua ricerca nell’arte contemporanea per mezzo della fotografia e della video-arte, attraverso una sorta di contro-canone estetico dove il punctum è la pelle – diario dell’unicità individuale. Armonia dell’imperfezione, indagine psicologica e studio antropologico attraverso la costruzione dell’immagine, sono gli stilemi che Sabbagh trasferisce con disinvoltura dalle pagine patinate, ai white cubes dei musei e delle gallerie più famosi del mondo – tra cui il Musée de l’Élysée di Losanna, considerato tempio internazionale della fotografia.

Spesso protagonista di interviste e documentari che indagano nelle sue visioni, nel 2013 Sky Arte HD, attraverso la serie Fotografi, lo ha eletto tra gli 8 artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo. Ad oggi Mustafa Sabbagh è stato riconosciuto, da uno storico dell’arte e della fotografia quale Peter Weiermair, come uno dei 100 fotografi più influenti al mondo, ed uno dei 40 ritrattisti di nudo – unico italiano – tra i più rilevanti su scala internazionale.

Le sue opere sono presenti in numerose pubblicazioni accreditate internazionalmente (tra cui Faces – the 70 most beautiful photography portraits of all time, a cura di Peter Weiermair), in monografie sold-out (tra cui About Skin, ed. Damiani, acquisita all’interno della biblioteca di libri d’arte della Tate Gallery, Londra), e in molteplici collezioni permanenti, in Italia e all’estero – inclusa la storica Collezione Arte Farnesina, e l’acquisizione di un suo intero progetto nella collezione permanente di arte contemporanea del MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (Roma).

In seguito alla sua prima mostra antologica “XI Comandamento: Non dimenticare”, il Sindaco Leoluca Orlando, “manifestando profonda ammirazione per la sua arte ed il suo sguardo verso lo stesso punto estremo dell’orizzonte”, gli ha conferito la cittadinanza onoraria del Comune di Palermo. Sempre nel 2016, la compagnia teatrale Nèon (CT) si ispira alla sua opera omnia per la realizzazione dell’opera “Invasioni – dedicato a Mustafa Sabbagh”, eletto da Panorama come uno dei migliori 10 spettacoli teatrali italiani del 2016.

Sul web
www.mustafasabbagh.com

Daunia Land Art – Storie di Attraversamenti

Sabato prossimo 21 Gennaio presso l’Auditorium Santa Chiara di Foggia, alle ore 18, Daunia Land Art avrà il piacere di chiacchierare con lo scrittore Antonello Caporale di storie di attraversamenti, parlando di passato, di presente, di testimonianze, di paesaggio, di valori e valorizzazioni, di luoghi da vivere e di nuove possibilità per il territorio.

Locandina della presentazione

Parteciperanno alla conversazione Giuliano Volpe, archeologo e Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del Mibact; Aldo Patruno, Direttore del Dipartimento Turismo, dell’Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio presso la Regione Puglia; Lia De Venere, critico d’arte contemporanea, curatore e già docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti e l’Università di Bari, Silvia Pellegrini, dirigente del Dipartimento Turismo, economia della cultura e valorizzazione del territorio sezione Beni Culturali

Con lo sguardo e la voce di Antonello Caporale, ArcheoLogica srl racconta Daunia Land Art: un piccolo viaggio condotto tra arte, storia, volti e speranze nei paesaggi di Capitanata.

Per info:
www.daunialandart.it

La cultura è come la marmellata

Promuovere il patrimonio italiano con le imprese – Venerdì 20 gennaio alle ore 18.00 presso il Museo Marino Marini ( Piazza San Pancrazio , Firenze) si terrà la presentazione del libro di Marina ValensiseLa cultura è come la marmellata” – edito da Marsilio – con sottotitolo ‘Promuovere il patrimonio italiano con le imprese‘.

Introduce Patrizia Asproni , Presidente Museo Marino Marini; ne parleranno con l’autrice : Isabella Mallez, Direttrice dell’Insitut francais Firenze e Console Onoraria di Francia a Firenze; Maria Cristina Carratù, del quotidiano La Repubblica.

«La cultura è come la marmellata: meno ne hai, più la spalmi». Marina Valensise parte da questo slogan, apparso sui muri della Sorbona nel maggio ’68, per illustrare uno dei paradossi italiani: il paese con il patrimonio più ricco del mondo è incapace di valorizzarlo, mentre altri prosperano su fortune molto meno cospicue. Fin dal titolo, il suo libro ha il sapore di una provocazione, ma è frutto di un’esperienza concreta. Tra il 2012 e il 2016, infatti, l’autrice ha diretto l’Istituto italiano di cultura a Parigi ed è riuscita a rinnovarne la sede, a moltiplicare il numero dei suoi frequentatori e a raddoppiare le entrate proprie rispetto alla dotazione statale. Il segreto? La virtuosa contaminazione e la potente sinergia tra pubblico e privato a favore del patrimonio, che Marina Valensise ripercorre in queste pagine proponendole come modello di valorizzazione partecipata. La differenza di impostazione non è banale e sta in un concetto apparentemente semplice: la capacità di evolversi, abbandonando un ruolo passivo per una funzione più innovativa, che vada oltre quella di semplice cinghia di trasmissione del sapere dato, per produrre cultura in nome di un’idea più dinamica dell’interesse generale. La lievità del racconto, ricco di aneddoti gustosi e frutto di mille incontri con personalità che nei più vari settori – dal design alla cucina, dall’architettura alla musica – danno lustro all’Italia nel mondo, si unisce al monito a tornare protagonisti in nome della cultura sul piano internazionale, offrendo un decalogo di semplici regole per applicare questo modello alla realtà quotidiana delle istituzioni e delle imprese.

Francesco Jodice

Francesco Jodice
Premio Fòcara Fotografia 2017Francesco Jodice, artista invitato a realizzare alcuni scatti fotografici riguardo il contesto della Fòcara 2017 completerà il ricco scenario che contraddistingue il falò megalitico. I suoi scatti potranno avere – ad esempio – uno sguardo contemporaneo colto, o uno sguardo indagatore sul paesaggio e l’urbanistica rurale, fino a un approccio umano diretto o un dialogo con l’ancestrale (che a Novoli è disarmante!).

L’opera fotografica di Francesco Jodice è come un “atlante globale” dove compaiono spazi fisici e geografici inabitati e quasi metafisici, morfologicamente nuovi e in trasformazione, oppure spazi popolati dal vivente, da presenze umane isolate o in movimento, una sorta di paesaggio mutato in base ai bisogni delle comunità. Lo sguardo di Jodice è uno sguardo fluttuante condotto secondo cinque processi d’analisi della realtà e delle sue manifestazioni: “Antropometria, Investigazione, Networking, Partecipazione, Storytelling”. Praticandoli da soli, o combinandoli tra loro, Jodice affronta una moltitudine di tematiche sociali politiche culturali.

H.H. Lim

H.H. Lim _ La Via del Falò divino, happening
15 gennaio 2017
Novoli. Fòcara. Piazza Tito Schipa
ore 15:30H.H. Lim progetta un happening intitolato La Via del Falò divino per il quale i costruttori della Fòcara sono coinvolti in un pranzo intorno a un tavolo di fascine, accanto alla grande pira, dove è offerto cibo e vino. Ciascun commensale si dispone su una sedia la cui base in alluminio riporta una parola o segno dal sapore “simbolico” legato al senso dell’azione, alla commistione di elementi culturali differenti. A pasto ultimato, gli avanzi, le sedie e il tavolo di fascine, uniti a formare una grande catasta, vengono bruciati, lasciando l’unica traccia del simposio: le basi in alluminio delle sedie.

Il progetto di Lim coniuga l’aspetto conviviale, il senso della festa e dell’incontro, con la trascendenza e la “Via”, ciò che Lao-tzu indicava come il non-essere indifferenziato, o meglio l’origine, la “Madre”, da cui nasce l’essere. Dal pranzo dei costruttori al falò rigenerativo si mette in risalto il “passaggio” e il percorso della condivisione verso il falò propiziatorio in onore del Santo. In Lim c’è una visione transculturale: una mensa che poi brucia e si dissolve, simile al cammino stesso (la “Via” nel taoismo) inteso come crescita fisica e spirituale. Tuttavia l’azione non ha alcun significato morale, come buono o cattivo, ma è concepita come momento catalizzatore di energia (del singolo e della collettività). Il cibo e il falò aiutano di continuo a scongiurare ed esorcizzare.

Artista poliedrico e pensatore instancabile, H. H. Lim afferma che “guardare con gli occhi della mente porta alla cecità”. Ciò che è dato vedere deve costituire l’ingresso verso un’immaginazione non convenzionale. A un certo momento Lim si lascia inchiodare la propria lingua. L’azione va intesa come una simulazione simbolica: rappresenta la tappa estrema della comunicazione alternativa. Inchiodare la propria lingua corrisponde al sacrificio della parola a favore della sola immagine.

Nella video installazione Images (presentata nel Palazzo Baronale di Novoli) le riprese della lingua inchiodata convivono con le immagini della festa religiosa tamil Tai Pùcam, cerimonia penitenziale hindu, frequente in Malaysia, dove si svolgono rituali di auto-tortura per la purificazione dell’anima. L’atto della lingua inchiodata al tavolo entra in simbiosi con i rituali eccezionali di gente che intende entrare in comunione con la propria divinità d’elezione. L’azione estrema di Lim e il perforamento della carne (guance, lingua, fronte) con una vasta gamma di oggetti metallici acuminati (uncini, ami da pesca, lance d’argento in miniatura) corrispondono rispettivamente a due universi linguistici distinti: uno artistico, l’altro ritualistico/religioso.

Tuttavia sia il chiodo di Lim, sia la lingua trafitta dal “vel”, simbolo del potere di Murukan, indicano la rinuncia temporanea alla facoltà della parola.